Come nasce la Costituzione

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POMERIDIANA DI MARTEDÌ 30 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXVIII.

SEDUTA POMERIDIANA DI MARTEDÌ 30 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI

INDICE

Commemorazione:

Vernocchi

Presidente

Mozioni (Seguito della discussione):

Labriola

Merzagora, Ministro del commercio con l’estero

Cortese

Togliatti

Presidente

Interrogazioni con richiesta d’urgenza (Annunzio):

Presidente

Tupini, Ministro dei lavori pubblici

De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri

La Rocca

Micheli

De Mercurio

Jervolino, Sottosegretario di Stato per i trasporti

Interrogazioni (Annunzio):

Presidente

La seduta comincia alle 16.

MOLINELLI, Segretario, legge il processo verbale della precedente seduta pomeridiana.

(È approvato).

Commemorazione.

VERNOCCHI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VERNOCCHI. Onorevoli colleghi, la notizia è improvvisa, è di stamane. Adelchi Baratono non è più. Era ben lungi da me il pensiero che l’avversità degli eventi mi avrebbe serbato questo doloroso incarico di ricordare a voi lo scomparso che fu nostro, che sedette su questi banchi. Altri assai meglio di di me avrebbe potuto rievocare l’altezza del suo ingegno e delle sue opere, ma si è voluto che io, che ebbi con lui legami di fraterna amicizia, che ne condivisi sempre il pensiero teorico, levassi l’anima alla sua memoria, alla memoria dell’uomo buono, del filosofo illustre, del socialista che rivestì di genialità, di gentilezza e di povertà la sua incrollabile fede in un avvenire di emancipazione sociale. In quest’ora angosciosa, perdonatemi, signori, è il cuore che parla. Ogni parola è un palpito ed il palpito del mio cuore si riallaccia al palpito dei cuori dei socialisti, dei lavoratori di Genova, dei lavoratori italiani che lo conobbero. Dire di lui, degnamente, in quest’ora sarebbe inutile sforzo; ma bisogna pur dire qualche cosa. E allora le memorie risalgono lontano, ai tempi in cui nel partito socialista ferveva la lotta delle idee; in cui si discuteva senza faziosità e senza livore dei principî e dei metodi; in cui si dissertava sulla interpretazione della dottrina marxista. Erano i tempi eroici del socialismo. Il Partito socialista italiano, particolarmente, era una fucina di cervelli incandescenti in continua ebollizione, che muovevano le idee e le dottrine: discussioni produttive erano, perché elette, impersonali, sincere. Adelchi Baratono, filosofo illustre, fu uno di coloro che parteciparono, con altezza d’ingegno e di cultura, a queste discussioni. Riformisti e rivoluzionari, minimalisti e massimalisti, transigenti e infransi genti; concezione graduale o contingentista del socialismo che credendo nella capacità riformatrice della classe borghese entro l’ambito dello stato borghese si esauriva in questa funzione, concezione rivoluzionaria ispirata al metodo della lotta di classe come movente principale della storia e come strumento di offesa e di difesa della classe lavoratrice contro l’oppressione del capitale. Ecco i termini del dissidio. E Baratono, massimalista e teorico del massimalismo, partecipò a questa discussione e scrisse cose pregevoli fin negli ultimi momenti di sua vita, particolarmente sui due aspetti del marxismo. Noi sostenevamo e sosteniamo che il socialismo non è soltanto una questione proletaria ma una questione sociale, perché il proletariato, risolvendo il problema della sua classe, risolve un problema umano, traduce, cioè, nella realtà una idea di giustizia.

Ecco perché i motivi idealistici sono parte integrante del socialismo. E sostenevamo, quindi, la necessità di una organizzazione politica la quale, non dimenticando di rafforzare nella classe lavoratrice lo spirito di rivolta contro l’ingiustizia, non dimenticando di agitare la fiaccola dell’idealità lontana e di indicare la meta ultima, affrontasse nello stesso tempo tutti i problemi di carattere politico, morale, culturale, religioso e giuridico che trascendono nell’ora la semplice questione del pane. Allora fummo chiamati romantici (allora in buona fede, oggi, forse, con dileggio); e noi rispondevamo con Baratono affermando che «se romanticismo vuol dire spinta soggettiva, volontà del domani, movimento nell’azione, bisogno di trasformare la realtà invece che adattarvisi, ebbene noi siamo dei romantici».

Vi sembrerà strano che, in questa epoca di abituale compromesso, ancora oggi vi siano uomini che credono in questi principî; ed alcuni di noi vi credono, non hanno dimenticato il passato. Ma Baratono particolarmente aveva il culto della unità nella disciplina. Ed io ricordo quando al Congresso di Milano del 1921, nella famosa polemica con Claudio Treves, egli sostenne non il comodo concetto della libertà del pensiero e disciplina nell’azione, ma affermò che pensiero ed azione sono la stessa cosa; perché non era possibile concepire socialisticamente una azione contraria a quella che pensiamo. Ecco l’uomo, ecco il socialista che consacrò pensiero ed azione alla causa degli umili e degli oppressi.

Se io dovessi, in questo momento, ricordarvi il suo pensiero filosofico, la indagine mi condurrebbe troppo lontano; non è questo il momento né il luogo. Vi dirò soltanto che Baratono aveva una qualità che pochi filosofi hanno: la chiarezza nella esposizione del suo pensiero. Pei questo motivo articoli di dottrina venivano pubblicati sui nostri giornali quotidiani; perché egli metteva i lavoratori, che lo leggevano, in condizione di poterlo capire. Dalla cattedra, sui libri e sui giornali, sempre il suo pensiero apparve cristallino; e a tutti comprensibile anche quando esponeva i principî più astrusi della filosofia.

Ricordo – ed io lo seguii dalla tribuna della stampa – quando, nel 1922, deputato, intervenendo nella discussione sul bilancio della pubblica istruzione, relatore il collega e compagno Mancini, egli elevò un inno all’avvicinamento della scuola al lavoro. Fu un discorso di critica costruttiva, perché indicò quale avrebbe dovuto essere il nuovo ordinamento scolastico. Ancora oggi noi dovremmo riprendere quelle sue idee, perché servirebbero alle nostre discussioni.

Onorevoli colleghi; a più tardi ed altrove la commemorazione. Oggi eleviamo il pensiero riverente alla memoria di Adelchi Baratono. La morte, che lo tradì quando ancora non aveva compiuto la sua opera, lo spinge tra quella eletta schiera di uomini generosi, la cui vita fu una continua aspirazione ad un avvenire di giustizia in cui il lavoro umano sarà finalmente redento. (Applausi).

PRESIDENTE. Esprimo il cordoglio mio personale e mi faccio interprete di quello, ugualmente profondo, ne sono convinto, di tutta l’Assemblea per la morte del professor Adelchi Baratono, che ha seduto in questa Aula a rappresentarvi il socialismo italiano, al cui servizio ha profuso, come l’onorevole Vernocchi ha testé ricordato, tutte le energie del suo intelletto e la grande ricchezza dei suoi sentimenti umani.

Sono sicuro di obbedire al desiderio unanime di tutti i colleghi, se dico che farò pervenire ai familiari dello scomparso l’espressione del nostro dolore solidale. (Applausi).

Seguito della discussione di mozioni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Seguito della discussione di mozioni.

È iscritto a parlare l’onorevole Labriola. Ne ha facoltà.

LABRIOLA. Onorevoli colleghi, il discorso pronunciato stamani dall’onorevole Valiani invita ad una esposizione sobria e riassuntiva del proprio pensiero. Quel discorso, ricco di informazioni e di notizie, potrà forse essere più utile alla lettura di quel che non sia stato alla semplice audizione. Tuttavia, nel confermarmi nella opinione che occorra esporre in guisa sintetica e abbreviativa il proprio pensiero, mi induce soprattutto un’osservazione che ho avuto occasione di fare allorché l’onorevole Valiani aveva terminata la sua esposizione.

In realtà molti dei suoi rilievi riguardavano i criteri personali con cui gli uomini del Governo hanno condotto la politica del nostro Paese. A me non pare che codesto modo di formare una critica raggiunga appieno l’intento che i presentatori delle mozioni si sono proposti. Criteri personali. Se al posto degli attuali governanti vi fossero stati degli uomini come il Valiani, evidentemente essi sarebbero stati diversi. Ma dei criteri personali noi non possiamo fare in nessun modo un conto assoluto; si tratta di apprezzamenti circa il modo personale come si è intesa una determinata funzione. L’essenziale è occuparsi degli indirizzi, degli orientamenti e dei sistemi tenuti dal Governo.

Continue ripetizioni delle stesse storie. È probabile che la presente discussione sia per rassomigliare alle otto o dieci che l’hanno preceduta. Tuttavia non capisco perché vi si accaniscano tanto intorno i due partiti che chiamano se stessi, con dubbio gusto, «estremisti».

Essi non possono pensare che i mali d’Italia siano nati da tre (o quattro) mesi di governo esclusivo democristiano, anziché da tre anni di collaborazione socialcomunista-democristiana. Forse il torto dei democristiani consiste nell’aver desiderato per tre anni la cooperazione e il sostegno dei socialcomunisti, e del non averli adesso conseguiti sono intimamente amareggiati. Ma, torto o no, il fatto è che di fronte a tre mesi di attività indipendente, tre anni di lavoro in comune contano molto di più.

Si può aggiungere che l’onorevole De Gasperi potrebbe sempre sostenere che il suo tentativo particolare non è riuscito – almeno così presto – perché appunto gravato dalla vecchia eredità dell’attività in comune con socialisti e comunisti. Se egli domandasse che gli lasciassero il tempo per cancellare gli effetti di quella collaborazione, non si potrebbe proprio dargli torto; e se in politica la buona fede fosse moneta corrente, si dovrebbe necessariamente dargli il tempo di attendere.

Penso che io sono dei pochissimi, o forse il solo, in questa Assemblea, a poter votare con tranquilla coscienza contro l’onorevole De Gasperi. Ho votato contro di lui allorché egli era alla testa dell’esarchia, poi quando era alla testa della triarchia; e perché mi rifiuterei di continuare a farlo ora che egli è alla testa della propria… monarchia democratico-cristiana?

Il mio punto di vista è che tutta la situazione politica costituitasi dopo il giugno del 1943 è falsata da una duplice volontà: dalla risoluzione dei tre partiti di mirare essenzialmente alla propria compattezza e resistenza, per essere, come partito, il solo strumento della vita nazionale; in secondo luogo di considerare la situazione italiana come puramente transitoria, e perciò da dominare con un proposito di volgerla ai propri schemi o al proprio programma.

Intendiamoci su quest’ultimo punto. Che la situazione italiana sia concepita come puramente transitoria, non è cosa da rimproverare a nessuno, anzi fa onore il ritenerla così; ma si capisce che tale transitorietà debba riferirsi alle circostanze non essenziali, ma, dirò così, qualitative dello stato di essa. Le cose vanno male, ed è desiderabile che volgano al meglio, al meglio per quello che esse effettivamente sono. Ma non è di questa transitorietà che evidentemente si disputa.

La transitorietà della quale intendo parlare non è di questa specie. In realtà essa si riferisce all’ordine giuridico raggiunto, al sistema – non più politico – ma sociale nel quale si è assestata; in un altro caso e per uno dei tre partiti, al nostro ordinamento nazionale.

Incedo per ignes. Naturalmente, che la inclinazione mostrata dalla democrazia cristiana per una soluzione repubblicana del nostro problema istituzionale sia stata influenzata dal suo naturale desiderio di lasciare in Italia unico potere coordinatore e disciplinatore il Vaticano, è cosa ovvia. Ho abbastanza studiato la storia per non comprendere l’entusiasmo repubblicano dei cattolici. E poi c’è il Sillabo, non ritrattato, né attenuato, il quale dichiara eretica la proposizione che l’origine dei diritti pubblici sia nel popolo e non nella Chiesa, e che la sovranità popolare sia il fondamento dell’ordine pubblico. E c’è la storia della Chiesa nei suoi rapporti con le rivoluzioni popolari, da quella che cacciò gli Stuart, alla Rivoluzione francese, e soprattutto alle rivoluzioni del 1818. Ma la Chiesa fa anch’essa una politica, e le conseguenze si comprendono.

Tuttavia da tutto questo io non voglio ricavare un argomento polemico di carattere ecclesiastico. Mi duole che all’Assemblea le correnti laicistiche che un dì furono la forza e l’orgoglio dell’estrema sinistra e della stessa sinistra (fu appunto Francesco Crispi a volere il monumento a Giordano Bruno) oggi difettino pressoché completamente, mentre esse prendono alle visceri più intime il senso nazionale degli italiani. Ma il mio argomento si riferisce esclusivamente alla tesi che i partiti emersi così rigogliosamente dal disastro nazionale, abbiano intesa la situazione italiana come un semplice mezzo per volgerla in via esclusiva ai loro fini di parte, cioè per dominare il Paese come parte.

E dico una parola a proposito dei socialcomunisti. In tutti i discorsi dell’onorevole Nenni, che a differenza dell’onorevole Togliatti si mostra meno prudente e più corrivo del suo non so bene se collega o concorrente, ritorna il tema che i socialisti debbano andare al potere per realizzare al più presto il socialismo. E vero che egli non ha detto mai che cosa fosse il socialismo, almeno per lui.

Io ho adoperato per primo la formula che noi siamo entrati nell’era socialista. Il mio socialismo è quello dell’attribuzione al lavoratore del pieno prodotto del suo lavoro, non di quello dell’imprenditore (non so perché chiamato con un inutile tedeschismo datore di lavoro), del contributo degl’impianti e dell’organizzazione industriale. Questo mio socialismo non suppone, né impone, sconvolgimenti e sconquassi, ed è perfettamente armonizzabile con l’ordine individuale dell’azienda. Teoricamente il problema è risoluto nella teoria delle produttività marginali e in quella più antica del von Wieser sul valore dei beni complementari. Praticamente si risolve mercé una buona politica sindacale indipendente, mestiere per mestiere, ed accordi negoziati con l’impresa, entro i limiti dell’obbietto da raggiungere.

Non credo che l’onorevole Nenni intenda così le cose. Il suo socialismo è spettacolare e cinematografico. Rassomiglia al gesto di Parsifal che capovolge il giardino incantato di Klingsor. È una irruzione e un capo volgimento. Ci si arriva attraverso uno sconquasso e un delirio, magari con un accompagnamento di clamori e sinfonie. È una catastrofe.

Salvo che l’onorevole Nenni non vuole accorgersi che la catastrofe è già avvenuta e che si sarebbe trattato di volgerla verso un fine. La mia impressione è che né egli, né i suoi amici abbiano saputo utilizzarla. Non faccio qui la questione di sapere perché non l’abbiano fatto. Essi sono stati al potere oltre tre anni, ed in tre anni si fanno tante cose. Forse l’onorevole Nenni vorrebbe dirmi che egli e i suoi amici non ci sono stati da soli e che l’ostacolo vero ad una radicale riforma degli ordinamenti sociali italiani sono stati i democratici cristiani. Estraneo alle loro combinazioni ministeriali, non so decidere questo difficile punto di teologia. Tuttavia osservo che se l’ostacolo alle riforme sono stati i democratici cristiani, allora perché ci sono stati sempre insieme? Se non ricordo male, l’ultima crisi ministeriale è stata considerata dai comunisti e dai socialisti come particolarmente biasimevole perché il suo risultato è stato – come essi hanno continuamente ripetuto – la loro estromissione dal governo. Di talché, se estromessi non fossero stati – (brutta è la parola «estromessi», ma l’adoperano proprio loro) – dal governo, essi avrebbero continuato a stare al governo insieme ai democratici cristiani, nonostante l’evidente decisione di costoro – secondo i loro avversari socialcomunisti – di fare una politica sostanzialmente antidemocratica.

Infine c’è una spiegazione alla politica dei socialcomunisti? L’opinione comune è che essa consista in una imitazione di vecchie vicende russe: disorganizzare l’ordine esistente e ridurre il ceto economicamente prevalente ad una condizione di totale proletarizzazione; così il socialismo verrebbe da sé. Le attenuazioni dell’onorevole Togliatti non sembrano sincere, ed a molti sembrano sospette.

Non siamo qui a risolvere compiti storici o da accademie; quindi non è il caso di porsi il quesito se il sistema abbia giovato veramente alla Russia. I dieci anni che vanno dal 1917 al 1927, e che comprendono il terrore rosso, la Nep, la grande carestia della Russia orientale, per ricordare soltanto i maggiori avvenimenti, avrebbero potuto essere risparmiati alla Russia e lo stesso ordine presente essere stato assicurato alla Russia senza tanti dolori e così spaventevole numero di vittime? Non debbo risolvere quesiti storici, e perciò non li affronto. Per conto mio, vorrei risparmiare al mio Paese un somigliante corso di avvenimenti. Ma la continua insistenza dell’onorevole Nenni, che egli intende impadronirsi del potere per realizzare il socialismo, mi preoccupa non poco; e poi di quale socialismo si tratta?

Ho detto che del socialismo, il quale consiste nella pura attribuzione al lavoratore del prodotto del proprio lavoro, non solo non mi preoccupo, perché riconnettibile allo stesso processo ordinario della produzione tale quale si svolge adesso, ma lo credo in gran parte realizzato. Esso non ha dato né il benessere, né la ricchezza alla società, in primo luogo perché i sistemi economici sì rassomigliano tutti, e quello che non può dar l’uno, non può dar l’altro. In secondo luogo perché il problema economico non è un problema di forma o di semplice ripartizione, ma un problema di forze e di mezzi, ed un assetto economico perfettamente socialistico, ma sprovvisto o debolmente provvisto di capitali, non è meno probabile di un sistema socialistico prospero e fortunato. L’uno e l’altro sono parimenti possibili. La differenza è data soltanto dal possesso dei mezzi impegnati e dalla capacità produttiva del lavoratore. Secondo me si commette un gravissimo errore prospettando agli operai un socialismo destinato a render felici e doviziosi gli uomini, di sé e per sé; mentre il problema della ricchezza è un altro.

Con questa riserva debbo pure rilevare che il socialismo dell’onorevole Nenni, e di tutti i suoi colleghi delle parti estremiste, non consiste nella semplice attribuzione al lavoratore dal totale frutto del proprio lavoro, ma in una radicale mutazione di forme: nella cosiddetta socializzazione, cioè nella trasformazione dell’impresa privata – od individuale – in impresa pubblica.

Poiché il fine delle nostre discussioni è politico, mi guarderò molto bene dall’esaminare la tesi dell’onorevole Nenni dal punto di vista teorico od astratto, e la riterrò solo per quel tanto che essa implica conseguenze politiche.

L’onorevole Nenni e i suoi amici desiderano di andare al potere – per dir meglio: di ritornarvi – per realizzare un ordine economico consistente nel passaggio della proprietà dell’azienda dal privato all’ente pubblico. Intanto l’onorevole Nenni non può ignorare che questo passaggio – specie se per ente pubblico s’intende lo Stato – è ben lungi dall’assicurare in via assoluta il benessere delle classi lavoratrici. In una pubblicazione, che egli non può ignorare, del Comitato interministeriale per la ricostruzione, che porta il curioso titolo di «Piano per le importazioni e le esportazioni industriali dell’anno finanziario 1947-48» a pagina 136, si trova un curioso elenco del reddito medio di ogni persona attiva in trenta paesi nel decennio 1925-35, e quindi prima della guerra, e la Russia sovietica occupa appena il 26° posto, venendo, naturalmente, dopo gli Stati Uniti, l’Inghilterra ed una serie d’altri Stati, ma persino dopo la Jugoslavia, l’Estonia e l’Italia, che, nonostante tutto, le precede. La statizzazione può certo uccidere, se non il vil borghese, che diventa funzionario dello Stato a redditi molto più alti e molto più sicuri di quelli che non gli lascia sperare l’attività privata, ma l’industria privata; non può però fondare il benessere e l’agiatezza dei cittadini.

Io non so se l’onorevole Nenni, e soprattutto i suoi amici di sinistra si metteranno veramente ad elaborare e confezionare tutte le socializzazioni che egli dice. Son cose delle quali è facile parlare; un po’ meno facile realizzarle, perché non si contentano di discorsi e di scritti, ma vogliono esperienza e disposizioni all’attività pratica. Per ora non vedo che ci siano molti socialisti atti a ciò. Ed il constatare che in tre anni di esarchica, triarchica o monarchica dittatura non si è fatto nulla in questo senso, dico meglio: nulla in quel senso si è tentato, mi ha persuaso che l’onorevole Nenni non possiede molti collaboratori seri, adatti a tentare l’attuazione di una cosa così seria. Per certe altre ragioni, che io desumo dalla mia conoscenza delle cose italiane, non credo che in Italia gente dalle robuste spalle, capace di lavorare alla elaborazione di un sistema di socializzazioni, ce ne sia veramente. Se ce ne fosse, ci sarebbe stato prima un intenso movimento industriale, si capisce: d’industria privata. Se questo è mancato, anche quello mi sembra poco verosimile.

Ma l’onorevole Nenni – mi scusi tanto se lo cito così spesso – credo che si contenterebbe di meno, e che l’esca delle sue brame non volga così doviziosa. Del resto i suoi colleghi secessionisti del gruppo Lavoratori Italiani si spiegano un po’ più chiaramente. Ad essi bastano pianificazioni e dirigismi, e mi pare che le loro mete non siano più ambiziose.

In Italia di dirigismo se ne è fatto anche troppo. In Russia si è statizzato, rimanendo ad uno degli ultimi posti – il quartultimo – di una classifica della ricchezza individuale; in Italia si pianifica a tutto spiano, e la miseria generale cresce. Pianificare è facilissimo: basta mettere degl’impiegati al posto dei privati imprenditori, e la cosa è fatta. Il loro costo è certamente superiore a quello dell’imprenditore, il quale, in verità non costa nulla, perché al margine profitti e perdite si equilibrano, almeno così insegna la scienza economica. Ma quanto al loro rendimento, esso è il risultato della loro buona volontà e della loro applicazione, che, in generale, nei funzionari non sono grandi, e che ad ogni modo, non sono qualità economiche. Capisco un socialismo integrale al posto di un capitalismo integrale, non il dirigismo al posto dell’industria privata. Esso è il romanzo al posto della storia, la favoletta al luogo della cronaca.

Infine è veramente curioso che in un periodo come quello che attraversiamo, tutto irto di questioni concrete e di ruvidi problemi, la disputa politica sia condotta, almeno nella stampa dei partiti, sul tema della pianificazioni e del dirigismo. I partiti che si qualificano da se stessi di sinistra, dicono che vorrebbero andare al potere per attuare queste belle cose. Ma ciò che veramente fa senso in Italia è che una così complicata materia non sia preceduta da studi ed esperienze conclusive. S’invocano a vanvera pianificazioni e controlli, ma non si è fatto nessuno studio minuto per dimostrare come si voglia questa pianificazione ed a quali settori della economia si penserebbe applicarla. Supponiamo un istante che i partiti di sinistra prendessero il sopravvento ed avessero a sé favorevole la maggioranza. Io credo, in buona coscienza, che essi, al potere, non farebbero nulla, e che naturalmente tutti i loro controlli ed il loro dirigismo rimarrebbero sulla carta. Credo che sarebbe il meglio per tutti, anche per questo povero Paese, che ha bisogno di vivere e non di fornire modelli ed esempi a nessuno, nemmeno per fare una bella figura nella storia del genere umano.

Tuttavia potrebbe darsi che così volessero fare sul serio, ed a quali jatture non saremmo noi esposti? Il dirigismo non appare che sul cadere di una civiltà; nell’Egitto dei Tolomei; nella Roma del morente impero; nella Bisanzio dell’XI secolo, paradiso dell’economia controllata e della produzione stratificata, nella Francia del dispotismo di Luigi XIV, e chi sa in quante altre parti del mondo nelle stesse condizioni. Un dirigismo italiano, nello stato in cui è ridotto il nostro Paese, sarebbe il coperchio inchiodato sulla nostra bara.

Prevedo un’obiezione: infine che cosa fate voi? Volete combattere il Ministero De Gasperi o invece gli avversari di lui? Non voglio fare come gli onorevole Nenni, Togliatti e Saragat.

Ecco qui: per combattere il Ministero De Gasperi, non si può fare a meno di combattere i suoi avversari, non dirò tanto perché la Democrazia cristiana è un estremismo con l’aspersorio, e nemmeno perché sino a ieri sono stati tutti insieme, e neppure perché in fondo queste anime gemelle non desiderano di meglio che tornare a fare comunella insieme; ma perché una critica che diviene evidente quando si tratta dei partiti estremi, si applica soltanto con un poco di buona volontà quando si tratta della Democrazia cristiana.

Il rapporto fra partito e Paese è – teoricamente – una cosa semplicissima. Il partito è un ideale che si prospetta al Paese, ed il Paese è la totalità a cui quell’ideale deve essere applicato. Ciò vuol dire che la sua applicazione implica temperamenti e mitigazioni, che il rispetto delle opposizioni dissidenti, o più semplicemente la resistenza di esse, rende consigliabili. L’idea del partito che senza riduzione si trae in mano il potere, o per dir meglio che trasforma in blocco sé medesimo in Governo, è nata per una imitazione del caso russo, che non tocca a me giudicare, ma che io considero non solo estranea ad una sana costituzione democratica – la quale deve soprattutto, per quanto strana possa sembrare la cosa, tendere a sodisfare i nostri avversari – sì bene all’utile medesimo dei partiti che lo tentano, costretti a trasformarsi in una dittatura o in una dispotia.

L’illusione ottimistica dei partiti quando soccombono ad una simile fantasia, è che il loro predominio costituirà il massimo bene del paese. L’illusione può forse non mancare di sincerità – sebbene ai tempi nostri non è sempre consigliabile di credere a cotesta sincerità; tuttavia il prevedibile risultato di essa è che il paese è fatalmente sottoposto alla tirannia di una parte sola. I comunisti non dissimulano che essi mirano a questo fine, e mi pare che i socialisti della parte nenniana non diano loro torto: il Governo come trasposizione del partito alla testa della pubblica amministrazione.

Ma è da tener conto che i comunisti al governo non fecero il comunismo, né i socialisti avviarono soluzione nel senso del socialismo. Vuol dire che a fare queste cose non basta la volontà unilaterale degli uni e degli altri. Vi sono ben altre difficoltà da superare. Vi fu soltanto il Governo del partito: ecco tutto. Vi fu per i comunisti e per i socialisti; e vi è stato anche per i democratici-cristiani. Ecco perché le critiche che si possono indirizzare agli uni, si possono indirizzare anche agli altri. E le censure che si potettero indirizzare tanto all’esarchia, quanto alla triarchia, si possono indirizzare altresì alla …monarchia democristiana dell’onorevole De Gasperi.

Ma il caso di quest’ultimo diviene più grave per un’altra considerazione. L’onorevole De Gasperi si volle separare dai suoi antichi collegati del Partito socialista e del Partito comunista. Per quanto ricordo, l’onorevole De Gasperi dette per unica spiegazione del suo atteggiamento, le ingiurie che gli prodigavano i giornali dei partiti ai quali appartenevano i suoi colleghi di Governo della parte estrema. Si potrebbe rispondere che in questa Italia contemporanea, anzi presente, son rose e fiori, e la libertà ci ha pure arrecato un fantastico pullulare del turpiloquio e della calunnia. Ma infine anche questo fatto merita di essere chiarito. Perché i collegati dell’onorevole De Gasperi si mostravano così poco riguardosi verso di lui? Si tratta di semplice psicologia personale o anche di psicologia politica?

Propendo per quest’ultima soluzione. Le ingiurie per l’onorevole De Gasperi e, naturalmente, per il Partito di lui, traevano origine dal desiderio contrapposto dei suoi collegati di Governo e dei loro organi, o di averli con loro nelle loro esperienze di dittatura unilaterale o di preparare a se stessi un Governo unilaterale. Ho detto «governo» e non altro. Esperimenti di socialismo o di comunismo nessuno ne ha fatti. Non credo se ne possano fare: l’economia italiana – nel momento attuale, almeno – non ne comporta. Oggi soltanto l’Inghilterra, più degli Stati Uniti, come paese pressoché interamente industrializzato, può permettersi esperimenti di socialismo, e forse appunto perciò non ne fa, se non con una così estrema parsimonia. Che cosa significa una presa unilaterale del potere da parte delle frazioni estremiste? La semplice imposizione al paese di un dispotismo di parte, allo scopo di piegare ad un’obbedienza personale tutto il resto del paese. Non dico di più. Ma suddito degli onorevoli Nenni e Togliatti non intendo punto diventare!

E qui si comincia a profilare la responsabilità del Governo dell’onorevole De Gasperi. Sebbene un comunismo ecclesiastico e un socialismo teologizzante non mi sembrano impossibili (e vi è il precedente delle «Riduzioni» dei gesuiti al Paraguay dal 1586 al 1768, che furono cosa onorevolissima e ricordano persino il nome di due padri gesuiti italiani, il Cataldi e il Mareta, che alla organizzazione di quella specie di comunismo agrario con viva intelligenza lavorarono), sebbene cotesto comunismo religioso non mi sembri impossibile; non penso punto che la Democrazia cristiana italiana intenda ad esso dedicarsi in Italia, o semplicemente lo possa. Già se comunisti e socialisti non vi si son punto dedicati; perché poi ne prenderebbero il luogo cattolici ed ecclesiastici?

Le responsabilità dell’esarchia e della triarchia consistono sostanzialmente nel non aver tentato nulla di organico nella ricostruzione italiana, anzi di aver ridotta questa ultima ad una semplice formula. Comunisti e socialisti potevano dire che essi non avrebbero compiuto le loro meraviglie se non quando avessero avuto nelle mani il potere in via esclusiva. Intanto lasciavano andare alla deriva l’economia italiana. E quali resistenze oppose la Democrazia cristiana alla condotta dei suoi collegati? Io non ne conosco nessuna, e del resto io ponevo appunto in rilievo che la rottura fra Democrazia cristiana e partiti estremisti fu ricondotta dall’onorevole De Gasperi ad una semplice questione di buona creanza, di urbanità e di buon contegno, ad una questione di Galateo, insomma. Se comunisti e socialisti non avessero scritto sui loro giornali le brutte cose che egli aveva dovuto leggervi, oggi sarebbero da capo insieme. La conseguenza è che coloro i quali hanno censurato l’esarchia e la triarchia per l’andamento delle loro amministrazione, soprattutto per il disordine in cui hanno lasciata cadere l’economia italiana, debbono necessariamente mettere al primo posto fra i loro censurati la Democrazia cristiana. L’inflazione non è nata oggi, lo sgretolamento dell’ordine interno dell’azienda statale rimonta almeno al giugno del 1944, il torrenziale ingrossamento dell’esercito impiegatizio, di una parassitaria burocrazia, è stato il cavallo di battaglia dei nuovi partiti giunti al potere dopo il crollo del fascismo. Oggi due dei tre partiti triarchici pronunziano i più fieri accenti contro il governo della Democrazia cristiana. In realtà de re tua agitur, e la vostra responsabilità è comune. Ma io che ho votato contro l’esarchia e contro la triarchia, continuo a votare contro la monarchia… parlamentare dell’onorevole De Gasperi.

Ammetto che il mio voto di tre o quattro mesi addietro contro il Governo dell’onorevole De Gasperi allora costituito, ebbe un poco del partito preso e della previsione pessimistica. Lodo me stesso per non avere sbagliato. C’era da fare un solo augurio all’onorevole De Gasperi, e la sua separazione dai comunisti e dai socialisti poteva giustificare l’augurio. Il nostro Paese era stato lasciato dagli anglo-americani nelle condizioni in cui si lascia un Paese sul quale non si desidera soltanto una vittoria militare, ma il suo totale annichilimento economico ed edilizio, il che essi raggiunsero prima con i bombardamenti a carattere puramente terroristico, poscia con le requisizioni industriali e di privata comodità, in ultimo con quella oscena emissione di carta moneta, della quale, nonché riuscire a liberarci, non giungiamo nemmeno a renderci adesso un conto aritmetico. Poteva l’onorevole De Gasperi tentare la sola politica che nelle condizioni del Paese fosse consigliabile, un po’ tardi, a dire la verità, perché erano passati almeno tre anni da quando si doveva – dico: si doveva – darle principio: la politica dell’incoraggiare e proteggere l’iniziativa privata, nella stretta tutela del capitale avanzato, del risparmio necessario alla produzione.

Questa politica poteva anche essere quella dei socialisti, condotti a ridurre, come appunto si dovrebbe, il socialismo alla totale restituzione al lavoratore del portato del proprio lavoro. Non fu così. Essi pensarono a cose più clamorose e sensazionali: la socializzazione, la statizzazione, l’accomunamento dei mezzi di produzione e della terra e così via. Ciò, evidentemente, non permetteva ad essi di collaborare ad una politica di favoreggiamento dell’iniziativa e dell’organizzazione industriale privata. Ma, cessata la collaborazione dei socialisti e dei comunisti, i democratici cristiani, potevano prendere in mano questa politica. Se lo avessero fatto, la loro popolarità si sarebbe enormemente accresciuta, e persino in mezzo alle classi operaie, le quali non sono punto interessate a sapere se un buon trattamento dipenda dal fatto che si produce in guisa puramente privata o per mezzo di un meccanismo socializzato, comunistico o statizzato, e mirano esclusivamente al buon trattamento.

L’onorevole De Gasperi e i suoi amici assumono di essersi soprattutto preoccupati della questione valutaria, cioè del mezzo di trattenere l’ulteriore caduta della nostra carta, che non so per quale ironia chiamano ancora moneta. È un vanto che non meritano, e me ne duole per i miei amici Einaudi e Del Vecchio. La caduta del valore del medio circolante si arresta in due modi: sia evitando di accrescere la circolazione, sia accrescendo la massa esistente dei beni. Credo che il Governo non abbia punto fatto la prima cosa, né si può mandargli buono l’avere diminuito i crediti per le industrie. Certo non ha pensato al secondo metodo, provvedendo a regolarizzare l’industria ed il traffico e rassicurando gli agricoltori. I problemi economici italiani – purtroppo – non sono semplici problemi di circolazione, sui quali è relativamente facile agire, per esempio: limitando le spese, frenando la fantastica ascesa della burocrazia, resistendo a richieste di aumenti delle rimunerazioni, e così via.

Il problema italiano è un problema di accrescimento della produzione, che s’inizia tranquillizzando l’imprenditore, ed assicurandolo che egli non sarà molestato nello svolgimento del suo lavoro. Ma questa è musica dell’avvenire.

L’Italia è l’ammalato che si gira nel letto, senza riuscire a trovar pace. I medici appaiono l’uno inferiore all’altro, l’uno meno dell’altro capace di trovare un rimedio. Io credo che sia faccenda di tutta una generazione che – fascista o antifascista, comunista o anticomunista – ha perduto il senso dell’equilibrio e manca di un’attitudine ragionevole. La sfiducia è in ogni luogo ed investe tutti i partiti. Vi sbagliate se credete che i risultati aritmetici delle elezioni abbiano un significato concreto. I cattolici possono sperare nell’assistenza divina. Ed in ultimo anche lo stellone d’Italia – nonostante le sue paurose eclissi – può ispirare un po’ di fiducia. Abbiatela se il cuore ve lo dice.

Fido, invece, nelle prossime elezioni, che potranno dare al Paese quel tanto di calma e di ordine – a causa dei loro risultati – che né il compromesso di tre partiti, né l’imposizione unilaterale di uno solo fra essi potranno mai dargli. (Applausi – Congratulazioni).

MERZAGORA, Ministro del commercia con l’estero. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, io sono molto imbarazzato, ve lo confesso, nel prendere la parola in questa eletta Assemblea; e sono imbarazzato per due ordini di motivi: anzitutto avrei preferito trattare i problemi tecnici del mio Ministero non precisamente nell’atmosfera di una mozione di sfiducia – e questo per ragioni ovvie – d’altra parte, però, io sono molto grato a tutti gli oratori che mi hanno preceduto per il tono elevato dei loro dibattiti. La seconda ragione del mio imbarazzo è data dal fatto che io non ho mai parlato alla Costituente, non ho mai parlato neanche alla Consulta e, giacché sono in vena di confidenze, vi dirò che non ho mai parlato in pubblico. Ho parlato, sì, in piccoli ambienti chiusi: anche in quei consigli di gestione che i miei amici comunisti e socialisti hanno forse troppo presto dimenticato che io ho presieduto forse per il primo nel Nord. Ho sempre preso la parola in quegli ambienti dove esiste veramente un’atmosfera di attenzione tra chi parla e chi ascolta: non c’è andirivieni (Si ride) ed è più facile esprimersi; una attenzione quale, però, vedo – e vi ringrazio – voi mi riservate in questo momento.

Mentre, quindi, io sarei nello stato d’animo del debuttante, che a sipario alzato si rivolge al «colto pubblico e all’inclita guarnigione» per chiedere venia – stato d’animo che il collega Tieri conosce bene, perché prima di essere autore apprezzato, è stato un novellino anche lui – mi trovo ad essere come il primo carro armato – ahimè! molto leggerò nella corteccia – della compagine ministeriale, che esce, dopo il fuoco oratorio degli illustratori delle mozioni.

Io spero che voi terrete conto di questo.

Onorevoli deputati, è stato detto e ripetuto fino alla noia che l’Italia, Paese libero ed indipendente, non ha grano, carbone e petrolio. Non è stato, però, detto fino a qual misura l’Italia non sia in grado di pagare il grano, il carbone e il petrolio.

Questo, purtroppo, ve lo devo spiegare io.

Fra l’Italia e gli Stati Uniti d’America c’è come un rosario di navi, migliaia di navi, che continuamente affluiscono a questo Paese. Direi che più che un rosario di navi è un cordone ombelicale.

Onorevoli colleghi, se questo cordone ombelicale si taglia, noi abbiamo una sola libertà: quella di morire di fame.

Voci al centro. Benissimo! Questa è la verità.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Vi voglio leggere alcune cifre, poche perché non voglio tediarvi: nel 1946 e negli otto mesi di quest’anno, noi abbiamo importato 2.900.000 tonnellate di grano e di granturco, di cui 1.600.000 regalate. Se noi suddividiamo questo grano per testa di abitante – sui 33 milioni circa di tesserati che, ci ha ricordato Ronchi, esistono nell’Italia abbiamo un dato che colpisce un po’ la fantasia e che è facile ricordare: e cioè, che ognuno di noi un giorno sì uno no, senza l’America, avrebbe dovuto digiunare, perché il grano che ci viene dall’America corrisponde esattamente alla razione dei giorni dispari o pari, come voi preferite.

Abbiamo importato ancora 12.200.000 tonnellate di carbone, di cui la metà completamente gratuite, e olii minerali per 2.300.000 tonnellate quasi completamente gratuite.

L’onorevole Nenni ha detto di non essere milionario (e noi gli crediamo perché questo risponde alle belle tradizioni del socialismo italiano, che egli rappresenta); mi consenta, però, che io gli dica che egli non avrebbe quella bella cera che ha e quel suo vigore caratteristico nel difendere le sue tesi e – ahimè! – nell’attaccare quelle degli altri, se non fosse milionario di calorie americane! (Applausi al centro e a destra – Si ride). Senza queste calorie egli sarebbe verde come i limoni che io non riesco ad esportare. (Commenti).

In queste condizioni, nella scala della priorità, io, checché ne dica il mio amico Valiani, metto al primo posto il credito.

Come è nato questo credito, che esiste per fortuna, e che il Paese ha?

È nato, in fondo, da un complesso di circostanze: dalla lotta di liberazione che ha reso meno cattivi gli Alleati nei nostri confronti, è nato dal desiderio di riprendere un attivo lavoro che ha animato i nostri operai (lo posso dire perché l’ho visto), è nato anche dalla collaborazione – diciamo la verità – che la Confederazione generale del lavoro ha dato nei primi tempi ai primi Governi (e che purtroppo da alcuni mesi non ci dà più), e da altri fattori.

Cosicché, si è creato uno slogan. Voi sapete che oggi si vive soprattutto di slogan non soltanto in Italia. Si dice all’estero: l’Italia lavora, aiutiamola.

Vediamo un po’ come e fino a quanto abbiamo bisogno di aiuti.

Vi farò un piccolo consuntivo di questi ultimi mesi ed un modesto preventivo dei mesi futuri. In questi ultimi mesi abbiamo dovuto spendere 19 milioni di dollari per il carbone, 9 milioni per prodotti petroliferi; 12 milioni di dollari e 2 milioni e mezzo di sterline per il grano. In totale 50 milioni di dollari.

Per contro, l’esportazione ci ha dato, per quella parte di valuta che riguarda lo Stato, circa 20 milioni di dollari mensili. È chiaro dunque il deficit che da queste cifre risulta ed è chiara anche la gravità della nostra situazione, la quale si è acutizzata maggiormente con la disgraziata inconvertibilità della sterlina che ricordava l’amico Valiani e sulla quale vorrei dare a tutti una risposta. Premetto che io non difendo la politica mia, ma difendo una politica nostra; vi sono alcuni elementi che devono essere tenuti presenti, elementi di fatto, precisi. Al momento della dichiarazione di inconvertibilità, noi avevamo 11 milioni di sterline che erano di pertinenza di privati. Quindi lo Stato in questa somma non entrava per niente. Se questi privati durante le cinque settimane che è durata la convertibilità non hanno convertito, nessun rimprovero può essere fatto allo Stato. Rimangono 20 milioni di sterline che lo Stato possedeva direttamente e in proprio. Di questi, considerate che 10 milioni di sterline, per patto stabilito con gli Inglesi al momento del trattato commerciale che abbiamo firmato con loro, dovevano rimanere bloccati e dovevano rimanere bloccati a garanzia della nostra buona intenzione di comperare nell’area della sterlina. Per contro, in seguito a questa nostra prova di buona volontà contrattuale, l’Inghilterra, malgrado la vita austera che conduceva e conduce, aveva ammesso l’importazione dei nostri prodotti ortofrutticoli. Dei 10 milioni che rimanevano, quattro, lo Stato li deteneva per tramite delle sue banche maggiori. Ora voi tutti sapete che le banche hanno bisogno di crediti e questi quattro milioni di sterline che le banche avevano presso gli Istituti inglesi erano veramente una garanzia per tutte quelle operazioni che gli istituti potevano chiedere in reciprocità. Dunque, sarebbe stata una cattiva politica domandare la conversione di questi quattro milioni. Rimangono sei milioni sui quali si possono fare delle critiche perché non li abbiamo convertiti. A questo punto vi dirò che se noi avessimo convertito queste sterline (e questa è l’opinione del Direttore generale della Banca d’Italia e di Istcambi) noi avremmo corso il rischio di vedere denunciato l’accordo italo-inglese. Vi spiego il perché; se noi esportando dei prodotti ortofrutticoli in Inghilterra avessimo chiesta la conversione in dollari del saldo delle nostre esportazioni, questo significava far pagare in dollari i nostri fichi secchi e la nostra frutta. Lo avrebbero fatto per una volta, ma poi avrebbero rotto l’accordo, evidentemente! L’accordo invece è ancora in piedi e speriamo ancora di esportare i nostri prodotti. Per questo non abbiamo voluto e potuto convertire ed è questa una ragione buona è valida. Del resto mi permetto ricordare che noi non abbiamo il monopolio di questo infortunio, perché la Francia, che è stata qui ricordata, è rimasta «dentro» per delle cifre molto maggiori delle nostre.

Guardando ora il nostro fabbisogno valutario per questo trimestre risulta che, contro un fabbisogno di 252 milioni di dollari, abbiamo un saldo passivo di 83 milioni di dollari che francamente io non so come poter coprire. Io ho in cassa delle speranze; è poco. Onorevole Nitti, lei, che è maestro di tutti noi in molte cose, passa per un pessimista, ma quando io e lei abbiamo parlato di questioni valutarie, lei si è sbagliato, però si è sbagliato non nel senso nel quale si sbagliano tanti pessimisti: lei ha visto la situazione meno grave di quella che oggi è.

Dovete pensare che molte esportazioni, purtroppo, non dànno valuta allo Stato. Infatti oggi i traffici non avvengono esclusivamente in valuta: avvengono attraverso il clearing, con affari di compensazione o con affari di reciprocità che non dànno valuta, ma merci utili al Paese. Le compensazioni private sono quelle operazioni nelle quali l’importazione e l’esportazione sono di pari valore e regolate direttamente fra le parti. Mi spiego: al medesimo momento un esportatore di limoni vende i suoi prodotti, diciamo, in Svizzera, e un importatore italiano importa pellami. Allora l’esportatore italiano è pagato in Italia dall’importatore di pellami; rispettivamente in Svizzera l’esportatore di pellami è pagato dall’importatore di agrumi.

Si fanno anche molti affari di reciprocità. Noi abbiamo affari di reciprocità con la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, ecc.; abbiamo affari di reciprocità misti al clearing con la Francia, l’Olanda, il Belgio e la Spagna. Abbiamo, infine, compensazioni private con l’Austria, la Cecoslovacchia, la Svizzera.

Voi vedete che possibilità di affari in valuta ne rimangono molto pochi. A questo punto io ritengo opportuno, anche per rispondere ad un’altra domanda dei precedenti oratori, di fare una rapida corsa nel panorama economico dei diversi paesi. Noi stiamo trattando un accordo commerciale con la Bulgaria. Abbiamo in questi giorni ospite a Roma la Delegazione di questo paese amico, con il quale avevamo tempo addietro il secondo posto nella bilancia commerciale, quando la Germania deteneva il primo posto. Abbiamo tutto il desiderio di riprendere questa nostra posizione e tutte le altre nel vicino Oriente, che è il nostro più naturale mercato; io credo che molto presto firmeremo un accordo, anche se questo ci costerà il sacrificio di comprare un po’ di tabacco oltre il nostro fabbisogno.

Abbiamo mandato in Svizzera, in questi giorni, una delegazione che sta trattando un accordo. Sono molto curioso di vedere come vanno queste trattative con la Svizzera, perché finora la Svizzera, Paese amico che ci ha dato commoventi prove di solidarietà durante la nostra sciagura, in campo finanziario ha tenuto le mani in tasca; io vorrei che se le mettesse in qualche tasca che ci interessa di più.

Stiamo trattando l’accordo con la Jugoslavia. L’accordo con la Jugoslavia non è semplice perché, per la sua stessa grande mole, richiede una particolare attenzione. L’accordo è composto della parte normale di scambi commerciali e di un protocollo che non è un protocollo segreto. Qui non vedo l’onorevole Selvaggi, ma lo vorrei tranquillizzare. È passata l’epoca dei protocolli segreti. C’è un protocollo, che, però, non è segreto ma è molto importante, perché totalizza l’importo di 150 milioni di dollari in cinque anni. Noi forniremo del macchinario a questo Paese, dando così lavoro alla nostra industria meccanica. Soltanto, c’è un punto che vogliamo mettere in chiaro: cioè noi chiediamo che venga chiaramente stabilito il reintegro delle materie prime indispensabili per fare queste forniture. Ora, il ritardo nella firma di questo trattato è dovuto a queste pratiche che non sono ancora definite. Del resto vi sono altri trattati, che ci interessano anche di più, che ritardano. Per esempio, quello con l’Argentina che ci procura un credito di 700 milioni di pesos e la possibilità di importazione di 400 mila tonnellate di grano. Non siamo riusciti a firmarlo finora, ma spero ciò sia possibile in questi giorni. Questa è una riprova delle difficoltà che abbiamo in campo internazionale. E se poi questi accordi una volta firmati, funzionano poco, non è colpa del Governo, ma delle circostanze.

Passando ad altri Paesi, dirò che con la Russia da pochi mesi c’è una promettente ripresa di lavoro. Io mi sono fatto un punto d’onore di riprendere le nostre relazioni con la Russia. In questi mesi abbiamo potuto importare dalla Russia paraffina, cellulosa, benzina, gasolio, petrolio, per alcune decine di migliaia di tonnellate; ed abbiamo esportato rimorchiatori, escavatori, acidi e prodotti del suolo. Questo è un buon inizio e dimostra soprattutto la nostra buona volontà. Io ho chiesto all’Ambasciatore russo – che è persona molto simpatica, con cui si può parlare con aperta franchezza – che anche la Russia dimostri il suo desiderio di aiutarci. Ho chiesto qualche bastimento di grano; ci mandi il grano come fanno altri Paesi. Mi ha risposto: «Speriamo!». Non posso dare quindi, in argomento, nessun affidamento.

Con la Francia abbiamo firmato un accordo che funziona, purtroppo, stentatamente. Noi importiamo soprattutto fosfati, prodotti chimici ed esportiamo olii essenziali, seta, tessili. Con la Francia abbiamo anche ripreso un modesto scambio di prodotti di lusso; non è un danno perché si tratta di uno scambio reciproco.

Con la Francia si è aperta una porta nuova. Il Ministro Sforza, andando a Parigi, ha avuto una intuizione e ha lanciato l’idea dell’unione doganale; idea buona, difficile come attuazione, però è stata subito accolta come base di discussione. Una commissione è sorta in Italia e in Francia: queste commissioni hanno gemmato altre sei sottocommissioni miste. Il problema è allo studio: può darsi che dia buoni risultati. Con il Belgio abbiamo un vasto accordo di scambio, con impostazione piuttosto nuova. Si è cercato di sostituire reciprocamente il mercato tedesco che non esiste più, purtroppo, per noi, almeno in questo momento. L’Italia ritira dal Belgio rame, acciaio ed altri prodotti siderurgici, macchine e metalli rari. Noi esportiamo vini, agrumi e tipi di macchine che il Belgio non possiede.

Con l’America, con questo grande Paese, noi siamo agli inizi di una negoziazione, di cui non sarebbe corretto se io oggi v’intrattenessi.

Con la Germania, purtroppo, ci troviamo completamente a terra. Se pensate che prima di questa e di quell’altra guerra noi importavamo dalla Germania il carbone occorrente alle nostre industrie e lo pagavamo con i prodotti ortofrutticoli, capite come l’arresto e la scomparsa del mercato tedesco rappresenti per noi una causa di gravissime preoccupazioni. Noi questo l’abbiamo detto anche alle Autorità alleate; abbiamo cercato di fare degli accordi con le tre zone: francese, angloamericana e russa. Abbiamo lì lanciato lo slogan: mandiamo vitamine alla Germania. Le autorità rispondono: non abbiamo bisogno di vitamine, ma di calorie. Il popolo tedesco dice: non vogliamo calorie, vogliamo il pane. È difficile, data la situazione attuale della Germania riprendere le vecchie correnti di traffico. Però, è evidente che alla base del rifiorire della nostra esportazione ortofrutticola sta la possibilità di riapertura del mercato tedesco. Con la Cecoslovacchia abbiamo concluso a suo tempo il noto accordo sulla base di compensazioni private; funziona abbastanza bene. Importiamo legname, cellulosa, zucchero, coloranti, materie refrattarie, prodotti magnesiaci. Esportiamo vino, rajon, canapa, zolfi e prodotti della zootecnia.

Con la Spagna facciamo poco o nulla. Con il Portogallo stiamo trattando da un paio di mesi un accordo commerciale che non riusciamo a concludere. È ovvio dire che tutte queste nostre trattative sono fatte in perfetto accordo tra il Ministero del commercio con l’estero ed il Ministero degli esteri. Naturalmente al Ministero del commercio con l’estero è lasciata la conduzione tecnica delle negoziazioni.

TONELLO. Tranne che quello con la Cecoslovacchia, tutti gli altri accordi erano stati fatti prima che voi foste al Governo. (Commenti al centro).

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Bisogna dire ancora due parole sui rapporti con l’America del Sud. È ovvio che il mercato argentino è il più aperto alla nostra esportazione di qualsiasi genere, a cominciare da quella dei macchinari per finire alla nostra emigrazione: noi lo seguiamo con l’attenzione che merita.

Con il Brasile purtroppo facciamo poco o nulla. Esso sta digerendo i beni italiani incamerati durante la guerra. Questa digestione è lenta e pare che non si possa interrompere.

Io credo che sia difficile concludere qualcosa di veramente concreto con quel Paese, se il problema dei beni non venga in un modo o nell’altro regolato. È un problema che ha lati penosi.

Vi cito un solo esempio, che è veramente classico. A San Paulo del Brasile è stato per venticinque anni un nostro professore universitario che ha fatto talmente bene che, quando ha abbandonato il Brasile, la città di San Paulo gli ha dedicato una strada. Quest’uomo, vecchio, è rientrato in Italia ed è morto. La vedova e le figlie sono nella miseria perché il Brasile non libera i beni bloccati di questo benemerito italiano vissuto in Brasile. Io ho citato questo esempio limite, ma vi sono tanti altri problemi dal punto di vista sostanziale che devono essere risolti.,

Con l’Estremo Oriente stiamo pensando di riprendere i vecchi rapporti. Ma il problema è difficile e complesso e non posso dare per il momento nessuna precisazione.

Con i Paesi del Nord, Danimarca, Svezia e Norvegia, i traffici sono intensi. Noi importiamo i soliti prodotti di quei Paesi: baccalà, bovini, semi oleosi e cellulosa; esportiamo i nostri classici prodotti.

Veniamo ora agli argomenti che maggiormente appassionano l’opinione pubblica e che sono stati oggetto sia delle osservazioni dei precedenti oratori e separatamente dell’onorevole Nenni.

L’onorevole Nenni ha parlato di uno «scandalo dei conti valutari». Egli è stato – se me lo consente – impreciso. Non esiste, onorevole Nenni, si tranquillizzi, uno scandalo dei conti valutari. I conti valutari veri e proprî, sono tenuti da importanti istituti di credito, controllati a loro volta dall’Istituto dei cambi. Non è lecito fare nessuna riserva sul loro funzionamento. Però lo scandalo c’è, e lei, come tutti gli uomini politici della sua levatura, ha sentito che qualcosa non funzionava. Dirò fra poco cos’è questo qualcosa che non funziona. Lei, onorevole Nenni, non ha proprio sparato giusto, ma è andato vicino al segno. (Si ride – Commenti).

Il sistema del 50 per cento non l’ha inventato il quarto Governo De Gasperi. L’abbiamo trovato: è un sistema che ha dato i suoi risultati e ve lo chiarisco con pochissime parole. Nel marzo 1946 le esportazioni erano fatte sulla base di un cambio del dollaro a 225. Si è visto che con questo cambio non si potevano concludere né fare esportazioni e si è pensato di consentire agli esportatori di tenere la metà di queste valute per 90 giorni; entro 90 giorni, sulla base delle licenze del Ministero del commercio con l’estero, queste valute potevano essere assegnate agli esportatori stessi per acquisto di materie prime, oppure cedute ad un prezzo di mercato ad altri importatori. E così si è venuto a creare un mercato della valuta, non dico libero, perché è sempre un po’ legato alle licenze che diamo, ma un mercato che rappresentava una indicazione.

Questa decisione circa il 50 per cento, come diceva molto giustamente l’onorevole Nenni, non è stata presa in via definitiva, ma pensando che a un determinato momento si dovesse arrivare ad una stabilizzazione. Onorevole Nenni, evidentemente lei ha perfettamente ragione. Noi siamo sulla strada di arrivare ad una stabilizzazione, perché non possiamo continuare con dei cambi «ballerini»; ma soltanto bisogna andare adagio. Voi avete visto quali critiche ha portato il cambio del dollaro ufficiale elevato a 350! Cerchiamo di raccorciare le distanze fintanto che sarà possibile e di riprendere una linea media unica che da tempo abbiamo abbandonato e che del resto tutti gli altri paesi ci richiedono.

Il sistema del 50 per cento era buono in principio, ma ha rivelato poi grandi difetti. Riflettete un momento. Noi abbiamo esportazioni che non contengono materie prime, abbiamo esportazioni che contengono materie prime nazionali, ed infine esportazioni che contengono materie prime estere. Ora, gli inconvenienti si sono rivelati in quest’ultimo settore. Infatti, pensate che oggi i due cambi sono su queste cifre: 350 è il cambio ufficiale e 650 è il cambio di esportazione. Quando un importatore di cotone, ad esempio, compera le sue materie prime, paga a 650 il dollaro; quando esporta il prodotto che contiene magari la metà della materia prima importata, non riceve più lo stesso cambio di 650, ma il cambio medio fra 350 e 650, cioè 500, cioè perde su ogni dollaro il 30 per cento.

Nei primi tempi i difetti di questo sistema non emersero, perché il mondo era affamato di tessuti e merci che avrebbe comprato a qualsiasi condizione. Ma, a poco a poco, questa fame di merci si è placata: alcune fabbriche hanno ripreso a lavorare ed alcuni mercati sono tornati ad essere vivi. Ed allora che cosa si è verificato? Si è verificato che questa esportazione di tessili, così importante, si era quasi totalmente fermata. Le cifre di questa esportazione erano assai interessanti, perché il sistema del 50 per cento ha reso, dal marzo 1946 a pochi giorni fa, circa 600 milioni di dollari: importo cospicuo, che riguarda in massima parte cotone e lana.

Allora, come si poteva fare? Nel desiderio di mettere tutti sullo stesso livello, il Ministero del commercio con l’estero ha ammesso che gli esportatori che importano materie prime abbiano lo stesso cambio all’entrata e all’uscita delle materie prime, onde evitare questa perdita, come accade nell’importazione temporanea ove la materia prima non gioca. Naturalmente questo provvedimento, che è stato male pubblicato dalla stampa, ha avuto molte ripercussioni spiacevoli, ed è molto esatto quello che ha detto l’onorevole Nenni. Io ho avuto molte spiacevoli ripercussioni in America per questo provvedimento. Il mio amico Ivan Matteo Lombardo mi ha mandato indirettamente un telegramma per togliermi la pelle. Mi sono trovato in queste condizioni: o interrompere completamente le nostre esportazioni, con enorme danno per il Paese, oppure cercare una formula anche provvisoria, pur di non fermare la macchina. E vi dirò una cosa molto interessante: che gli stessi americani, quando io ho spiegato loro il meccanismo concettuale del reintegro delle materie prime, il perché e come si è verificato questo fatto nuovo di una maggiore percentuale lasciata di fatto ai tessili, hanno trovato talmente interessante e giusto il concetto, che mi hanno incoraggiato ad estenderlo a tutti i settori. Ed oggi sto studiando la possibilità di estendere questo provvedimento fino alla risoluzione definitiva del problema, di guisa che tutti coloro che importano materie prime possano non avere, esportando, quella perdita cui ho accennato poco prima.

L’onorevole Valiani, nel suo discorso oceanico, veramente molto interessante (egli dice sempre delle cose interessanti ed intelligenti) ha trattato tutto: industria, commercio, prezzi, borsa, credito, finanza, tesoro, commercio estero, Ministero degli esteri, Piano Marshall, Trattato di pace, rapporti con la Russia; ha insegnato all’onorevole De Gasperi come si fa il Presidente del Consiglio, all’onorevole Sforza come si fa il Ministro degli esteri, a me come si fa il Ministro del commercio con l’estero. A questo suo discorso è un po’ difficile rispondere esaurientemente. Consiglio all’opposizione, prima di parlare, di regolare un po’ il tiro, suddividendo il lavoro, perché se noi dovessimo ascoltare 30, 40 discorsi di questa mole non sapremmo come fare a fermare questa tremenda mareggiata di interessantissima eloquenza. (Ilarità al centro). Prima di criticare l’organizzazione del Governo, organizzatevi voi a fare l’opposizione. (Commenti a sinistra).

Per quanto concerne la Borsa non dovrei rispondere io, ma ribatto, se me lo consentite, proprio per amor di polemica.

L’onorevole Valiani ha parlato della Borsa in modo tale che se avesse parlato di fronte ad un pubblico di speculatori avrebbe avuto degli applausi irrefrenabili.

Vuole l’abolizione del 4 per cento, vuole la rivalutazione a 25! Sono problemi molto gravi. Se fossero presi, questi provvedimenti, farebbero arrivare le Borse alle stelle, e non dimentichiamo che la Borsa è già partita una volta e che a causa di questo volo si è iniziato il processo inflazionistico che d’altra parte si depreca.

Se aumentiamo di 25 volte il quoziente di rivalutazione significa che il capitale della Fiat salirebbe, non so, fino a 150 miliardi, forse quello della Montecatini a 200 miliardi. E così via!

Questo desiderio di rianimare le Borse in pratica è molto giusto, perché le industrie hanno bisogno di fondi. Vediamo che non possono fare le paghe. È un gravissimo inconveniente che in un modo o nell’altro, bisognerà risolvere. Le Borse non vanno però risanate con i provvedimenti, con le misure che Valiani ha suggerito. Questo è il mio modesto avviso. È una materia molto difficile. Io vedo che appena un uomo politico è all’opposizione ha tutte le iniziative, trova tutte le soluzioni, vede chiarissimo tutto. (Applausi al centro – Si ride). Quando viene al Governo comincia a diventare conservatore. Per forza, perché deve riflettere. Su un altro punto devo una risposta all’onorevole Nenni. Lei ha parlato della seta e ha detto: «la faccenda della seta è come una seppia che ha buttato fuori il suo oscuro e non ci si può vedere». Qui non c’è proprio niente di oscuro, mi creda.

Lei se si fosse dato la pena di leggere le risposte che ho dato in questo campo alle interrogazioni che mi sono state fatte, non avrebbe avuto alcun timore. Le interrogazioni riflettevano la grande preoccupazione dei produttori (decine di migliaia di famiglie) del baco da seta e delle industrie. Preoccupazione di veder compromessa una coltura tra le più tradizionali. Cosa è stato fatto? Abbiamo ammesso una compensazione in questi termini. Su 500 mila chili, «250 mila verranno esportati direttamente e normalmente, gli altri 250 mila contro merci che ci interessano».

Non c’è niente di nuovo. Non l’ho inventato io questo sistema: compensazioni seta sono state già fatte dal precedente Governo con la Cecoslovacchia. Perché l’onorevole Nenni non ha trovato niente in contrario quando allora si è fatta questa operazione? (Applausi al centro).

LOMBARDO IVAN MATTEO. Su quali mercati?

MERZAGORA. Ministro del commercio con l’estero. Su quelli a valuta libera.

LOMBARDO IVAN MATTEO. Allora hanno sorpreso la sua buona fede, perché non c’è esportazione in quel campo.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Allora la compensazione non si farà. Vorrei vedere che cosa faremmo noi di tutti i milioni di chili di seta che abbiamo in casa.

Comunque, date qualche attenuante a questo Ministro del commercio con l’estero che, dopo tutto, per poter esportare tenta qualsiasi cosa. È troppo facile assidersi sugli immortali principî. È troppo facile fare delle critiche.

Io mi sono trovato in questa condizione: o subire quattro strilli degli americani o fermare le esportazioni: fra i due mali ho scelto il minore.

LOMBARDO IVAN MATTEO. Non la venderà egualmente la seta.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Vedremo.

LOMBARDO IVAN MATTEO. Me lo auguro.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Per quanto concerne la questione del cambio non posso esporre il programma del Governo. Valiani ha detto che avremmo dovuto fissare il cambio del dollaro al suo valore: ma non ha forse pensato che se portassimo il cambio di punto in bianco a 800…

VALIANI. Non ho detto di punto in bianco. È da tre anni che questa cosa si trascina e ho detto che facevate un errore a fissarlo a 225. (Commenti).

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. La mia idea personale, onorevole Valiani – e con questo non intendo affatto impegnare il Governo – è questa, e l’anticipo: onorevole De Gasperi, le chiedo scusa se anticipo un mio pensiero all’Assemblea che non ho ancora comunicato a lei; ne ho parlato soltanto con il Ministro Del Vecchio che è d’accordo. Bisogna portare gradatamente il dollaro a 500; quando sarà a 500 ci sarà la possibilità di portarlo a 650 facendo l’ultimo pezzo di strada e stabilizzando a quota unica il cambio. Questo è un piano, modestissimo del resto e di lenta esecuzione.

VALIANI. Siamo d’accordo!

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Sono contento di essere finalmente d’accordo con lei. (Commenti).

Vorrei ora parlare del mio Ministero, il cui lavoro è assai poco conosciuto. L’argomento è interessante, ve lo assicuro.

Il Ministero del commercio con l’estero ha un campo illimitato di arbitrarietà: è una cosa paurosa, ma è insita nel sistema.

L’onorevole La Malfa, di cui ammiro molto l’ingegno e lo spirito amaro, ha detto una cosa molto gustosa (egli è stato il primo Ministro di questo disgraziato Ministero, per poco tempo, per sua fortuna). Di fronte ad una marea di decisioni da prendere in tutti i campi, egli disse: «tanto vale fare testa o croce».

Onorevoli colleghi, io ho molto riflettuto su questa idea dell’onorevole La Malfa e vi assicuro che potrebbe dare risultati assolutamente interessanti. Intanto, facendo testa e croce il mio Ministero si ridurrebbe al Ministro, ad un portiere ed a un soldino. Io mi limiterei a scrivere sì o no. Secondo vantaggio: tutti quelli che scrivono al Ministero avrebbero una pronta risposta, ciò che non sempre succede. Terzo vantaggio: gli interessati avrebbero il 50 per cento di possibilità di vedere accolte le loro domande e vedete che la percentuale è molto buona. Se non accetto questo sistema è solo perché non sono in grado di adottare questa percentuale. (Si ride).

Per darvi una idea della mole di lavoro che ha il mio Ministero, e quindi conseguentemente della larga zona di arbitrarietà in cui siamo costretti a navigare, vi dirò che, dal 1° gennaio fino al 19 di questo mese, per la durata cioè di circa otto mesi, il mio Ministero ha ricevuto ben 112.791 domande, di cui 76.951 soltanto di importazione.

Immaginate voi quel povero direttore generale delle importazioni il quale deve esaminare, per il breve lasso di tempo di otto mesi, 76.951 domande? È qualche cosa di veramente fantastico: una media, onorevoli colleghi, di 10.000 domande al mese circa: veramente pazzesco!

Il Servizio esportazioni propriamente detto ha ricevuto 15.500 domande; il Servizio compensazioni ne ha ricevute 16.345; il Servizio importazione temporanea ne ha ricevute complessivamente 3.995. Il totale delle autorizzazioni date tocca le 54.000. Onorevoli colleghi, riflettete un momento a queste cifre che fanno veramente paura, come fa paura il pensare che per suddividere un contingente, per esempio del Belgio, il Ministero deve tenere in considerazione ben oltre 3.000 domande.

Sarebbe come se il nostro illustre Presidente, l’onorevole Terracini, volesse, al termine di una nostra lunga seduta darci qualche cosa da mangiare e facesse portar qui una pagnottella la quale dovesse poi venir suddivisa fra tutti noi. Con quale criterio si divide la pagnottella?

Un po’, naturalmente, si dà all’industria e un po’ al commercio; qualche volta salomonicamente: metà e metà. Ma, fatto questo, con quale priorità si effettua la distribuzione? ai grandi? ai piccoli? Cari signori, è molto difficile tutto questo; è molto difficile perché, nel mio Ministero, entrano le api, ma entrano anche le mosche, ed è difficile destreggiarsi e cacciare le mosche, tanto più quando le mosche sono assai più numerose ed insistenti delle api. (Approvazioni al centro). Oggi, se la lotta politica si conducesse con quel vecchio stile che noi leggiamo, con molta nostalgia, nelle vecchie cronache ingiallite dal tempo, ebbene sarebbe molto bon ton, come dicono i francesi, riconoscere queste difficoltà che sono nostre e di oggi, che sono quelle vostre di ieri e che saranno forse – ve lo auguro – le vostre di domani. (Applausi al centro).

In questa situazione però io debbo dire che sono grato alle opposizioni per avermi lasciato lavorare serenamente. Badate che qui non c’è nessuna ironia in quello che vi dico: quando si è al vertice di una piramide di questo genere, in cui ogni pezzo di carta, dato o non dato, rappresenta milioni, non si può lavorare se si ha il piombo nelle ali o se si ha la sensazione di poterlo ricevere nella schiena. Le opposizioni mi hanno rispettato. Purtroppo, non credo che tutti i colleghi che mi hanno preceduto possano dire la stessa cosa, ed io immagino quanto debbono aver penato.

Fra le difficoltà che vorrei prospettarvi vi è rimasta quella che si riferisce al problema delle Regioni, nei riguardi del mio Ministero. Ebbene, signori, io non voglio entrarvi. Dirò tuttavia semplicemente che mi metto le mani nei capelli e che non vorrei un giorno si dovesse dire che nel 1947 sono nate le Regioni, ma è incominciata a morire l’Italia. (Applausi a destra).

Voci al centro. Questo col commercio estero non c’entra.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Purtroppo ne ho le conseguenze!

In tutto il nostro lavoro, noi siamo costretti a camminare con forzato empirismo. La mia linea di condotta non è quella di quei bellissimi treni che il Ministro Corbellini ci promette per l’anno venturo; io esco con la barchetta, con il timone in mano, tra gli scogli. Ma che linea di condotta volete avere, quando mancano totalmente i mezzi, quando si tratta di un continuo adattamento alle circostanze, al momento?

Il problema valutario è il mio romanzo giallo – come sarebbe quello di qualsiasi Ministro al mio posto. Cosa volete pianificare in questo campo? Bisogna semplicemente essere lì con gli occhi fissi e le orecchie tese, per vedere dove c’è un inizio di scricchiolio e tamponare subito. È una situazione avvilente, e me ne rendo conto purtroppo; ma noi non facciamo quello che vogliamo fare, ma quello che siamo costretti a fare. Questa è la verità, e se Valiani non ne è convinto lo domandi al suo amico La Malfa – che gli è vicino – e che è passato anche lui attraverso queste difficoltà.

VALIANI. Ne sono convintissimo.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Vorrei avere un nemico fra di voi – non ce l’ho – per fargli la consegna immediata del mio Dicastero. (Ilarità).

Adesso veniamo a parlare della difficoltà maggiore, e qui mi riferisco a quello a cui accennava prima l’onorevole Nenni – dove lui ha fatto quasi centro –; la questione delle valute.

Onorevoli deputati, io ritengo che ci sia all’estero un ammontare molto cospicuo di valute, molto più forte delle diecine di milioni di dollari accennato stamane. Questo cospicuo ammontare di dollari si è costituito – scusate, devo dirvi la verità – durante l’esarchia, durante la triarchia; non certo oggi, quando non c’è margine per poterlo fare. (Commenti). Mi dispiace se non siete d’accordo.

Queste evasioni valutarie si fanno in due modi: con le esportazioni e con le importazioni. I conti valutari del 50 per cento non c’entrano per niente; anzi, siccome il cambio per le esportazioni nei conti valutari è favorevole e segue il mercato, se non ci fosse stato questo evidentemente le evasioni valutarie sarebbero state maggiori. Ora, l’esportatore che cosa fa? Si mette d’accordo col suo compratore e gli dice: «ti mando questa merce; una parte me la paghi, una parte me la accantoni». Se non si fida del suo compratore si serve di una casa intermediaria che gli rende questo sporco servizio. Lo stesso succede con le importazioni. L’importatore si mette d’accordo col suo fornitore, e se questi è amico gli paga qualche cosa di più, che gli viene accantonata.

Voi direte: «Perché non controllate?» Ma, cari signori, pensate un pochino ai prodotti ortofrutticoli; se il commercio estero dovesse pronunciarsi sui prezzi e sapere cioè, che se certe mandorle passano attraverso questo collo di bottiglia o attraverso un altro collo di bottiglia, il prezzo è differente: se il commercio estero dovesse valutare la categoria dei verdelli e della frutta fresca in attesa di spedizione, dove andremmo a finire? Se fossimo costretti col contafili a controllare il peso dei tessuti e valutare le migliaia di articoli di importazione e di esportazione, ecc.? Ma tutto questo è teoria! Esigere questo, vuol dire fare della demagogia spicciola, che costa poco, e non rendersi conto della gravità del problema.

È escluso che un Ministero come il mio – qualsiasi Ministero (io ho 245 impiegati di concetto che fanno tutto quel po’ po’ di lavoro) con questa attrezzatura o con qualsiasi attrezzatura possa fare simile controllo. Io nego che ci sia la possibilità di controllare intelligentemente i prezzi, tutti i prezzi, di questa enorme, di questa fantastica quantità di mercanzie che entrano ed escono, per stabilire se uno fa o non fa delle evasioni.

VALIANI. Proprio per questo dovete cambiare metodo!

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Ma come? Bisogna mettere un cambio alto, remunerativo. Quando lo mettessimo strillereste come avete strillato quando il cambio fu portato a 350! (Ilarità).

I denari all’estero sono un po’ come gli evasi di Portolongone: sono andati all’estero e non si possono richiamare di forza, ma soltanto con la persuasione. Noi cerchiamo di allettare questi capitali, e li allettiamo soprattutto con il «franco valuta», che applichiamo ormai in larga misura. A proposito di ciò, io le dico, onorevole Valiani, che il 35 per cento cui ha accennato, viene fissato a prezzi bassi perché possa venir distribuito alle categorie meno abbienti, ma naturalmente non a prezzi così bassi da rendere l’importazione antieconomica.

Stiamo ottenendo buoni risultati. Nelle carni abbiamo fatto dei notevoli «franco valuta», e sono informato che nel Nord il prezzo all’ingrosso della carne è sceso di 90 lire, e speriamo che questa discesa scenda per li rami e tocchi anche i prezzi al minuto.

Noi abbiamo cercato di punire gli evasori con il cambio.

Il cambio è sceso, e vediamo che oggi il mercato nero ha una funzione utile: quella di consentire o il ritorno di tutti o di una parte dei fondi che erano all’estero. Data questa situazione c’è veramente poco da fare e da protestare. Si potrebbe istituire qualche cosa veramente di nuovo, per i nuovi evasori, con delle sanzioni di nuovo genere. Se, per esempio noi dicessimo che togliamo il passaporto, togliamo il telefono, togliamo il permesso di circolazione a chi aumenta le fatture o le diminuisce secondo i casi, io credo che otterremmo maggiori risultati che non minacciando la prigione. Potremmo rendere ancora più gravi le sanzioni nominando dei commissari nelle aziende in dolo, ma tutto questo va fatto e va studiato con molta accortezza. Non dimenticate che questo Governo ha poco più di tre mesi di vita.

VALIANI. Ma io non propongo…

PRESIDENTE. Onorevole Valiani, la prego, stamane ha parlato in modo molto interessante, ma molto a lungo. Non parli più per oggi. (Ilarità).

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Certe discipline e certe pianificazioni possono esistere solamente con un puntello, quello della galera. Parliamo un po’ delle discipline. Io ne ho fatta una piccola esperienza di recente con l’attuale mio Ministero, ma ne ho anche una più lontana. Quando nel Nord presiedevo la Commissione centrale economica, ho instaurato la disciplina dei Comitati, che ha funzionato egregiamente. C’è stata anche una Commissione prezzi che ha resto buoni servizi. Ma non mi sono fatto illusioni: a quell’epoca gli italiani erano talmente stufi di disobbedire ai tedeschi che hanno avuto per un momento la voluttà di obbedire agli italiani.

Io non sono per il laisser faire, sono per certe discipline indispensabili. Però vi confesso che oggi ho una crisi di coscienza e sono piuttosto scosso, e vi dirò il perché. Voi avete notato che vengono qui da tutte le parti molti stranieri: passano in Francia e si spaventano di quello che trovano, vanno in Inghilterra pianificata e si spaventano ancor più; vengono da noi e ci dicono (non per farci un complimento, ma sentiamo tutti che sono sinceri): ma qui da voi le cose funzionano, vanno bene!

E allora mi sono domandato seriamente se la ricostruzione del Paese non sia dovuta per caso proprio alla disfunzione di tutti i Governi che hanno preceduto il nostro.

Ora, io vorrei esaminare in questo campo e con tutta obiettività i fatti passati. Nei settori in cui c’era da noi la massima libertà, indiscutibilmente noi abbiamo raggiunto i massimi risultati. Prendete il patrimonio zootecnico e guardate come era ridotto nell’immediato dopo guerra, con le stalle deserte e com’è oggi! Ce l’ha ricordato anche il prof. Ronchi. Dopo tre anni di libertà è ritornato sul livello dell’anteguerra. Questo è un miracolo. Se noi avessimo applicato la disciplina delle carni, che ancora ieri era reclamata da alcuni settori, evidentemente non saremmo mai arrivati a questo risultato. Prendete la marina mercantile, dove noi abbiamo lasciato libertà agli armatori, che ha passato i due milioni di tonnellaggio.

ALDISIO. Ora gliela avete levata però. Il provvedimento fondamentale che ha dato questi risultati lo avete abolito.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Non è vero. Quale provvedimento fondamentale?

Prendete ancora la produzione industriale che era caduta a quasi zero nell’immediato dopoguerra ed è ritornata all’80 per cento quasi, di quella che era prima della guerra.

Ora, onorevoli colleghi, l’Italia è forse il più bel Paese del mondo, ha il più bel sole, ha il più bel mare, le donne hanno il più bel sorriso, il che non guasta, è un Paese che non si lascia intristire con delle reti a maglie troppo fitte. Non è riuscito il fascismo in 20 anni a mettere le reti attorno al collo degli italiani. Non diamo agli italiani un abito che non possono portare. È come se voi voleste dare a Raicevich o a Proietti o ad altri atleti che oggi è di moda mettere nelle liste elettorali, la giacchettina strimenzita di Charlot. Questo non è possibile.

Del resto chi ha costruito l’Italia? I nostri bravi operai, i nostri valenti tecnici, i nostri geniali imprenditori, ai quali noi dovremmo veramente anche da questi banchi elevare un monumento di ammirazione. Non sono state le pianificazioni (che non abbiamo fatto) a ricostruire l’Italia, ma il loro lavoro e la loro iniziativa. (Applausi al centro e a destra).

Una voce al centro. Anche i contadini.

ALDISIO. Soprattutto i contadini. Non anche, ma soprattutto.

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. La disciplina è difficile nel nostro Paese. Avete visto che anche i tedeschi, quando sono venuti, hanno preso il colore locale. Gli americani stessi quando sono venuti (e nei primi tempi ci hanno regalata molta merce) hanno fatto dei traffici in libertà anche loro. Di fronte alla situazione che c’è oggi e che c’è stata ricordata piuttosto rudemente anche dall’onorevole Nenni (il quale quando deplora certi costumi di vita di alcune classi troppo ricche, troppo spenderecce, ha tutto il Paese – me compreso – dietro di sé), situazione che da molti punti di vista è veramente contristante, io mi domando: che cosa avete fatto voi per combattere questa situazione quando eravate al Governo? Le automobili di lusso non si sono forse mai vendute, in Italia? I generi di lusso, sono stati aboliti? I consumi ridotti? Le bancarelle non esistevano forse?

SCOCCIMARRO. Del passato potremo discutere un giorno qui, vedremo allora di chi sono le responsabilità, ma non è il caso di farlo adesso! (Commenti al centro e a destra).

MERZAGORA, Ministro del commercio con l’estero. Comunque noi – statene certi – cercheremo di instaurare anche quelle discipline utili e possibili che non sono state instaurate dai precedenti Governi e che crederemo necessarie onde migliorare l’andamento interno, ed il suo rendimento economico, ma che non mortifichino inutilmente il Paese.

Lasciatemi chiudere con una sola esortazione. Vi sono due cose che vanno salvaguardate a tutti i costi. Non appartengono ad un Governo, non appartengono ad una formazione politica e neanche ad un partito: appartengono al Paese. Esse sono la produzione ed il credito. Chi tocca la produzione e il credito, tocca gravemente, forse mortalmente, l’Italia. (Applausi al centro e a destra – Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Cortese. Ne ha facoltà.

CORTESE. Onorevoli colleghi, non può certo disconoscersi che la presentazione delle mozioni di sfiducia ha aperto un dibattito, sotto molti aspetti, utile. Il Governo si è più strettamente collegato con l’Assemblea; l’opinione pubblica, da questa tribuna, è stata e sarà ampiamente informata della reale situazione del Paese, dei provvedimenti finora adottati e della linea programmatica che il Governo intende seguire; i problemi più rilevanti sono affrontati nell’incrociarsi delle opposte tesi e la loro soluzione non può non avvantaggiarsi delle critiche, dei suggerimenti esposti da più parti in questo dibattito, che riconduce la vita politica nella naturale sede del Parlamento e restaura la libera discussione democratica.

Ma se noi, onorevoli colleghi, ci soffermiamo all’esame del problema sostanziale che quelle mozioni pongono a questa Assemblea, se noi cioè vogliamo rimanere sul terreno rigorosamente politico per dare una risposta agli interrogativi posti da quelle mozioni, e cioè: dovremo negare o concedere la fiducia al Governo? perché dovremmo rovesciare il Governo? quale Governo si dovrebbe eventualmente sostituire a questo? se rimaniamo su questo terreno squisitamente politico, noi non possiamo non convenire, senza mancare di riguardo a nessuno, che questo dibattito dà l’impressione di una musica riprodotta, di vecchi dischi che ci riportano motivi e temi ben noti, riproducendo, sugli stessi argomenti, sugli stessi oggetti, con lo stesso repertorio verbale, il dibattito recentemente conclusosi col voto di fiducia al Governo.

Ma se le motivazioni delle mozioni di fiducia, prospettate particolarmente dall’onorevole Nenni e dall’onorevole Togliatti, riconducevano al ricordo degli ascoltatori temi ben noti e l’eco di parole che gli oratori deliberatamente non pronunciavano – tripartito, coalizione, unione sacra; e come una risonanza marginale: inefficienza governativa del Governo di coalizione, mancanza di solidarietà, paralisi – sembrava invece che gli oratori autorevoli, in una portentosa amnesia, non avessero questi ricordi, come se le cose che dicevano apparissero loro nuove, rivestite di una fittizia verginità. Veniva voglia di ridestarli dai loro smemoramenti e di ricordare loro che questo Governo è nato dal fallimento del Governo tripartito, fallimento sul terreno economico, sul terreno politico, nella pubblica opinione.

Governo coi comunisti, coi socialisti e coi democristiani? Già fatto; formula già sperimentata e già fallita.

Governo tripartito con pendagli, su più ampia base? Già fatto.

Questo Governo, che è appena da quattro mesi in carica…

LACONI. È il peggiore di tutti.

CORTESE. …nasce da questo fallimento, è figlio di questa situazione. È nato attraverso un travaglio, durante il quale non si presentò la possibilità di alcun’altra soluzione del problema governativo.

CARPANO MAGLIOLI. Lo dice lei.

CORTESE. Questo Governo, in carica da appena quattro mesi, ha una situazione dura, come è stato riconosciuto anche dagli attaccanti, dagli oratori di opposizione. Viene dopo una guerra perduta, dopo il fascismo; viene – diciamo noi – dopo gli errori del tripartito.

Ora, io credo che il vero problema è porsi dinanzi queste mozioni ed esaminarle nella loro sostanza, nel loro spirito, negli obiettivi che si propongono di conseguire.

Cosa sono? Sono una critica al Governo, un mezzo di rottura del Governo o sono una nostalgia, un battere alle porte del Governo, perché le porte del Governo si riaprano, perché sia consentita di nuovo una collaborazione?

La seconda mozione, quella dell’onorevole Togliatti, in sostanza è una interpellanza trasformata in mozione, è un gesto di solidarietà, in una situazione tattica obbligata. Le critiche che essa contiene sono critiche episodiche, marginali.

Chi le muove sapeva che quelle critiche non potevano dare materia sufficiente per una mozione di sfiducia, tanto vero che le aveva collocate nel documento della interpellanza.

Lo svolgimento dell’altra mozione, quella dell’onorevole Nenni, si è anch’esso – a mio modo di vedere – limitato a critiche di dettaglio di taluni provvedimenti, per altro accettati in gran parte nel loro spirito e criticati nella pratica attuazione, in una dilatazione di censure alquanto generiche.

Due elementi valgono a collaudare quelle critiche e a svuotarle: le condizioni obiettive in cui il Governo è costretto ad agire, ed un elemento che sta nelle risposte a queste domande: cosa si è fatto prima, quando al Governo erano i comunisti ed i socialisti di Nenni? (Commenti a sinistra). Forse l’inflazione era stata arrestata? Forse i prezzi non erano gravosi? (Commenti a sinistra). Forse la situazione alimentare migliorava? Forse il Paese aveva fiducia?

Una voce a sinistra. Non andava a far la spesa, lei!

CORTESE. Si dice: dovremmo rovesciare questo Governo perché questo Governo difende particolari interessi. Ora, onorevoli colleghi (e l’abbiamo ascoltato questa mattina dall’onorevole Valiani) questo Governo ha contro la destra capitalista e la sinistra estremista.

Una voce a sinistra. Chi l’ha detto?

BELLAVISTA. L’ha detto stamattina l’onorevole Valiani.

MAFFI. Nella destra avete i vostri migliori amici.

CORTESE. Questo Governo con la sua politica fiscale e con la sua politica economica ha colpito taluni grandi interessi capitalistici e combatte la speculazione. Gli interventi ed i vari provvedimenti che questo Governo ha adottato sono tali, che i voti veramente fervidi per la sua caduta partono proprio dai portatori di grandi interessi capitalistici ancora una volta alleati con quelli dell’estrema sinistra. (Si ride a sinistra). Voi dell’opposizione avete creato un fantasma per poterlo combattere ed avete sollevato una disputa che è soltanto scolastica. Avete creato il fantasma d’un liberismo puro, esasperato, anacronistico, contro il quale opponete un astratto programma pianificatore. È una disputa scolastica perché il liberismo puro, il liberismo esasperato non è nella politica economica di questo Governo.

Questo Governo ha una sua politica economica discutibile, accettabile, censurabile o meno nella sua attuazione che mira a determinati fini: opera degli interventi che tendono ad indirizzare gli investimenti in un certo determinato modo, cerca di influire sull’andamento del mercato, fa una politica del credito e cerca di spingere il risparmio verso particolari investimenti e di porre lo Stato in condizioni di non stampare carta moneta.

La verità è che l’Italia, che la situazione economica italiana e quella internazionale determinano dei binari obbligati che consentono sul terreno pratico, quando si opera aderendo alle esigenze reali dell’attuale stato di congiuntura, incontri di dottrine diverse e rendono sterile ogni disputa scolastica.

Ma chi lo vuole il liberismo puro? Consentite che un modesto, ma convinto liberale vi dica che questo attribuirci ancora la rigida fedeltà al liberismo puro, può servire soltanto a scopi polemici, ma dimostra la ignoranza della revisione operata dal pensiero liberale moderno, che voi potete combattere, ma non potete disconoscere, come atteggiamento nuovo, operante, ricco dei risultati d’una profonda rielaborazione, sensibile alla realtà attuale.

Se noi tendiamo ad un graduale ritorno all’economia di mercato, noi non trascuriamo certe esigenze della economia italiana, dell’economia moderna, dell’economia internazionale, e voi dovreste sapere che nei nostri interventi in sede costituzionale, nella parte che riguarda i rapporti economici, il nostro atteggiamento non è stato quello d’un classico, anacronistico, inflessibile liberismo, ma è stato invece ispirato da orientamenti ben più attuali, aperti, aderenti alle esigenze nuove, da una volontà e da una dottrina dirette a superare le degenerazioni e i privilegi del capitalismo anche mediante interventi dello Stato. Se oggi vi è una posizione di antitesi, netta, schierata, di opposizione a quelle forme di degenerazione dell’economia di mercato, che sono rappresentate soprattutto dai monopoli, questo atteggiamento di avamposto è assunto dai rappresentanti del partito liberale. (Commenti a sinistra). Rileggete gli emendamenti che noi abbiamo presentato in sede di Costituzione, tenete presenti quelli svolti dall’onorevole Einaudi e anche dal modesto sottoscritto. Noi abbiamo sostenuto che non solo occorre rompere i monopolî attraverso la nazionalizzazione, se essa si presenta come mezzo necessario, ma abbiamo sostenuto che ciò non basta e che occorre adottare una legislazione e una politica economica antimonopolistiche, perché il monopolio vive all’ombra dei privilegi e dei protezionismi. Non solo bisogna sopprimerlo, ma bisogna impedire che nasca, che si formi, il più delle volte artificialmente. (Applausi al centro – Commenti a sinistra – Interruzione dell’onorevole Laconi).

Einaudi è stato meno «laconico» di quanto Laconi creda. Einaudi ha parlato chiaramente. Potrete rileggere i verbali della nostra discussione sul titolo «Rapporti economici» e il testo degli emendamenti presentati dall’onorevole Einaudi e proprio da voi comunisti non accettati.

LACONI. Rilegga gli emendamenti e vedrà che dicono un’altra cosa.

CORTESE. Dicevo che noi non disconosciamo le necessità, gli aspetti dell’economia moderna, perché un liberismo di questo momento non può non essere aderente alla nuova realtà economica, nazionale e internazionale. È nostro, liberale quel principio che si esprime con immagini di polizia stradale (l’immagine dei semafori e della direzione della circolazione), il principio per il quale il traffico economico deve essere regolato senza rendere però il viandante un automa con prescrizioni che lo meccanicizzano. Quando si parla di pianificazione, occorre intendersi, perché se per pianificazione intendete la tastiera a comando, l’economia centralizzata, la pianificazione integrale, marxista, vi diciamo che siamo di essa i più irriducibili oppositori. Ma se invece si intende con essa esprimere la necessità di un orientamento, di un programma, di un indirizzo, noi non respingiamo questa posizione, la voce di questa esigenza della vita economica moderna.

Si crea dunque il fantasma di un liberismo inesistente nella politica del Governo, non voluto nemmeno da noi liberali, per poterci opporre una pianificazione che non si precisa, non si concretizza, che è soltanto una formula dogmatica, scolastica. Una pianificazione integrale, a nostro avviso, non può tecnicamente attuarsi nell’economia italiana in collasso, né esiste lo strumento burocratico capace di attuarla; essa peraltro soffocherebbe l’iniziativa privata alla quale ancora noi riconosciamo il compito, la responsabilità della ricostruzione.

L’iniziativa privata va regolata, diretta, ma deve liberamente muoversi entro i confini dettati dalle superiori necessità di un indirizzo attuato con interventi conformi, diretti a ristabilire e a difendere l’economia di concorrenza. Noi, che forse non abbiamo l’acutezza di mente e la perfezione di giudizio dell’onorevole Giannini, non sappiamo distinguere un comunismo economico da un comunismo politico, e purtuttavia diciamo che se anche la distinzione fosse possibile, un comunismo economico inteso secondo quel modello astratto, quella tesi scolastica non potrebbe essere mai da noi accettato, come, del resto, non è accettato dalla maggioranza di questa Assemblea.

Se adunque l’opposizione non agita che una sterile disputa teorica, se le sue critiche correnti sono soltanto di dettaglio, noi possiamo pensare che nel loro fondo non c’è che la richiesta di qualche Ministero, non v’è che il tentativo di rovesciare il quarto Ministero De Gasperi per fare un quinto Ministero De Gasperi simile al terzo. (Interruzioni a sinistra).

Noi dovremmo votare a favore delle mozioni di sfiducia forse per attuare quel vincolismo cui accennava l’onorevole Nenni, quel vincolismo che del resto non applicava integralmente nemmeno l’onorevole Cerreti, quel vincolismo che deve essere gradualmente superato secondo il programma concreto che ci è stato esposto dal professore Ronchi, quel vincolismo che la recente esperienza condanna. Ed allora, perché dovremmo votare a favore delle mozioni di sfiducia? Forse, per salvare le libertà democratiche manomesse, l’opposizione imbavagliata, secondo le doglianze dettate all’onorevole Togliatti dalla persensibilità democratica di una vestale della democrazia?

Voi comunisti avevate presentato una semplice interpellanza; credete davvero che sulla base di quelle doglianze, di quelle censure di singoli provvedimenti, di fatti episodici, si possa negare la fiducia ad un Governo mentre la lotta politica in Italia ferve libera, democratica, nelle piazze, nei giornali, nel Parlamento, mentre i manifesti tappezzano tutte le mura della città? E allora perché? Forse perché vi è quel pericolo, escluso dall’onorevole Nenni e ammesso dall’onorevole Togliatti, d’una risorgente, tenebrosa organizzazione fascista?

Io non credo, onorevoli colleghi, ai fascisti. Io temo il fascismo, vorrei la lotta continua contro il fascismo, contro la sua mentalità e i suoi metodi. I fascisti è già difficile catalogarli, sbandati e divisi come sono: ve ne sono di varie categorie, di destra e di sinistra, di prima dell’8 settembre e di dopo l’8 settembre, repubblicani e monarchici, di prima del 25 luglio. Non credo che i fascisti rappresentino un pericolo; comunque non si può certo dire che questo Governo deve essere rovesciato perché non agisce di fronte ad una minacciosa attività fascista.

Si è detto che i fascisti hanno commesso delle violenze a Gorizia. Non vorrei ritoccare questo argomento, non vorrei risoffermarmi su quella battuta dell’onorevole Togliatti che profondamente ci ha rattristati. Vorrei dire che anche noi da questi banchi deploriamo con animo sincero gli eccessi e le violenze avvenute a Gorizia, anche se queste violenze e questi eccessi non possano costituire una colpa del Governo, per non avere ancora il Governo assunto in quel momento il controllo della città, anche se queste violenze sono esplose dal clima di dolore e di disperazione di una città la quale peraltro non ha visto, nella sua tragica e ansiosa ora, per colpa dei comunisti, tutti i suoi figli solidali nel nome d’Italia.

Comunque, se l’onorevole Togliatti ha voluto pronunziare una parola di deplorazione, io voglio dire che sarò molto lieto il giorno in cui dal suo banco ascolterò una parola di solidarietà con gli italiani, con i nostri morti e con i vivi, dell’Istria e della Venezia Giulia. E mi auguro che qualche deputato jugoslavo si alzi nel Parlamento di Belgrado per sollecitare dal suo Governo il rispetto umano e civile per le minoranze italiane dell’Istria e della Venezia Giulia. (Approvazioni). Si dice: ma bisogna rovesciare questo Governo, perché questo Governo non rappresenta le classi lavoratrici. V’è un po’, nel fondo, una visione corporativistica, e cioè il presupposto di una rappresentanza specifica monopolizzata da taluni movimenti, da talune organizzazioni. È questo il Parlamento e la maggioranza di questo Parlamento è la maggioranza del popolo italiano.

Si osserva ancora: le classi lavoratrici hanno espresso, in queste ultime settimane, il loro disappunto, la loro opposizione a questo Governo, attraverso movimenti, agitazioni, scioperi. Quegli scioperi erano determinati da rivendicazioni economiche. Noi dobbiamo ritenere che quei movimenti fossero tesi al conseguimento di giuste istanze, che voi, del resto, dite conseguite: il che sta a riprova della posizione di imparzialità e di obiettività del Governo.

Che se poi fosse vero, come forse è vero, che quelle agitazioni non erano dirette ad ottenere il giusto riconoscimento di diritti sul terreno sindacale, ma ad operare un attacco politico contro il Governo, allora noi dovremmo dire che questo è un vero attentato antidemocratico, perché non deve essere consentito, né alla piazza né alla camera del lavoro, il tentativo di rovesciare con scioperi ed agitazioni un Governo che ha la maggioranza nel Parlamento regolarmente eletto col suffragio universale.

Onorevoli colleghi, è inutile disconoscerlo: al fondo di questo dibattito v’è un solo problema, v’è il problema del Partito comunista. L’onorevole Togliatti si doleva che il Partito comunista fosse stato respinto dalla famiglia democratica. Non è esatto, me lo consenta l’onorevole Togliatti. Il Partito comunista ha, in questo momento, nella famiglia democratica, un ruolo importante, un posto, abolito il quale, non v’è più la famiglia democratica: l’opposizione, la quale peraltro in Italia (come invece accade altrove) non corre il rischio di imbattersi in un capestro.

L’onorevole Togliatti apprezza il ruolo dell’opposizione, ma vuole stare, nello stesso tempo, anche al Governo.

TOGLIATTI. Ma è un diritto dell’opposizione quello di aspirare a diventare Governo.

CORTESE. Sì, ma non è un diritto quello di stare, come voi desiderate, contemporaneamente al Governo e all’opposizione nel Paese, sulla piazza, nella stampa, nei comizi, nello stesso Governo, ché non è più allora l’organo efficiente teso nello sforzo comune di realizzare un condiviso programma, in cui siano stati messi da parte i fini particolaristici, ma è l’arena di scontro di forze opposte che si frenano e cercano di sopraffarsi a vicenda.

Si soggiunge: questo Governo non è democratico perché lascia fuori taluni partiti democratici. Ma dove è scritto che la democrazia si ha soltanto quando tutti i partiti sono al Governo?

Questa parola – democrazia – è una parola di colore oscuro. Forse è tutto un equivoco. Mentre le guerre precedenti si sono concluse con l’affermazione di principî che erano pacificamente intesi nel loro significato – la pace del 1814 ebbe per base il legittimismo e tutti sapevano che cosa fosse il legittimismo ed erano d’accordo sul significato da attribuire alla parola; la pace del 1919 doveva attuare il principio dell’autodecisione dei popoli, e tutti sapevano che cosa significava – questa guerra si dice che sia stata combattuta e vinta per attuare e garantire la democrazia, della quale, fra gli stessi vincitori, si hanno delle concezioni diverse, opposte, antitetiche.

Unità, si dice. È la formula con la quale il Partito comunista marcia in tutta Europa.

Ci è stato fatto un addebito: noi commetteremmo un errore grave, guardando troppo fuori dei nostri confini, emettendo giudizi su altri paesi, giudizi che comprometterebbero le nostre possibilità di collaborazione internazionale, le possibilità della nostra politica estera. Ma io vorrei dirvi che, se noi gettiamo lo sguardo oltre i confini d’Italia, e se noi guardiamo, per esempio, a quello che accade in Ungheria, in Romania, in Bulgaria…

Una voce a sinistra. Vi è la riforma agraria!

CORTESE. Vorrei sapere qual è il prezzo di quella riforma agraria; perché la riforma agraria la posso discutere e magari accettare, ma se il prezzo della riforma agraria è la libertà, questo prezzo non sono disposto a pagarlo. (Applausi al centro).

Una voce a sinistra. Fatela con la libertà! Perché non la fate con la libertà?

LOPARDI. Voi negate la libertà e non fate la riforma agraria.

CORTESE. Finora della riforma agraria abbiamo molto ascoltato, molto letto, ma perché non avete mai presentato una proposta di legge? Presentatela, la discuteremo, e vedremo chi è favorevole e chi è contrario, e per quali ragioni. (Interruzioni a sinistra).

Ma, dicevo, noi non vogliamo affatto emettere dei giudizi sugli altri paesi; noi non vogliamo affatto esprimere la nostra antipatia o la nostra simpatia; saremmo i primi a dolerci se un siffatto atteggiamento potesse compromettere le possibilità della nostra politica estera. Ma c’è un fatto: noi abbiamo in Italia un forte Partito comunista italiano. E ce n’è un altro: in altri paesi il Partito comunista ha realizzato i suoi obiettivi. Ed allora noi abbiamo il diritto di esaminare come li abbia realizzati, con quali metodi, che cosa fa il comunismo dove è una realtà, un regime e non soltanto un programma, un discorso alla Costituente, un comizio, una verbale promessa di democrazia, di collaborazione, di libertà.

Abbiamo questo diritto, ripeto, non per emettere dei giudizi su di altri paesi; e lo abbiamo soprattutto perché voi, onorevoli colleghi comunisti, non ci dite mai una parola di deplorazione in rapporto a quei metodi, a quei sistemi adottati altrove dal comunismo. Voi siete gli esaltatori, gli apologeti quotidiani di quei metodi e di quei sistemi, realizzati in quei paesi; onde ci fate credere, ci date motivo sufficiente per ritenere che voi importereste quei metodi, che voi realizzereste quei modelli, ove ne aveste la possibilità in Italia. Ecco perché noi abbiamo interesse di guardare a fondo che cosa succede nei paesi dove il comunismo ha vinto o sta per vincere.

TOGLIATTI. Certo non lasceremmo fare la marcia su Roma come hanno fatto i liberali nel 1922. (Commenti al centro).

CORTESE. Io credo che ormai la marcia su Roma dovrebbe servire non per lanciarci delle accuse e per esaminare delle responsabilità (perché potrei dirvi che la marcia su Roma nacque in un particolare clima di cui anche voi avevate la responsabilità), ma la marcia su Roma dobbiamo guardarla come insegnamento ed esperienza italiana, insegnamento di dolore, insegnamento di tirannia, per dire che un’altra marcia su Roma, da destra o da sinistra, la vogliamo assolutamente evitare! (Vivi applausi al centro –Commenti a sinistra).

Noi crediamo che le possibilità di realizzare in Italia quei modelli comunisti potrebbero aumentare col ritorno del Partito comunista al Governo. Possiamo sbagliarci, ma (vorremmo ricrederci, veramente) abbiamo dei motivi per ritenere che siamo nel giusto.

Diceva l’onorevole Togliatti: noi vogliamo andare lontano.

Bene, può darsi anche che il Governo sia il veicolo, per lo meno per il primo tratto, per poi andare più lontano, «dal Governo al potere». Ci sono degli slogan che delle volte martellano le orecchie. Veniamo – diceva l’onorevole Togliatti – dalla storia italiana.

Pur non disconoscendo le benemerenze (soprattutto nella recente guerra di liberazione) del Partito comunista, io osservo che in certi particolari aspetti della sua condotta, nel fondo della sua anima e della sua mentalità, io vorrei ricordare esso appare straniero o per lo meno estranazionale; la unanimità dei partiti comunisti in tutto il mondo, dalla Persia al Brasile, quella unanimità dei partiti comunisti che ha un legame ideologico e li unisce in una condotta comune…

TOGLIATTI. Perché dunque avete fondato una internazionale dei partiti liberali?

CORTESE. L’internazionale liberale difende i principî del liberalismo, ma non obbliga i partiti liberali a sostenere nei singoli paesi una unica politica, e tanto meno una unica politica estera, come accade per i partiti comunisti, fino al punto che fu necessario all’inizio della guerra sopprimere in Francia ed in Inghilterra i giornali comunisti perché appoggiavano la Germania allora alleata della Russia, fino al punto che a Trieste vi è stata e vi è una campagna assidua della stampa comunista per l’annessione di Trieste alla Jugoslavia!

Per questa unicità di condotta e per questa origine ideologica comune si può spiegare che, quando l’onorevole Togliatti, con bella frase, dice: «noi veniamo da lontano», possa sorgere qualche equivoco fra la storia e la geografia. (Commenti).

TOGLIATTI. Io sono uscito dall’Italia perché mi hanno cacciato. Non faccia delle insinuazioni. Abbia il coraggio di dire apertamente quello che vuole dire! L’essere stato tanti anni in esilio è il vanto della mia vita. (Vivissime approvazioni all’estrema sinistra).

CORTESE. Ma io ho detto «noi», ho detto un partito, non ho detto lei, la sua persona.

TOGLIATTI. Abbia il coraggio di dire apertamente quello che vuole dire!

CORTESE. Quel che ho detto ripeto e non ho alcuna ragione per ritirare una sola parola.

Voi ci addebitate di volere inserire l’Italia in uno dei blocchi contrapposti. Se c’è una concezione che guarda alla libera circolazione dei beni, degli uomini, delle idee, ad un superamento delle patrie, senza rinnegare la patria, in una superiore visione di coordinamento di tutte le patrie, è quella liberale.

Si è detto ancora: bisogna rovesciare questo Governo perché è il Governo della discordia. Sì, la discordia c’è. Noi traversiamo un momento di lotta politica intensa, acuta, fremente. Ma voi l’esasperate questa lotta, voi riscaldate l’ambiente politico, voi arroventate una disputa ideologica che non ha più possibilità di mediazione, una lotta di classe senza quartiere. Non siamo noi che abbiamo detto «politique d’abord». Che significa «politique d’abord»? Significa lotta politica intensa, insonne nel Paese per l’egemonia d’una concezione politica radicale. Non siamo noi che abbiamo detto: battere una classe sociale, come battere, per esempio la borghesia, così come ha detto l’onorevole Nenni che ha aggiunto l’altro slogan: «dal Governo al potere», conquistare cioè tutte le leve di comando del Paese. Non basta avere il Governo, si vuole avere il potere, che in senso marxistico significa dittatura. Ed allora consentite che noi vi diciamo che quando si pongono i temi politici con questa asprezza, soprattutto con questo radicalismo, l’unità non può essere che quella concorde discordia che dà il ritmo democratico alla vita politica, ma non vi può essere unità nell’unione di tutti i partiti al Governo poiché non tutti rinunciano ai loro programmi particolari.

Noi anche sollecitiamo dal Governo dei provvedimenti; noi anche possiamo fare delle critiche. Per esempio, potrebbe un deputato dell’Italia meridionale – e credo che in questo sarebbe d’accordo larga parte dell’Assemblea – segnalare al Governo le necessità del Mezzogiorno. Potremo dire, per esempio, che sarebbe opportuno che l’onorevole Fanfani si aggiornasse sui dati della disoccupazione dell’Italia meridionale, che il Governo prendesse in esame sul serio la situazione industriale dell’Italia meridionale. L’80 per cento delle industrie è stato distrutto; il Governo non paga i danni di guerra né le commesse precedenti all’8 settembre. L’industria meridionale ha lavorato nella sua quasi totalità, fino a quell’epoca, per lo Stato che non ha pagato e non paga.

L’onorevole Dugoni sottolineò giorni or sono i grandi guadagni conseguiti dall’industria settentrionale durante il periodo nazi-fascista. Le distruzioni belliche subite dalle industrie meridionali hanno colpito un apparato industriale che, se rappresenta una lieve percentuale dell’apparato industriale nazionale, rappresenta la quasi totalità di quello locale.

Io sono sicuro che al termine di questo dibattito ciascuno di noi sarà tratto a constatare che esso non è stato che il proseguimento, la ripetizione di quel dibattito recentemente chiusosi in quest’Aula con il voto di fiducia al Governo.

Ciascuno potrà decidersi per il suo voto sulla base di elementi che sono gli stessi che esaminammo allora; il problema è lo stesso: cercare una formula politica da porre a base della compagine ministeriale.

Abbiamo fatto degli esperimenti; il tripartito ha fatto il suo esperimento, il Governo a più ampia base ha fatto il suo esperimento. Oggi dovremmo dire che ci è stata una specie di quarantena governativa per taluni partiti, che la quarantena è terminata, e si può ritornare alla coalizione degli opposti. Dovremmo ristabilire un’altra volta il tripartito e presentare alla opinione pubblica italiana di nuovo quello stesso Governo che l’opinione pubblica italiana ha censurato, respinto, condannato fino a quattro mesi fa.

Ricostituendo il tripartito, io credo che la classe dirigente politica italiana darebbe veramente la misura di un fallimento, di una impossibilità di saper risolvere il problema fondamentale di un paese: quello di darsi un Governo.

L’onorevole Labriola diceva: «Per me non sono buoni né i Governi di compromesso né di coalizione, né tripartiti, né questo».

Ora io vorrei domandare all’onorevole Labriola: se la coalizione non può accettarla, se il Governo democristiano integrato da tecnici non può accettarlo, se per l’appello al Paese occorre attendere fino alle elezioni, quale Governo ora deve governarci?

Ricostituendo il tripartito non daremo nemmeno all’onorevole De Gasperi la soddisfazione di non vedere più manifesti denigratori sulla soglia della sua casa, perché quei manifesti c’erano anche prima. Credo che l’onorevole De Gasperi lo ricordi. Manifesti contro di lui c’erano anche prima, quando vi era il tripartito, quando comunisti e socialisti erano con lui al Governo.

Questo Governo rappresenta un collaudo democratico dell’opposizione, la quale deve svolgersi, che si svolge con il controllo, con la critica, con i suggerimenti, e non ha che un appello: l’appello alle urne. Ci auguriamo tutti che questo appello si faccia al più presto possibile. Se invece i partiti della opposizione non alle urne vorranno appellarsi, ma vorranno ricorrere a quell’appello al «popolo» di cui parlano in modo generico, equivoco, minaccioso, quando non parlano apertamente di «azione diretta», cioè rivoluzionaria, allora interverrà il dovere dello Stato democratico di difendere la democrazia e le sue istituzioni.

Per noi liberali la strada è scelta: senza reticenze, senza ambiguità, senza rinvii. Noi voteremo contro le mozioni di sfiducia; noi voteremo compatti per questo Governo che è l’unico possibile, a nostro avviso, dopo gli esperimenti fatti, per guidare il Paese: collaboreremo così col partito democratico più forte dell’Assemblea, dal quale siamo pur divisi da varie differenze ideologiche; e siamo disposti a collaborare con qualunque partito che nella difesa degli interessi nazionali ci dia sufficienti garanzie di voler procedere sulla strada democratica del progresso dove la giustizia sociale non può essere disgiunta dalla libertà; collaboreremo con qualunque partito, anche se abbia con noi delle notevoli differenze, purché non voglia imporci l’accettazione e l’attuazione radicale del suo schema programmatico caratteristico.

Noi riteniamo che, così facendo, obbediamo non a calcoli elettorali, ma all’interesse del Paese; e in questo modo potremo rendere possibile un’opera assidua difficile, di ricostruzione, in un momento in cui il Paese ha bisogno di ordine, di lavoro; in un momento in cui la libertà stessa appare minacciata dall’agitarsi di movimenti totalitari.

Anche noi, onorevole Togliatti, veniamo da lontano; proveniamo dalla storia liberale d’Europa e d’Italia, quella storia che è stata una lunga ricerca della libertà. Noi continuiamo questa ricerca. (Applausi al centro e a destra – Congratulazioni).

TOGLIATTI. Chiedo di parlare per fatto personale.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TOGLIATTI. L’oratore, che ha testé parlato, di cui ignoro il nome e non mi importa di saperlo… (Commenti).

BELLAVISTA. È Cortese; lei non lo è!

TOGLIATTI. …facendo allusione a una espressione del mio discorso di alcuni giorni or sono, dove dicevo che il nostro partito viene da lontano e va lontano, ha voluto interpretare tendenziosamente queste parole, alludendo al fatto che io sono stato parecchi anni assente dall’Italia. Se io sono stato assente dall’Italia, onorevole Cortese, e onorevoli colleghi, che avete voluto ieri o l’altro ieri colle vostre interruzioni poco intelligenti porvi su questa strada… (Proteste al centro).

MAZZA. Così si offende l’Assemblea.

TOGLIATTI. …vi sono stato per combattere per la democrazia e la libertà del mio Paese. Io facevo parte d’un partito democratico (Commenti– Rumori), il quale mi aveva significato quale era il mio posto di lavoro e di lotta. Qualora il mio partito mi avesse detto che era il carcere, sarei rimasto in carcere fino alla liberazione. Esso mi ha detto invece che questo posto era l’estero, per organizzarvi la lotta dei comunisti italiani per la libertà e per il socialismo. Questo ho fatto e credo che questo sia il più alto onore della mia vita. Coloro che credono di rinfacciarmi questo come una colpa sappiano che sono ritenuti da noi come non degni di appartenere a questa Assemblea; perché così facendo essi di fatto si rendono solidali con coloro che imposero alla parte migliore del popolo italiano di vivere nelle galere o in esilio, per continuare a combattere per le loro idee e per la libertà. (Applausi all’estrema sinistra – Commenti).

CORTESE. Chiedo di parlare, in quanto desidero chiarire questo fatto personale e far rilevare all’onorevole Togliatti che è incorso in un equivoco.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

CORTESE. Ritengo che l’onorevole Togliatti sia incorso, spero involontariamente, in un equivoco. La frase pronunciata dall’onorevole Togliatti era: «Noi veniamo da lontano e vogliamo andare lontano».

Io avevo detto che vi è un’affinità ideologica tra tutti i partiti comunisti e soprattutto vi è un legame fra essi e la patria del comunismo.

«Noi veniamo da lontano», noi, non lei onorevole Togliatti, non la sua persona, non ho detto lei, onorevole Togliatti (Approvazioni al centro e a destra), ripetevo la sua frase, che aveva un soggetto al plurale: noi partito, noi idea, e dicevo che si possono scambiare a questo proposito la storia e la geografia. Il comunismo non viene dalle scaturigini profonde, da quelle lontane o da quelle vicine, della storia italiana, dell’anima, della mentalità, del genio italiano. È una idea d’importazione. (Commenti a sinistra). Questo mio apprezzamento può essere regolarmente non condiviso e ribattuto, ma non può dar luogo a fatto personale perché fatto personale non c’è. (Interruzioni a sinistra). Veniamo da lontano, veniamo dalla storia d’Italia, diceva l’onorevole Togliatti: era la sua una battuta polemica, alla quale io ne ho contrapposto un’altra che, così come la sua, non si riferisce alla sua persona fisica, proveniente dal luogo che l’ha ospitato nell’esilio. Il fatto personale non esiste: io ripeto senza alcuna perplessità quel che ho detto: sulla provenienza «lontana» del comunismo possono sorgere equivoci fra la storia e la geografia. (Applausi al centro e a destra).

PRESIDENTE. Prego gli onorevoli colleghi di porgermi pazientemente orecchio.

Desidero richiamare la loro attenzione sul fatto che, come in ogni altra discussione importante, anche in questa la cinquantina e più di colleghi che si sono zelantemente iscritti a parlare cercano ora, uno per uno, di rinviare il turno del loro intervento. Voglio dire espressamente che non mi è più possibile aderire a simili sollecitazioni. Non riesco a concepire che ognuno degli iscritti non avesse già molto pensato fin da prima dell’iscrizione alle cose che avrebbe detto.

D’ora innanzi, coloro che si iscrivono a parlare sappiano che si assumono con ciò l’impegno di parlare al loro turno.

Interrogazioni con richiesta d’urgenza.

PRESIDENTE. Sono state presentate alcune interrogazioni con richiesta di risposta urgente.

La prima è la seguente:

«Al Ministro dei lavori pubblici, per conoscere le ragioni per le quali Ariano Irpino (Avellino) non è stata compresa nel provvedimento legislativo in corso presso l’ufficio legislativo dei lavori pubblici relativo all’acquedotto consorziale dell’Alta Irpinia, mentre Ariano, comune di trentamila abitanti, difetta di acqua potabile, avendo una tubolatura inquinata da infiltrazioni e con scarsissimo rendimento, per cui nella città il tifo è quasi endemico.

«Per conoscere altresì se invece l’onorevole Ministro non ritenga opportuno e di giustizia disporre che Ariano derivi l’alimentazione idrica dall’acquedotto pugliese, non essendo valide e fondate le ragioni che l’Ente obietta in contrario.

«Vinciguerra».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

TUPINI, Ministro dei lavori pubblici. Risponderò lunedì prossimo.

PRESIDENTE. Tre interrogazioni al Ministro dell’interno concernono i fatti di Avellino:

«Al Ministro dell’interno, sui gravi incidenti verificatisi in Avellino il 28 settembre 1947 in occasione dei quali pacifici cittadini riportavano anche delle lesioni.

«Vinciguerra».

«Al Ministro dell’interno, sui sanguinosi avvenimenti di Avellino e per sapere se è più oltre possibile una politica di tolleranza verso forme manifeste di rinascente fascismo.

«La Rocca, Sereni, Amendola, Reale Eugenio».

«Al Ministro dell’interno, per sapere quali provvedimenti abbia adottato o intenda adottare a carico di taluni ben noti provocatori di Avellino, che hanno tentato con insulti, con sassate, con minacce a mano armata, in occasione di un comizio del Partito nazionale monarchico, di dar luogo ad incidenti cui, solo per la pazienza, l’amore dell’ordine e il senso profondo di responsabilità dei partecipanti al comizio, si è evitato che seguissero conseguenze veramente gravi.

«Covelli».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Penso che il Ministro dell’interno potrà rispondere a queste interrogazioni nel corso del suo intervento nella discussione sulle mozioni.

LA ROCCA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LA ROCCA. Quanto alla mia interrogazione, preferisco seguire la procedura normale e sollecito il Governo a rispondere, possibilmente giovedì o venerdì.

MICHELI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MICHELI. Io comprendo l’esigenza dell’opposizione e l’opportunità pei membri di essa che le loro interrogazioni debbano avere la precedenza assoluta su tutte quelle che hanno presentato gli altri deputati. Mi inchino, giacché alla opposizione non appartengo; però vi sono anche altre interrogazioni che si riferiscono a fatti di notevole importanza, presentate da tempo e che non possono continuamente essere pretermesse e abbandonate per queste esigenze. Ora, io ascolterò volentieri lo svolgimento di quelle dei colleghi, ma chiedo al signor Presidente che, dal momento che il Ministro dei lavori pubblici ha dichiarato ieri sera che è pronto a rispondere alle interrogazioni a lui dirette ad incominciare da giovedì, si tenga presente che io da due mesi ne ho presentata una che si riferisce a contributi essenziali per la ricostruzione di fabbricati rurali e di case distrutte per rappresaglia dai nazi-fascisti, per i quali una Provincia italiana aveva avuto una assegnazione di 52 milioni di lire, attraverso una provvidenza del Ministro Gasparotto.

PRESIDENTE. Non svolga adesso la sua interrogazione.

MICHELI. Non la svolgo, vi accenno solo per fare capire la sua urgente importanza. Se il Governo è disposto a rispondere giovedì o venerdì ad altre interrogazioni, mi pare che potrà rispondere anche alla mia. Ora per una ragione, ora per l’altra, in due mesi non sono riuscito a farla mettere all’ordine del giorno.

PRESIDENTE. Assicuro l’onorevole Micheli che la sua interrogazione sarà posta all’ordine del giorno della prima seduta dedicata alle interrogazioni.

DE MERCURIO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE MERCURIO. Sui fatti di Avellino ho presentato ieri sera una interrogazione urgente. Per quanto riguarda il Ministro dei trasporti, il suo Sottosegretario ha detto che avrebbe risposto domani. Ora la stessa urgenza potrebbe essere riconosciuta dal Ministro dell’interno. Anzi desidero sapere se il Ministro dei trasporti risponderà domani.

LA ROCCA. Tutto il Paese è interessato ad avvenimenti che mettono in pericolo la libertà. Il Governo avrebbe il dovere di dare una pronta risposta. (Commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. I fatti di Avellino, di cui alle interrogazioni, sono in corso di accertamento. Abbiate pazienza due o tre giorni. Dal momento che non si vuole trattare dei fatti di Avellino nel corso della discussione sulle mozioni di sfiducia, il Governo risponderà lunedì, salvo che le informazioni arrivino prima.

DE MERCURIO. Si tratta di fatti ai quali sono interessati molti deputati.

PRESIDENTE. Vi sono cinque interrogazioni su questo argomento. Gli interroganti propongono il carattere di urgenza. Al Governo spetta la facoltà di riconoscerla indicando la data alla quale ritiene di rispondere. Il Presidente del Consiglio ha detto lunedì. Alcuni ritengono che si debba rispondere prima. Ma, onorevoli colleghi, delle interrogazioni non con carattere d’urgenza io posso fissare il turno; per quelle con carattere d’urgenza tale facoltà spetta al Governo. Il Governo ha detto che risponderà lunedì. Lunedì metterò dunque all’ordine del giorno queste interrogazioni a meno che, prima di quella data, il Governo non comunichi di essere già in grado di rispondere.

JERVOLINO, Sottosegretario di Stato per i trasporti. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

JERVOLINO, Sottosegretario di Stato per i trasporti. Ho detto all’onorevole De Mercurio che avrei desiderato rispondere quando si sarebbe risposto alle altre interrogazioni sullo stesso argomento. Comunque, siamo rimasti d’accordo che queste interrogazioni sarebbero state svolte con precedenza, «contestualmente. Quindi, se si rinvia lo svolgimento delle interrogazioni rivolte al Ministro dell’interno, mi pare che sia logico e giusto rinviare anche lo svolgimento di quella diretta al Ministro dei trasporti.

Interrogazioni.

PRESIDENTE. Si dia lettura delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

MOLINELLI, Segretario, legge:

«I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro dell’interno, sull’arbitrario intervento delle forze di polizia durante lo svolgersi dello sciopero proclamato il 28 settembre 1947 dai contadini di Villalba, Valledolmo, Marianopoli, Vallelunga, Mussomeli, Resuttano, in provincia di Caltanissetta; e per conoscere quali provvedimenti intenda adottare contro gli agenti di polizia responsabili di avere manganellato indiscriminatamente uomini e donne che avevano partecipato alla manifestazione.

«Musotto, Fiorentino».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro delle finanze, per conoscere i criteri coi quali vengono effettuati a Torino, e in genere in tutte le provincie piemontesi, gli accertamenti sulla tassa entrata in abbonamento. Criteri che urtano il senso di giustizia e di equità, il più comune, in modo da provocare la viva e giustificata reazione da parte delle categorie dei professionisti, degli artigiani e dei commercianti al dettaglio.

«Se, in considerazione del vivo malcontento provocato, non ritenga opportuno impartire più equilibrate disposizioni per l’applicazione di tale tassa, non continuando così ad inasprire maggiormente le già gravi difficoltà nelle quali si dibattono le categorie sopra indicate. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Chiaramello».

«I sottoscritti chiedono di interrogare i Ministri dell’interno e del lavoro e previdenza sociale, per conoscere se e quali provvedimenti intendano proporre allo scopo di:

  1. a) assicurare ai ciechi la funzione di idonei istituti che loro consentano di essere avviati ad un proficuo lavoro, e di cui il Governo abbia la direzione e l’amministrazione, raccogliendo in un unico organismo sia l’Ente nazionale lavoro ciechi, sia tutte le altre iniziative che mirano alla rieducazione dei ciechi, consentendo a questa unica organizzazione l’ampiezza di funzione necessaria a raccogliere tutti i ciechi capaci di rieducazione;
  2. b) considerare i ciechi alla stregua degli altri inabili al lavoro, estendendo loro l’applicazione delle leggi in vigore, affidandoli così – in nome dei più elementari principî di solidarietà umana – alla tutela dello Stato. (Gli interroganti chiedono la risposta scritta).

«Santi, Binni, Bruni».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro delle finanze, per sapere se non intenda – per ragioni evidenti di giustizia – sospendere l’applicazione della legge 1° settembre 1947, n. 143, concernente l’istituzione di una imposta straordinaria progressiva sul patrimonio, in quei Comuni, come, ad esempio, nella zona di Cassino, nei quali le distruzioni causate da eventi bellici abbiano superato la percentuale dell’80 per cento, stabilendosi che i contribuenti di tali Comuni dovranno corrispondere l’imposta appena ottenuto il risarcimento del danno di guerra, con le modalità che si riterranno opportune per tutelare gli interessi dello Stato. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Persico».

PRESIDENTE. Le interrogazioni testé lette saranno iscritte all’ordine del giorno e svolte al loro turno, trasmettendosi ai Ministri competenti quelle per le quali si chiede la risposta scritta.

La seduta termina alle 19.45.

Ordine del giorno per le sedute di domani.

Alle ore 10 e alle ore 16:

Seguito della discussione delle mozioni degli onorevoli Nenni, Togliatti e Canevari.

ANTIMERIDIANA DI MARTEDÌ 30 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXVII.

SEDUTA ANTIMERIDIANA DI MARTEDÌ 30 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI

INDICE

Verifica di poteri:

Presidente

Mozioni (Seguito della discussione):

Valiani

La seduta comincia alle 10.

SCHIRATTI, Segretario, legge il processo verbale della precedente seduta antimeridiana.

(È approvato).

Verifica di poteri.

PRESIDENTE. Comunico che la Giunta delle elezioni, nella seduta odierna, ha verificato non essere contestabile l’elezione del deputato Giuseppe Sapienza per la circoscrizione di Catania (XXIX); e, concorrendo in esso i requisiti previsti dalla legge, ha dichiarato valida la elezione.

Do atto alla Giunta di questa comunicazione e, salvo i casi di incompatibilità preesistenti e non conosciuti sino a questo momento, dichiaro convalidata questa elezione.

Seguito della discussione di mozioni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Seguito della discussione di mozioni.

È iscritto a parlare l’onorevole Valiani. Ne ha facoltà.

VALIANI. Onorevoli colleghi! Io desideravo occuparmi anzitutto della politica estera del Governo, ma vedo che il Ministro degli esteri è assente, perciò mi riservo di parlarne alla fine del mio intervento, anche se sarebbe invece logico cominciare con questa che, fra tutte le attività del Governo, mi sembra la più criticabile, quella che meno possiamo approvare.

E vengo senz’altro alla politica economica generale del Governo e non di questo Governo soltanto, ma anche dei precedenti Governi formati dall’attuale Presidente del Consiglio.

La politica economica di questi Governi era e rimane caratterizzata da un concetto molto semplice, elementare, starei per dire comodo, che però, a lungo andare, porta grave pregiudizio alla vita economica della Nazione stessa e alla ricostruzione dello Stato. Quale concetto è prevalso nella politica economica dei Governi succedutisi dopo la liberazione e in particolare dei Governi presieduti dall’onorevole De Gasperi? Il concetto di far debiti. È il metodo che consiste nel risolvere la situazione o meglio nel credere di risolvere la situazione mediante debiti, in particolare debiti all’estero, senza prendere in considerazione le condizioni talvolta assai onerose, talvolta meno, di questi debiti medesimi, senza considerare se questi debiti stessi vadano a buon fine, servano a qualche cosa, a risanare la situazione o servano semplicemente a prolungare la malattia. Se una azienda privata fosse retta come è retta da due anni a questa parte la politica economica del Governo, a mezzo di debiti, che vanno ad aggiungersi ad altri debiti, questa azienda sarebbe già insolvente.

Non vorrei escludere che inconsapevolmente, inconfessata, al fondo del pensiero dell’onorevole De Gasperi ci sia questa speranza, che risolveremo la situazione che sta diventando sempre più grave con la forza del debitore insolvente. Ma i Paesi assai raramente si sono salvati, le economie nazionali assai raramente si sono risanate con la forza del debitore insolvente. Qualche volta ciò può essere capitato, ma non mi pare che oggi questo possa essere un metodo utile, atto a rialzare il prestigio, la potenza e la forza dell’economia italiana nel mondo e a migliorare la situazione delle classi lavoratrici italiane.

Prendete gli aiuti che abbiamo ricevuto dall’U.N.R.R.A., aiuti che sommano a centinaia di miliardi in pochi anni. Se questi aiuti fossero stati impiegati secondo un criterio economicamente razionale, secondo l’ovvio criterio che il denaro impiegato in qualsiasi posto deve dare dei frutti, la nostra situazione potrebbe essere diversa da quella che è.

Invece, il profitto stesso che queste immense quantità di merci arrivate e ripartite per centinaia di miliardi hanno dato, è di poche decine di miliardi, su cui il Tesoro, se non erro, ha potuto mettere le mani (e del resto, anche questo, solo violando una qualche clausola dell’accordo intercorso tra la delegazione italiana dell’U.N.R R.A. e la delegazione americana).

Ha potuto mettere le mani su 30 o 33 miliardi, che poi sono stati utilizzati, come se fossimo già nella situazione del debitore che nell’insolvenza, fa cassa comune di tutto. Poi, si chiede la sanatoria, s’intende; ma non basta chiedere la sanatoria, non basta all’ultimo momento racimolare quelle poche decine di miliardi che possono essere rimaste come profitto dell’U.N.R..R.A. Se lo Stato italiano avesse amministrato con senso commerciale i beni dell’U.N.R.R.A., i profitti – anche ammettendo che dovessero essere destinati a scopi assistenziali – potrebbero assommare a centinaia di miliardi. Pensate soltanto a questo semplice elemento: che i beni dell’U.N R.R.A. venivano conteggiati al cambio di cento lire per un dollaro; solo verso la fine il dollaro era calcolato a 225, mentre il cambio reale del dollaro già inizialmente era di 250-300 lire, e salì successivamente fino a 5, 6, 800 lire.

Pensate a questa differenza per ogni dollaro di beni: dove è andata a finire questa differenza? Chi ne ha profittato? Un po’ tutti e soprattutto gli industriali che hanno ricevuto assegnazioni di materie prime che hanno pagato al cambio di cento vendendo, almeno in parte, i loro prodotti ad un cambio di 5 o 600 lire.

In sostanza, di tutti questi enormi aiuti che abbiamo avuto, nulla è stato utilizzato per il risanamento della economia nazionale, ossia per costituire una riserva per la stabilizzazione della lira. Sono stati utilissimi, certamente, questi aiuti, perché i beni che si consumano sono sempre utili, quando la popolazione ha fame. Comunque essi siano ripartiti, a qualunque cosa essi servano, vanno sempre a fin di bene dal punto di vista fisiologico e, se volete, dal punto di vista morale. Ma da quello di un’economia pubblica razionale, la cosa è diversa.

Io credo che, se l’onorevole Einaudi in questi anni, invece di essere il governatore della Banca d’Italia, fosse stato ancora scrittore di cose sociali ed economiche, avrebbe certamente scritto severi articoli contro questo andazzo governativo.

Che gli aiuti che noi riceveremo ancora dall’estero siano di nuovo sprecati è un pericolo contro il quale dobbiamo stare in guardia. Fino a quando infatti voi curate l’azienda dello Stato solo con prestiti, voi non fate che prolungarne la malattia. Io debbo, eccezionalmente, sotto questo aspetto, essere ancor più radicale di quanto non sia già stato l’onorevole Nenni, il quale ha voluto rendere responsabile della situazione disastrosa in cui ci troviamo non il Governo, ma il fascismo e la guerra da esso follemente condotta. Ebbene, io non sono di questo parere; io sono invece del parere di cui era lo stesso onorevole Einaudi dopo l’altra guerra, quando pure c’erano state distruzioni e l’Italia era stata pure invasa, anche se in misura di gran lunga minore che l’attuale. In quell’epoca l’onorevole Einaudi, sulla sua rivista, non rendeva responsabili solo gli uomini che avevano voluto la guerra e che, come egli ben dimostrava, l’avevano mal condotta economicamente, ma anche e soprattutto coloro che da qualche anno si andavano avvicendando al Governo dello Stato e non avviavano il Paese al risanamento, scaricando tutte le responsabilità sulle distruzioni prodotte dalla guerra, sulle brame imperialistiche dei nostri alleati e via dicendo.

Io credo che nel 1945 vi fossero numerosi elementi favorevoli ad un risanamento della situazione italiana. Questi elementi erano: la circolazione relativamente contenuta e che sarebbe stato più facile contenere ulteriormente se si fosse fatto allora, come voleva il Ministro Soleri, il cambio della moneta.

Il livello dei prezzi non era esagerato, specie nell’Alta Italia; noi ricordiamo ancora che, nei mesi seguenti alla liberazione, a Milano, nei ristoranti – Merzagora deve ricordarlo: era anche, in parte, merito suo – si mangiava spendendo per un pasto 100 lire, mentre oggi, per lo stesso pasto, si spendono nei ristoranti di Milano o di Roma mille lire: da uno a dieci, in due anni.

Vi era in quell’epoca una indubbia tendenza al ribasso delle materie prime sui mercati mondiali; eravamo in una situazione particolarmente felice per quanto riguardava le esportazioni. Non appena avevamo prodotto qualche cosa, eravamo in grado di venderlo su qualsiasi mercato. Abbiamo esportato prodotti industriali finiti su mercati americani e britannici, dove mai ci saremmo sognati di poter ancora esportare tali prodotti.

Bisogna dire che l’intuizione geniale dell’onorevole Corbino, che cioè si potesse in quella congiuntura operare un riassestamento con i metodi del liberismo o, se volete, del liberalismo, aveva le sue buone ragioni. In quella situazione un risanamento condotto con criteri liberali era effettivamente possibile. Purtroppo, l’azione dell’onorevole Corbino fu paralizzata da alcune debolezze sue e da altre che erano nella situazione del Governo. Errore suo fu di non aver attuato il cambio della moneta, che non aveva nulla di antiliberale, non aveva, in fondo, nulla di socialista, tanto è vero che l’onorevole Einaudi ha potuto qualche mese fa dimostrare in quest’Aula – la dimostrazione è corretta – che il cambio della moneta avrebbe colpito più i piccoli ed i medi produttori, che i grandissimi produttori. Però, proprio per quello si sarebbe dovuto attuarlo, perché l’esuberante capacità di acquisto che preme sui prezzi e determina in ultima analisi l’inflazione in Italia, è proprio quella dei piccoli e medi ceti. Io mi sento infinitamente più vicino a questi ceti che non al ceto dei grandi industriali; ma le nostre simpatie e preferenze politiche non devono entrare in conto nella determinazione della politica economica di uno Stato che deve ricostruire la vita della Nazione.

Col cambio della moneta si sarebbe tolta di mezzo una parte di quella esuberante e nervosa capacità di acquisto, concentrata nelle mani di ceti che, proprio per aver fatto rapidi guadagni, non avevano la stessa tendenza a contribuire alla formazione del risparmio che avevano avuta altri ceti in Italia, in altri tempi.

Proprio quando si legge il memoriale del Presidente della Confindustria all’onorevole De Gasperi, in cui si lamenta questo eccesso di capacità di acquisto accumulato in certi ceti, che non sono tradizionalmente risparmiatori e che premono sui prezzi – considerazione giusta – io vengo alla conclusione che solo il cambio della moneta avrebbe potuto ovviare a questo inconveniente dell’economia nazionale. E quindi la politica liberale dell’onorevole Corbino fu dall’inizio viziata, non già per ragioni estrinseche, non già perché il liberalismo sia impossibile nel mondo attuale – può anche esserlo in generale, ma nella congiuntura particolare dell’Italia era possibile – fu viziata, invece, da errori intrinsechi alla sua stessa concezione: i mezzi di cui si serviva per raggiungere il fine non erano congrui al fine stesso.

Altro errore suo fu quello di aver voluto fissare al principio del 1946 il cambio del dollaro a 225, quando la proporzione reale fra costi di produzione americani e italiani determinava già un cambio del dollaro di circa 400. Da ciò si dovette passare ad una politica del commercio estero che consisteva in palliativi, necessariamente, dato il punto di partenza falso. Quindi, assegnazione del 50 per cento di valuta agli esportatori; e gli esportatori che fanno di tutto per non dare allo Stato, per non dare alla Banca d’Italia gran parte del 50 per cento che dovrebbero dare; alterazione di fatture; valute imboscate all’estero; fenomeni che hanno assunto un’importanza grandissima, terrificante nei mesi della crisi avutasi un anno fa, e che sono state fra le cause delle dimissioni dell’onorevole Corbino stesso.

Poi, errori non imputabili a Corbino, contro i quali anzi egli come Ministro del tesoro combatté e protestò; errori imputabili all’eccesso di vincolismo (caro allora agli amici democristiani) nella produzione interna, nella distribuzione interna dei prodotti; errori della sinistra che volle mantenere rigidamente il blocco dei licenziamenti, contro il quale io mi ero permesso di protestare ancora nel Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia nell’estate 1945; poi ancora l’erronea campagna per l’aumento dei salari nell’estate del 1946.

Tutti questi fatti, evidentemente, si chiamano errori soltanto tenuto conto del punto di partenza, cioè che Corbino, e quindi il Governo con Corbino, voleva attuare una politica liberale; perché se si fosse voluta attuare una politica corporativa, tutti questi elementi e tutti questi fatti potevano anche non essere errori e potevano trovare giustificazione.

Ecco dunque la contradizione fra il fine che Corbino voleva raggiungere (giustificato dalla situazione), ed i mezzi di cui si servì, o di cui era obbligato a servirsi. Questa contradizione fece sì che non abbiamo profittato della congiuntura favorevole del 1945-46 per dare mano al risanamento dell’economia, e ha fatto sì che ci troviamo oggi in una situazione che sarebbe logica se l’8 settembre fosse di ieri. Ma sono passati quattro anni e non possiamo più dare la responsabilità di tutto agli avvenimenti svoltisi fino all’8 settembre del 1943 oppure fino all’aprile del 1945.

Al punto a cui siamo è in giuoco la precisa responsabilità dei Governi che si sono succeduti. E se io cito queste responsabilità non è per fare di questo o di quel capo di Governo il capro espiatorio; la responsabilità risale a tutta la classe politica italiana, la quale si è trovata impreparata dinanzi ai problemi della ricostruzione economica. Fino a quando non ci renderemo conto esatto delle nostre responsabilità e tenteremo ancora di scaricarle sul fascismo, che ha le sue gravi e tragiche responsabilità ma che ha pagato, che noi abbiamo fatto pagare (e abbiamo fatto bene), finché – dicevo – non ci renderemo conto delle nostre responsabilità, noi non romperemo neppure con la politica di faciloneria, cioè con la politica di sempre contrarre debiti. Debiti all’estero, dico, e non tanto debiti all’interno, perché la politica del Governo è stata già giudicata dal pubblico in Italia, sicché gli sono ormai preclusi i prestiti interni. Fino a quando persisteremo in questa politica di debiti, noi dovremo sempre palleggiare le responsabilità e non saremo mai in grado di rimediare ai nostri errori, ed il Governo non vi rimedierà mai, ed ogni tre o sei mesi rifaremo una discussione del genere di quella di oggi, coi risultati che rischia di dare questa discussione stessa, cioè con risultati poco brillanti.

L’onorevole De Gasperi ha vivissimo il senso dello Stato. Penso sia questa la ragione per cui egli è ancora e sarà per un pezzo – a quanto sembra – Presidente del Consiglio. Evidentemente, senza il senso dello Stato, nulla si può creare; però bisogna che questo senso dello Stato sia accompagnato da volontà riformatrice tempestiva.

Se accanto al senso dello Stato c’è soltanto la politica dei rinvii, la politica che consiste nel rimandare tutto alle elezioni dell’anno successivo, la politica degli espedienti e dei debiti, lo Stato fallirà. Devo dare atto all’onorevole De Gasperi che il prestigio dello Stato è aumentato. Questo è uno dei pochi fatti positivi; ma, insomma, se accanto al senso dello Stato non c’è il senso delle riforme, ci si ritrova nella situazione che all’onorevole De Gasperi ed a me, che siamo nati nelle Venezie irredente, è familiare; la situazione dell’Austria che faceva sempre debiti ed era convinta che un felice matrimonio l’avrebbe salvata alla fin fine.

Onorevole De Gasperi, io non voglio negare che la vecchia Austria abbia resistito per sette secoli; però poi crollò e andò in frantumi. La nuova Austria, la piccola repubblica austriaca, nell’altro dopoguerra, non volle più seguire quella via e preferì una stabilizzazione difficilissima della corona cambiata in scellino. Noi parliamo della distruzione e delle mutilazioni del nostro Paese, ma pensate a quello che fu ridotto quel Paese dopo il 1918, quando perse tutti i mercati, tutte le sue fonti di materie prime ed aveva debiti ben diversi dai nostri, e pure attuò la stabilizzazione della moneta. Non lasciò andare la moneta alla inflazione completa…

CHIARAMELLO. Ma se hanno fatto la stessa fine il marco e la corona!…

VALIANI. No, la corona austriaca è scesa a circa 2500 rispetto alla corona dell’anteguerra. A noi che abbiamo la lira, rispetto al 1914, come capacità di acquisto, forse da uno a 400, ciò può sembrare ancora una cosa paurosa; ma se continuiamo su questa strada e se lasciate galoppare l’inflazione, avremo non il rapporto da uno a 2500, ma da uno ad un miliardo. Non è ancora la catastrofe un’inflazione che si arresta e che dà luogo alla stabilizzazione, quando la moneta ha ancora un minimo di capacità di acquisto. Minimo, ma la nostra moneta l’ha ancora. Uno che riceve uno stipendio al primo del mese, con quello stipendio può ancora vivere fino al 15 o al 20 del mese. In una inflazione, invece, come quella tedesca e come più recentemente in Ungheria, la mattina alle otto i funzionari prendono gli stipendi ai Ministeri, vanno al mercato, tornano alle nove con la spesa per la colazione, e per la cena devono prendere un nuovo stipendio, perché intanto i prezzi sono triplicati.

Questa digressione serve soltanto a spiegare come le questioni vanno risolte e che le prime questioni strutturali da affrontare sono quella monetaria e quella fiscale. Da 3-4 anni noi parliamo di riforme di struttura, ma, disgraziatamente, il nostro Paese non si è data alcuna riforma strutturale. Questa è responsabilità precipua dell’onorevole De Gasperi. L’onorevole De Gasperi ha rappresentato la precisa volontà di rimandare ogni questione di uno, due, tre anni. Io ricordo ancora il primo discorso dell’onorevole De Gasperi, al quale ho avuto il piacere di assistere in occasione dell’incontro dei Comitati di liberazione nazionale centrali di Roma e di Milano nel maggio del 1945, discorso forte, tanto è vero che – dopo averlo ascoltato – dissi all’onorevole Foa che quell’uomo ci avrebbe governato per cinque anni, perché era il più forte in quel consesso. Però il discorso era la teorizzazione, mascherata bensì secondo lo spirito del momento che richiedeva promesse di epurazione e via dicendo, ma pure la teorizzazione della politica del rinvio delle riforme strutturali. Ora, non credo che tutte le riforme strutturali siano subito possibili: quelle di carattere intrinsecamente sociale, come le riforme agricole e industriali, evidentemente richiedono parecchio tempo; ma una riforma strutturale urgentissima è quella monetaria, come pure quella fiscale e quella amministrativa.

Tali questioni non sono state affrontate; il Governo le rimanda ancora, ed ecco perché si trova in crisi; e questa crisi vuole scaricare sul passato fascista. L’unica questione recentemente affrontata – e affrontata grazie ad una collaborazione fra Governo e opposizione, che dimostra come questa collaborazione sia più importante dei Governi tripartiti o quadripartiti, di colore, di centro e via dicendo – è quella dell’imposta straordinaria sul patrimonio. Se lo Stato vive oggi, se il Ministro Pella ci potrà dare oggi delle cifre di bilancio meno paurose di quelle di qualche mese fa, è grazie all’introduzione di questa imposta che sta dando i suoi primi frutti. Io credo che il Ministro Pella, al pari dell’onorevole La Malfa, oppositore, col quale ha collaborato, ha diritto alla riconoscenza della Costituente e dei cittadini per aver accettato i gravi inasprimenti da noi proposti con questa imposta; per averli accettati ed averli saputi tradurre in disposizioni pratiche e per aver saputo resistere all’ondata che contro di lui in questo momento si scatena, da parte dei grossi miliardari da un lato e dei piccoli milionari dall’altro.

Io chiedo al ministro Pella di resistere agli uni ed agli altri. Se però l’imposta patrimoniale è avviamento alla soluzione di un problema strutturale e fiscale, in altri campi siamo in alto mare; e l’onorevole De Gasperi ci ha promesso soltanto che avrebbe fatto sfilare i Ministri tecnici con statistiche e documentazioni. Il professor Ronchi ha già aperto la controffensiva.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Non c’era nessuno che ascoltava.

VALIANI. C’ero io, e risponderò dettagliatamente. Onorevole De Gasperi, mi permetto di dire che non approvo il suo metodo. Non credo che si tratti di portare qui statistiche e documentazioni: questo va bene nelle Università e negli uffici studi. Voi siete degli amministratori e dovete portare nell’Assemblea dei provvedimenti e non delle statistiche. Il guaio è che i provvedimenti li prendete indipendentemente dalla Costituente e dalla Commissione di finanza e tesoro alla quale presentate soltanto quei provvedimenti in cui si tratta di erogare di straforo qualche milione. 1 grossi provvedimenti li prendete in ritardo o mai; e li prendete all’infuori della Costituente e della sua Commissione finanziaria.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Non c’entra con l’alimentazione. Tutta la campagna è stata fatta sui prezzi dell’alimentazione, ed era giusto che si riferisse la situazione prima di dire quali provvedimenti si sono presi. Questo è interessante per l’Assemblea.

VALIANI. Io ho ascoltato con piacere il discorso del professor Ronchi. Quello che io lamento non è già che lui esponga la situazione, ma che non parli di provvedimenti in atto. Le statistiche possono servire quando vi sono dei provvedimenti per illustrarli. Ma ci si è limitati a fare apologia del Governo.

La differenza fra amministrazione e apologia è questa: che nel primo caso qui si portano dei provvedimenti e nel secondo si fa la requisitoria contro le richieste dell’opposizione. L’opposizione ha il diritto di chiedere delle cose gradite al popolo; questo è il diritto di tutte le opposizioni. Il dovere del Governo, che discende dal privilegio di avere in mano le leve di comando dello Stato, è di portare qui dei provvedimenti.

Onorevole De Gasperi, Churchill, quando è Presidente del Consiglio, parla diversamente di quando è capo dell’opposizione. (Commenti al centro).

Problema non risolto, grave, e da risolvere invece di urgenza, è quello dei rapporti tra Banca d’Italia, Tesoro, e politica economica generale. Si impone una chiarificazione tra Banca d’Italia, Tesoro e politica economica generale dello Stato.

L’onorevole Einaudi ha la tendenza, naturale del resto, essendo governatore della Banca d’Italia (anche se attualmente non in carica), a vedere le cose troppo dal punto di vista della Banca d’Italia. E questo va bene. Ma io domando: chi vede le cose dal punto di vista del Tesoro, dal punto di vista della politica economica generale dello Stato? Chi rappresenta l’altra parte, che deve contribuire a creare la situazione di equilibrio, che ci deve essere. Non deve prevalere la Banca d’Italia sul resto.

Si tratta della deflazione che si è voluto provocare recentemente. Ne parlerò più in dettaglio. Queste cose, che tanto da fare danno al Governo e tanti argomenti all’opposizione, sono dovute, fondamentalmente, ad un prevalere del punto di vista della Banca d’Italia, la quale ha voluto premunirsi ed ha spinto tutte le banche a premunirsi.

La liquidità delle banche è cosa fondamentale; tanto più che le grandi banche oggi in Italia sono più o meno di proprietà pubblica.

Questa è una cosa; altra cosa è l’esigenza generale della politica economica del Paese, ammesso che lo Stato abbia – cosa che non sono sicuro di poter credere – una sua politica economica oggi in Italia.

L’onorevole De Gasperi dovrebbe essere il supremo moderatore di queste posizioni, oppure avere accanto all’onorevole Einaudi, Vicepresidente del Consiglio in funzione della Banca d’Italia, un altro Vicepresidente del Consiglio che rappresenti i prevalenti interessi dell’economia nazionale. L’onorevole De Gasperi, che dovrebbe essere il supremo moderatore di questa situazione, interviene invece nella polemica – scusi se glielo dico – con paurosi sbandamenti.

Nell’aprile egli grida all’inflazione galoppante dovuta alle dattilografe che giocano in Borsa (io dovrò più tardi difendere le Borse pur non amandole). In agosto l’onorevole De Gasperi scrive un articolo sulla crisi deflazionistica che si avvicinerebbe. Se io fossi un piccolo banchiere, leggendo l’articolo del Presidente del Consiglio che annunzia la crisi deflazionistica, comincerei col restringere i fidi per non espormi al fallimento dei miei clienti. Anche le grandi e le grandissime banche hanno agito in questo modo.

Non voglio dare troppa importanza ad un articolo, anche se scritto dal Presidente del Consiglio. È un articolo pubblicato sul giornale popolare di Trento e riportato da tutti i grandi giornali d’Italia.

Onorevole De Gasperi, bisogna stare attenti quando si scrivono queste cose, perché, in una situazione critica come la nostra, occorre agire con prudenza.

A prescindere dall’articolo, onorevole De Gasperi, si ha la sensazione generale che si voglia attuare una politica deflazionistica. Disgraziatamente però la politica deflazionistica non si può attuare perché siamo ancora in piena inflazione e perché, come notò l’inglese Keynes in polemica con Mussolini all’epoca dei provvedimenti De Stefani: «fortunatamente neppure un dittatore può comandare all’andamento della economia». L’onorevole De Gasperi non è neppure un dittatore, e nemmeno l’onorevole Einaudi è un dittatore…

Una voce al centro. Per fortuna!

VALIANI. Per fortuna. Tanto meno possono comandare all’andamento della moneta, del mercato e della congiuntura. Perciò questa politica deflazionistica è spiegabile solo in rapporto alla situazione delle banche e, a questo riguardo, tutte le considerazioni dell’onorevole Einaudi reggono. Le banche erano arrivate ad un limite non dico pericoloso, ma che in qualche caso poteva essere preoccupante. Esse si premunivano. Ma lo Stato? Non c’è mica soltanto la Banca d’Italia o soltanto le banche nell’economia italiana: c’è lo Stato, che è proprietario di gran parte dell’economia italiana, attraverso l’I.R.I. e in altre forme, e comunque è responsabile esso, e non la Banca d’Italia, della moneta.

Consultiamo tutti gli indici e tutte le previsioni di coloro che studiano codeste questioni, e mi riferisco ad alcune interessantissime analisi pubblicate, per esempio, dalla Rivista di politica economica edita da uomini che hanno parte nella produzione, da uomini che l’onorevole De Gasperi ascolta, dai capi della Confindustria. Questa rivista, nei mesi di maggio, giugno e luglio dava gli elementi da cui si poteva desumere che non andavamo verso una deflazione e che la tendenza dei prezzi sul mercato sarebbe stata orientata verso l’ascesa.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Si vede che non li ho ascoltati.

VALIANI. Non basta dir questo. Si vede che lei non è intervenuto come autorità dello Stato ad equilibrare la politica deflazionistica che le banche, per certi loro fini, dovevano fare, ma che doveva pur trovare la contropartita. Questa è la situazione. Il fatto che lei scriva un articolo e che si documenti o meno non ha importanza. Se il Presidente del Consiglio non legge e non scrive sui giornali non importa: Mussolini introdusse questa abitudine di leggere sempre tutti i giornali e di scrivere spesso su tutti i giornali. Questo era naturale: egli era un grande giornalista.

Ma la deflazione così attuata, senza volerla in fondo attuare, perché le banche non la volevano, ma volevano soltanto salvare la loro liquidità, facendo gli interessi dei depositanti, e senza la contropartita di una politica economica dello Stato che correggesse questa tendenza e che intervenisse, ha provocato gli ovvii risultati che ha provocato.

Si è voluto fare una politica deflazionistica o per lo meno di contenimento dei prezzi; una politica di resistenza all’inflazione. Risultato: il credito al mercato nero costa l’8 per cento al mese. 10 miliardi saranno regalati alle aziende che ci ricattano perché dicono che altrimenti non possono pagare i salari. L’onorevole Einaudi nel discorso del 18 giugno ha detto che non crede sia conveniente seguitare su questa linea, cioè sulla linea dell’erogazione di miliardi alle industrie senza una contropartita. Se i crediti devono esser dati bisogna che siano dati dalle banche che devono avere la responsabilità di concederli a coloro che si ritengono meritevoli. Lo Stato potrà esercitare un controllo impedendo che i crediti siano dati in modo da provocare un’inflazione creditizia. Questo è il discorso del 18 giugno del Vicepresidente del Consiglio e Ministro del bilancio.

Ieri non so cosa sia stato deciso al Consiglio dei Ministri. Spero che ci direte, almeno questa volta, i provvedimenti che volete adottare e non farete i soliti discorsi apologetici in difesa del Governo. Certo, dei provvedimenti urgenti sono indispensabili. Quando ci si trova nella necessità, quando si è con l’acqua alla gola, si fa quel che si può.

Ma è tutta una politica di alcuni mesi e di qualche anno di cui paghiamo il fio.

Insomma, con le premesse dell’onorevole Einaudi solo le banche dovrebbero dare i soldi all’industria e lo Stato controllare e contenere l’espansione creditizia. Avviene il contrario: lo Stato dà i soldi a chi li esige, le banche controllano e contengono l’espansione creditizia e non dànno soldi all’industria.

UBERTI. Non ne hanno, questa è la realtà. Il risparmio è insufficiente agli investimenti.

VALIANI. Se i risparmi sono insufficienti, questo dimostra che qualcosa non va nella politica economica dello Stato.

D’accordo con lei che i risparmi non sono sufficienti, ma questo significa che noi facciamo una politica deflazionistica in un momento di inflazione vera e propria, perché l’inflazione consiste proprio in questo: che non si forma in misura sufficiente il risparmio, e su queste basi è inutile fare discorsi per l’aumento della produzione. Governo e capi dell’opposizione parlano di aumentare la produzione, come del solo rimedio. Ma se aumentando la produzione non si forma parallelamente il risparmio, abbiamo l’inflazione.

Perché c’è l’inflazione anche in Inghilterra e in America? Perché c’è un’espansione di produzione non accompagnata da corrispondente formazione di nuovo risparmio.

Questo è l’a, b, c dell’economia, che abbiamo imparato dall’onorevole Einaudi e a queste idee resteremo fedeli.

Ora è evidente che una manovra di contenimento dell’inflazione (non parliamo neppure di manovra deflazionistica), in una situazione come l’attuale, può essere fatta soltanto se accompagnata da cautele ed altri provvedimenti, non più da parte della Banca d’Italia, non più dal Ministro del bilancio, ma dal Gabinetto nel suo insieme. Per esempio, le banche non hanno più soldi per finanziare le industrie; bisognerebbe rianimare le Borse. Metodo normale, classico. Ecco perché dico che le voglio difendere. È il metodo classico di afflusso del risparmio che è sparso un po’ dovunque in tutto il Paese. Non è finito il risparmio in Italia, altrimenti saremmo già morti e dovremmo chiudere il dibattito. Bisogna fare qualche cosa per rianimare le Borse; invece contemporaneamente alla deflazione del credito, si battaglia contro le Borse. Quando le banche stringono i freni perché non hanno più soldi, perché ogni conto corrente che aprono è inflazione creditizia, dovete rianimare le Borse o trovare altri mezzi. Ma non agite da una sola parte, non trascurate completamente l’altra!

Io non concordo con tutte le critiche che l’onorevole Nenni e l’onorevole Saragat hanno fatto all’onorevole Einaudi rimproverandogli di avere svolto una manovra quantitativa del credito, invece di una manovra qualitativa di esso.

Onorevoli colleghi, giova ridurre queste cose alle loro significazioni tecniche effettive. Non è che la manovra qualitativa sia qualcosa di necessariamente superiore alla manovra quantitativa. La manovra quantitativa del credito significa semplicemente che giudice in ultima analisi è il mercato; la manovra qualitativa significa che in ultima analisi il giudice è il Governo. Ora dunque, nella situazione in cui si è trovato l’onorevole Einaudi, cioè di non avere avuto strutture di Governo efficienti e di non aver avuto strumenti efficienti e di avere quindi solo il mercato relativamente efficiente giudice, evidentemente la manovra quantitativa andava fatta. Io credo che nessuno in pratica può rimproverargli di avere fatto una manovra quantitativa prima di una manovra qualitativa. La manovra qualitativa presuppone, se è una manovra restrittiva, il blocco dei salari, il blocco dei prezzi, lo sblocco dei licenziamenti, presuppone delle strutture pianificatrici preesistenti.

Del resto le condizioni di erogazione alle industrie meccaniche di 55 miliardi, il cui annunzio ha provocato tutta questa crisi psicologica e l’assalto contro l’onorevole Einaudi, sono una manovra qualitativa. Quindi io scarico completamente l’onorevole Einaudi da questa accusa, di aver fatto solo una manovra quantitativa. Evidentemente è basilare per noi la manovra quantitativa, in quanto il mercato esiste, mentre la pianificazione è ancora da venire. E le aspre accuse che si fanno all’onorevole Einaudi su molti giornali di destra mi ricordano veramente la situazione delineata in un articolo de La riforma sociale del 1925, articolo che riguardava «i disfattisti della lira». Mi ricordavo solo del titolo, ma mi pareva che calzasse. Avendolo riletto, posso dire che quello scritto calza al cento per cento: come oggi, vi era allora una parte del grande capitalismo che sferrava l’offensiva contro la politica di resistenza all’inflazione che si ebbe nel 1922-24. Fortunatamente l’Italia allora aveva ben altre risorse. Comunque, in quell’epoca il professor Prato, l’onorevole Einaudi ed altri economisti italiani degni del loro nome, difesero con le unghie e con i denti quell’ultima possibilità che si era delineata di resistere all’inflazione, e si era delineata anche in seno ad un Governo che essi combattevano: il Governo fascista. Purtroppo nel 1925 furono vinti insieme a quelli che questa politica rappresentavano e quando poi si stabilizzò la lira, la si stabilizzò male, a quota 90.

Questa situazione oggi si ripresenta e quando si leggono certi attacchi della destra economica, nei grandi giornali, contro l’onorevole Einaudi, viene fatto di rimpiangere che non sia vivo il professor Prato, il quale potrebbe rispondere ancora per smascherare questa congiura in atto contro la salute economica del Paese e contro le sorti della lira.

Però, diciamo francamente che le congiure non nascono solo per malvagità; le congiure economiche e politiche nascono quando c’è una situazione malata cui il chirurgo non ha posto rimedio. Anche contro l’onorevole De Stefani si potevano muovere critiche giustificate perché faceva una politica esageratamente deflazionistica, bruciando biglietti di banca in forni crematori.

Anche oggi, se la destra economica può sferrare un’offensiva così efficace contro l’onorevole Einaudi, è segno che vi sono errori nella politica dell’onorevole Einaudi che rendono possibile ciò; perché, se la politica economica fosse giusta non si potrebbe sferrare un’offensiva aperta contro provvedimenti che si ripercuotono beneficamente sulla economia nazionale.

L’onorevole Einaudi ha avuto ragione di fare una manovra quantitativa del credito, ma l’ha fatta troppo ristretta, troppo brusca e, soprattutto, questa manovra non è stata accompagnata da una politica economica del Governo che la completasse.

Se il mercato è giudice, come in una manovra quantitativa, dovrebbe avere la potestà di far fallire chi deve fallire. Ma chi può fallire in Italia oggi? Per fallire, oggi, che non siamo più ai tempi della stabilità, bisogna aver messo in giro dei titoli esecutivi. Oggi anche una azienda dissestata, se non ha in giro assegni post-datati o cambiali protestate, non fallisce. Ora, chi ha in giro assegni post-datati e cambiali protestate? Forse che l’Ansaldo o la Breda, certamente industrie dissestate, ne hanno in giro? No. Solo le piccole industrie, le aziende il più delle volte sane, ma che hanno logicamente delle cambiali in giro perché, senza cambiali, naturalmente non lavorano, e i cui clienti, per effetto di una manovra del credito troppo brusca, si trovano in difficoltà.

Quindi, in questa situazione, per quanto si facciano manovre quantitative, il mercato non riesce a giudicare e ad operare come dovrebbe. Accade allora che le grandi aziende dissestate possono correre all’arrembaggio e prendere il denaro dello Stato, mentre le aziende minori rischiano di fallire e se non falliranno gli è che, in fondo, l’inflazione purtroppo esistente le salva.

Ecco dunque, che, se c’è la congiura contro la politica dell’onorevole Einaudi, essa è dovuta al fatto che tale politica ha un carattere unilaterale, anche se è giusta in sé. Prendete soltanto un caso, quello dei cantieri dell’I.R.I. Si è tanto parlato del Piano Marshall – io mi sono ripromesso di parlarne alla fine del mio discorso, sperando che nel frattempo giunga l’onorevole Ministro degli esteri – parliamo dunque, un poco, del Piano Marshall. Uno degli elementi del Piano Marshall riguarda i trasporti marittimi e ci si domanda, a proposito di questo settore, come l’America potrà far fronte alle richieste di trasporti marittimi. Domanda alla quale rispondono gli economisti americani constatando che l’America non è in grado di far fronte completamente a tale richiesta e che l’industria europea dei cantieri dovrà intervenire lavorando in pieno.

Ecco dunque che vi sarebbero tutte le prospettive di risanare, per esempio, l’industria dei cantieri che appartengono allo Stato italiano; questa industria rimane invece dissestata perché le erogazioni di denaro dello Stato sono impiegate, come quelle precedenti, per salari insufficientemente produttivi: il solito circolo vizioso, per cui questa industria non vede alcun principio di reale risanamento.

Il Piano Marshall, su cui noi basiamo tutta la nostra politica non solo economica, ma anche estera, richiede che i cantieri lavorino, ma, onorevoli colleghi, non dimentichiamo che la manovra del credito – prescindendo adesso, per un momento, se debba essere prima quantitativa, come sulle orme dell’onorevole Einaudi io penso, e poi qualitativa – la manovra del credito, dunque, coincide con la patrimoniale.

Io credo che l’onorevole Einaudi abbia dato prova di altissima devozione al Parlamento, accettando un’imposta che egli riteneva troppo drastica. Ma, dopo un lungo periodo di tempo trascorso senza che alcun provvedimento strutturale fosse stato preso, bisognava pure prenderne uno duro, intransigente: e di fatto lo abbiamo preso. Voi però non potete, mentre viene preso un provvedimento così violento, prenderne insieme un altro altrettanto violento, senza, almeno, mitigarlo.

La manovra restrittiva del credito coincide con la patrimoniale, e coincide ancora con lo stato in cui sono tenute le Borse, perché alla patrimoniale non ha fatto seguito – come era pensabile avrebbe fatto seguito – un provvedimento sulle rivalutazioni. In mancanza di questo provvedimento, le Borse sono paralizzate, mentre qualsiasi provvedimento fosse preso la Borsa lo sconterebbe e poi ci passerebbe sopra, e riprenderebbe la sua tendenza naturale. Oggi è in attesa di qualche cosa. Ma nessuno prende questo provvedimento. Io mi domando se non lo si prende, perché si ha paura di essere criticati; evidentemente, in relazione alle Borse, dei Ministri sono stati ingiustamente criticati e non sono stati sufficientemente difesi. Ma questa non è una ragione perché ai provvedimenti si rinunci.

Se voi non prendete dei provvedimenti lenitivi, se voi prendete solo quelli restrittivi – o se, per lenitivo, intendete quello di erogare miliardi a fondo perduto – allora, non illudetevi che la distensione possa venire. Non illudetevi – in questo ha ragione l’onorevole Saragat – sulla liquidazione delle giacenze. Perché, dove si dovrebbero liquidare le giacenze a prezzi che fossero di sollievo, per il loro ribasso, per l’economia nazionale? Al dettaglio, evidentemente. Che importa se qualche prezzo all’ingrosso diminuisce, che importa se il professore Ronchi è in grado di dimostrarci che le punte massime dei prezzi all’ingrosso si sono raggiunte in maggio? Ma le punte massime dei prezzi al dettaglio si raggiungono quotidianamente. Andate in un qualsiasi ristorante a Roma e altrove, in un negozio di scarpe, ecc. e lo vedrete.

C’è una vischiosità dei prezzi evidente, per cui l’arresto dell’ascesa degli stessi all’ingrosso, non si riesce a tradurre in diminuzione dei prezzi al dettaglio. Questa vischiosità è data in parte dalla situazione internazionale, dal Piano Marshall stesso, che solo col suo annuncio ha già determinato un aumento dei prezzi su scala mondiale, in particolare di quei prodotti, di quelle materie prime che devono essere fornite dall’America all’Europa. Ci sono qui delle statistiche americane molto ben fatte sugli aumenti dei prezzi già determinati dal solo annuncio del Piano Marshall.

Però di questo parleremo dopo: qui voglio dire che esiste una situazione internazionale che rende vischiosi i prezzi. E poi, anche quando qualche materia prima sul mercato internazionale cede di prezzo, il rame, per esempio, o la gomma, forse che interviene un conseguente cedimento nel prezzo dei prodotti finiti di questi articoli: scarpe di gomma, per esempio, o rubinetti di rame nei negozi in Italia? Non c’è, evidentemente. E non c’è, perché c’è tutto un sistema di imboscamenti e viceversa di assegnazioni che interviene, di priorità; tutto questo falsa l’offerta e la domanda, le quali sole col loro gioco possono far diminuire i prezzi. Neanche una dittatura politica fa diminuire i prezzi, se non è aiutata dall’offerta e dalla domanda.

Dovrò parlare di questo più dettagliatamente, analizzando il discorso del professore Ronchi. Non dimenticate neppure il continuo aumento del costo della mano d’opera e dei contributi assistenziali, da cui poi, non trae nessun beneficio la classe operaia. Si dice in certe statistiche, che forse qualche Ministro farà osservare – quindi io lo prevengo – che, per esempio, il costo di un operaio chimico nel 1946 fu di 178 e nel 1947 di 500; si tratta di migliaia di lire annue. E quell’operaio vive tuttavia in condizioni di miseria e di fame; se non di fame, certamente di miseria.

Si dice che la gente fallirà in seguito ad una manovra qualitativa del credito troppo ristretta, troppo brusca, troppo violenta. Ma anche quando fallirà, non svenderà sotto costo al dettaglio; ci sarà qualche incettatore che comprerà i prodotti dal grossista fallito; qualcuno che – beato lui! – ha tesoreggiato, e poi al minuto rivenderà secondo quanto l’offerta e la domanda gli consiglieranno di fare: cioè in ascesa di prezzi, mai in discesa. Quindi i fallimenti di quelle piccole e medie aziende commerciali e industriali saranno stati inutili. In una situazione in cui tutti guadagnano del danaro, ma perdono in scorte, come volete che i prezzi possano diminuire, anche se provocate restrizioni del credito, fallimenti, ecc.; anche se ci mettiamo tutti a predicare che i prezzi devono diminuire?

Onorevole De Gasperi, questo prova che il Governo può non essere reso responsabile della mancata diminuzione dei prezzi; ma prova anche che il Governo non può dire: io faccio un Governo di colore senza i socialcomunisti perché questo mi fa diminuire i prezzi. Ha torto l’opposizione di estrema quando vi rimprovera l’aumento dei prezzi, ma avete torto voi quando volete rimediare all’aumento dei prezzi con manovre esclusivamente politiche, come quella di un Governo che ha voluto salvare la lira (così dice) facendosi di parte e poggiandosi sulla destra.

È con una politica economica, che si deve risanare la situazione.

Prendiamo il provvedimento dei 55 miliardi. Va bene, non è venuto davanti alla nostra Commissione delle finanze e tesoro, non abbiamo potuto decidere se mandarlo alla Costituente o no. Nulla d’importante viene alle Commissioni. Quali sono i provvedimenti che vengono alle Commissioni? Quelli con cui si tratta di rivedere i prezzi dei lavori pubblici per erogare qualche decina di milioni di più perché gli appaltatori dicono che se non ricevono aumenti, non possono effettuare i lavori presi in appalto. Quelli sono i provvedimenti che ci mandate; o quando, come l’altro giorno, date alla spicciolata un miliardo di lire all’I.R.I. o quando sanate la storia contabile (non quella economica) dei 38 miliardi dati alle industrie nel 1944-46. Certo vi deve essere una sanatoria contabile, ma la storia contabile conta meno del provvedimento che prendete dei 55 miliardi.

Noi dovremmo discutere questo provvedimento, e non le buone o cattive intenzioni del Governo di fare diminuire i prezzi.

Questo provvedimento certamente è una manovra qualitativa, una manovra qualitativa che è fondata. Sono ben prese anche le cautele contro coloro che già si lanciano all’arrembaggio e prendono questo provvedimento per una vacca da mungere. A questo proposito l’onorevole Einaudi ha difeso benissimo gli interessi dello Stato. Vorrei anzi dire che li ha difesi troppo bene: infatti l’articolo 5 di quel provvedimento che prende le misure restrittive (ed è bene che le prenda) è troppo restrittivo. Quando voi domandate agli industriali che vi cedano la valuta che ricavano dall’esportazione, voi comprate a termine delle valute. Ma a quale corso? Qui la legge non è chiara, perché di corsi ce ne potrebbero essere tre. Il decreto è a questo proposito sibillino. Ci potrebbe essere il corso medio ufficiale (ma speriamo di no); c’è il cambio di esportazione di oggi (ed è probabile che pensiate a questo) o il cambio d’esportazione della giornata in cui gli esportatori incasseranno (ed è probabile che pensiate anche a questo). Ma ci potrebbe essere un terzo corso, e gli industriali non sono del tutto privi di senso pratico e, quindi, di giustificazione, quando vi dicono che il terzo corso è il vero, è cioè quello che risulta dal rapporto dei costi di produzione dei Paesi a cui dobbiamo esportare o con cui ci troviamo in concorrenza; mentre il cambio del dollaro a 650 è artificiale, risulta dal fatto che il Ministro del commercio estero concede o meno delle licenze.

Perché gli industriali dovrebbero cedere la valuta, al corso fittizio che il Ministro Merzagora e i suoi successori determineranno in base ad un rilascio di licenze di esportazione? Quindi mentre avevate la giusta esigenza di difendervi contro i rapaci sfruttatori dello Stato, anche qui siete stati troppo ristretti. In questo modo non smonterete la campagna dei grandi industriali, campagna che non cesserà perché, per la nostra debolezza, questi signori sono in posizioni di potenza.

L’altra debolezza del provvedimento, che bisogna vedere nei dettagli, l’altro freno eccessivo riguarda la cessione di azioni, partecipazioni e via dicendo. Voi non potete rivolgervi all’industria finché non avrete risolta la questione della rivalutazione. Perché oggi il conguaglio monetario è di 5 e non di 25 supponendo che la circolazione monetaria sia aumentata di 25? Finché voi non adottate un provvedimento definitivo che abbia le sue ripercussioni sull’aumento di capitali e sull’andamento delle borse, la gente logicamente diffida, e più è ricca, più diffida.

Voi dovete quindi risolvere la questione delle rivalutazioni da un lato e la questione del 4 per cento dell’imposta di negoziazione. Allora potrete esigere azioni, partecipazioni, in cambio dei 55 miliardi. Prima di fare ciò, non fronteggerete la speculazione politica condotta contro di voi da quella destra economica sulla quale avete voluto poggiare il vostro governo. Questa è la situazione reale. Ed allora ecco i voti che bisogna fare:

1°) Non si faccia come fa il Primo Ministro britannico Attlee, il quale, in una situazione di crisi diversa dalla nostra, ma forse non meno grave, accusa soprattutto la mala sorte. Tenete in conto quello che gli rimprovera, quando egli fa discorsi paragonabili a quelli di De Gasperi, l’Economist, il quale dice che c’è stato l’inverno duro, che c’è stato l’aumento dei prezzi americani, ci sono state tutte le cose che sappiamo: conflitti diplomatici, urto fra Russia e America, ma ci sono stati anche gli errori del Governo. E come l’Economist, che rappresenta un po’ l’opinione media in Inghilterra – favorevole anche alle socializzazioni – rimprovera ad Attlee di dilungarsi solo sui mali e sui guai e di non parlare delle misure da prendere contro i propri errori, di parlare dei mali della natura e della politica di potenza dell’America e della Russia, ma di non parlare dei rimedi da prendere contro le proprie deficienze e le lacune del suo Governo, così dobbiamo parlare noi al Governo italiano.

Il Paese chiede a voi, onorevole De Gasperi, di parlarci o di far parlare i Ministri sui provvedimenti da prendere per rimediare ai vostri errori o a quelli dei Governi che vi hanno preceduto. Questa è la prima condizione del risanamento. Finché non si rompe il circolo vizioso psicologico per cui la colpa è sempre dell’inondazione, della mancanza di elettricità, degli scioperi di minatori americani, e non è mai nostra, non si concluderà nulla di durevole. Si deve parlare delle deficienze nostre; e se a queste non poniamo rimedio, non c’è salvezza.

2°) Fino a quando non si riesce a stimolare l’accumulazione del risparmio – credo di aver sodisfatto l’onorevole Uberti – non bisogna forzare produzioni indiscriminate. Non basta produrre di più: questo occorre, ma non basta. Perché produrre di più in condizioni fallimentari ed antieconomiche, aggrava la crisi invece di risanarla. Sì, la produzione è elemento fondamentale, ma al fianco di essa bisogna vedere la formazione e l’afflusso produttivo del risparmio. Non basta naturalmente che il risparmio si formi: bisogna che questo risparmio affluisca effettivamente all’attività produttiva: e c’è un «iatus» che l’onorevole Einaudi mi sembra non sempre abbia colmato, anche dal punto di vista tecnico. Altri, come gli inglesi, gli svedesi e i norvegesi si sono sforzati di colmarlo.

Bisogna pensare che l’aumento di produzione può essere una parola d’ordine soltanto nella misura in cui ci sono provvedimenti atti a stimolare l’accumulazione di risparmio.

3°) Controllo dei cambi. La questione mi pare arcimatura. Spero che il Ministro Merzagora ci dirà cose definitive, perché mettere il dollaro a 350 e dare ai lanieri il 70 per cento sono tutti palliativi, che non sanano la malattia. Come sono fuggiti decine di milioni di franchi svizzeri e di dollari, ne fuggiranno ancora degli altri.

MERZAGORA, Ministro del commercio estero. Sono centinaia di milioni di dollari.

VALIANI. Io pensavo che fossero da 80 a 90 milioni di dollari, oltre ai franchi svizzeri, Però ammetto senz’altro che abbiano ragione gli onorevoli Dugoni e Merzagora, cioè che siano fuggiti centinaia di milioni di dollari. Tanto peggio! Si tratta adesso di farli rientrare: finché non li fate rientrare, l’emorragia non cesserà. La fuga non cesserà, qualsiasi provvedimento voi prendiate, se voi non determinate un cambiamento di rotta tecnico e psicologico per cui i dollari ed i franchi oro già fuggiti comincino a rientrare. Bisogna che il congegno tecnico e l’atmosfera psicologica sia tale che qualcuno cominci a far rientrare i suoi dollari, indipendentemente dalla minaccia dei carabinieri. Allora, forse, arresterete le ulteriori fughe. Ora, come si fanno rientrare i dollari? Del franco valuta, per esempio, se ne parla molto. Non si allarmi il Ministro Merzagora. Ho letto articoli su giornali che dicono di difendere la sua politica: sul Popolo e sull’Italia Nuova. Io non vorrei dire che siano cose non sensate; non sempre mi paiono però tecnicamente efficienti; e chiedo delucidazioni al Ministro.

Vogliamo esaminare la questione del franco valuta, così tipica del modo di governare in Italia, dopo la liberazione. Per un anno e mezzo è stata condotta un’eroica quanto vana lotta contro i mulini a vento del franco-valuta. Si era detto: è un pericolo, perché gli speculatori fanno rientrare in Italia i dollari e i franchi svizzeri, accumulati illecitamente. Quindi, eroica lotta contro questo terribile nemico.

Risultato: il franco-valuta è ufficialmente ammesso soltanto se è di fondi costituiti prima del marzo 1946; ma basta andare in galleria, aspettare qualcuno, il quale domanderà se vogliamo dollari. Gli si dirà: voglio del franco-valuta. Quello ci conduce presso una banca privata o un istituto religioso, si conclude del franco-valuta con tutti i crismi legali.

Dunque, eroica e inutile lotta. Ma il franco-valuta, con le sue evasioni, rappresenta ancora il pericolo minore; perché con esso i dollari, che escono da qui, tornano in forma di merci, il che è sempre un vantaggio, rispetto ai dollari che restano nascosti in Italia e non contribuiscono alla riserva della circolazione cartacea, o che restano in Italia. Quindi, questa lotta è una lotta contro i mulini a vento.

Si combatta pure contro una depravazione del costume e contro un modo di frodare il fisco. Ma si tratta di una depravazione che, paragonata ad altri modi, porta dei benefici, perché almeno tornano i dollari in forma di merci quando il Ministero autorizza delle importazioni in franco-valuta.

Se il Ministro Merzagora dirà che attenua le restrizioni poste al franco-valuta, io dirò che è uomo di buon senso; però questo è ancora insufficiente. Non si illuda di poter sanare la situazione soltanto con l’abolire la inutile lotta finora condotta contro i mulini a vento. È insufficiente tutto ciò, anche se mette la clausola che il 35 per cento dei viveri importati col franco-valuta deve passare allo Stato. Perché, o c’è statalismo completo, e quindi monopolio del commercio estero, oppure bisogna tener conto degli interessi dell’esportatore e dell’importatore. I prezzi dei viveri sono in aumento sui mercati mondiali, dappertutto; volete che l’importatore di viveri ceda allo Stato il 35 per cento della sua importazione? Può farlo. Ma a quale prezzo?

Se fissate un prezzo che non dà sufficiente guadagno all’importatore, questi presenterà le sue importazioni in modo tale, che il guadagno ci sia.

Quando lasciate la libertà all’individuo, dovete lasciargli una libertà che si confaccia alla natura psicologica dell’individuo; il quale non fa delle operazioni per aiutare il Governo o il Paese, ma per dare un guadagno alla sua azienda; e non può fare diversamente.

Se perciò voi volete col commercio estero aiutare a risolvere la situazione dei prezzi in Italia, dovete prendere altri provvedimenti oltre a quello di autorizzare il franco-valuta. Questa autorizzazione va bene in quanto liquida una situazione ridicola, ma non è un vero rimedio. Quali sono i veri rimedi? Sono due: l’uno abbinato all’altro.

Il primo è di mettere il cambio ufficiale del dollaro e delle altre valute al livello del loro corso sul mercato libero. (Io non parlo del cambio di esportazione che create voi con le licenze). Ebbene quando avrete adottato questo provvedimento e lo avrete fatto in forma tecnicamente adeguata, voi vi sarete messi in grado, in diritto, direi, di esigere le valute stesse. Non avrete più bisogno di dare il 30, 50, 70 per cento di valuta agli esportatori, ma potrete chiedere loro il 100 per cento della valuta, se la pagate al suo prezzo effettivo sul mercato corrente e tenuto conto del confronto dei costi e dei prezzi delle esportazioni dei vari Paesi.

Naturalmente sarà un’operazione difficile, perché c’è gente che tiene all’estero della valuta, non soltanto perché ci guadagna ma anche per una paura politica, per la paura di una guerra. Dovete trovare il sistema di fare in modo che le valute che comperate possano non rientrare totalmente in Italia. Lasciate all’estero un fondo che garantisca quelli che vi vendono delle valute all’estero. Vi sono esempi di banche private che fanno questo, banche dell’Europa centrale che in una situazione di instabilità monetaria e di instabilità politica acquistano all’estero valuta e solo in parte la fanno rientrare, perché se la facessero rientrare tutta, nessuno gliela venderebbe. È un problema che bisogna vedere con puri criteri tecnici, indipendentemente dalle speculazioni dei giornali di estrema sul corso del dollaro e via dicendo. Poi, destinate la parte delle valute così acquistate all’importazione di generi alimentari, è lo Stato che deve importarli se vuole ridurre i prezzi. Deve importare e deve fare quello che Schacht e Darré chiamavano «aufkaufen und manoevrieren». Non c’è una parola italiana equivalente che possa tradurre bene la frase tedesca: comperare in blocco e manovrare con quello che si è comperato. Lo Stato deve manovrare con le sue forze economiche. Questa è l’unica azione efficace sebbene adottata dai nostri nemici, per deprimere i prezzi. Carabinieri, guardie del popolo od altro in materia servono a nulla. È lo Stato che deve manovrare economicamente. Lo Stato vende le merci quando vuole deprimere i prezzi, perché se volete portare – come penso che il Ministro Merzagora voglia fare, anche se non oserà, perché si governa ancora così, farlo adesso – il cambio di esportazione e di importazione al suo livello reale, a 700, 800 o 900 per dollaro, dovete accompagnare questa operazione con manovre statali di tale natura. Studiatele! Ma una cosa se si inizia va accompagnata e seguita fino in fondo. Il Governatore della Banca d’Italia la inizi e la porti fino in fondo, arrivando fino al procuratore di un’agenzia qualsiasi di una banca in una via periferica di Milano, di Torino e di Genova, che ha da fare con coloro che producono e commerciano. Voi dovete vedere le cose dal punto di vista del Governatore della Banca d’Italia, ma anche dal punto di vista del procuratore di quella piccola agenzia di Banca di una via periferica milanese, torinese o genovese.

Evidentemente questo crea grossi problemi: tra cui una stanza di compensazione nazionale. Cosa faranno gli importatori che dovranno comperare dallo Stato le divise ad un cambio superiore di parecchio, del doppio forse, di quello che oggi pagano allo Stato. È la stanza di compensazione nazionale che dovete creare. Anche per questo vi occorre avere un minimo di riserve all’estero.

Quarto rimedio che dovete prendere in considerazione: la direzione del credito, quantitativa o qualitativa, sia bensì connessa con l’importazione e l’esportazione, come dicevo un momento fa, ma sia connessa, anche, come si fa oggi in Norvegia, con ordinazioni statali a certe industrie che sono obbligate a dar loro esecuzione. Non è il piccolo contadino, ma la grande industria che si può controllare. Queste ordinazioni statali si vigili che siano eseguite rapidamente, e naturalmente, lo Stato deve pagare dei prezzi remunerativi.

Tutto questo va visto indipendentemente dalle questioni elettorali. Se gli autisti di Roma vi chiedono della benzina perché si avvicina il 12 ottobre, e voi date un po’ di benzina in più perché questo fa bene alle elezioni, il vostro operato non è invece scevro da con siderazioni elettorali, e così non affrontate la situazione reale.

Si dirà che tutto ciò significa che il torchio non smetterà di lavorare. Onorevoli colleghi, forse che il torchio ha smesso di lavorare? No, non ha smesso di lavorare. La questione è soltanto questa: 1°) entro quali limiti può lavorare il torchio, e su questo punto l’onorevole Einaudi ci dà tutte le garanzie, e nessuno più di lui potrebbe dare garanzie più sicure; 2°) in cambio di che cosa lavora il torchio? Se lavora per sussidi che vanno subito in salari, in una situazione in cui la domanda ha ancora tendenza a sempre superare l’offerta, ogni emissione genera un aumento corrispondente dei prezzi. Fate invece lavorare il torchio soltanto contro qualche cosa la cui ripercussione sui prezzi sia molto più lunga. Questo è possibile. Se non fosse possibile, la teoria quantitativa della moneta sarebbe vera e sarebbe falsa quella della domanda e dell’offerta. C’è la possibilità: comperate valuta dagli esportatori ad un prezzo che ve la possono vendere e non li obbligate ad imbrogliarvi; comperate merci facendo ordinazioni statali alle industrie; insomma, dirigete l’inflazione. Nessuno può chiedervi, e vi illudete, se lo credete, di poter fare la deflazione, o anche semplicemente fermare sic et simpliciter l’inflazione, ma dovete dirigerla, per contenerla. Da tre anni non ci si vuol risolvere a dirigerla, perché non si vuole affrontare nessun provvedimento strutturale, e si adottano sempre i soliti espedienti.

Poi, verrà la questione del prestito di stabilizzazione estero, ma più in là. Più in là verrà pure la questione che pone il Presidente della Confindustria (lui la pone con uno scopo politico che mi trova suo oppositore): cioè trasferire la capacità di acquisto da un settore ad un altro che possa risparmiare. Verrà la questione del cambio della moneta; si rimporrà, onorevole Einaudi. Si tratta soltanto di vedere se darete la nuova moneta contro la vecchia moneta, sia pure in parte svalutata, oppure darete dei pezzi di carta.

Chiarite i rapporti tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Chiariteli in modo che, se non nel 1948, almeno nel 1949 possiate chiedere un nuovo prestito all’interno, che oggi non potete lanciare.

Che cosa importa la votazione qui? Ve la dà il Paese, al quale non potete chiedere, in una situazione del genere, un prestito interno. Ecco la votazione.

Conclusione su questo punto: ci vuole l’onorevole Einaudi; non dico che ci voglia sempre nel Governo perché tanto, nel Governo, porta gli stessi criteri della Banca d’Italia, ma ci vuole l’onorevole Einaudi alla Banca d’Italia. Che poi sia anche Ministro del bilancio e Vicepresidente, questo, in fondo, è una questione di divisione del lavoro. Io voterò a suo favore se rimane, pur votando contro il Governo.

Una voce al centro. Ma come fa?

VALIANI. Però l’onorevole Einaudi non basta da solo: accanto a lui ci vogliono uomini che non si limitino ad assecondarlo e magari a tenere per sé le loro violente obiezioni, ma che facciano essi quella manovra più larga monetaria e di commercio estero. Che abbiano il coraggio di farla, perché il Ministro Merzagora ne ha la capacità, ma non basta la capacità…

Qualche volta si sono presi questi uomini dal mondo della industria o della finanza. Niente di male. Mussolini ha trovato Beneduce ed altri, che evidentemente sapevano il fatto loro. Trovateli dove volete, nel mondo della politica o fuori d’esso, non importa, però fate in modo che abbiano diritto di agire, essi, senza aspettare che il Presidente del Consiglio abbia terminato di riflettere sulla utilità delle dilazioni. Perché se il Presidente del Consiglio non viene scosso, continua a dilazionare. Crea una partecipazione di sinistra, poi una di destra: ha il genio delle combinazioni.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Non sono combinazioni geniali, sono necessità. Se potessi farne a meno, ne farei.

VALIANI. Ho già detto che riconosco in lei un vivissimo senso dello Stato che è superiore agli interessi particolari, ma quando scende da questa sua forza morale e scende sul terreno dei provvedimenti effettivi, allora si ritrova nelle combinazioni.

C’è da mettere in crisi tutta la politica finora seguita dei debiti, dei rimedi, degli espedienti e farne un’altra. Non dire che l’abbiamo messa in crisi in giugno; in giugno avete continuato la politica precedente; siete andati avanti come prima, aggravandola con qualche intemperanza dell’onorevole Scelba e dell’onorevole Gonella. Contro di voi sono all’opposizione dal 1945.

Vengo al professore Ronchi. Il professore Ronchi ha detto molte cose giuste. Ci ha detto che nel campo del grano manovriamo. Professore Ronchi, finora avrete manovrato, ma finora i risultati sono negativi. I risultati finora si vedono dalle bancherelle di pane bianco che sono in via della Croce, in via del Babuino, di fronte al vostro Ministero, da per tutto. E i prezzi aumentano sempre.

Voi dite che questo prova che la politica che voi seguite è dura, e quindi costringe i prezzi del mercato nero all’aumento per l’accresciuto rischio.

Onorevoli colleghi, è diventato più pericoloso vendere il pane bianco a Roma? Lo si vende con la stessa facilità. Se, uscendo, vogliamo andare a colazione insieme, io vi posso portare dove si vende il pane bianco; non parliamo poi dei ristoranti.

Non è vero, quindi, quello che dite, che l’ascesa dei prezzi sul mercato nero prova soltanto che voi fate delle restrizioni…

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Ha detto perché il raccolto è stato scarso: questa è la ragione fondamentale! (Commenti).

VALIANI. Io ho preso appunti del suo discorso, anche perché ho altissima stima del professore Ronchi, un tecnico che ha collaborato con noi durante la guerra partigiana e che ci ha dato il massimo ausilio alla vigilia della liberazione e dopo. Però questo fatto non toglie nulla alla critica. Si è anche parlato dello scarso raccolto e ne parlerò anche io, nei riguardi della politica estera. Ma il professore Ronchi ha anche affermato che i prezzi vanno su anche dove e nei settori nei quali non c’è stato uno scarso raccolto.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Precisamente perché la deficienza del grano porta come conseguenza un aggravio sugli altri prodotti.

VALIANI. I prezzi delle uova, per esempio, dei prodotti ortofrutticoli, delle galline, della carne, ecc. Perciò avete anche detto che i prezzi vanno su perché è più rischioso venderli al mercato nero. Sullo scarso raccolto del grano avete ragione, ma sulla questione del rischio, no. Né io vi proporrò di mandare in giro poliziotti. Mandateli pure in giro, se li avete, e, se non li avete, forse la colpa è dell’onorevole Scelba che li adopera per lacerare manifestini.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Ci sono state 200 contravvenzioni, a Roma soltanto!

VALIANI. Del resto, noi abbiamo aumentato l’organico della Guardia di finanza: speriamo che avrà risultati benefici!

Fate pure; però la situazione non si risolve con questi mezzi.

Questione del contingente. Anche qui, quali sono i prezzi? se volete che si produca più grano, occorre stabilire un prezzo equo per gli agricoltori.

Il piano francese fatto da Fanguy Prigeant, un socialista, batte in sostanza la stessa strada della battaglia del grano. In Francia quest’anno sono stati seminati a grano 3,3 milioni di ettari; l’anno prossimo si vuole che siano seminati 5,3 milioni di ettari. È un’impresa molto ambiziosa, una vera e propria battaglia del grano, speriamo senza il bluff che l’accompagnava da noi. Comunque, anche da noi c’era qualche cosa da imparare in proposito. Ma a ciò si richiedono sementi, concimi, trattori. Di queste cose, della manovra del Governo per assicurare queste cose, parlateci e mettetele maggiormente in rilievo in confronto ai guai dei mercati mondiali, che tutti conosciamo.

Non sappiamo cosa faccia il Governo, sappiamo solo cosa dice: seminate più grano. Noi supponiamo che faccia moltissime cose. Certo le farà. Ma chiediamo che ci spieghi quali sono i provvedimenti che intende adottare. Il Governo francese dà atto di questo; io penso tuttavia che la politica alimentare generale di Ramadier sia stata finora sbagliata come la nostra, anche se è vincolista in confronto alla nostra, definita liberista. È sbagliata perché fa conto sulla polizia, e il contadino sconfigge tutte le polizie. La polizia fa del bene in determinati settori, ma non contro i piccoli produttori indipendenti, per le ragioni ovvie che potete trovare in tutti i testi, da Adamo Smith a Carlo Marx. Questa è la realtà di tutti i Paesi, in tutti i regimi politici: in Inghilterra, in Francia, in Russia, dappertutto. La polizia, per queste cose, non va bene. All’agricoltore non si deve mai imporre, come fu imposto all’inizio dei Governi di guerra, i prezzi con la polizia; questa impostazione di agire con la polizia sui prezzi agricoli ha viziato la situazione sotto ogni aspetto e in ogni suo settore, portandoci sull’orlo del fallimento.

Calcolate, domandate che cosa ci vuole perché il contadino produca più grano o più bestiame: questa è la questione. La questione dei contingenti è giusta solo se la vedete sotto tal punto di vista; in caso contrario, invece, si può star certi che i contingenti falliranno come è fallito il tesseramento, come fallirebbe quello differenziato.

Il professore Ronchi, che è un maestro in questa materia, dovrebbe pungolare il Presidente del Consiglio continuamente su queste questioni.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Le manderò il testo del discorso che ho tenuto ai tecnici agricoli.

VALIANI. Bene. Io purtroppo ho letto solo quello del Presidente del Consiglio, del quale sono dolente di dover dichiarare che non son rimasto soddisfatto, perché vi ho trovato una mentalità che non mi ha per nulla convinto. Si parla in esso di vincolismo e di liberismo e di strada di mezzo fra i due sistemi; ma quel discorso, a mio giudizio, ripete ancora quello che è stato l’errore fondamentale di tutti gli uomini di Governo che si sono succeduti da Mussolini in poi: l’errore di voler difendere a tutti i costi il proprio Governo. Ma lasciate da parte simili preoccupazioni: cosa vi importa se vi criticano? Voi non fate che interessarvi di quello che scrivono i giornali dell’opposizione: cosa scrive l’Unità? Cosa scrivono i giornali di destra? L’onorevole De Gasperi ha fatto dei progressi: si occupa solo dei giornali di Roma, mentre Mussolini si occupava di quelli di Parigi. Ma non vi occupate di queste cose.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio del Ministri. Io non ho fatto nessuna polemica con l’opposizione: che testo ha in mano lei?

VALIANI. Ma lei ha parlato di vincolismo e liberismo e di altre cose del genere.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Non è vero nemmeno questo.

VALIANI. Queste cose io non le dico perché voglia determinare qualche voto di più contro di lei: non ne ho la forza, e comunque userei allora altri argomenti. Voglio soltanto richiamare la sua attenzione sul fatto che, nonostante vi sia un autentico tecnico al Commissariato per l’alimentazione, noi non siamo ancora sulla via del risanamento in questo settore. Come affrontate voi la situazione? Qui si dovrebbe parlare di sovvenzioni: ecco dunque perché io vi parlo di politica economica generale.

È stato chiesto al Ministro dell’agricoltura nella Commissione delle finanze e del tesoro: questi sei miliardi che oggi vi concediamo, come li spenderete? È stato risposto: noi manderemo in giro degli ispettori, che ripartiranno questa somma ad occhio e croce. Noi stiamo facendo tutto ad occhio e croce da parecchi anni; e lo faceva Mussolini prima di noi, anche se nella sua battaglia del grano qualche elemento non approssimativo c’era; bisogna riconoscerlo.

La mia conclusione è semplice: fate una politica alimentare economica; lasciate da parte le polemiche sul vincolismo e il liberismo; occupatevi di come vengono spesi i sei miliardi e di come saranno spesi i miliardi successivi, e venite a dircelo. Questa è la questione; il resto è accademia.

E veniamo alla politica estera.

La nostra politica estera è talmente illusoria, onorevoli colleghi, che abbiamo potuto persino vedere dei rallegramenti tra gli uomini responsabili di essa, per il fatto che la Russia ha ratificato il trattato di pace. È vero che poi ci si accorse e si disse che questo rappresenta una mutilazione dolorosissima per tutti noi; ma rimase la convinzione che questa ratifica significasse una distensione e un contributo alla pace. Non è stata né una distensione né un contributo alla pace, né da una parte né dall’altra.

Se la Russia non aveva ratificato in un determinato momento, non era già perché volesse nuocere alla pace, e se ha ratificato in un momento successivo, non è perché voglia giovare alla pace. Guardate, essa ha una sua politica estera; magari l’avessimo anche noi; non quella, s’intende, della Russia, ma una altrettanto efficace e coerente: anche i piccoli Paesi, e noi non siamo un piccolo Paese, devono avere una loro politica estera coerente. In ogni modo, la ratifica da parte della Russia è venuta in ritardo per permettere a questa di giocare sulla questione dell’O.N.U. Io lo avevo predetto al conte Sforza. Il ritardo dei Russi è dovuto a questo: che essi non potevano affrontare la questione dell’ammissione dei paesi ex nemici all’O.N.U. se non con l’arma del ritardo della ratifica, della loro ratifica, perché la nostra non contava, come non doveva contare. In agosto i russi non potevano, data l’imminenza delle elezioni ungheresi, sostenere, come avevano interesse a sostenere, l’ammissione dell’Ungheria nell’O.N.U. Si tratta di voti: un Paese nell’O.N.U. vota in un senso, un altro in un altro. Disgraziatamente è così, e l’unico rimedio sarebbe se un Paese prendesse l’iniziativa di dire: io voto secondo i miei interessi, e non per questo o quel blocco.

Cosa ci dice a proposito di questa lotta in corso, all’O.N.U., l’intransigenza russa? Domani nel pomeriggio ci sarà la decisione; è stata respinta una proposta di deferire la questione ai cinque «Grandi». Questo forse ci giova. Forse domani nel pomeriggio ci potrebbe anche essere la nostra ammissione, forse barattata con quella della Finlandia, forse con quella dell’Ungheria. Forse saremo respinti.

Quale è l’atteggiamento del Ministro degli esteri? Ecco quanto scrive il Momento Sera, giornale diffuso a Roma (se qualcuno ha letto questa mattina la smentita di Palazzo Chigi, mi interrompa):

«Il portavoce di Palazzo Chigi, interrogato a proposito del dibattito che si svolge oggi al Consiglio di sicurezza circa l’ammissione dell’Italia all’O.N.U, ha dichiarato che l’Italia ha seguito con molta attenzione le varie fasi, ecc.»: e questo si intende; ed ecco le parole testuali:

«Le parole del Ministro Bidault circa l’apporto essenziale e necessario dell’Italia alla organizzazione della pace nel mondo sono state giustamente apprezzate dal Governo italiano. L’Italia ha ora tutti i requisiti per essere ammessa: secondo quanto contempla lo statuto delle Nazioni unite, l’Italia ha ben dimostrato di avere un Governo democratico e amante della pace per aspirare alla ammissione. Ma si sono visti – udite! – in questi ultimi giorni, mercanteggiamenti poco simpatici e soprattutto contrari alle finalità ed ai principi stessi dell’O.N.U; la nostra ammissione verrebbe compromessa se insieme con noi non entrassero all’O.N.U. Paesi che, a torto o a ragione, sono considerati dalla maggioranza dell’Assemblea come diretti da Governi non sufficientemente democratici».

Il portavoce autorizzato del Ministero degli esteri in una situazione in cui, domani nel pomeriggio, occorre che la Russia receda dal suo veto, perché, altrimenti, noi non saremo ammessi, prende posizione per la tesi americana propagandistica in una questione che maschera il conflitto sostanziale fra Russia e America. Cosa credete che quelli prendano per buone le parole che dicono, cioè, le parole che l’America dice sui Paesi non democratici? Ma che credete che l’America non sappia che in Turchia non c’è democrazia? Credete che il Generale Marshall, il quale ha fatto un rapporto terribile sulla politica cinese (ed un altro rapporto ha fatto ora il generale Weydemasser) credete che non sappia quanto sia manchevole lì la democrazia, anche se il cinese è un popolo eroico che ha lottato contro gli oppressori giapponesi e nazisti? Volete che la Russia non sappia che non c’è democrazia in Albania? Certo che lo sa.

Ma gli americani questo lo fan credere, perché così giova alla propaganda americana. Se voi sposate le tesi della propaganda americana, è logico che la Russia vi consideri acquisiti all’altro blocco.

È questo il punto fondamentale. La questione dell’indipendenza. Questo è fondamentale! Non la democrazia! Scusate, lasciatelo dire a me che sono militante democratico.

La questione fondamentale è: chi evacuerà per primo i Paesi occupati, chi evacuerà per primo la Germania, e in quali condizioni? Questo è il sostrato delle liti all’O.N.U.; e allora, perché noi facciamo finta di credere (se poi non facessimo finta, allora saremmo veramente degli sciocchi!) alla propaganda anglo-americana che per sue ragioni polemizza contro i mercanteggiamenti dei russi? Senza mercanteggiamenti non si fa politica! Diversamente, è meglio che andiamo ad insegnare in un collegio di educande! È logico che un Paese faccia i mercanteggiamenti che gli convengono. L’America dice che non c’è democrazia in Ungheria. In sostanza con questo vuol dire solo che in Ungheria ci sono ancora truppe sovietiche. L’Ungheria ha sette secoli di storia parlamentare, l’Ungheria è un nobile Paese di tradizioni parlamentari; ma tuttavia mai, fuorché nel 1905, un’opposizione riuscì a vincere le elezioni in quel Paese. Ma dobbiamo perciò concludere che l’Ungheria non è degna di sedere nel consesso dei Paesi civili? Ogni Paese ha una situazione particolare.

Delle elezioni attuali in Ungheria l’onorevole De Gasperi non dovrebbe lamentarsi perché i due partiti della democrazia cristiana magiara (quello più grosso capeggiato dal Gonella ungherese e quello più sottile capeggiato dal Gronchi ungherese) hanno riportato insieme il 25 per cento dei voti mentre il partito comunista ne ha riportato il 22 percento. Ci saranno stati anche soprusi e trucchi elettorali, come descrive in dettaglio un giornalista liberale, il quale del resto dichiara di non essere mai stato in Ungheria. Può darsi benissimo. Ma non crediate che l’America, la quale non ha mai protestato contro l’ammissione dell’Ungheria alla Società delle Nazioni, quando in Ungheria c’era il voto ristretto e palese, non crediate che protesti per ragioni di democrazia: protesta solo perché non vede ancora evacuato il paese dalle truppe russe, protesta solo perché vi sono contingenti russi anche in Ungheria. Si tratta dunque di un conflitto strategico. Perché dite dunque che noi respingiamo i mercanteggiamenti e ci facciamo giudici degli altri?

Onorevole Sforza, lei stamane doveva fare smentire queste insinuazioni così delicate!

Io spero che domani ci sarà l’ammissione dell’Italia all’O.N.U. Può darsi che la Russia all’ultimo momento valuti giustamente il peso di 46 milioni di italiani; ma se saremo ammessi, sarà solo per questo, e non perché il principio democratico valga all’O.N.U.

Vi credeva Wilson, ma quando si è mai visto nella realtà che i rapporti fra le grandi Potenze sono regolati dal principio democratico?

Quando l’ideale degli onorevoli Einaudi e Sforza ed anche il mio, degli Stati Uniti d’Europa e del mondo intero, sarà realizzato, allora sì, avremo democrazia internazionale.

Per il momento parliamo delle cose che esistono, dei conflitti strategici fra le grandi potenze davanti alle quali dobbiamo dare l’impressione di essere assolutamente indipendenti. Se domani la Russia votasse la nostra ammissione all’O.N.U. sarebbe in parte per una certa pressione del blocco americano, in parte perché potrebbe aver valutato che la situazione in Europa è tale che non le convenga avere un altro paese ostile. Su questo gioca il voto. Non potevate credere che ci si ammetteva all’O.N.U. semplicemente perché avevamo firmato il Trattato di pace. Forse domani saremo ancora respinti all’O.N.U.

Vediamo un po’, chi dei nostri Ministri è andato a Mosca? Un ottimo ambasciatore. Io lo difenderò, non come ambasciatore, perché io non lo conosco come tale, ma come uomo politico.

NITTI. Come fautore dell’autonomia della Val d’Aosta ha aperto la via al disastro dell’Italia.

VALIANI. Quando c’è la questione dell’O.N.U. si mandino in giro due, tre uomini politici per persuadere Vishinsky e dimostrargli che noi non voteremo sempre con gli americani, se fossimo ammessi. La questione è tutta qui. Spieghiamoglielo perché alla Russia non importa sapere ciò che noi pensiamo della democrazia in Ungheria, però le preme moltissimo di sapere come voteremo, una volta ammessi nell’O.N.U., perché questo sarebbe un indice del grado di adesione del nostro Paese ad un blocco strategico contro un altro blocco strategico.

Molte cose io dovrei ricordare al Ministro degli esteri. Per esempio, abbiamo firmato il Trattato di Pace, ma come ci presentiamo alla Conferenza delle colonie? Per esempio, l’Inghilterra, che ha voluto la ratifica del nostro Trattalo di pace, sulla questione delle colonie si potrebbe mettere d’accordo con la Russia.

Si delinea forse un certo distacco dell’Inghilterra, su certe limitate questioni, dall’alleanza americana e si delinea qualche flirt con la Russia. Potrebbero forse mettersi d’accordo per le nostre colonie, mentre invece è interesse dell’Italia che la Russia ci sostenga nei confronti dell’Inghilterra per le colonie così come era evidente l’interesse nostro che l’America ci sostenesse nella questione di Trieste nei confronti della Russia.

Trattati di commercio. È vera l’informazione che ho, che tutti i nostri trattati di commercio sono andati a male, o se non sono andati a male, non rendono? Ci sono trattati di commercio che danno buoni risultati? Questo desidererei sapere. O è vero invece che tutti i trattati di commercio, nessuno eccettuato, non hanno dato buoni risultati? C’è un trattato violentemente attaccato dalla stampa, quello con la Jugoslavia. Vi è anche un altro trattato, pure attaccato dalla stampa, quello, ancora in elaborazione, con l’America. La stampa ha il diritto di attaccare. Ma bisogna rispondere, signor Ministro degli esteri.

Piano Marshall. Io approvo completamente il Ministro degli esteri quando aderisce al piano Marshall, però tenete conto di alcuni elementi. Primo, della natura stessa del piano Marshall che è tale per cui, appena si annuncia, fa aumentare i prezzi delle merci che ci saranno fornite. Esistono ormai le statistiche americane che fanno temere una situazione come quella per cui il prestito all’Inghilterra è diminuito di valore perché i prezzi sono andati su.

Non dimenticate che anche in America c’è una situazione di inflazione, anche se diversa dalla nostra.

Secondo: la tendenza determinata nella economia mondiale dal piano Marshall è tale che i prezzi delle nostre esportazioni hanno tendenza a diminuire. Questo abisso che c’è fra esportazioni americane ed europee non è facile a colmare. Questa non è una ragione per non aderire al piano Marshall, ma per aderirvi realisticamente e per seguire la situazione passo per passo. So che i nostri delegati hanno fatto a Parigi tutto il necessario, e spero che sentiremo anche la loro voce. Ma non basta; non tutto è loro compito: non è una delegazione riunita a Parigi o a New York che può decidere, ma sono i Governi direttamente.

Questi sono problemi fra Governo e Governo, malgrado il piano Marshall rappresenti l’unificazione tendenziale dell’economia europea. Sono i Governi sovrani e non le delegazioni che possono risolvere le grandi questioni.

Quindi, aderiamo al piano Marshall, seguiamolo fino in fondo; ma non creiamo illusioni e soprattutto seguiamo passo passo (questa è la questione fondamentale) il banco di prova del piano Marshall, fondamento dei prezzi. Da questo dipende la sorte del nostro Paese e di tutti i Governi che hanno aderito al piano Marshall. Di queste cose bisogna parlare, questa è la questione da porre; e se un Ministro degli esteri va a Parigi in occasione del piano Marshall, dica questo agli americani. Gli americani già lo sanno, lo apprendiamo dai loro giornali. Il Governo italiano non è in grado di illuminarci o non lo vuol fare. Ma una cosa è che lo sappiano gli economisti americani, e altra cosa è che il Governo americano ne tragga conclusioni politiche.

Non basta sapere che esiste la miseria; altra cosa è agire, avere la volontà e la capacità di agire. Si deve scuotere il Governo americano e dirgli che agisca su questa situazione, altrimenti con questo piano creiamo illusioni e deviamo il corso dell’economia europea. Questo devo dire al Ministro degli esteri. Invece, quando va a Parigi, egli parla di altre cose. Prendo atto della smentita dell’onorevole Sforza. Lo conosco: è un democratico sincero, un combattente della democrazia. È evidente che a Parigi non ha detto – sarebbe antidemocratico – quelle cose che la stampa gli ha attribuito.

Ad ogni modo ha fatto male a scivolare su questo terreno: è un terreno che si presta sempre ad equivoci. Questi sono temi che vanno bene nella nostra propaganda elettorale quando andiamo nel collegio elettorale, non a Parigi. Tanto è vero che, mentre il Ministro degli esteri ha smentito (io credo alla sua smentita), tutta la stampa internazionale ha pubblicato le sue pretese dichiarazioni e nessun giornale ha pubblicato la smentita. Sia il New York Times che il Figaro hanno pubblicato la sua dichiarazione ma non la smentita. Ieri uno dei grandissimi giornali di New York ha pubblicato tutto un articolo di fondo sul dibattito che si svolge in quest’Aula. Quel giornale sostiene l’onorevole De Gasperi. È un giornale che considera i comunisti pericolosi; vede con piacere un Governo senza i comunisti.

Ma ecco, l’analisi del giornale comincia così: «come il conte Sforza ha detto efficacemente a Parigi, quest’inverno, se non ci saranno gli aiuti di grano, ci sarà il comunismo in Italia». Questo, come è rappresentato dalla stampa americana, ha la sua importanza. Bisogna essere più cauti.

L’onorevole Nenni ha sollevato una polemica col conte Sforza, circa l’influenza americana sulla nostra politica interna.

Influenza diretta non c’è stata. Però, io devo leggervi quello che scrive su un grande giornale americano lo Shirer, che fu a Berlino capo della più grande agenzia di stampa americana e che ha scritto un libro di successo fantastico sulla politica tedesca tra il 1939 e il 1941. Egli previde l’aggressione tedesca in Russia.

Ecco cosa scrive lo Shirer: «Il dipartimento del Segretario di Stato Marshall potrebbe essere più franco nello spiegare e chiarire queste cose: perché il nostro popolo non deve sapere, perché non gli deve essere detto francamente che i responsabili della nostra politica hanno deciso che è nell’interesse degli Stati Uniti di contenere l’espansione russa (si riferisce ad uno dei capi del dipartimento di Stato) e la diffusione del comunismo nell’Europa occidentale e nel Mediterraneo; e che, per accompagnare coi fatti questa decisione, noi siamo obbligati a fornire armi alla Grecia e alla Turchia, e non già perché crediamo di salvare la democrazia in questi paesi antidemocratici? Che noi per lungo tempo siamo intervenuti negli affari interni dell’Italia e che, in primo luogo, il nostro intervento nel giugno scorso ha indotto De Gasperi a gettare i comunisti fuori del Governo ed a sostituirvi un Governo con democristiani e indipendenti di destra, la cui maggioranza nel Parlamento eletto democraticamente è esigua?»

Non so e non credo che lo Shirer sia bene informato sulle reali intenzioni del Governo. Ma è stato il primo a mettere in guardia contro la tendenza, che in America esiste, dell’intervento politico anticomunista in Europa. Nel febbraio predissi qui alla Costituente che proprio l’ascesa del generale Marshall, avvenuta nei giorni in cui l’onorevole De Gasperi era in America, avrebbe significato, se non cambiamento totale di rotta, tuttavia affiancamento alla politica di intervento anticomunista di una nuova politica costruttiva.

Penso che Marshall ripudierebbe le affermazioni spesso attribuitegli, ma non penso che queste affermazioni siano al cento per cento campate in aria; penso che bisogna far rispondere da altri giornali. Un uomo di Stato italiano può scrivere una lettera ad un grande giornale americano e dire: «Guardate, noi non facciamo dell’anticomunismo per far piacere all’Occidente».

Shirer è uomo democratico, che rappresenta il liberalismo americano; egli ha scritto molti articoli, di grande ripercussione, contro il governo Tsaldaris in Grecia, per un Governo di unione nazionale democratica, che oggi si è formato.

Perché un nostro uomo di Stato non scrive una lettera pubblica? Questa è la cosa da fare, se si vuole dimostrare alla Russia che non facciamo una politica unilaterale. Non bisogna lasciar correre che i giornali pubblichino una smentita in Italia ma non all’estero, mettendo in giro versioni del tutto diverse. Dico questo indipendentemente dalla partecipazione dei comunisti al Governo, sulla quale le mie opinioni non coincidono necessariamente con quelle di Togliatti.

È nostro interesse, è interesse nazionale, tutelare la nostra indipendenza e non crearci un nemico nella Russia. Un altro giornalista americano, anche egli molto noto, Alsop, più a destra di Shirer che è più a sinistra, che si trova ora in Europa, sta scrivendo degli articoli molto interessanti in cui si dicono molte cose esatte. Egli ha parlato con molti uomini politici italiani e conosce la nostra situazione. (A parte certe inesattezze: per esempio credeva che Secchia e Moscatelli avessero organizzato le Brigate internazionali in Ispagna, ignorando che Secchia e Moscatelli, al tempo della guerra di Spagna, erano in carcere e parteciparono invece poi alla nostra guerra partigiana). Alsop fa una buona analisi della situazione economica italiana, ma lega in ogni articolo codesta questione del grano e degli aiuti con la questione di avere il Governo senza i comunisti.

È una questione preoccupante perché questi grandi giornali formano l’opinione pubblica americana. Nel 1948 il Congresso dovrà decidere sul «piano Marshall» e ci saranno le nuove elezioni presidenziali in America. Se noi diamo in America, o lasciamo che si dia, l’impressione che ci possano essere interferenze da parte loro nella nostra politica interna, irrimediabilmente noi avremo delle reazioni russe. Noi sappiamo che come l’America, anche la Russia interviene nella sua zona d’influenza. È per questo che siamo contrari alle zone d’influenza. Però, il fatto che la Russia intervenga non è una buona ragione perché ci lasciamo mettere allo stesso livello della Rumenia. La Rumenia, badate, è un degno grande Paese nobile e civile: ma ha solo 17 milioni di abitanti; mentre noi ne abbiamo 46 milioni e possiamo fare una politica più autonoma di quella della Rumenia. Dico la Rumenia perché è un paese al quale vanno tutte le nostre simpatie in quanto rappresenta la nostra stessa cultura in quella parte d’Europa. È anche un Paese democratico, che ha realizzato una grande rivoluzione agraria ed ha eliminato le più gravi e stridenti ingiustizie sociali e la malfamata corruzione della vecchia classe dirigente.

TOGLIATTI. Se fosse stata in zona americana non l’avrebbe fatto!

Una voce al centro. Muoiono di fame, in Rumenia!

VALIANI. Questi giudizi non ci interessano. Ci interessa il fatto che noi non dobbiamo essere fieri del fatto che si esclude la Rumenia quando l’Italia è esclusa.

Dobbiamo essere indipendenti proprio perché esiste il pericolo di una guerra. Oggi siamo nella zona americana, onorevole De Gasperi, ma non possiamo sapere in quale zona saremmo se disgraziatamente ci fosse un conflitto armato. È interesse che in Italia ci sia un Governo deciso a tutelare solo gli interessi nazionali e l’indipendenza e che dica che noi non siamo nemici di nessuno, se non di chi ci invade. Questa è una questione che non è stata con abbastanza forza riaffermata all’estero dal nostro Governo. Il nostro Governo deve avere questo coraggio, e deve buttar via il complesso di inferiorità che abbiamo verso chi ci aiuta. Per chi ci aiuta dobbiamo avere gratitudine e riconoscenza, ma non complesso d’inferiorità. Essi sono in 130 milioni ma anche noi non siamo pochi: 46 milioni. C’è la bomba atomica, che vince le guerre, d’accordo, ma ci sono anche i «grossi battaglioni», come diceva Napoleone. La Russia ha 200 milioni di abitanti!

Non lasciate che la stampa del mondo intero e gli uomini politici di molti Paesi, se non di tutto il mondo, ci considerino come irrimediabilmente legati ad una determinata costellazione strategica.

Può darsi benissimo che dal punto di vista sentimentale e spirituale noi siamo più vicino agli occidentali che agli orientali. È una questione di preferenza individuale; è possibile che spontaneamente, se si potesse interrogare il popolo italiano su questo, esso andrebbe verso gli americani; forse anch’io farei lo stesso: forse li conosco di più, non conosco i russi. L’onorevole Sforza dice che i russi sono sospettosi, ma io non ne so niente. Può darsi che sia vero il contrario, e può darsi che abbia ragione Togliatti per cui in Romania c’è la riforma agraria grazie ai russi, e che ci sarebbe stata anche qui se fossimo stati occupati dai russi. Sono questioni che ci possono dividere o non, però la politica estera deve apparire univoca e chiara.

Tutto quello che è stato scritto sul conte Sforza a Parigi, sul nostro cambiamento di Governo, sulla nostra domanda di ammissione all’O.N.U., sui mercanteggiamenti che un portavoce autorizzato di Palazzo Chigi disprezza perché crede alla politica estera senza mercanteggiamenti, tutto quanto si scrive sui giornali americani e francesi su questo dibattito, prova che tutti pensano all’estero che invece ci sia l’intervento su di noi, che noi lo subiamo e che ci conformiamo ad esso. Fatelo smentire. Per i fatti non voglio fare critica all’onorevole De Gasperi e al conte Sforza, però ai fatti devono anche seguire le manifestazioni diplomatiche. I nostri rappresentanti all’estero e più ancora il Ministro degli affari esteri, devono tener questo linguaggio coraggioso e dire: «Signori, non è questione di comunismo; questa rientra fra le questioni interne. Il fatto che voi ci aiutiate, che noi aderiamo al vostro piano avviene perché economicamente è necessario che ciò si faccia».

Dobbiamo affermare un minimo di indipendenza, se no avviene quello che è avvenuto con gli accordi economici con l’Inghilterra, che il conte Sforza ci ha citato come una prova dell’urgenza di ratificare il Trattato di pace; se no, egli diceva, quegli accordi non entravano in vigore. Io gli ho risposto che, quando si discusse alla Camera dei comuni di quegli accordi, ci furono delle risate e il Ministro Bevin disse che a Roma si erano valutati quegli accordi ben diversamente da come li valutavano a Londra. Questo lo ricordo perfettamente ed i verbali ne dànno prova.

Quale la sorte di quegli accordi? Uno di essi, quello concernente i pagamenti fra i Paesi compresi nell’area della sterlina, ha lo scopo dichiarato di rendere la sterlina convertibile.

È la triste realtà. Ce la racconterà l’onorevole Einaudi: venti milioni di sterline congelate. L’accordo contiene una clausola in cui si dice che: se l’uno o l’altro dei Governi muterà la sua politica monetaria in modo da interferire con le disposizioni del presente accordo, i due Governi riesamineranno gli accordi stessi, al fine di introdurre gli emendamenti che si rendano necessari». Spero che ci sia anche il nostro riesame in corso; però il Belgio ed altri Paesi che avevano sterline, nelle sei settimane di libera convertibilità della sterlina, hanno fatto quello che ha fatto ogni uomo di affari privati, cioè non hanno lasciato che le sterline si congelassero tutte e ne hanno portato via una parte. Noi le abbiamo avute tutte congelate. Lo spirito col quale fu negoziato l’accordo ci ha svantaggiato nella questione delle sterline. Noi abbiamo combattuto a fianco degli inglesi. Se ci trovassimo in un’altra guerra, forse saremmo ancora alleati degli inglesi, non si sa. Abbiamo una massima ammirazione per la civiltà inglese, ma in questioni di affari cessa l’amicizia. Si tratta di vedere gli affari nei loro termini reali confacenti agli interessi di un determinato Paese.

SFORZA, Ministro degli affari esteri. Se gli inglesi hanno disdetto il loro accordo vuol dire che quando lo facemmo era favorevole a noi.

VALIANI. Non è esatto. Non è stato disdetto dagli inglesi. Gli inglesi hanno sospeso, non già per noi, ma per il mondo intero, che conta cento volte più sterline di noi, la convertibilità della sterlina; l’hanno sospesa perché ci sono stati troppi ritiri di sterline, perché qualche Paese è stato più accorto del nostro. Non dico che l’accordo fosse sbagliato, ma bisognava oltre a concluderlo seguirne l’effettiva esecuzione con una vigilanza continua e costante e non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti. Non crediamo di essere sempre alleati. Siamo stati alleati, anche se l’onorevole Nitti lo nega, durante i diciotto mesi di cobelligeranza; eravamo spiritualmente alleati anche prima. Io mi sono sentito alleato dal 1940. Questione discutibile fra di noi. Siamo stati alleati fino all’aprile 1945, fino all’insurrezione, anche nei mesi successivi se volete, quando ci venivano rifornimenti esclusivamente di carattere umanitario e quando gli Alleati avevano la responsabilità di governarci. Adesso l’abbiamo noi questa responsabilità. Io vorrei che fossimo loro alleati, perché l’alleanza significherebbe che abbiamo un peso tale da poter trattare da pari a pari, se no non è alleanza. Avere un peso da poterci alleare con l’Inghilterra, con l’America, con la Russia, come fa la Francia che gioca su questa situazione: queste sono le cose da imparare dal Ministro Bidault e non i suoi discorsi sulla democrazia!

Ecco la questione fondamentale della nostra politica estera. C’è una nostra dipendenza acutissima dall’America. Tutte le statistiche provano che questa dipendenza non potrebbe essere ovviata totalmente commerciando di più con l’Europa orientale. Questo è vero, ed evidentemente pesa. Gli scambi con l’America sono oggi più forti di quelli con l’Occidente europeo e di quelli che potrebbero essere con l’Oriente europeo anche se facessimo una politica estera più aperta verso quei Paesi. Però, veda, onorevole Sforza, di cambiamenti negli scambi ve ne sono, se non di anno in anno, ogni qualche anno. Ci sono stati periodi in cui la Russia esportava più grano dell’America. Possono tornare quei periodi. Dovete lasciare le porte aperte. Nell’altro dopoguerra l’Ungheria e la Romania avevano la crisi per esuberanza di grano che non sapevano come esportare. Questi periodi possono tornare fra quattro o cinque anni. Dipendiamo oggi dall’America. Teniamo realisticamente conto che è fenomeno transitorio, come sono transitori le varie potenze degli eserciti e i vari andamenti dello spirito dei popoli. Quello che deve essere tenuto fermo, in questi mutamenti che noi non possiamo indovinare, è l’esistenza di una politica estera nostra, che mira sì alla federazione europea, agli Stati uniti del mondo intero, ma mira soprattutto a mantenere in questa terribile tempesta l’autonomia totale della politica italiana, che sia tale non solo nei nostri cervelli e nella nostra volontà, ma anche nel giudizio che danno di noi all’estero dall’una o dall’altra parte. In questo senso e con questi presupposti potremo effettivamente cooperare con tutti i Paesi che aderiscono al Piano Marshall; fare la politica con l’America, ma senza mai rompere i ponti con l’altra parte e coltivando sempre la possibilità di avere rapporti, se non analoghi, di importanza considerevole con l’altra parte. Questo finora l’ho trovato nelle intenzioni del conte Sforza, ma non nella effettiva, quotidiana esecuzione della sua politica estera.

Poche parole sulla politica generale, cioè sull’argomento di questa crisi, sulla questione della sfiducia al Governo.

Io credo che non sia fondamentale la composizione del Governo, la partecipazione dei partiti di massa, dei partiti di destra, del Governo di colore, dei partiti di centro sinistra, dell’unione nazionale: queste sono, in fin dei conti, questioni secondarie, importanti soprattutto ai fini elettorali. Quello che è urgente, indispensabile, è un cambiamento completo del metodo di governare. Bisogna governare in modo da affrontare i problemi strutturali.

Non penso che il metodo di governo debba astrarsi dalle forze vive che operano nel Paese: non si può governare se non esiste un modus vivendi amichevole fra il Governo e la Confederazione generale italiana del lavoro.

L’errore di Ramadier, oltre ai meriti suoi in altri campi, fu quello di avere sottovalutato la resistenza alla sua politica economica pianificatrice da parte della Confederazione del lavoro.

Ora, più andiamo avanti verso la pianificazione – e noi in certo senso ci andiamo – più la pianificazione suppone forze controllate dallo Stato, perché non si pianifica con le forze degli altri. Ci sono lunghi studi teorici sull’argomento, e tutti gli studiosi sono giunti alla conclusione che si pianifica solo nella misura in cui si controlla, in qualsiasi modo, ma effettivamente, un determinato settore.

Il Piano Marshall ci spinge in questa direzione: c’è stato un interessante dibattito sui giornali americani sulla questione se il Piano Marshall significhi pianificazione dell’economia europea, oppure un piano, un programma qualunque. La conclusione cui sono giunti questi giornali, è che il Piano Marshall significa precisamente pianificazione dell’Europa. Anzi, un giornale ha riassunto il dibattito dicendo che il Piano Marshall obbligherà, se sarà attuato, l’economia europea ad una pianificazione del genere di quelle attuate dalla Germania e dalla Russia. Si prescinde dal colore politico; bisogna vedere i fini obiettivi.

Quindi, noi andiamo verso la pianificazione, o almeno vogliamo andare verso la pianificazione, se abbiamo aderito al Piano Marshall. Non possiamo farlo senza la collaborazione effettiva e fiduciosa della Confederazione del lavoro. Non c’è nulla da fare: le principali forze produttive sono rappresentate dalla classe lavoratrice.

Voi potete desiderare, l’onorevole Pastore può desiderare, che la Confederazione del lavoro sia diversa da quella che è; ma, come Governo, dovete fare i conti con essa quale ora esiste, altrimenti tutta la vostra politica economica di pianificazione alla quale dite di volervi avviare, nel rispetto del Piano Marshall, poggerà sul vuoto, sulla sabbia.

Codesta è questione che si pone in tutti i Paesi, sotto tutte le latitudini, in Polonia come in Inghilterra. E così anche in America, nella capitalistica e liberale America, dove il controllo dei prezzi fu fatto saltare e le speculazioni hanno avuto corso libero, in seguito ad un convegno del dicembre 1945 fra i rappresentanti dell’organizzazione operaia, quelli delle organizzazioni padronali e il Governo. Ivi il Governo ha continuato a sostenere il controllo dei prezzi. Un capo di una organizzazione operaia, John Lewis, che dirigeva il Sindacato dei minatori, ma poi conquistò tutta la federazione americana del lavoro, sostenne che bisognava abolire il controllo dei prezzi. Il resto del movimento operaio allora si ribellò; egli condusse la battaglia poiché aveva evidentemente scopi sindacali da perseguire: sperava in forti aumenti di salario e in altre provvidenze cui contava si potesse pervenire.

La sua politica ha rotto la solidarietà che era sempre esistita durante la presidenza di Roosevelt, che aveva anzi formato la base della vita sociale. Lewis sostenne dunque la sua tesi; una parte degli operai, una parte degli imprenditori stessi vennero gradualmente sul suo terreno. La politica del controllo dei prezzi saltò; la rottura si fece fra il Governo e gli imprenditori.

Voi vedete dunque che persino in America, persino nella capitalistica e liberale America, dove non c’è un partito operaio, ove forse non c’è neppure un deputato socialista, o ve ne sono appena due o tre, è accaduto questo. La forza dell’organizzazione operaia è dunque indispensabile; adesso vi sono parecchie correnti in America le quali consigliano a Truman di operare un certo controllo sui prezzi: ma subito soggiungono che vi debba assolutamente essere l’accordo con le organizzazioni operaie.

Se dunque il Governo non risolverà questo problema, sarà vano sperare che le cose possano risolversi spontaneamente. Io non so come il Governo potrà risolverlo; non spetta a me di dargli un consiglio: questa è l’arte del governare, e sta perciò al Governo stesso di trovare la via che dovrà seguire.

Onorevoli colleghi, questa è un’epoca di democrazia, di libertà sociale; ma è anche un’epoca di sviluppo nella vita economica delle forze organizzate e di influenza dei loro capi. Il principio democratico e il principio gerarchico oggi avanzano contemporaneamente, soprattutto nel campo economico. Bisogna trovare un equilibrio, un temperamento. Governare, costruire lo Stato, significa appunto ricercare costantemente questo equilibrio. Inutile, quindi, e pericoloso sarebbe fidare nei dieci, nei dodici, od anche nei settanta, negli ottanta, o, sia pure, nei trecento voti di maggioranza che aveva prima il tripartito. Questi voti sono stati tutti insufficienti, come lo sarebbero tutti quelli che potrebbe avere il Governo in seguito ad un qualsiasi rimpasto.

Non il rimpasto è alla base della questione; occorre una politica ferrea che venga dal centro e non rimandi l’esame e la soluzione delle questioni strutturali più spinose.

Onorevoli colleghi, io concludo come ho incominciato. L’onorevole De Gasperi ha vivissimo il senso dello Stato ed ha vivissima la devozione verso lo Stato: ma è ormai tempo che dal sentimento si passi all’azione efficace e coraggiosa. (Applausi – Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Il seguito della discussione è rinviato alle ore 16.

La seduta termina alle 12.40.

LUNEDÌ 29 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXVI.

SEDUTA DI LUNEDÌ 29 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE CONTI

indi

DEL PRESIDENTE TERRACINI

INDICE

Congedi:

Presidente

Interrogazione (Svolgimento):

Presidente

Gonella, Ministro della pubblica istruzione

Marchesi

Ronchi, Alto Commissario per l’alimentazione

Mancini

Petrilli, Sottosegretario di Stato per il tesoro

Russo Perez

Fanfani, Ministro del lavoro e della previdenza sociale

Marazza, Sottosegretario di Stato per l’interno

Pratolongo

Bettiol

Pecorari

De Michelis

Colitto

Interrogazioni con richiesta d’urgenza (Annunzio):

Presidente

Marazza, Sottosegretario di Stato per l’interno

Jervolino, Sottosegretario di Stato per i trasporti

Mazza

Sui lavori dell’Assemblea:

Grassi, Ministro di grazia e giustizia

Presidente

Vernocchi

Interrogazioni (Annunzio):

Presidente

La seduta comincia alle 16.

MAZZA, ff. Segretario, legge il processo verbale della precedente seduta pomeridiana.

(È approvato).

Congedi.

PRESIDENTE. Comunico che hanno chiesto congedo i deputati Pertini e Perassi.

(Sono concessi).

Interrogazioni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Interrogazioni.

Cominciamo dall’interrogazione dell’onorevole Marchesi al Ministro della pubblica istruzione, «per conoscere i motivi che hanno provocato lo scioglimento della prima Commissione di maturità classica del liceo governativo di Acireale».

L’onorevole Ministro della pubblica istruzione ha facoltà di rispondere.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Come è noto, quest’anno, per la prima volta, è stato introdotto il sistema di esami di Stato con Commissioni in maggioranza estranee alla scuola alla quale appartiene il candidato. Era evidente che da ciò derivasse una maggiore severità di giudizio, da molti educatori auspicata, ma era pure evidente che questa severità doveva restare nei limiti fissati dalle circolari ministeriali, a garanzia dell’uniformità dei giudizi stessi. Comunque l’introduzione del nuovo esame di Stato spiega le preoccupazioni che si sono in alcuni luoghi riscontrate da parte di famiglie e di studenti.

Ad esempio, ad Acireale, si è avuta una deplorevole manifestazione studentesca contro la Commissione ministeriale, sicché la Commissione stessa ritenne opportuno chiedere, attraverso il provveditore, l’intervento di un ispettore ministeriale, come risulta da esplicite dichiarazioni dei membri della Commissione.

Quindi, contrariamente a ciò che scrisse qualche giornale, nessuna misteriosa influenza di latifondisti o feudatari siciliani ha determinato il Ministero all’invio ad Acireale dell’ispettore di zona, invio normale, il quale era stato chiesto dalla Commissione: né erano in questione figli di feudatari, poiché il candidato in questione, il Condorelli, risulta figlio di un ciabattino.

L’ispettore ebbe occasione di esaminare la posizione del candidato Condorelli Sebastiano, uno dei migliori allievi del locale liceo governativo, che in tutte le prove dell’esame di Stato era riuscito con esito favorevole, ad eccezione del greco, in cui era stato escluso dalla prova orale. Poiché l’elaborato, secondo il parere dell’ispettore, sembrava tale da non giustificare l’esclusione, egli invitò la Commissione a riesaminare il proprio giudizio. Nella Commissione, dapprima incerta, prevalse il parere di respingere l’invito dell’ispettore, il quale, tornato a Roma, riferì alla Direzione competente.

A proposito del giudizio di esclusione dalla prova orale va osservato che l’esaminatore di greco, cioè quello della materia, espresse parere discordante da quello degli altri commissari, in quanto egli era favorevole all’ammissione del Condorelli: però non insistette perché la sua opposizione venisse messa a verbale.

A questo riguardo si deve ricordare che il Ministero aveva diramato in data 14 giugno 1947 la circolare n. 4778 nella quale era chiarito che l’ammissione alla prova orale nelle materie con prove scritte doveva essere negata solo nel caso in cui la prova scritta dimostrasse impreparazione e deficienze tali da rendere inutile, per la rispettiva materia, il proseguimento dell’esame.

L’elaborato del Condorelli fu ritenuto dall’ispettore Moricca – la cui competenza è ben nota all’onorevole interrogante – tale da non giustificare l’esclusione dall’esame orale, e perciò il Ministero inviò una nota, nella quale si richiamò alla predetta circolare, non solo per risolvere in senso favorevole il caso Condorelli, ma anche per invitare il provveditore di Catania «a far considerare al presidente della Commissione l’opportunità di trovare un equo correttivo» pure in eventuali casi analoghi. Quindi non si trattava specificatamente del caso Condorelli, ma, in linea generale, dell’applicazione di criteri della circolare; né si trattava di giudizi definitivi, ma di semplice ammissione agli orali, ammissione la cui pubblicità non è prescritta da alcuna norma, mentre è diffusa la consuetudine di comunicare direttamente al candidato la non ammissione al momento degli esami orali.

La disparità di valutazione fra la Commissione di Acireale e l’ispettore Moricca si spiega per un fatto di capitale importanza. La Commissione, come è successivamente risultato, non aveva avuto conoscenza della circolare n. 4778, e nel suo verbale n. 9 testualmente dichiarò «di riconoscere che, se la Commissione avesse avuto notizia delle norme interpretative contenute nella circolare del 14 giugno ultimo scorso, n. 4778, la quale non fu comunicata dal preside a nessuna delle tre Commissioni di maturità che erano nell’Istituto, probabilmente il candidato Condorelli sarebbe stato ammesso agli esami orali».

Tuttavia la Commissione ritenne giusto di insistere nel suo punto di vista e consegnò al provveditore i verbali.

Il provveditore, preoccupato della necessità di concludere le operazioni di esame, giudicò di dover sostituire la prima Commissione, ritenendola implicitamente dimissionaria. Su tale punto vi fu divergenza di opinioni, in quanto la Commissione ritenne di essere stata sciolta dal provveditore, mentre il provveditore dichiarò che non era nelle sue intenzioni di far ciò ma solo di sanzionare lo stato di fatto della consegna di verbali.

In seguito alla presentazione di un rimorso inoltrato al Ministero contro il provveditore agli studi di Catania, il Ministero provvide subito ad un diretto e completo esame della delicata questione, inviando in Sicilia un altro suo ispettore per raccogliere tutti gli elementi necessari per un giudizio definitivo sulla questione.

Gli ulteriori provvedimenti del Ministero sono riassunti nella lettera trasmessa alla Segreteria generale del Sindacato nazionale della scuola media: lettera di cui si reputa opportuno dar lettura:

Questo Ministero, comunica che ha inviato in Sicilia un altro ispettore centrale per accertamenti ulteriori sulle questioni relative alla prima Commissione di esami di maturità classica in Acireale.

«L’ispettore ha svolto la sua azione prendendo contatto col provveditore agli studi, con membri della Commissione, con docenti della Università e delle scuole medie, in un’atmosfera di viva cordialità, quale era naturale si stabilisse in conversazioni tra uomini di scuola, nella trattazione di problemi che la scuola direttamente riguardavano.

«In un tale spirito di sincera collaborazione è stato facile dissipare alcuni malintesi, cosicché l’ispettore ha potuto recare a Roma nuovi dati di fatto ed elementi nuovi di giudizio, che sono stati dal Ministero accuratamente valutati.

«È anzitutto risultato chiaro che la Commissione, al momento del giudizio di ammissione alle prove orali, non era a conoscenza della circolare ministeriale n. 4778 che precisava i criteri per le ammissioni suddette, in modo da garantire uniformità di giudizio da parte di tutte le Commissioni esaminatrici. Nessuna intenzione, dunque, da parte della Commissione, di non seguire le norme ministeriali. Era invece opportuno stabilire a chi spettasse la responsabilità della mancata tempestiva trasmissione della circolare citata; e di ciò il Ministero ha dato incarico al provveditore agli studi di Catania, affinché possano essere presi eventuali provvedimenti disciplinari.

«D’altra parte, il Ministero ha potuto, esaminando i nuovi elementi giunti a sua conoscenza, rilevare che la dimostrazione svoltasi nel luglio ultimo scorso ad Acireale contro le deliberazioni della Commissione, è risultata tale da esser considerata lesiva della dignità e del decoro della Commissione esaminatrice, e, quindi, della scuola tutta; dignità e decoro di cui il Ministero è naturale tutore.

«È stato pertanto comunicato al provveditore agli studi di Catania che il suo decreto col quale egli sostituì la Commissione non può essere approvato dal Ministero, che ha conseguentemente invitato il provveditore stesso a ristabilire la Commissione nelle sue piene funzioni a decorrere dal 13 agosto, in modo che non vi sia soluzione di continuità e in modo che alla Commissione medesima sia offerta la possibilità di rivedere i propri giudizi sull’ammissione alle prove orali, tenendo conto dei criteri additati nella circolare citata.

«Contemporaneamente sono state impartite al provveditore disposizioni opportune per garantire, contro ogni possibile evenienza, la dignità e il decoro della Commissione esaminatrice nell’espletamento delle sue funzioni».

Tutto ciò, in linea di fatto.

Passando alla questione di diritto, si rileva che è stata affermata l’inapplicabilità al caso in questione dell’articolo 133 del regolamento 4 maggio 1925, n. 653, il quale dà facoltà al Ministero di annullare i provvedimenti delle autorità scolastiche locali quando vi sia violazione di legge. E l’inapplicabilità viene avvalorata attraverso l’affermazione che vi è inesistenza di qualunque rapporto gerarchico fra il Ministero e le Commissioni, non ritenute autorità scolastiche locali.

Ma, una volta ammesso che ciò sia vero, si cade in una palese contraddizione quando si afferma che il disposto dell’articolo 92 dello stesso regolamento (secondo cui negli esami, che non siano di maturità e abilitazione, i giudizi sono definitivi e inappellabili, ma sindacabili dal Ministero agli effetti disciplinari) debba intendersi esteso senz’altro anche all’articolo 93, che tratta specificamente degli esami di maturità e abilitazione, e che tace in proposito.

Se tale estensione viene senz’altro ammessa, si ha la sindacabilità dei giudizi agli effetti disciplinari, e la Commissione viene pertanto a trovarsi in posizione di dipendenza gerarchica dal Ministero, contro quanto s’era precedentemente affermato.

Se volessimo esprimerci in termine di logica, dovremmo dire che l’insieme dei tre articoli: 92, 93, 133, secondo l’interpretazione che ad essi si vorrebbe dare, costituisce un sistema incompatibile.

D’altra parte l’esperienza dimostra che, in casi fortunatamente eccezionali, ma che pure dolorosamente talvolta si verificano, l’inappellabilità assoluta dà luogo a gravi inconvenienti.

Prova ne sia che un giurista del valore di Vincenzo Arangio Ruiz, che non è certo inferiore ai giuristi della Università di Catania, dovette, in qualità di Ministro della pubblica istruzione, in data 22 giugno 1945, per il caso di una candidata di Matera, ordinare la riforma di un giudizio di esclusione dalla prova orale di italiano: ordine che fu eseguito senza provocare alcun dissenso o protesta. Ecco le testuali parole del Ministro Arangio Ruiz: «Il Ministero dichiara nulla la deliberazione con cui la Commissione ha escluso dalla prova orale di italiano la candidata in parola, e dispone che questa sia ammessa, in occasione della imminente sessione estiva, a sostenere la prova stessa».

Date le incertezze e le imperfezioni della legislazione vigente, mentre ho disposto che gli ispettori si limitino ad una funzione consultiva, mi propongo di nominare subito una Commissione composta da giuristi del Ministero e del Sindacato, la quale (anche in sede de jure condendo) studi le possibilità di interpretazione e di chiarificazione delle norme in materia.

PRESIDENTE. L’onorevole Marchesi ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MARCHESI. Potrei dichiararmi sodisfatto di questa pace intervenuta tra il Ministero dell’istruzione e le Commissioni esaminatrici. Potrei dichiararmi sodisfatto, se il caso di Acireale non rivelasse un pericoloso disordine – adopero termini piuttosto moderati – nell’Amministrazione scolastica centrale. Dico Amministrazione centrale perché ritengo non giusto e non ragionevole attribuire unicamente al Ministro della pubblica istruzione la responsabilità di tutte le ordinanze e di tutte le note che provengono dalla burocrazia della vecchia è della nuova Minerva.

Osservo soltanto che sarebbe desiderabile, trattandosi di un’Amministrazione centrale, che le disposizioni prese fossero tali da non recare turbamento ed offesa ad un organismo così delicato e, oggi, così malato come è la scuola italiana.

Revocare, con la soddisfazione di tutti, delle disposizioni già prese, significa riparare un danno, ma non significa cancellare una offesa. Quei provvedimenti dell’Amministrazione centrale della pubblica istruzione non dovevano essere adottati ed evitare si potevano facilmente. A farli evitare concorreva tutta la disciplina dei regolamenti scolastici e la buona consuetudine.

Il fascismo – ricorre spesso questo amaro ricordo sulle nostre labbra – che corruppe tutto quello che toccò, volle anche pesantemente gravare sui giudizi delle Commissioni esaminatrici, le quali spesso non resistettero alla triviale ingerenza e, quando resistettero, i giudizi restarono.

Adesso l’onorevole Ministro ha ricordato un precedente del Governo post-fascista, del Ministro Arangio Ruiz. Se il Ministro Arangio Ruiz intervenne contro il voto della Commissione di esami nelle stesse condizioni in cui è intervenuta ora l’Amministrazione scolastica, ha fatto male, e l’onorevole Ministro ha citato l’esempio di un complice. D’altra parte, bisognerebbe vedere se l’ordinanza del Ministro Arangio Ruiz corrispondesse in pieno a quella per cui fu emessa la nota ministeriale del 6 agosto.

Ad ogni modo, il Ministro ha dimenticato di citare – e qui la dignità della scuola ha ricevuto offesa – il documento essenziale, quello del 6 agosto, con cui il Ministero annullava la decisione presa dalla prima Commissione di esami. Io richiamo in modo particolare l’attenzione degli onorevoli colleghi su questo punto, il quale costituisce una novità sconcertante che, se dovesse essere accolta, sovvertirebbe tutto il procedimento degli esami.

Il Ministro dunque, richiamandosi al disposto dell’articolo 133, annullava la decisione della prima commissione di esami ed ordinava l’ammissione alle prove orali del candidato in questione. Per la prima volta, quindi, l’onorevole Arangio Ruiz, per la seconda lei: e speriamo non capiti anche una terza volta.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Me lo auguro anch’io.

MARCHESI. Ad ogni modo, mi rincresce che di simili episodi non vi siano esempi neppure nel precedente regime che pure, in tutti gli organi dell’amministrazione statale, di irregolarità e di abusi abbondava.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Ci sono, sa.

MARCHESI. Potremmo redigere allora una trista storia su questo argomento. Il Ministro frattanto, anzi il Ministero, si sostituiva senz’altro alla Commissione d’esame, ed ordinava l’ammissione alle prove orali del candidato che ne era stato escluso con un voto concorde della Commissione – poiché non risulta dai verbali che ci sia stata discordanza – ratificato e pubblicato.

Dunque il Ministero approva, dunque il Ministero promuove, dunque il Ministero ha questa facoltà che finora pareva fosse riserbata esclusivamente alle Commissioni giudicatrici d’esame, il cui giudizio è inappellabile e definitivo. E l’articolo 133, onorevole Ministro, non è proprio applicabile a questi casi.

L’infelice mano di quel funzionario che tracciò la nota mandata al provveditore di Catania, incorse in un grave errore. L’articolo 133 dice che il Ministero può annullare o riformare i provvedimenti delle autorità scolastiche locali, quando questi siano «in aperta violazione di legge». Che una Commissione giudicatrice giudichi insufficiente un tema che un signor ispettore della pubblica istruzione giudica invece sufficiente, non è un’aperta violazione di legge, perché non è legge insindacabile il giudizio di un ispettore, il quale non dovrebbe mai entrare…

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Non conosceva la legge.

MARCHESI. …in un giudizio di merito di fronte a una Commissione legalmente costituita.

Le autorità scolastiche locali che possono incorrere in violazione di legge sono il Preside, i provveditori, sono i presidenti stessi delle Commissioni esaminatrici, in quanto possono prendere disposizioni che riguardano la disciplina degli esami; ma la Commissione esaminatrice è organo giudicante, non è gerarchicamente sottoposta ad alcuna autorità superiore: può giudicare bene, può giudicare male. Questo capita dovunque: come ci insegnano gli atti e i fasti della Magistratura. Può capitare a chiunque, e dovunque nella pubblica amministrazione. Ma, in ogni modo, il voto della Commissione d’esame è definitivo, è inappellabile. Se questo non fosse, tutto il procedimento di esami sarebbe sovvertito.

PRESIDENTE. Onorevole Marchesi, la prego di concludere.

MARCHESI. Io ritengo che questa disposizione, con cui il Ministero ha intimato l’ammissione alle prove orali di un candidato respinto, sia di enorme gravità.

Una voce a sinistra. Ha ragione!

MARCHESI. E vorrei dire un’altra cosa: l’incidente è capitato in un momento assai brutto, per la sempre più rovinosa eccedenza della popolazione scolastica, a cui bisogna porre un freno, onorevole Ministro, e immediato ed urgente; un freno non soltanto col rigore fiscale, che va applicato con giusta discriminazione, ma soprattutto con il rigore nel giudizio di esame. Il più insidioso favore che si possa accordare alla gioventù delle scuole ora è l’indulgenza: indulgenza vuol dire reclutamento di spostati, intriganti e disoccupati. Non altrimenti si può salvare la scuola. (Approvazioni a sinistra).

E per ciò che riguarda l’ispettorato, l’ispettore esercita un ufficio delicato e necessario. Nel corpo degli ispettori conosco uomini provvisti di ogni ottima qualità; di altri non potrei dire altrettanto.

Onorevole Ministro, con un corpo di ispettori bene scelto, che abbiano solidità di cultura, esperienza sicura della scuola, serenità e perspicacia di giudizio, voi potrete salvare la scuola. Altrimenti non potrete che accrescerne la rovina.

Non ho altro da dire. (Approvazioni).

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Mancini all’Alto Commissario per l’alimentazione, «per conoscere se sia giusto che una regione come la Calabria continui ad essere trascurata come ai tempi del suo predecessore. Infatti risulta che per solo pane la provincia di Cosenza ha un arretrato di oltre 17 mila quintali di farina; mentre le altre due provincie, pur avendo un fabbisogno giornaliero superiore, hanno ciascuna un arretrato di 11 mila quintali di farina. Si fa osservare che il grano proveniente dal piroscafo Nazzimi di cui nella risposta a una precedente interrogazione, non è stato sufficiente a coprirli, perché si sarebbe dovuto sospendere la corresponsione delle razioni correnti. Per saldare gli arretrati bisogna corrisponderli in aggiunta alla razione giornaliera».

L’onorevole Alto Commissario per l’alimentazione ha facoltà di rispondere.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Premesso che la richiesta dell’onorevole interrogante si riferisce al periodo primaverile, che, come è noto, è stato particolarmente difficile per la congiuntura col nuovo raccolto, devo far rilevare che le ben note difficoltà determinatesi già fin dagli ultimi mesi della scorsa campagna per l’approvvigionamento cerealicolo del Paese, hanno causato arretrati che sono rimasti insoddisfatti non solo nelle Calabrie, ma in molte altre Regioni che dovevano essere rifornite totalmente dalle provincie esportatrici o dall’estero.

A ciò debbo aggiungere che la assoluta impossibilità di costituire adeguate scorte di cereali ha notevolmente influito sull’approvvigionamento delle provincie calabre, anche per le locali difficoltà di ordine tecnico.

Ad ogni modo, con la nuova campagna, sono stati fatti sforzi considerevoli per superare dette difficoltà.

Dal 1° luglio sono state effettuate tutte le assegnazioni necessarie per coprire il fabbisogno di pane e di generi da minestra fino al 31 ottobre per l’intera Regione.

Attualmente la distribuzione del pane è regolare e sono state pure distribuite le razioni di pasta per luglio e agosto, ed è in corso di distribuzione la razione di settembre.

Particolarmente difficile si presenta in Calabria, come altrove, il problema degli arretrati per deficienza di disponibilità. Pur tuttavia, in relazione al fatto, segnalatomi in una recente riunione che ho tenuto per il problema del Mezzogiorno, che tali arretrati sarebbero stati anticipati sulla loro quota da agricoltori locali, sarà disposto perché i Comuni vengano reintegrati del necessario per coprire tali anticipazioni. Inoltre dei sacrifici sopportati in passato dalle popolazioni sarà tenuto conto con qualche distribuzione straordinaria, non appena avrò le sufficienti disponibilità.

Comunque ho disposto perché, anche in previsione delle difficoltà del prossimo inverno, siano subito anticipate le assegnazioni per coprire il fabbisogno fino a tutto dicembre.

Posso, in proposito, assicurare che alla data odierna è stata disposta l’anticipazione del fabbisogno di pane per tutto il mese di novembre prossimo venturo.

Seguo con attenzione la situazione calabra e assicuro che farò ogni sforzo perché la sua posizione venga mantenuta in avvenire allineata con quella delle altre provincia.

PRESIDENTE. L’onorevole Mancini ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MANCINI. Io speravo in verità una risposta ben diversa da quella che l’onorevole professor Ronchi mi ha dato in questo momento. Speravo diversamente, per un doppio ordine di ragioni: primo, perché mi dava affidamento il discorso tenuto sabato scorso, e, poi, per la speciale situazione della provincia di Cosenza.

Noi tutti ricordiamo l’interessante discorso di sabato (che io mi son permesso ben tre volte di interrompere), nel quale egli ha parlato dei calmieri (perché il calmiere ha molta efficacia se acquista carattere nazionale), e si è intrattenuto sulla produzione dell’olio, per la quale speriamo che non si avveri quanto si è avverato da noi, centro di produzione, ove questa estate i prezzi dell’olio sono saliti ad altezze proibitive, cioè a mille lire al litro, perché sono scesi dal Nord gli auto-treni a rastrellare tutta quella disponibilità sottratta agli oleari del popolo da parte dei grossi produttori. Infine egli ha denunciato al Paese, in cifre, la terribile situazione, cioè la fame del popolo italiano. Il professor Ronchi ha affermato che la media delle calorie per ogni abitante di questo nostro bel Paese arriva appena a 2000. Parlando di media vuol dire che vi sono larghi strati della nostra popolazione che hanno delle calorie inferiori alle 1500 ed alle 1000, quando tutti sappiamo che per poter mediocremente vivere le calorie devono arrivare a 3000 e 3500.

Questi strati di popolazione poveri di calorie sono rappresentati dalle categorie di cittadini meno abbienti e dalle provincie meno abbienti. Ora, una delle provincie meno abbienti è la provincia di Cosenza, che è stata così ostinatamente trascurata che è in arretrato di 17 mila quintali di grano in rapporto alla provincia di Reggio, a quella di Catanzaro e ad altre provincie italiane.

Ora, io non so perché questa provincia meno abbiente, che dovrebbe essere tenuta in maggior considerazione dall’Alto Commissario, è invece trascurata. Io al suo predecessore rivolsi altra volta una interrogazione (uggioso ritornello è il mio); mi rispose che avrebbe provveduto e non ha provveduto. Dissi pure qualche altra cosa di evidente importanza; dissi che vi erano dei paesi che oscillavano dalla deficienza di un minimo di 10 razioni ad un massimo di 50, per cui erano avvenuti dei fatti gravissimi nei paesi di Diamante e Bonvicino, i cui abitanti si erano riversati nella stazione ferroviaria ed avevano staccato un vagone ferroviario di derrate alimentari diretto in Sicilia. Andò un ispettore, indagò e accertò che il fatto da me denunciato all’Assemblea Costituente era rispondente a verità. Mi si promise che gli arretrati sarebbero stati immediatamente saldati con grano sbarcato dal piroscafo Nazzimi che doveva attraccare a Crotone; non si fece nulla. Lei oggi mi dà notizia che gli arretrati non possono essere saldati. Ciò costituisce una truffa a danno di quelle popolazioni. Capisco che le razioni giornaliere devono essere corrisposte, ma insieme con le razioni giornaliere devono essere corrisposti anche gli arretrati, altrimenti ci troviamo di fronte a popolazioni in continua deficienza, in rapporto ad altre regioni privilegiate.

Io chiedo al Governo soltanto una cosa: un po’ di giustizia distributiva; chiedo che cessi quella parzialità regionale, per cui alcune regioni sono favorite mentre altre, come la Calabria, sono abbandonate e trascurate.

Il mio non è un grido di allarme, forse è una protesta, certamente un ammonimento. Fatene tesoro.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Voglio semplicemente dire che io ho normalizzato una situazione che era straordinariamente anormale, regolando le distribuzioni. Non solo; ma non c’è nessuna Regione in Italia che abbia avuto, come attualmente è avvenuto per la Calabria, disposizioni per anticipare le assegnazioni fino a dicembre: proprio per evitare che si verifichino gli sfasamenti che sono avvenuti l’anno passato. Per quel che si riferisce agli arretrati, non escludo e non ho escluso di poterli dare. Ho disposto di darli intanto immediatamente a quei Comuni che si trovano in posizione di particolare scopertura.

Mi riserbo in futuro di venire incontro non appena potrò avere disponibilità.

MANCINI. Sono 17 mila quintali di grano in arretrato nella provincia di Cosenza. Bisogna provvedere subito. I discorsi e le cifre non dicono nulla.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione degli onorevoli Vigorelli, Bastianetto, Facchinetti, Fantuzzi, Carignani, Cavallari, Russo Perez, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro del tesoro, «per sapere se ritengano tollerabile la situazione creata all’Opera nazionale invalidi di guerra, cui sono stati assegnati mezzi assolutamente inadeguati ad assolvere i compiti che le sono attribuiti dalla legge e che sono sempre più onerosi, sia per il crescente numero degli assistiti, sia per l’aumento dei costi, particolarmente degli apparecchi ortopedici e dei ricoveri ospedalieri e sanatoriali».

L’onorevole Sottosegretario per il tesoro ha facoltà di rispondere.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Si fa presente che per l’esercizio finanziario 1946-47 furono stanziate in favore dell’Opera nazionale invalidi di guerra lire 410 milioni; che, essendosi tale stanziamento rivelato insufficiente, furono portate a 472 milioni. In seguito a nuove richieste dell’Opera il Ministero del tesoro ha assicurato quest’ultima che avrebbe provveduto ad erogare l’ulteriore somma di lire 126 milioni, dall’opera stessa ritenuta necessaria pel saldo del fabbisogno di detto esercizio. È in corso, infatti, la variazione di bilancio in tale senso.

Quanto all’esercizio finanziario 1947-48, lo stanziamento previsto in lire 400 milioni, a seguito del rilievo dell’opera, viene portato, con variazione di bilancio in corso, a 530 milioni.

Ove tale maggiore assegnazione si dimostrasse insufficiente, il Ministero non si rifiuterebbe di esaminare, nel quadro delle possibilità del bilancio, la richiesta di nuovi stanziamenti.

PRESIDENTE. L’onorevole Russo Perez, che è uno dei firmatari della interrogazione, ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

RUSSO PEREZ. Non posso dichiararmi sodisfatto, perché se si pensa che gli apparecchi ortopedici costano tredici volte più di quanto costavano due anni fa, è chiaro a tutti che le provvidenze adottate dal Governo non sono adeguate ai bisogni di questa benemerita categoria di cittadini.

Pertanto, chiedo che il Governo studi i mezzi per venire incontro ai bisogni di questa disagiata e benemerita categoria.

PRESIDENTE. Le seguenti due interrogazioni riguardano lo stesso argomento, e possono essere svolte congiuntamente:

Cavallari, Russo Perez, Bastianetto, Fantuzzi, Giacchero, Carignani, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro del tesoro, «per sapere se, visto lo stato di arretratezza delle pratiche di pensione di guerra, le quali vanno accumulandosi in modo deplorevole, non ritengano di prendere radicali provvedimenti al fine: 1°) di mettere immediatamente la Direzione generale delle pensioni di guerra in grado di disporre di locali adatti e di personale adeguato, assegnandole gli uni e gli altri in numero sufficiente alle sue improrogabili necessità; 2°) di fare funzionare soddisfacentemente tutte le Commissioni mediche per le pensioni di guerra, dotandole della necessaria attrezzatura e del personale relativo»;

Morini, al Ministro del tesoro, «per conoscere se non ritiene urgente procedere alla riorganizzazione del Servizio pensioni di guerra e infortuni civili, riunendo le varie sezioni – oggi disseminate in quattro edifici, lontani l’uno dall’altro – in un unico edificio, in modo da poter coordinare le varie branche ed attività ed iniziare un sollecito lavoro di espletamento delle 600.000 e più pratiche che attendono la definizione, ponendo così fine alla paralisi del delicatissimo settore».

L’onorevole Sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Le richieste di informazioni, rivolte dagli onorevoli interroganti, in merito alla liquidazione delle pensioni di guerra, riguardano un’attività, che trascende il campo puramente amministrativo, perché, pur svolgendosi in base ad un complesso procedimento tecnico, è diretta ad un fine altamente sociale.

Ringrazio gli onorevoli interroganti della possibilità che mi offrono di fare ampie comunicazioni all’Assemblea Costituente, e da quest’Aula a tutti coloro che sono interessati alla liquidazione delle pensioni di guerra.

Consapevole delle severe responsabilità connesse con l’esame ed il sollecito disbrigo dei vasti compiti affidati al Ministero del tesoro per detta liquidazione, compiti per i quali, nel Paese lacerato dal crudele conflitto si manifesta così diffusa e vigile ansia di assidui controlli e di insofferenti attese, ritengo doveroso sottoporre alla benevola attenzione degli onorevoli colleghi – attraverso l’esposizione di fatti corredati da dati statistici di recente rilevazione – il poderoso sforzo di lavoro quotidianamente affrontato dai competenti uffici nell’interesse della martoriata categoria degli invalidi e mutilati di guerra, militari e civili, ed a favore di congiunti di coloro che per la guerra hanno perduto la vita, nonché quanto è in corso di attuazione per rendere più agile e spedito l’accennato servizio.

La Direzione generale per le pensioni di guerra, all’atto della sua costituzione nell’agosto del 1923, in sostituzione dell’allora soppresso Sottosegretariato di Stato per le pensioni di guerra, disponeva di 1200 impiegati, tutti ben esperti della materia, pur essendo allora i compiti circoscritti e limitati, trattandosi di un organismo che aveva già compiuto per un quinquennio la parte più gravosa del suo lavoro. Nuovi conflitti armati, ai quali successivamente l’Italia veniva a partecipare, portarono quella Direzione generale su un piano di lavoro più intenso ed accelerato, necessario a far fronte alla richiesta che avanzavano nuovi minorati e nuovi congiunti di caduti.

Apertasi infine, col giugno 1940, la via a quella immane conflagrazione, che fra tante rovine ha lasciato i segni terribili della guerra sui corpi di interminabili schiere di militari e di civili, come ha gettato nel lutto tanti congiunti di caduti, progressivamente sempre più vasta importanza ha assunto l’opera della ridetta Direzione generale, di fronte a compiti ognora più gravosi ed assillanti e, malgrado questa nuova pressante mole di lavoro, il personale, dal complesso delle 1200 unità del 1923, alla data dell’8 settembre 1943 era sceso a 543 elementi, numero che si ridusse ancora di molto al 31 dicembre dello stesso anno per il licenziamento di tutti gli avventizi da parte dello pseudo governo repubblicano.

Ripresa la sua funzione nel 1944, dopo la liberazione del territorio di Roma, la Direzione generale ha potuto gradatamente riassumere il personale precedentemente licenziato ed ha immesso nuovi elementi avventizi e diurnisti; ha potuto, nei primi mesi del corrente anno, avere alcuni sottufficiali dell’esercito in qualità di comandati; infine, a seguito dello scioglimento del Ministero della Costituente, ha avuto in assegnazione un’aliquota di avventizi e diurnisti. La Direzione generale disponeva così, pochi mesi or sono, di 806 impiegati dei quali 198 di ruolo dei diversi gradi, 35 subalterni di ruolo e 115 sottufficiali comandati; infine 450 fra avventizi e diurnisti. Si era però ancora ben lontani, in raffronto con la situazione del 1923, dall’avere quel complesso di impiegati che riuscissero a far fronte all’immane mole di lavoro sempre in continuo sviluppo. La questione del personale, di vitale importanza per raggiungere il più rapido ritmo di lavoro, era peraltro strettamente collegata con un altro grave problema: quello dei locali, la cui deficienza ha posto la Direzione generale per lungo tempo, cioè per tutto il tempo in cui sono durate le requisizioni alleate in Roma, in condizioni di estrema difficoltà.

I vari servizi, com’è noto, sono stati allogati finora nell’edificio di Via della Stamperia, in quello di Via Flaminia, mentre gli archivi erano posti nel Palazzo degli esami, a Via Girolamo Induno in Trastevere. I servizi che hanno sede nel fabbricato principale di Via della Stamperia erano oltremodo congestionati, sicché gli impiegati, costretti a lavorare in quattro o cinque per ciascun ambiente, venivano a mancare della necessaria tranquillità e comodità. Ed il loro lavoro, già di per sé affannoso ed estenuante, si rendeva sempre più gravoso con una ovvia riduzione di rendimento in tutta la Direzione. Questa assolve il suo compito a mezzo di servizi o di uffici nei quali è suddivisa e le cui attribuzioni sono qui appresso succintamente indicate: Ufficio affari generali, Ufficio del personale, Servizio pensioni dirette nuova guerra, Servizio pensioni indirette nuova guerra, Servizio infortunati civili di guerra, Servizio pensioni dirette vecchia guerra, Servizio pensioni indirette vecchia guerra, Servizio pagamenti, Segreteria del Comitato di liquidazione delle pensioni di guerra, Commissione medica superiore, Ragioneria.

Per risolvere l’affannoso problema dei locali, il Ministro del tesoro, d’accordo con la Presidenza del Consiglio, ha compiuto frequenti tentativi presso altri Ministeri e pubbliche amministrazioni, ma purtroppo infruttuosamente, fin quando, con la derequisizione dell’edificio di Via Sicilia 59, da parte delle autorità alleate, è stato possibile assicurarsi la disponibilità di un cospicuo numero di locali, circa 180, per dare una migliore organizzazione ai servizi e per destinare al disimpegno di essi un’altra cospicua massa di impiegati.

La risoluzione integrale del problema dei locali esigerebbe, come è stato avvisato dall’onorevole interrogante, la destinazione di un solo edificio, con almeno 400-500 vani ai servizi in parola. Ma al momento attuale un edificio siffatto non è disponibile ed occorrerà utilizzare quelli già esistenti, nonché l’altro di recente destinazione, nell’attesa, che mi auguro non troppo lunga, di poter disporre dell’accennato edificio unico.

Debbo frattanto comunicare che l’avvenuto ampliamento dei locali ha già reso possibile di accrescere il numero del personale addetto alla liquidazione delle pensioni di guerra, portandolo da 806 a circa 950 unità, con la previsione di un prossimo, molto prossimo, aumento in guisa da superare notevolmente il migliaio di impiegati. E ciò senza assunzione di nuovo personale in quanto, conformemente alle raccomandazioni fatte dalla Commissione finanze e tesoro di questa Assemblea per il contenimento delle spese statali e in esecuzione del decreto legislativo 4 aprile 1947, n. 207, è stato, come sarà ancora, utilizzato il personale in eccedenza presso altre amministrazioni.

L’esperienza amministrativa mi ha persuaso peraltro che l’acceleramento nel disbrigo delle pratiche di liquidazione delle pensioni aveva bisogno di un mezzo che non si concretasse soltanto nell’aumento numerico del personale, ma anche in una sua maggiore efficienza; e a tal riguardo soggiungo di aver disposto che in aggiunta al lavoro ordinario sulla base di orario di ufficio, fosse instaurato anche quello a cottimo, di sicuro e cospicuo rendimento. Questa ulteriore forma di lavoro è stata iniziata lunedì scorso 22 corrente; vi sono addette circa 600 persone, e le primissime informazioni fornitemi dal direttore generale delle pensioni di guerra sono molto confortanti.

Il mio Ministero ha la certezza che, con questo eccezionale incremento di attività, si possano ottenere risultati di larghissima portata.

Altro settore al quale è stata rivolta la massima attenzione è quello del funzionamento delle Commissioni mediche, alle quali sono demandati, come è noto, gli accertamenti tecnici sulla esistenza e sulla entità di malattie o lesioni. Tali Commissioni, nel luglio dello scorso anno, erano soltanto 19; sono state portate, in poco più di un anno, a 30, ed è prossima la costituzione di altre due Commissioni. Esse sono distribuite nelle varie regioni d’Italia, in località fornite di ospedali militari, della cui attrezzatura hanno bisogno per eventuali indagini di natura complessa. È stato anche provveduto perché esse funzionino in più turni, in modo da dare i risultati che potrebbero ottenersi con un numero doppio o triplo di tali organi. E perché questi turni diventino più frequenti, si è disposto, con decreto legislativo di imminente pubblicazione, la destinazione alle Commissioni anche di medici civili dipendenti dallo Stato, utilizzandosi, così, circa un centinaio di medici appartenenti ai ruoli del Ministero dell’Africa.

Naturalmente, non è dato pensare che gli accennati provvedimenti resisi possibili soltanto in questi ultimi tempi trasformino nel giro di poche settimane la situazione che obiettive circostanze avevano determinata. Ma è pur lecito prevedere che così daranno sensibili risultati in questo scorcio di anno, in modo da avviare a sicura normalizzazione un problema di tanta importanza.

Ed è a questo fine che il Ministero del tesoro si propone pure di sottoporre con la maggiore urgenza all’approvazione del Consiglio dei Ministri misure di carattere legislativo, che rendano più spedita la procedura di liquidazione delle pensioni di guerra.

Il sistema vigente, ereditato dalla elaborazione legislativa formatasi in occasione della precedente guerra mondiale, è sostanzialmente imperniato sui seguenti criteri:

1°) per quanto attiene alle pensioni dirette dei militari: sull’accertamento della qualità di militare o ex militare e del relativo grado; sulla constatazione tecnica della minorazione fisica e sulla relativa entità; sul nesso di causalità fra il servizio prestato e detta minorazione;

2°) per le pensioni dirette a favore di civili: sull’evento bellico, sulla minorazione fisica e sul nesso di causalità fra il primo e il secondo elemento;

3°) per le pensioni indirette, su tutto ciò che forma oggetto, rispettivamente, del primo o del secondo ordine di accertamenti, e in aggiunta, sul rapporto familiare, richiesto dalla legge, col deceduto.

Da questi criteri, di evidente valore logico, non sembra potersi decampare, ove non si voglia pervenire alla conclusione di attribuire la pensione di guerra anche a coloro cui non spetti.

Ma è sulla procedura imposta dal vigente sistema legislativo che sembra necessario apportare congrue modifiche.

Se da una parte per la liquidazione di pensioni a militari ancora trattenuti alle armi non occorrono particolari agevolazioni, in quanto le stesse autorità militari che accertino, allo scadere del periodo di degenza ospedaliera, la esistenza e la entità di una malattia o lesione per fatti di guerra, sono tenute ad informarne la Direzione generale delle pensioni proponendo l’assegnazione del militare a una determinata categoria della tabella di legge, e la Direzione generale vi provvede, liquidando, senza ulteriori incombenti, la pensione provvisoria, in attesa di quella definitiva, che, per importo, si discosta dall’altra soltanto per qualche centinaio di lire al mese, maggiore speditezza occorre d’altro canto per la liquidazione delle pensioni degli ex militari.

Costoro, come è noto, sono tenuti a presentare domanda per gli accertamenti istruttorii entro due anni dal congedo. Quando tali domande siano pervenute, la direzione generale dispone due ordini di accertamenti: quelli amministrativi, con la richiesta ai distretti militari dei fogli matricolari, nei quali sono consacrati i precedenti di servizio dell’interessato, e quelli tecnici diretti a constatare la entità delle malattie o lesioni. Ora, questa procedura, che fa carico per intero alla direzione generale, determina necessariamente l’impiego di molto tempo, perché i distretti non rispondono con la desiderata sollecitudine, e spesso, senza loro colpa, perché le tragiche vicende della guerra hanno determinato distruzione e dispersione di documenti.

Altrettanto è a dirsi per quanto concerne la istruttoria delle pensioni di riversibilità, riguardo alle quali occorre acquisire presso gli uffici di stato civile dei comuni gli stati di famiglia degli interessati. L’enorme carteggio che intercorre fra la Direzione generale e gli organi amministrativi può spiegare i motivi del ritardo nel compimento delle istruttorie, e il mio Ministero si è già preoccupato di attenuare tale inconveniente, provvedendo, col decreto legislativo del 10 aprile 1947, n. 420, a disporre che, in caso di distruzione dei documenti necessari, si ricorra a documenti equipollenti. Ma sembra che di molto verrebbe agevolata la istruttoria se, come si è in animo di fare, si autorizzassero anche gli interessati a rendersi parte diligente per l’apprestamento della documentazione, richiedendola senza spese ai distretti militari e agli uffici comunali, e facendo obbligo a tali enti di rilasciarli entro un congruo termine, sotto pena di determinate sanzioni per coloro che vi sono preposti.

Altra parte nella quale il mio Ministero si propone di snellire la procedura di liquidazione è quella conclusiva. Una volta acquisita la documentazione e accertata la sua regolarità e sufficienza, si potrebbe dar luogo alla emanazione del decreto concessivo e del libretto di pensione, salvo conferma da parte del comitato liquidatore. Con ciò si verrebbe ad eliminare l’attuale formalità del previo esame, da parte di detto comitato, di tutti i progetti di liquidazione, anche di quelli cioè che siano proposti dagli uffici della Direzione generale con formula concessiva.

Di questi e di altri minori provvedimenti, che agevolano la procedura di liquidazione, il Ministero del tesoro ha già curato lo studio ed approntato la formulazione.

Ho l’obbligo peraltro di informare inoltre l’Assemblea che, anche tra le difficoltà dell’attuale legislazione e le circostanze che il dopoguerra ha determinato, la Direzione generale e gli uffici da essa dipendenti non hanno trascurato per quanto era possibile di compiere il loro dovere.

Perché si abbia un’adeguata comprensione della mole dei servizi disimpegnati, basta considerare che l’arrivo delle domande di prima liquidazione si aggira sulla cifra di oltre 20 mila al mese, mentre il numero delle domande di revisione è, in media, di oltre 30 mila; cioè quotidianamente affluiscono agli uffici oltre seimila lettere. I risultati conseguiti nel semestre 1° gennaio-30 giugno 1947, nel raffronto con quelli già cospicui raggiunti nel semestre precedente, segnano un deciso incremento nella produzione.

Sono stati compilati dal 1° gennaio al 30 giugno 1947 n. 65.138 progetti di pensione, raggiungendosi così la media mensile di oltre 10.500 pratiche; sono state esaminate 422.734 pratiche e spedite 409.219 corrispondenze per istruttorie; sono stati rilasciati 39.066 certificati di pensione: inoltre i servizi hanno dato risposta scritta a n. 80.190 richieste di municipi, di associazioni ed enti diversi.

Il servizio pagamenti ha compiuto n. 41.635 complesse operazioni esecutive.

Sono state concesse n. 12.880 anticipazioni.

Il Comitato di liquidazione ha esaminati n. 56.328 progetti e la Commissione medica superiore ha espresso n. 11.481 pareri medico-legali.

Sono stati spediti inoltre 47.816 decreti.

Nel decorso mese di agosto sono state esaminate più di 50.000 pratiche di pensione e spedite 43.000 corrispondenze; compilati 6.140 progetti; rilasciati 3.030 certificati e 909 libretti ferroviari a grandi invalidi. Dalle commissioni medico-ospedaliere sono pervenute a tutto il 31 agosto ultimo scorso n. 88.178 pratiche per anticipazioni di pensione, delle quali sono state definite 80.040, restando ancora in sospeso la definizione delle altre 8.138.

Il Comitato liquidatore ha esaminato entro lo scorso mese 9.082 progetti di pensioni; l’ufficio decreti ha spediti 5.540 decreti concessivi.

A questo punto debbo accennare alla questione esaminata dal mio Ministero di un possibile decentramento dei servizi delle pensioni di guerra.

Il decentramento degli uffici agevolerebbe indubbiamente la liquidazione delle pensioni, se fosse possibile creare ed attrezzare quelli periferici con una effluente organizzazione per numero e qualità di personale e per disponibilità di mezzi adeguati.

Ma tale organizzazione per uffici periferici che, per essere utili, dovrebbero essere numerosi, non sembra attuabile.

Occorrerebbe disporre di funzionari esperti per la direzione dei singoli uffici, istituire al centro organi di collegamento e di ispezione per seguirne, controllarne e riassumerne l’opera, creare nuovi organismi di consulenza per affidare agli uffici decentrati la facoltà di liquidare direttamente. Né può trascurarsi di accennare alla necessità di una prassi unica, di una uniforme interpretazione ed applicazione della legge verso tutti i pensionati.

Tali ragioni hanno finora consigliato di mantenere l’unicità dell’organo liquidatore.

Anche l’esperienza del passato soccorre ad avvalorare la convinzione che non sia possibile una adeguata organizzazione degli uffici periferici. Infatti, quasi al termine della prima guerra mondiale furono istituiti uffici provinciali alle dipendenze del Sottosegretario di Stato per l’assistenza, con sede presso ogni Prefettura. I risultati furono assai scarsi e molte deficienze emersero anche per l’impreparazione del personale.

Fervida è stata l’attività legislativa che dopo il 2 giugno 1946 si è svolta, anche su iniziativa del Ministero del tesoro, in ordine ai servizi di liquidazione delle pensioni di guerra o direttamente e indirettamente a favore dei pensionati di guerra, come è dimostrato da circa 15 provvedimenti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale e dei quali ricorderò semplicemente:

1°) il decreto-legge 23 agosto 1946, n. 158, concessivo del premio straordinario della Repubblica ai mutilati e invalidi della guerra 1940-45, con diritto alla pensione o all’assegno di guerra di una delle prime cinque categorie;

2°) i decreti legislativi 6 settembre 1946, numeri 93 e 94, sull’equiparazione dei partigiani combattenti ai militari volontari che hanno operato con le unità regolari delle forze armate nella guerra di liberazione, nonché sulle promozioni e gli avanzamenti per merito di guerra dei partigiani combattenti e il loro trasferimento nelle categorie degli ufficiali in servizio permanente effettivo e dei sottufficiali in carriera continuativa;

3°) il decreto legislativo 29 dicembre 1946, n. 576, che ha accordato ai pensionati di guerra un aumento speciale temporaneo, aumento che, come è noto, importò da solo all’erario un onere di circa 8 miliardi;

4°) il decreto legislativo 4 dicembre 1946, n. 632, che sospendeva i termini di prescrizione e decadenza di diritti a favore dei prigionieri di guerra e internati civili.

Concludendo, il Ministero ritiene che, con l’avvenuto ampliamento dei locali destinati ai servizi di liquidazione delle pensioni di guerra; con l’aumento già verificatosi, e quello in corso, del personale addetto a tali servizi; con la istituzione del cottimo, attualmente disimpegnato da circa 600 impiegati; con l’aumento delle commissioni sanitarie da 19 a 30 e prossimamente a 32 e il loro funzionamento in più turni; con la destinazione di medici civili impiegati dello Stato alle commissioni medesime; con la possibilità di sostituire la documentazione di rito con quella per equipollenti; col progettato snellimento della procedura dell’istruttoria di liquidazione, si possa prevedere un notevolissimo acceleramento nella evasione delle pratiche, con soddisfazione delle giuste aspettative degli interessati, ai quali va perenne e vivo il riconoscimento della Patria.

PRESIDENTE. L’onorevole Russo Perez, che è uno dei firmatari del l’interrogazione, ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

RUSSO PEREZ. Dopo questa immane fatica dell’onorevole Petrilli è proprio una cattiva azione dire che non si è sodisfatti, ma non posso dichiararmi sodisfatto (Commenti), perché in effetti il Governo con questa relazione non fa che spiegare perché le cose sono andate male, ma non annuncia che vanno bene e non ci fa sperare che andranno meglio. Infatti lo stesso finale della lunga relazione dice:

«Concludendo, il Ministero ritiene che vi potrà essere un miglioramento dei servizi con l’ampliamento dei locali destinati ai servizi di liquidazione delle pensioni di guerra; con l’aumento del personale addetto, con l’istituzione del cottimo, attualmente disimpegnato da circa 600 impiegati che non è ancora istituito…

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. No, è istituito.

RUSSO PEREZ. …con l’aumento delle Commissioni sanitarie, con la destinazione di medici civili…».

Una voce al centro. Lo abbiamo già sentito.

RUSSO PEREZ. Mi dichiaro insoddisfatto e premo sul Governo affinché faccia ulteriori passi perché le cose vadano un po’ meglio.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Dal momento che l’onorevole Russo Perez ha una copia della risposta, avrà visto che il servizio di cottimo si è iniziato il 22 settembre, e quindi non poteva dare, dopo una settimana, risultati tangibili.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione degli onorevoli Carignani, Bastianetto, Giacchèro, Facchinetti, Cavallari, Fantuzzi, Russo Perez, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro del tesoro, «per sapere se – mentre appare doveroso sollecitare i lavori della Commissione interministeriale per la riforma della legislazione delle pensioni di guerra – non ritengano frattanto assolutamente equo ed urgente accogliere le richieste dell’Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra in ordine: 1°) all’adeguamento delle pensioni di guerra e relative indennità accessorie, in misura non inferiore a quanto accordato ai dipendenti statali; 2°) alla concessione di razioni viveri – come vigenti per i militari – a favore dei grandi invalidi, dei tubercolotici delle prime quattro categorie e dei mutilali incollocabili per legge».

Mi pare che si tratti dello stesso argomento della precedente interrogazione, onorevole Sottosegretario.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. No, è diverso.

PRESIDENTE. Allora ha facoltà di rispondere alla interrogazione.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Con provvedimento legislativo in corso di pubblicazione si è proceduto all’adeguamento delle pensioni di guerra e relative indennità accessorie, apportando i seguenti miglioramenti:

aumento del 30 per cento delle pensioni in godimento e successiva riliquidazione dell’integrazione temporanea calcolata sulla pensione così aumentata, conglobando l’integrazione medesima con la pensione;

aumento del 30 per cento dell’assegno speciale temporaneo concesso, come ho detto poc’anzi, il 29 dicembre 1946, con decreto n. 576;

aumento del 30 per cento sull’assegno di previdenza e dell’assegno di cura per tubercolotici dalla seconda alla quinta categoria compresa. La prima, come è noto, è annoverata fra quelle dei grandi invalidi;

aumento del 50 per cento dell’aumento integratore indennità orfani, che viene così elevato a tremila lire annue per ogni orfano.

Appena deliberato dal Consiglio dei Ministri questo complesso di provvedimenti, il Ministero del tesoro, Direzione pensioni di guerra, ha dato istruzioni – con circolare 23 agosto 1947, n. 12191 – agli Uffici provinciali del Tesoro per la concessione degli anticipi nella misura corrispondente agli aumenti deliberati e, ad evitare perdite di tempo, sono state con detta circolare indicate le cifre concrete degli aumenti per ciascuna categoria di invalidi.

Circa la richiesta della razione viveri a favore dei grandi invalidi, dei tubercolotici delle prime quattro categorie e dei mutilati ad esse incorporabili per legge, si fa presente che l’onere derivante allo Stato ammonterebbe, da solo, a molti miliardi che le condizioni del bilancio assolutamente non consentono di sostenere.

Il Ministero del Tesoro, invece, rendendosi conto della necessità di venire incontro alle esigenze di una più intensa alimentazione delle citate categorie di invalidi, ha già svolto pratiche presso il Commissariato per l’alimentazione perché ad esse sia fatto il trattamento in vigore per i lavoratori addetti a servizi pesanti o pesantissimi.

Soggiungo che le concessioni relative agli aumenti di pensione ed altri assegni, testé indicate, sono state concordate con la rappresentanza dell’Opera nazionale invalidi e mutilati di guerra, e che pertanto, riguardo a questa intensificazione dell’alimentazione, già i rappresentanti dell’Opera stessa sono stati avvertiti, nei colloqui che essi hanno avuto col Ministro e con me al Ministero del Tesoro, perché si venisse incontro alle esigenze dei mutilati e invalidi di guerra.

PRESIDENTE. L’onorevole Russo Perez, che è uno dei firmatari dell’interrogazione, ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

RUSSO PEREZ. Non mi dichiaro semplicemente sodisfatto ma addirittura entusiasta della cortesia del Sottosegretario Petrilli. Per la sostanza, evidentemente, no, non sono sodisfatto; perché, quando l’Assemblea ha sentito che ci sono stati aumenti del 30 per cento, l’Assemblea stessa può giudicare se io non sia nel vero dichiarando inadeguato tale aumento.

PRESIDENTE. Passiamo all’interrogazione dell’onorevole Mancini, al Ministro del lavoro e della previdenza sociale, «per conoscere la ragione per la quale il preventorio di Cosenza rimane ermeticamente chiuso».

L’onorevole Ministro del lavoro e della previdenza sociale ha facoltà di rispondere.

FANFANI, Ministro del lavoro e della previdenza sociale. Il preventorio di Cosenza, costruito nel 1941, passò al servizio dell’Ordine di Malta per ragioni di guerra. Nel gennaio 1947 fu derequisito. Sono occorsi i primi mesi dell’anno per passarlo dall’amministrazione dell’Ordine di Malta all’amministrazione del Genio militare.

In data 23 luglio fu sollecitato il Ministero della difesa per sapere se intendeva provvedere alla restituzione e al ripristino di tutte le opere direttamente o tramite l’Istituto della previdenza sociale. Il Ministero della guerra aveva tempo fino al 15 settembre per dare la risposta. In data 16 settembre, per via orale, si apprese che il Ministero della difesa non intendeva provvedere a questi lavori e, quindi, l’Istituto di previdenza ha predisposto il necessario per indire le varie gare di appalto per la esecuzione di tutti i lavori necessari per riaprire il preventorio.

Precisamente, dal 1° al 27 ottobre saranno indette gare di appalto per i seguenti lavori: impianti di cucina e stoviglie, per 400 mila lire; riparazione acquedotto per 1 milione; impianti idro-termo-sanitari per 7 milioni; infissi in legno per 3.500.000 lire; avvolgibili per 1.800.000 lire; impianti elettrici per 4 milioni; impianti lavanderie per 200 mila lire.

Ad economia sono in corso altri lavori nell’interno del preventorio per la somma presunta di spese fra i 4 e i 5 milioni.

Una volta che tutti questi lavori saranno eseguiti, si spera nel prossimo mese che il preventorio stesso, sul quale contiamo per ricoverare oltre 300 tubercolotici, possa riaprirsi secondo i voti dell’onorevole interrogante.

PRESIDENTE. L’onorevole interrogante ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MANCINI. Questa volta non solo mi dichiaro sodisfatto pienamente, ma sento il dovere di ringraziare l’onorevole Ministro della risposta datami, che invano fino adesso avevo invocato direttamente e personalmente dal Ministro dell’interno, dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e dall’Alto Commissariato della sanità. In una provincia come quella di Cosenza, nella quale l’endemia tubercolare e l’endemia malarica sono arrivate a certe curve assai pericolose, dove non esiste alcun sanatorio, dove non è istituita alcuna di quelle colonie marine, montane o fluviali, così utili e necessarie e così abbondanti altrove, tener chiuso questo preventorio significa irridere ai più elementari criteri di profilassi sociale.

Voglio dire ancora di più: voglio usare una frase che non deve sembrare esagerata: voglio dire che è un «delitto di lesa sanità verso il lavoro»; e voglio usare questa espressione perché io rivolgo la mia parola all’onorevole Fanfani di cui non da oggi avverto le chiare e sicure manifestazioni a favore delle classi lavoratrici.

PRESIDENTE. Seguono tre interrogazioni relative allo stesso argomento e che possono, pertanto, essere svolte congiuntamente:

Pratolongo e Scoccimarro, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’interno, «per sapere quali provvedimenti siano stati presi o si intenda prendere per garantire le istituzioni democratiche e le libertà dei cittadini nella provincia di Gorizia contro le aggressioni e violenze scatenate da provocatori nazionalisti e fascisti a danno di italiani e sloveni e delle organizzazioni democratiche; e per l’arresto e la punizione dei responsabili dei gravi fatti accaduti nei giorni scorsi»;

Bettiol, al Ministro dell’interno, «per sapere quanto di vero ci sia nelle informazioni di certa stampa circa aggressioni avvenute in questi giorni nella zona ritornata alla Madre Patria»;

Pecorari, al Ministro dell’interno, «per conoscere il numero esatto dei feriti accolti o medicati all’ospedale di Gorizia attorno il 16 corrente e in seguito ai noti incidenti». L’onorevole Sottosegretario per l’interno ha facoltà di rispondere.

MARAZZA, Sottosegretario di Stato per l’interno. Veramente l’intervento del Presidente del Consiglio nella seduta di venerdì scorso ha svuotato queste interrogazioni di gran parte del loro interesse. Gioverà comunque riaffermare che, da quando l’Italia ha ripreso il possesso della provincia di Gorizia inviandovi le proprie truppe e le proprie forze di polizia, nessun episodio di grave violenza ebbe a ripetersi.

Quindi – e in ciò rispondo partitamente all’interrogazione dell’onorevole Bettiol – le informazioni di stampa alle quali egli allude sono perfettamente non vere. Quanto all’importanza degli incidenti che si sono verificati alla vigilia dell’occupazione italiana, mi pare che possa essere veramente posta nella sua giusta evidenza dai dati che, rispondendo particolarmente all’interrogazione dell’onorevole Pecorari, io posso dare.

All’ospedale di Gorizia, infatti, i ricoverati sono stati tre; due di essi sono stati subito dimessi; il terzo è tuttora degente: si tratta di uno slavo, che risulta ferito in conflitto tra connazionali. In Gorizia furono medicati altri 11, dei quali tre – due italiani ed uno sloveno – feriti da arma da fuoco e dichiarati guaribili entro 20 giorni; gli altri otto contusi e dichiarati guaribili entro 10 giorni.

Rispondendo alla interrogazione dell’onorevole Pratolongo, sono poi lieto di poter dichiarare che da parte del Ministero dell’interno – ed io stesso ho avuto l’onore di rendermene interprete – sono state date le più rigorose disposizioni, perché la libertà di tutti i cittadini, di qualunque origine e di qualunque lingua, venga tutelata nel modo più rigoroso e più assoluto.

Posso dire – ed è bene lo si sappia – che la situazione in Gorizia è indubbiamente ancora tesa.

Tutti ricordano come in un periodo di 45 giorni, durante il quale si ebbe in Gorizia la concorrente occupazione delle truppe alleate e delle truppe iugoslave, parecchi fatti turbarono la vita cittadina. Moltissimi goriziani – intorno ai 1400 – furono arrestati nelle loro case e quindi internati; di essi non si ebbe più notizia.

Le famiglie – ripeto, sono 1400 – naturalmente non si danno pace; e, facendo risalire la responsabilità di questi fatti a parecchi concittadini italiani e sloveni, invocano giustizia.

Anche nei confronti di queste famiglie, che hanno cercato in tutti i modi di esprimere il loro sentimento, ho agito, a nome del Governo, nel senso pacificatore più vivo e più completo. Ho la speranza di essere riuscito anche in questo settore ad ottenere una certa distensione; ho la speranza che una distensione completa verrà ottenuta in seguito, soprattutto se gli elementi sloveni ed italiani, che costituiscono, in certo senso, quella zona grigia, verso la quale si appuntano i risentimenti, sapranno agire con la dovuta prudenza, che naturalmente anch’io non ho mancato di raccomandare direttamente anche a loro. Basti dire che in Gorizia ancora oggi circolano liberamente per le strade e sono conseguentemente incontrati da coloro che se ne considerano le vittime dirette, circolano in notevole numero coloro che vengono dalla generalità della popolazione italiana indicati come i responsabili degli arresti e degli internamenti, ai quali ho prima accennato. Evidentemente, questo fatto non è tale, da portare a quella distensione che tutti invochiamo.

Io voglio pure che coloro i quali ne hanno la responsabilità e che ne sono stati su questo punto espressamente richiamati, sappiano provvedere per dare un’ulteriore dimostrazione di quella che vuol essere l’azione del Governo in questo settore. Io dirò che come prima forma, e vorrei dire forse come pacata forma di reazione, da parte degli elementi italiani di Gorizia si è tentato di introdurre nelle aziende e nelle fabbriche un sistema che purtroppo abbiamo dovuto e dobbiamo tuttora lamentare in aziende e fabbriche nazionali: quello cioè di impedire, a determinati elementi, invisi perché appunto accusati delle colpe alle quali ho prima accennato, l’ingresso nelle fabbriche e negli uffici e di reclamarne il licenziamento. Ebbene, da parte del Governo, per mio tramite si è energicamente agito su tutti i partiti politici e sulle organizzazioni sindacali perché anche questo assolutamente non si faccia.

Si è chiesto, si è preteso e si pretenderà nel modo più rigoroso che se ci saranno dei colpevoli di reati comuni costoro vengano denunciati e che, se giustizia deve esser fatta, questa giustizia venga fatta esclusivamente per le vie legali. Però, ripeto ancora, mi auguro che in questa opera coraggiosamente intrapresa dal Governo si abbia la collaborazione completa e sincera di chi sa di poterla e di doverla quindi dare. Io non posso non accennare ad un’altra ragione di questa tensione che indubbiamente ancora esiste in Gorizia e ad eliminare la quale io ho portato tutto il contributo della mia buona volontà e ad eliminare la quale indubbiamente il Governo porterà il contributo di tutte le sue possibilità. Alludo alla tensione che esiste fra gruppi di lingua slovena. Vi sono notevoli gruppi di sloveni considerati amici e favorevoli all’attuale governo iugoslavo; vi sono considerevoli gruppi di sloveni avversi a questo governo: tra gli uni e gli altri non corre evidentemente buon sangue, tra gli uni e gli altri è sempre possibile un incidente. Ad evitare questi incidenti il Governo ha preso tutte le misure che erano in suo possesso sia facendo tutte le diffide che poteva fare, sia preparando tutti i piani che esso può preparare perché i contrasti ideologici e sociali che dividono cittadini di una nazione vicina non vengano trasportati sul terreno della nostra Patria. Tanto più che, ormai, se noi vogliamo dichiarare a costoro che li vogliamo trattare e difendere come cittadini italiani in tutto pari agli altri, costoro debbono da parte loro corrispondere a questo proposito del Governo con la massima lealtà ed eliminare, in seno a quella che è la provincia oggi più vicina senza dubbio al nostro cuore, ogni occasione di turbamento ed ogni occasione di nuovi lutti.

PRESIDENTE. L’onorevole Pratolongo ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

PRATOLONGO. Onorevole Sottosegretario di Stato, io non voglio mettere in dubbio la sua personale buona volontà per cercare di distendere la situazione molto tesa nel goriziano, ma non posso assolutamente dichiararmi sodisfatto di quanto ella ha detto. Non posso dichiararmi sodisfatto perché, pur avendo ella dichiarato che il Governo ha preso tutte le misure per impedire che altri fatti, come quelli successi, possano inevitabilmente verificarsi, all’interrogazione precisa da me presentata per sapere quali provvedimenti si intendano prendere contro i responsabili di tali incidenti e violenze avvenute nei giorni scorsi, responsabili individuati e individuabili, ella, onorevole Sottosegretario, non ha risposto.

Ma c’è di più. Nel cercare di porre nei giusti termini l’importanza degli avvenimenti, si è cercato di minimizzarli, dando qualche dato sui feriti, ricoverati o medicati all’ospedale. Non è questo che può dare la misura della gravità degli avvenimenti successi, delle violenze commesse e di cui già al Presidente del Consiglio è stata data conoscenza attraverso una elencazione precisa dei fatti, fatti che nella loro essenza (e qui è il fondo politico della cosa) non sono una esasperata manifestazione di nazionalismo contro un altro nazionalismo, ma sono frutto di un’azione preordinata di elementi fascisti e neo-fascisti contro le organizzazioni democratiche.

E tanto è vero ciò che proprio ora ho ricevuto una mozione del Partito d’azione di Gorizia (e mi rivolgo ai signori dell’«Ora d’Italia» che questa mattina ci hanno tacciato di venduti allo straniero, nel qual caso sarebbero venduti allo straniero anche questi della mozione) che dice così:

«Il Comitato direttivo del Partito d’azione di Gorizia, constatati gli atti di inconsulta violenza susseguitisi in questi ultimi giorni in città e in provincia, quali l’assalto e la devastazione di sedi di partiti democratici, minacce e aggressioni a cittadini italiani e sloveni, lancio di bombe, devastazione e saccheggio di negozi, trattorie, librerie, incendio di libri e giornali sulla pubblica piazza, affissione di liste anonime di presunti criminali politici spingenti all’odio e alla violenza, dichiara che tali fatti non rappresentano l’espressione di genuini elementi della nostra provincia, ma sono da considerarsi opera di elementi provocatori tra i quali si annoverano molti ex squadristi, repubblichini e collaboratori del tedesco invasore, giunti in parte anche da altre zone, i quali hanno approfittato della esultanza dei cittadini per il ricongiungimento alla madre Patria per tornare alla luce e fare leva sull’esultanza patriottica del momento ai loro loschi fini».

Ecco il fondo politico dell’azione svolta da questi gruppi armati che hanno devastato, assaltato abitazioni, negozi, sedi di partiti democratici a Gorizia, Gradisca, Monfalcone, ecc., cioè in tutta la Provincia.

MARAZZA, Sottosegretario per l’interno. La Provincia non è quella.

PRATOLONGO. Lo so, deve essere ancora definita.

L’onorevole Sottosegretario pur deplorando questi fatti si è soffermato anzitutto non a porre in luce questo fondo politico fascista, reazionario dell’azione, ma ha richiamato al buon senso l’altra parte, quella colpita.

Ora, noi crediamo che se veramente il Governo vuole riportare in queste zone la tranquillità e la pace, vuole veramente difendere le libertà democratiche, difendere le libertà personali dei cittadini italiani e sloveni, e anzitutto dei cittadini sloveni, perché dobbiamo dimostrare proprio noi che vogliamo tutelare i diritti di questa minoranza, deve decisamente colpire i responsabili di questa azione, responsabili individuabili, dicevo prima, e potrei fornire una lista di coloro che hanno guidato le squadre all’assalto delle case, dei negozi e delle sedi democratiche.

Una voce. E le foibe?

PRATOLONGO. Ne citerò alcuni con le loro qualifiche politiche: Tomini, ufficiale delle brigate nere, comandante della G.I.L.; Bellini, qualunquista, ex fascista; Bresciano, ex milite forestale e della organizzazione Todt; Gigliotti, presidente del fronte anticomunista e comandante di una brigata della cosiddetta divisione «Gorizia»; Osbach, repubblichino; Stanta Mario, repubblichino; Corsini, colonnello di questa famosa divisione «Gorizia»; un certo Campanelli, colonnello della divisione «Gorizia»; De Nicolò, ex comandante del battaglione della morte della brigata nera; i fratelli Tarantino, ex repubblichini; i fratelli Monti; un certo Fantini, colui che ha assaltato la sede del Partito comunista a Gorizia con pistola in mano.

Questi sono coloro che in quei giorni hanno commesso i reati contro cittadini italiani e sloveni e contro costoro fino ad oggi non sono stati presi dei provvedimenti seri, cioè i provvedimenti che noi richiedevamo e che sono i provvedimenti attesi dai democratici di quelle zone: l’arresto e la punizione. Perché soltanto così il Governo darà fiducia alle popolazioni del goriziano, italiane e slovene, che veramente vuol fare rispettare anche in questa zona le libertà democratiche e repubblicane; solo così queste popolazioni avranno fiducia e saranno decisamente disposte a collaborare col Governo, con le autorità per riportare in queste zone la pace e la tranquillità. Ma, badate che se fatti del genere dovessero succedere ancora, per incuria delle autorità o del Governo, queste popolazioni sono decise a difendere le loro libertà democratiche, le loro organizzazioni democratiche e le loro persone. E allora questo non potrà che mantenere viva una situazione di guerra civile, di fatto, che non potrà essere utile né a quelle zone né al nostro Paese e tanto meno potrà rafforzare all’estero la considerazione verso la Repubblica italiana.

Io mi domando se costoro, facendo ciò che hanno fatto, non l’hanno fatto premeditatamente, o premeditato l’abbia chi all’ombra manovra queste forze reazionarie.

CONDORELLI. Dei 1400 internati sa qualche cosa lei? (Commenti).

PRATOLONGO. Si perpetua così uno stato di provocata tensione coi nostri vicini di frontiera, proprio mentre da parte del nostro Governo e da parte del Governo jugoslavo si cercano le vie migliori per l’amicizia e la collaborazione tra i due Paesi.

BENEDETTINI. Si preoccupano degli slavi, e degli italiani no!

PRATOLONGO. Onorevole Sottosegretario, lei ha iniziato dicendo che la risposta dell’onorevole De Gasperi ha svuotato di interesse la nostra interrogazione, perché, dal momento nel quale le autorità italiane sono entrate in possesso di quelle zone nessun grave avvenimento, nessun incidente si è più verificato. Credo di poter anche qui dimostrare che non è così, ed ho qui sotto gli occhi una serie di incidenti successi proprio il giorno 16 del mese corrente, iniziatisi al mattino alle otto e finiti alla sera verso le 18 o le 19. Anche qui assalti a case private…

RUSSO PEREZ. Italiane?

PRATOLONGO. …anche italiane. E per rispondere ai difensori dei fascisti…

BENEDETTINI. Non dei fascisti, ma degli italiani! (Commenti).

PRATOLONGO. …ho qui una lettera di un italiano che ha dovuto fuggire da lì solo perché comunista, al quale è stato imposto di abbandonare entro la notte la zona di Stracis…

PRESIDENTE. Passi al Governo codesti documenti, onorevole Pratolongo.

PRATOLONGO. Dice proprio così, questo italiano democratico, che ha combattuto contro i fascisti e i nazisti:

«Cara Aurora, ho potuto salvare quasi tutti i mobili, ma non ho più casa. Non ho pianto finora, ma mentre ti scrivo questo mi stringe il cuore e le lacrime mi scendono giù. Avrete letto pure che le autorità italiane sono entrate a Gorizia, prendendo possesso del nuovo confine; quello che non avete letto, però, è che i fascisti hanno dato battaglia contro i comunisti (è un italiano che scrive questo). Noi eravamo iscritti al partito comunista italiano; ma per i fascisti di Gorizia noi siamo tutti dei titini; è un facile e comodo gioco per giustificare tutti i loro atti e così hanno dato assalto alle case. A me avevano dato tre giorni di tempo per sgomberare».

Questi sono proprio i metodi usati dai fascisti! (Interruzioni degli onorevoli Condorelli e Russo Perez – Commenti).

PRESIDENTE. Onorevole Pratolongo, la prego di concludere. (Commenti).

PRATOLONGO. «Erano venuti lunedì sera questi provocatori fascisti e nazionalisti; erano venuti ad avvisarmi il signor Rossi e compagnia bella di Stracis. L’indomani una seconda squadra è venuta per rompermi tutto. Ho dovuto sgomberare entro le ore 8».

PRESIDENTE. Onorevole Protolongo, io le dico che deve osservare il Regolamento: non può leggere. I documenti li passi al Governo. Qui bisogna essere in regola con le norme.

PRATOLONGO. «Più che una partenza, è stata una fuga. Al Furlan hanno rotto quasi tutto, al Bregant pure, così pure il botteghino della Bentivoglio».

PRESIDENTE. Senta, onorevole Pratolongo: l’avverto ancora di non leggere. La prego di concludere.

PRATOLONGO. Concludo dichiarando che non posso assolutamente dirmi sodisfatto. Invito pertanto il Governo ad intervenire decisamente per stroncare l’attività di quelle squadre fasciste. (Applausi all’estrema sinistra).

PRESIDENTE. L’onorevole Bettiol ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

BETTIOL. Onorevoli colleghi, io sono naturalmente sodisfatto della risposta del Governo in merito ai fatti che si sono verificati nei giorni del passaggio da un’amministrazione all’altra nella zona di Gorizia. Invito ad ogni modo il Governo a procedere con tutta energia nei confronti di quegli elementi fascisti repubblichini i quali, secondo alcuni, si troverebbero ancora sul posto per rendere poco sicura e instabile la situazione.

Debbo però protestare e protesto energicamente contro la confusione che si fa tra fascisti e italiani della zona (Approvazioni al centro e a destra), perché, badate bene, bisogna andare molto cauti prima di parlare di fascisti o di rinascita di fascismo nella zona testé ritornata sotto la nostra amministrazione. Badate bene che, fra tutti gli italiani, sono proprio i giuliani quelli che hanno sofferto di più le conseguenze della politica del fascismo. (Interruzioni a sinistra).

Vi sono molti, onorevoli colleghi, in quella zona che portano sulle loro carni i segni del dolore e della sofferenza. È perciò che bisogna procedere con grande cautela e bisogna soprattutto saper distinguere. Secondo quanto diceva già il vecchio Aristotile (Commenti) non bisogna seguire soltanto la logica degli opposti ma conoscere anche la logica dei distinti. (Interruzioni a sinistra).

Qualche giorno fa l’onorevole Nenni ha detto giustamente che il problema fascismo e antifascismo oggi, in Italia, è superato. (Interruzione dell’onorevole Silipo).

Bisogna tener presente che da che mondo è mondo, nelle zone di confine, il sentimento della propria nazionalità è più forte che mai, per cui di fronte ad un ipernazionalismo dei nostri vicini, è delittuoso qualificare come fascisti coloro che ancora credono al valore morale e politico della parola Italia. (Applausi al centro).

Rendo grazie al Sottosegretario di Stato per l’interno per aver precisato e circoscritto i fatti, e aver così sgonfiato tutta quella montatura che in questi ultimi giorni si è venuta artificiosamente creando su alcuni sporadici e modesti avvenimenti accaduti nel goriziano.

Noi oggi ci troviamo di fronte ad un pericoloso tentativo di speculazione, che può giovare soltanto allo straniero, contro i nostri fondamentali interessi di italiani. (Applausi a destra).

È da notare che in concreto coloro che hanno subito da parte degli italiani delle violenze sono stati purtroppo nella loro stragrande maggioranza degli italiani che avevano rinnegato la Patria. Perché soltanto pochissimi, uno o due sloveni, hanno subito delle violenze leggerissime: qualche ceffone, in quanto si trattava di elementi sul cui conto pesava qualche cosa di più del solo sospetto della delazione durante i tremendi quaranta giorni.

Io ho qui moltissimi documenti che potrei leggere, ma che trasmetterò al Governo, dai quali risulta come numerosi siano gli italiani che sono stati fatti oggetto di persecuzioni e di violenze in questi ultimi giorni, i quali sono ben più numerosi di quelli accennati dall’onorevole Sottosegretario. Posso anche accennare ai fatti di Staranzano, Monfalcone, Ronchi, e, per esempio a Ronchi, la reazione si spiega col fatto che qualche giorno prima era stata assalita la casa dove abitano 250 profughi istriani.

Posso accennare al fatto che a Terzo, a Belvedere, sono stati assaliti dei nostri partigiani, italiani, da elementi filo-jugoslavi; posso anche dire che a Ronchi è stata oltraggiata la nostra bandiera. Tutte documentazioni che possono mettere al corrente il Governo, se già il Governo non lo è per suo conto.

Quindi la realtà è che la situazione va guardata freddamente, senza assolutamente prestare il destro a pericolose speculazioni in un senso o in un altro.

Io so, e depreco altamente, che elementi facinorosi che il Governo dovrebbe colpire, hanno qualche settimana fa aggredito il nostro collega Pratolongo a Monfalcone. So che per l’occasione – e giustamente – la stampa nostra ha protestato indignata; però mi domando cosa mai abbiamo fatto noi, quale eco hanno avuto, nel Paese e in questa Assemblea, i fatti, per esempio, di Capodistria, dove il Vescovo di Trieste (Applausi a destra) è stato selvaggiamente aggredito da aspiranti fascisti, i fatti di Lanische, dove dei prelati sono stati aggrediti e massacrati, i fatti di Buie e i recenti fatti di Trieste dove italiani sono stati fatti oggetto di persecuzioni e violenze.

Ora, se noi protestiamo per le violenze che vengono commesse da una parte, dobbiamo protestare di fronte alle violenze che provengono dall’altra parte.

Per quanto riguarda la situazione di Gorizia, non bisogna dimenticare che su Gorizia grava oggi una pesante nube di dolore e di sofferenza. Come diceva l’onorevole Sottosegretario sono 1400 i deportati; vale a dire che non c’è famiglia goriziana che non abbia il suo deportato, sulla cui sorte noi poco sappiamo; o meglio, non so se corrisponde a verità quanto pochi giorni or sono il Giornale d’Italia ha riportato di una conferenza stampa tenuta a Roma in una Legazione straniera, dove si è detto che questi 1400 deportati devono considerarsi regolarmente soppressi in base a sentenze del Tribunale popolare. Io mi auguro, per l’onore della civiltà umana, che questo non sia vero, e mi permetto di indirizzarmi sinceramente all’onnipotente onorevole Togliatti, e lo invito, se vuole realmente che il suo nome possa essere cambiato in nome benedetto dai goriziani, ad interessarsi – come si è interessato per altri prigionieri – della sorte di questi deportati, visto che per le normali vie diplomatiche purtroppo noi nulla possiamo ottenere.

Amici cari, per essere obiettivi bisogna che io richiami l’attenzione anche sui diecimila slavi che sono rimasti entro le nostre frontiere.

Anche nei confronti di questa minoranza sarebbe follia seguire la politica fascista. Bisogna riconoscere i fondamentali diritti dell’uomo e del cittadino su piede di parità con l’elemento italiano, non già su piede di superiorità loro nei nostri confronti, come purtroppo si mostra di volere.

Bisogna però difendere i diritti delle minoranze nel quadro di leggi nazionali, non già demandando questi problemi a statuti locali, poiché sul posto le passioni sono arroventate e possono determinare momenti di crisi. Soprattutto non deve verificarsi più quello che si è verificato nei passati giorni a Roma quando una delegazione di sloveni goriziani è venuta a Roma (cittadini italiani, di nazionalità slovena) ed ha chiesto protezione ad una Legazione straniera. Questo significa intromissione di una Potenza straniera nei nostri affari interni, ciò che è inconcepibile in un momento in cui la pace è stata ratificata e l’Italia siede con parità di diritti assieme alle altre Nazioni.

Questo, in brevi parole, quello che volevo dire a proposito di questa interrogazione. Sia veramente il Governo più energico nello stroncare qualsiasi atto di violenza da qualsiasi parte esso provenga. Ma badate bene (questa è la realtà), purtroppo mai è stata tanto vera la vecchia favola di Fedro: «superior stabat lupus, inferior agnus»! (Commenti a sinistra).

E per quei colleghi che non sapessero il latino prego il mio illustre collega il professor Concetto Marchesi, che è il più illustre latinista vivente, di voler tradurre ciò che si asconde sotto il velame di questo verso affatto strano. (Applausi a destra).

PRESIDENTE. L’onorevole Pecorari ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

PECORARI. La mia interrogazione ha ottenuto un effetto; e l’Aula ha inteso il numero dei feriti accolti nell’ospedale di Gorizia. Io miravo a precisare l’entità degli incidenti che sono avvenuti in quella zona, ma miravo anche – come indirettamente è apparso dalla risposta dell’onorevole Sottosegretario – a dimostrare che gli eccessi di violenza non sono venuti da una sola parte, ma dalle due diverse parti. E in questo mi posso associare all’onorevole Pratolongo, biasimando tutti i provocatori nazionalisti.

Tenevo a sottolineare che gli incidenti, non sono sorti nel Goriziano, ma sono stati precorsi dagli incidenti avvenuti in Istria, dove ci sono stati due morti e una numerosa serie di feriti; e gli incidenti prima avvenuti a Ronchi, come ha accennato l’amico onorevole Bettiol, sono intervenuti dopo che degli squadristi veri e propri venuti da Terzo hanno assalito la Casa degli esuli giuliani e hanno insultato nella maniera più oscena il tricolore italiano. L’onorevole Togliatti aveva accennato agli incidenti di Vilesse.

Anche lì questi incidenti sono sorti dopo una comune rissa in una osteria, rissa che ha causato qualche rottura di vetri. Il segretario del Partito comunista del luogo si è presentato spontaneamente e, con meraviglia, ha pagato all’oste i danni dei vetri rotti. Mi sembra che questo dimostri nel modo più evidente e convincente di chi sia la responsabilità degli incidenti; e così si possono spiegare, se anche non giustificare, le reazioni che sono intervenute in seguito.

PRATOLONGO. Chi ha lanciato la bomba?

PECORARI. Non posso indicare da chi sia stata lanciata la bomba. Del resto lei lo sa con certezza? (Commenti).

Mi premeva ancora di sottolineare che i 1400 deportati non sono tutti deportati da Gorizia, ma ve ne sono 400 da Trieste ed altri da Pola; e di tutti continuiamo a ignorare la sorte. Ed è commovente – come è successo a me ieri e domenica scorsa – sentire le donne, le madri, le mogli e le figlie che domandano semplicemente di conoscere cos’è avvenuto di questi loro cari. Non domandano la restituzione, ma vogliono sapere se sono vivi o morti; sapere dove si trovano: lo desidererebbero per dar loro qualche aiuto; e nulla hanno potuto ottenere.

Hanno anche spedito pacchi che non sono arrivati a destinazione. Ora questa è domanda ben naturale ed umana. Difatti nelle dimostrazioni di Gorizia, la folla tumultuante era in gran parte composta di donne; ed è per questo che gli incidenti non sono diventati molto cruenti; e quei pochi incidenti cruenti con armi da fuoco – badi, onorevole Pratolongo – sono derivati sia da italiani che da slavi. Quindi le armi erano da ambe le parti.

Questi incidenti erano isolati ed erano avvenuti alla periferia, fuori delle dimostrazioni di piazza. Ora questo dimostra, sì, che la tensione esiste sul posto, ma che vi è anche una provocazione dall’altra parte e che occorre andare incontro a questa situazione cercando di calmare gli animi. Il Partito comunista non si presta a questo scopo, perché proprio in questa zona si è sostituito in tutte le sedi dell’U.A.I.S. che sono diventate sedi del Partito comunista.

TOGLIATTI. Che c’è di male?

PECORARI. Se la gente ha invaso queste sedi, è perché sapevano – e ne hanno avuto conferma – che in esse erano esposti ritratti di Tito col tricolore jugoslavo stellato. Queste bandiere sono state portate in piazza ed incendiate.

TOGLIATTI. Questo non giustifica la violenza.

PECORARI. Io non giustifico, ma biasimo la reazione. Voglio solo giustificare, con l’intento leale di portare la distensione degli animi, che la colpa non è tutta da una parte; ci sono ragioni molto forti e sentite, che non possiamo disconoscere, anche dall’altra parte.

Termino invitando il Governo ad intervenire in questi eccessi commessi da una parte e dall’altra.

Nessuno ha citato gli incidenti di Cormons – città dal nome latino – dove dominano squadre col fazzoletto rosso; non voglio dire di che tendenza siano; all’ingresso delle truppe italiane alcuni cittadini, che gridavano «Viva l’Italia», sono stati bastonati e minacciati, sicché non hanno avuto neppure il coraggio di fare la denunzia; io i nomi li ho potuti raccogliere lo stesso.

TOGLIATTI. Credo che cantassero «Giovinezza».

PECORARI. Quindi, è necessario l’intervento sia in un campo che nell’altro; bisogna perseguire coloro che hanno commesso delle colpe e ricercare le cause che hanno portato a questi eccessi, e colpire inesorabilmente, ma con serena giustizia. È l’unico mezzo per portare in questa tormentata regione d’Italia la pace e la tranquillità, auspicata dall’onorevole Pratolongo. (Applausi al centro – Commenti).

MARAZZA, Sotto segretario di Stato per l’interno. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARAZZA, Sottosegretario di Stato per l’interno. All’onorevole Pratolongo desidero dare assicurazione che il Governo non si accontenta di parole, ma cerca di porre in atto tutti i mezzi necessari a raggiungere il fine che si propone; ed il fine che si propone credo di averlo enunciato a chiare note poco fa.

Il Governo ha potenziato notevolmente le forze di polizia e l’autorità giudiziaria; alle une ed all’altra ha imposto l’esercizio accurato e più diligente dei propri doveri.

L’onorevole Pratolongo ha letto un lungo elenco di nomi. Se qualcuno avesse presentato questo stesso elenco alla polizia o all’autorità giudiziaria (Commenti a sinistra) di Gorizia, io avrei il piacere di annunziare che contro tutti costoro è stato aperto procedimento.

PRATOLONGO. L’onorevole Pellegrini ha letto questo elenco proprio al viceprefetto.

MARAZZA. Sottosegretario di Stato per l’interno. Io non lo so; posso dire soltanto che se questo elenco è stato comunicato all’autorità di pubblica sicurezza o a quella giudiziaria, contro tutti costoro, secondo le precise istruzioni del Governo, è certamente stata iniziata istruttoria.

Comunque, quello che non è stato fatto, sarà fatto.

L’onorevole Pratolongo passi al Governo l’elenco che ha letto, ed il Governo vedrà di sostituirsi, nella sua diligenza, a quella della cosiddetta parte lesa.

Quello che deve essere però ben chiaro e ben preciso nella mente di tutti è che giustizia deve asser fatta, ma per le vie legali; contro ogni tentativo che fosse fatto per evadere da queste vie, si troverà il Governo preparato ad opporsi nel modo più assoluto e rigoroso. Questo per i cittadini e di lingua italiana e di lingua slovena, a qualsiasi partito appartengano.

A conforto poi dello stesso onorevole Pratolongo, io desidero leggere un periodo di un documento della federazione Partito comunista di Gorizia: «Va rilevato che con la consegna di queste terre alle autorità italiane la situazione è migliorata sensibilmente, sebbene le condizioni anormali non siano del tutto cessate con la desiderata rapidità». Poi il documento continua dicendo che ciò va ascritto al fatto che le forze di polizia inviate si sono rivelate in un primo tempo insufficienti e dovranno essere potenziate. È un documento che mi è stato consegnato a Gorizia, dove ho avuto contatti con i membri di ogni partito. (Commenti al centro e a destra). Gli amici di tutti gli altri partiti, riuniti nel Comitato di liberazione (non so perché il Partito comunista non vi faccia parte, a Gorizia), mi hanno dato un altro memoriale nel quale – posso assicurare l’onorevole Pratolongo – i fatti sono esattamente narrati come li ho narrati io.

Non ho altro da dire all’onorevole Pratolongo. Desidero però dire una parola ancora all’onorevole Pecorari. Debbo dirgli precisamente questo: che le famiglie di questi 1400 internati non sono sodisfatte di semplici notizie.

PECORARI. Per il momento, sì!

MARAZZA, Sottosegretario di Stato per l’interno. Né per il momento, né per poi. Vorrei anzi dire che una voce sola si è levata da tutta questa folla che mi ha circondato, in una riunione che ha avuto del drammatico, quanto non avrei potuto pensare. Una voce sola che ha detto: restituiteci i nostri cari! Io ho parlato di questo con i rappresentanti degli sloveni venuti a trovarmi. Ho detto a costoro le parole stesse che l’onorevole Pecorari rivolgeva poco fa all’onorevole Togliatti. Ho detto: rendetevi benemeriti di questa pacificazione degli italiani delle due lingue, facendovi difensori della restituzione di questi internati. (Commenti). Mi è stato anche promesso che questo sarebbe stato fatto. Voglio pensare che questa promessa, fatta in modo che mi ha perfettamente convinto della sua lealtà, non sia un’ultima illusione ed un ultimo inganno. Voglio sperarlo e voglio crederlo, quantunque, l’accenno fatto dall’onorevole Bettiol a quella cronaca di una conferenza stampa che sarebbe stata tenuta qui a Roma, mi induce oggi ad un maggior pessimismo. Lo stesso invito ho rivolto ai colleghi del Partito comunista. Anche da parte loro ho avuto questa promessa. Però io ho dato soprattutto l’assicurazione che il Governo avrebbe fatto di tutto perché si potessero avere notizie di costoro, perché si potesse ottenerne la riconsegna. Non so se si sappia qui chi sono questi internati; essi appartengono a tutte le categorie sociali. È stato internato, ad esempio, tutto il personale dell’ufficio anagrafe del Comune. Io non voglio immaginarne le ragioni, ma a Gorizia, evidentemente, tutti ne parlano. Sono stati internati indubbiamente dei fascisti; ma non so se altri, fuorché gli italiani, abbiano il diritto di punire i fascisti. Sono stati internati accanto a costoro professionisti di ogni parte politica, commercianti, ecc.; sono internati perfino due membri del Comitato di liberazione. Pensate come questa piaga sia dolorosa per quelle popolazioni.

CONDORELLI. È sanguinante per tutti gli italiani.

MARAZZA, Sottosegretario di Stato per l’interno. Pensate se il cuore italiano possa rimanere insensibile allo strazio di quella gente. Per questo non è un appello di parte che viene in questo momento dal mio cuore; è una voce umana che si rivolge agli uomini e che chiede agli uomini la solidarietà nel dolore. (ApplausiCommenti).

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Sansone, al Ministro dell’interno, «per conoscere l’esito dell’inchiesta ed i provvedimenti relativi – se emessi – a seguito dell’azione svolta il 28 maggio scorso dai carabinieri di Quarto di Marano (Napoli) e per la quale numerose case di inscritti al Partito socialista italiano furono perquisite senza ordine o mandato delle autorità competenti con lo specioso pretesto che vi erano depositate armi, determinando così un legittimo risentimento nelle popolazioni».

Non essendo presente l’interrogante, si intende decaduta.

Segue l’interrogazione degli onorevoli De Michelis e Giua, ai Ministri dell’interno, dell’agricoltura e foreste e delle finanze, «per sapere se e quali provvedimenti intendano adottare a favore delle popolazioni agricole piemontesi per i danni da queste subiti a causa delle recenti grandinate che in talune zone, particolarmente colpite, hanno distrutto sino all’80 per cento del raccolto, come in alcuni comuni dell’Agro alessandrino e in quello di Leinì (provincia di Torino)».

L’onorevole Sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Per incarico del Ministro delle finanze, rispondo alla interrogazione degli onorevoli De Michelis e Giua.

In relazione alla richiesta di agevolazioni tributarie fatta dagli onorevoli interroganti a favore delle popolazioni agricole di alcuni comuni dell’Agro alessandrino e di quello di Leinì in provincia di Torino, danneggiati da una recente grandinata, osservo, per quanto rientra nella competenza del Ministero delle finanze, che in base all’articolo 47 del regio decreto 8 ottobre 1931, n. 1572, che approva il testo unico delle leggi sul nuovo catasto dei terreni, nei casi in cui per parziali infortuni non contemplati nella formazione dell’estimo venissero a mancare i due terzi almeno del prodotto ordinario del fondo, l’amministrazione può concedere una moderazione dell’imposta erariale sui terreni nonché dell’imposta sui redditi agrari dietro presentazione, da parte dei possessori danneggiati, alla competente Intendenza di finanza, entro trenta giorni dall’accaduto infortunio, di appropriata documentazione, con l’indicazione per ciascuna particella catastale della quantità e qualità dei frutti perduti e dell’ammontare del loro valore.

I danni provenienti da infortuni atmosferici, come la grandine, la siccità, le gelate e simili vengono tenuti presenti nella formazione delle tariffe d’estimo e perciò di regola non possono dar luogo alla moderazione di imposta di cui al citato articolo 47 del testo unico 1572. Comunque, sono state interessate le Intendenze di finanza di Torino e di Alessandria affinché riferiscano circa l’entità dei danni arrecati dalle recenti grandinate nel territorio di quelle province.

L’Intendenza di finanza di Torino, con nota del 18 corrente, ha riferito che i comuni maggiormente colpiti in quella provincia dalle recenti grandinate sono quelli di Borgaro, Caluso, Caselle, Laino, Mazzé, San Benigno e Volpiano. I danni arrecati, secondo il competente Ufficio tecnico erariale, possono considerarsi per la loro gravità come non previsti nella formazione delle tariffe d’estimo e pertanto ai contribuenti dei comuni in parola potrà essere accordata singolarmente, previa presentazione di apposita domanda alla competente Intendenza di finanza, per il corrente anno, una moderazione dell’imposta fondiaria in proporzione del prodotto perduto e sempre che i danni stessi raggiungano il minimo dei due terzi del prodotto ordinario del fondo, ai sensi dell’articolo 47 del predetto testo unico delle leggi sul nuovo catasto, Nella stessa misura proporzionale dell’imposta sui terreni potrà essere concessa una moderazione dell’imposta sui redditi agrari. Per quanto riguarda le sovrimposte comunali e provinciali è in facoltà degli enti interessati concedere un corrispondente abbuono delle sovrimposte stesse, ai sensi del l’articolo 260 del testo unico 14 settembre 1931, n. 1175, per la finanza locale.

Sono già state impartite disposizioni all’Intendenza di finanza di Torino perché provveda sollecitamente in conformità.

Nei comuni, invece, di Brandizzo, Foglizzo, Lombardore e Settimo, secondo quando hanno riferito le predette Intendenze, poiché i danni sono risultati limitati, è da ritenersi che i medesimi rientrino tra quelli già previsti dalla formazione delle tariffe d’estimo e perciò manca la possibilità di accordare una moderazione dell’imposta fondiaria, ai sensi dell’articolo 47 del testo unico più volte citato.

In favore dei comuni di Frassinelle-Olivola, come per diversi comuni della provincia di Alessandria, dove si sono manifestate le grandinate del 6 e del 22 giugno, non è stato possibile adottare alcuna moderazione dell’imposta fondiaria e dell’imposta sui redditi agrari, in considerazione del fatto che tali danni rientrano tra quelli dei quali venne già tenuto conto a suo tempo per la formazione delle tariffe d’estimo, mediante apposita detrazione, giusta quanto ha riferito l’Ufficio tecnico erariale di Alessandria nella sua relazione n. 6518 del 17 luglio 1947.

Ove, però, in dipendenza di detti infortuni si sia verificato un cambiamento di culture che importi un minor reddito imponibile, i contribuenti danneggiati possono produrre, nei modi e termini di legge, domanda di revisione, come è stato comunicato all’Intendenza di finanza di Alessandria con nota del 18 agosto 1947, n. 62061, perché ne informi i sindaci dei comuni interessati.

PRESIDENTE. L’onorevole De Michelis ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

DE MICHELIS. Più che dirmi sodisfatto, io prendo atto delle disposizioni emanate dal Ministro delle finanze nonché di quelle norme che sono state citate e che i contadini di quelle zone potranno invocare, perché il Governo abbia, comunque, a cuore questa benemerita classe di agricoltori.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione degli onorevoli Noce Teresa, Bitossi, Roveda e Pajetta Giuliano, ai Ministri dell’interno e del lavoro e previdenza sociale, «per sapere se sono al corrente degli interventi sempre più frequenti da parte delle forze di polizia nei conflitti del lavoro con minacce di arresto alle commissioni interne, come ad esempio nelle lanerie di San Martino, e del caso del prefetto di Como, il quale ha fatto intervenire la forza pubblica in un pacifico e legale conflitto di lavoro fra gli operai dello stabilimento Vergari di Contri e il signor proprietario Cattaneo, facendo piantonare dalle forze di polizia l’accesso allo stabilimento illegalmente serrato dal proprietario in risposta ad una legale sospensione del lavoro.

E per sapere se tali interventi avvengono per spontanea iniziativa o dietro disposizioni del Ministero dell’interno».

Questa interrogazione è superata dai provvedimenti che il Governo ha emanato; gli onorevoli interroganti vi hanno pertanto rinunziato.

Segue l’interrogazione dell’onorevole Riccio Stefano, ai Ministri dell’interno e della marina mercantile, «per conoscere quali provvedimenti sono stati presi in rapporto all’arbitrario atto del sindaco di Pozzuoli, il quale emetteva una illegittima ordinanza di sospensione dei lavori di allargamento di una Chiesa, prendendo a pretesto l’occupazione di pochi metri di banchina, e si ribellava apertamente ad una decisione del prefetto di Napoli».

Questa interrogazione è rinviata per l’assenza del Ministro della marina mercantile, il quale ha fatto sapere che risponderà in altra seduta.

Segue l’interrogazione degli onorevoli Colitto e Caso, al Presidente del Consiglio dei Ministri, «per conoscere le ragioni per le quali non si dà ancora pratica esecuzione agli impegni solenni assunti dal Governo, anche davanti all’Assemblea Costituente, relativamente alla ricostruzione ed al potenziamento dell’organo politico (Sottosegretariato od Alto Commissariato), che dovrà occuparsi – eliminando una situazione di penosa incertezza – del riordinamento dei servizi riguardanti i danni di guerra e della emanazione della legge organica, che da due anni i sinistrati ed i danneggiati reclamano ed attendono».

L’onorevole Sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. La questione dell’istituzione di un Sottosegretariato o di un Alto Commissariato per i danni di guerra non può essere considerata come un provvedimento a sé stante, di carattere formale, prescindendosi da quelli sostanziali che involge il problema del risarcimento.

Come è noto, il Governo ha disposto uno studio organico di tutta la materia per la preparazione di un testo legislativo che fissi i criteri di massima per i risarcimenti, che stabilisca una congrua procedura per l’accertamento e la liquidazione ed elimini o riduca, o comunque coordini, l’intervento delle varie amministrazioni dello Stato: Tesoro, Interni, Lavori pubblici, Agricoltura, ecc., nell’adozione di provvedimenti diretti a fini comuni; riordini e snellisca gli uffici destinati al cennato servizio.

Con questi aspetti giuridico-amministrativi del problema, la cui disciplina conclusiva non è da prevedersi lontana, dovrà collegarsi quello finanziario che esige ovviamente, nel quadro attuale e futuro delle possibilità di bilancio, un esame per le ripercussioni che indubbiamente si verificano nell’importo delle pubbliche spese.

PRESIDENTE. L’onorevole interrogante ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

COLITTO. Prendo atto della dichiarazione dell’onorevole Sottosegretario e, interpretando il pensiero di milioni di italiani, i quali da anni attendono l’emanazione della legge e la costituzione dell’organo che la deve applicare, formulo l’augurio che presto la legge sia emanata e sia, insieme con essa, costituito l’organo, che dovrà disciplinarne l’applicazione.

PRESIDENTE. Sono state ritirate le seguenti interrogazioni degli onorevoli:

Corbi, al Ministro dell’interno, «per sapere se risponde a verità che la Direzione generale dell’A.P.B. abbia destinato la somma di lire 25 milioni alla città di Pescara per la costituzione di colonie estive assistenziali; e se sia vero che l’amministrazione di detta somma, per disposizione ministeriale, sia stata affidata al Centro italiano femminile con esclusione di ogni altra organizzazione assistenziale esistente nella provincia di Pescara»;

Merlin Angelina, al Ministro dell’interno, «sugli incidenti di Palermo del giorno 11 luglio, nel corso dei quali la polizia ha aggredito donne inermi che protestavano contro il vertiginoso rincaro dei prezzi e contro il mancato intervento delle autorità regionali»;

Priolo, al Ministro dell’interno, «per conoscere perché non si è ancora provveduto ad indire, a norma dell’articolo 280 del testo unico 4 febbraio 1945, n. 148, della legge comunale, le elezioni suppletive nel comune di Cariati (provincia di Cosenza), dove il Consiglio comunale ha perduto da circa un anno più di un terzo dei suoi membri»;

Gallico Spano Nadia, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’interno, «per conoscere le circostanze ed i motivi che hanno determinato l’indegno atteggiamento delle forze di polizia di Palermo, che non hanno esitato a caricare un pacifico corteo di donne e di fanciulli, che ordinatamente chiedeva il tesseramento differenziato e la distribuzione di viveri. L’interrogante chiede quali provvedimenti si intendano adottare sia a carico dei responsabili dell’inumana azione di polizia di Palermo sia per tutelare le manifestazioni democratiche, oggi nemmeno più difese dalla presenza di innocenti fanciulli e dall’elementare rispetto dovuto alle donne».

Segue l’interrogazione dell’onorevole Caso, ai Ministri dell’interno e del tesoro, «per conoscere se, in considerazione della particolare crisi economica che attraversa il nostro Paese e per premiare le benemerenze di guerra e di pace contratte dai vigili del fuoco, non ritengano di rimandare il licenziamento di mille unità, per lo meno fino al 31 dicembre 1947, onde dare tempo di altrimenti occupare i licenziandi. L’interrogante, che si occupa del problema da circa otto mesi, auspica il proposto decentramento del servizio antincendio, specie nei capoluoghi di zone boschive, che ogni anno, per incendi spontanei, colposi o dolosi, sono sottoposte ad ingenti perdite proprio perché non vi è la tempestività dell’intervento del servizio contro gli incendi. L’interrogante, pur preoccupato dell’ingente onere finanziario per lo Stato, pensa che vi si possa far fronte con l’aumentare il contributo capitario dei comuni e delle società di assicurazione, per potenziare così un servizio civile e sociale che, in nome del progresso, si rende ogni giorno di più indilazionabile».

Non essendo presente l’onorevole Caso, si intende che vi abbia rinunciato.

È così esaurito lo svolgimento delle interrogazioni all’ordine del giorno.

Interrogazioni con richiesta d’urgenza.

PRESIDENTE. Sono pervenute alla Presidenza alcune interrogazioni con richiesta di risposta urgente.

La prima è quella dell’onorevole Dugoni:

«Al Presidente del Consiglio dei Ministri, per sapere se non ritenga opportuno – dopo la cessazione degli aiuti U.N.R.R.A. – di sopprimere la Delegazione italiana presso l’U.N.R.R.A., il cui funzionamento comporta una spesa di oltre cinquecentomila lire giornaliere, affidandone le residue mansioni a un modesto ufficio di liquidazione».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

MARAZZA, Sottosegretario di Stato per l’interno. Il Governo si riserva di far conoscere quando intenda rispondere.

PRESIDENTE. Sono state presentate le seguenti altre interrogazioni:

«Al Ministro dei trasporti, per conoscere in base a quali disposizioni siano stati concessi dei carri ferroviari da parte del Compartimento di Napoli agli organizzatori di un comizio monarchico in Avellino nella giornata del 28 settembre.

«Tali carri sono stati messi a disposizione dell’onorevole Covelli, Segretario generale del Partito nazionale monarchico, per far affluire, anche con detti mezzi, elementi affiliati a quella organizzazione, prelevandoli dai comuni afferenti alle linee ferroviarie Taurasi-Avellino e Rocchetta Sant’Antonio-Avellino.

«Si compiaccia il Ministro comunicare quali provvedimenti siano stati presi contro i responsabili.

«De Mercurio, Sullo».

«Al Ministro dell’interno, per conoscere quali provvedimenti siano stati presi contro i responsabili dei gravi fatti verificatisi in Avellino il 28 settembre in occasione di un comizio monarchico tenuto dall’onorevole Covelli, con l’autorizzazione del Ministro dell’interno.

«Va rilevata la insufficienza del servizio di ordine pubblico in quanto i preposti hanno minacciato inermi cittadini ed elementi antimonarchici, i quali sono stati fatti segno alle provocazioni di teppisti prezzolati nella malavita di provincie limitrofe ed affluiti nel capoluogo.

«Tale insufficienza ha portato come conseguenza gravi lesioni, anche da arma da taglio, ed altre lesioni meno gravi, nei confronti di cittadini non partecipanti al comizio.

«Non risulta che le autorità locali, benché invitate ad una più energica azione contro i responsabili diretti e indiretti degli incidenti, abbiano svolto una positiva attività, non avendo proceduto neppure all’arresto dei colpevoli e alla diffida degli organizzatori del raduno.

«De Mercurio».

«Al Ministro dell’interno, sui disordini che si sono verificati in Avellino domenica scorsa.

«Rubilli».

«Al Ministro dell’interno, sugli incidenti di Avellino del 28 settembre 1947.

«Sullo».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

JERVOLINO, Sottosegretario di Stato per i trasporti. Chiedo quarantotto ore di tempo per fare una comunicazione all’Assemblea per ciò che concerne l’interrogazione diretta al Ministro dei trasporti.

PRESIDENTE. Gli onorevoli Cevolotto, Cianca e Lussu, hanno presentato la seguente altra interrogazione:

«Al Ministro dei trasporti, per conoscere in base a quali ragioni è stata concessa la carta gratuita di libera circolazione di prima classe sulla intera rete ferroviaria dello Stato al signor Giovanni Host Venturi, ex Ministro del regime fascista».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

JERVOLINO, Sottosegretario di Stato per i trasporti. Anche per questa interrogazione, io chiedo quarantotto ore di tempo.

PRESIDENTE. Comunico, infine, la seguente interrogazione dell’onorevole Riccio:

«Al Ministro del tesoro, per conoscere se intenda concedere l’adeguamento carovita, a norma dell’articolo 14 del decreto legislativo presidenziale, a Gragnano, ai comuni della penisola sorrentina, delle isole di Capri e di Ischia, trattandosi dei paesi della provincia di Napoli in cui più costa la vita e che più son legati economicamente al capoluogo, superando una interpretazione restrittiva della espressione: «via ordinaria»; o se comunque intenda procedere ad una modifica della disposizione».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Il Governo risponderà nella prima seduta dedicata alle interrogazioni.

MAZZA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAZZA. Ho presentato, giorni addietro, una interrogazione sullo stesso argomento di quella testé letta. Chiedo che le due interrogazioni siano poste all’ordine del giorno della stessa seduta.

PRESIDENTE. Le assicuro che così sarà fatto.

Presidenza del Presidente TERRACINI

Sui lavori dell’Assemblea.

PRESIDENTE. L’onorevole Ministro della giustizia mi ha manifestato il desiderio di fare qualche proposta in ordine ai lavori dell’Assemblea. Ha facoltà di parlare.

GRASSI, Ministro di grazia e giustizia. Chiedo all’Assemblea di volere tener conto, per i lavori della prossima settimana, del desiderio del Governo, che penso sia anche vostro, di completare la discussione sulle mozioni di sfiducia. Dedicandosi parte dei lavori alla discussione sul progetto di Costituzione e parte a quella sulle mozioni, si finirebbe per perdere di vista il compito principale che ha in questo momento l’Assemblea, che è quello di pronunziarsi sulle mozioni presentate.

D’altra parte io penso che, proseguendosi in entrambe le discussioni, si perda quella serenità d’animo che occorre avere per risolvere problemi importanti e gravi quali sono quelli inerenti alla formazione degli organi sovrani dello Stato, oggetto del presente esame. Per queste considerazioni il Governo sarebbe del parere di proseguire fino ad esaurimento la discussione sulle mozioni, tanto nelle sedute antimeridiane che in quelle pomeridiane.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, rammento che l’orientamento generale di dedicare una seduta alla continuazione della discussione sulle mozioni e l’altra al proseguimento di quella sulla Costituzione era stato correlativo ad una analoga opinione espressa dal Presidente del Consiglio; soprattutto per aderire a questa preferenza espressa, l’Assemblea si era orientata in quel senso.

Se in questo momento, esaminato il problema nei suoi termini generali, il Governo ritiene opportuno che sia dato carattere di continuità alla discussione sulle mozioni, la Presidenza, salvo ai colleghi di esporre le proprie eventuali obiezioni, non ha nulla da opporre ed è pronta ad aderire al desiderio del Governo stesso. (Segni di consenso).

Ritengo, quindi, che le sedute di domani possano essere ambedue dedicate alla discussione sulle mozioni. Il criterio così adottato ci permette di sperare che la discussione abbia un ritmo più veloce, tale da farci giungere nella settimana stessa a quel voto che il Governo e l’Assemblea insieme desiderano.

(Così rimane stabilito).

VERNOCCHI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VERNOCCHI. Credo che questa sera si possa stabilire solo l’ordine del giorno delle sedute di domani. Io ritengo che, essendo in questo momento l’Aula quasi vuota, non si possa prendere un impegno che vada oltre le sedute di domani, salvo riproporre la questione domani stesso.

PRESIDENTE. È ovvio ciò che lei chiede. Tenga presente che l’Assemblea può deliberare ogni giorno sull’ordine del giorno della seduta successiva. La deliberazione odierna s’intende dunque valida per domani. Domani si potranno fare altre proposte.

Interrogazioni.

PRESIDENTE. Si dia lettura delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

DE VITA, Segretario, legge:

«I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro dell’interno, per sapere quali provvedimenti intende adottare per riparare e reprimere l’arbitrio del prefetto di Potenza, il quale, in manifesto e cosciente contrasto coi principî della volontà popolare, sospendeva, sotto lo specioso pretesto di turbamento o minaccia all’ordine pubblico, il signor Elio Altamura dalla carica di sindaco del comune di Rapolla; e se non intenda accertare che il provvedimento sia connesso a favori sollecitati dallo stesso prefetto a benefizio di un grosso agrario del Comune, la qual circostanza, denunciata mediante la stampa, non è stata né smentita, né giudiziariamente contestata.

«De Filpo, Gullo Fausto».

«Il sottoscritto chiede di interrogare i Ministri di grazia e giustizia e dell’interno, per conoscere come sia stato possibile iniziare istruttoria penale contro il sindaco di Tagliacozzo e rinviarlo a giudizio per fatti compiuti nella sua qualità di sindaco, senza che venisse chiesta la necessaria autorizzazione a procedere contro di lui; e come sia stato possibile che il prefetto dell’Aquila abbia ritenuto, in queste condizioni, di dover sospendere il sindaco dalle sue funzioni.

«Lami Starnuti».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro dell’interno, per conoscere quale fondamento di verità abbiano le voci che circolano intorno alla gestione del Casinò di San Remo, e specificatamente se sia vero che quel Comune, con tre successive deliberazioni, opportunamente preordinate, abbia concesso la gestione del detto Casinò a tre diversi gruppi finanziari, attualmente in causa fra di loro e con lo stesso Comune, il quale, pertanto, sarebbe esposto a notevoli danni, conseguenza ineluttabile della complessa situazione giudiziaria che si è venuta a creare. Nel caso affermativo, se non ritenga opportuno soprassedere, anche per evidenti ragioni di sana amministrazione, dal ratificare l’ultimo contratto di concessione stipulato dal Comune, disponendo senz’altro la chiusura del Casinò, o quanto meno, se non creda di disporre una rigorosa inchiesta su tutta la situazione e sui fatti ed atti che l’hanno determinata, adottando nel frattempo i provvedimenti cautelativi del caso, allo scopo principalmente di evitare che la deplorata attuale situazione sfoci, come sarebbe assai probabile, in uno scandalo di vasta proporzione.

«Marinaro».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro della pubblica istruzione, per sapere se non creda opportuno revocare l’articolo 3 del decreto legislativo 28 giugno 1947, n. 757, nel quale è disposto l’aumento del 100 per cento di tutte le tasse, sopratasse e contributi scolastici stabiliti per le Università e gli Istituti di istruzione superiore: aumento che danneggia gravemente gli studenti poveri. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Abozzi».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro della difesa, per sapere se non creda opportuno e giusto provvedere ad un equo aumento della indennità speciale, di cui all’articolo 48 della legge sullo stato degli ufficiali, concessa agli ufficiali della riserva (1940).

«Tale indennità valeva a limitare il disagio economico che colpiva gli ufficiali costretti – in applicazione della legge di avanzamento – a lasciare il servizio in età ancor giovine; oggi è del tutto inadeguata alla situazione economica nazionale, specialmente nei riguardi degli ufficiali dell’esercito in trattamento di quiescenza. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Abozzi».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro delle finanze, per conoscere se non creda opportuno, nell’applicazione dell’imposta straordinaria proporzionale sul patrimonio, stabilire che, per le piccole proprietà edilizie, possedute non per scopi speculativi, ma prevalentemente per abitazione del proprietario, quando si tratta di fabbricati che non furono mai trasmessi dal 1927 per titolo oneroso e nel triennio 1937-39 non ebbero mai per quota di spettanza a ogni singolo contribuente un valore di mercato superiore a lire 750 mila, l’accertamento venga fatto esclusivamente per detto valore, senza aumento per coefficiente di rivalutazione. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Montemartini».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro delle finanze, per sapere se non ritenga opportuno provvedere affinché i funzionari trasferiti vengano rimborsati al più presto delle spese sostenute per il trasferimento e della indennità di prima sistemazione. Si fa rilevare al riguardo che in alcuni casi tale rimborso è dovuto per spese sostenute oltre due anni or sono. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Bellavista».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro delle finanze, per sapere se non ritenga utile venire incontro ai medi e piccoli proprietari, tuttora creditori dello Stato per i danni di guerra subiti e non pagati, che dello Stato siano contemporaneamente debitori per l’imposta sul patrimonio.

«Si rileva che molti di questi proprietari sono nella tragica situazione di dover vendere il poco rimasto della un giorno fruttifera proprietà per pagare l’imposta, quando sono creditori nei confronti dello Stato di somme ingenti. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Bellavista».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro degli affari esteri, per sapere se non ritenga opportuno intervenire in favore dei pescatori siciliani di Marettino, Mazara del Vallo, Marsala, Gela, e delle altre cittadine marinare dell’Isola, che si recano in prossimità delle acque territoriali francesi tunisine per esercitarvi la pesca e che sono oggetto di soprusi continuati da parte dei mezzi della marina francese, che in molti casi sequestrano le barche ed i motopescherecci, catturandone gli equipaggi.

«Sarebbe augurabile un accordo con la Potenza protettrice diretto a consentire ai nostri pescatori l’esercizio della pesca nelle acque territoriali tunisine, soprattutto perché nelle coste del beylicato non esiste attrezzatura peschereccia cui potremmo recare concorrenza. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Bellavista».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro del tesoro, per conoscere se intenda adottare provvedimenti concreti riflettenti l’assistenza continuativa ai ciechi, assistenza richiesta e illustrata dall’Unione italiana ciechi e rispondente ad un alto dovere di solidarietà umana. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Salerno».

PRESIDENTE. Le interrogazioni testé lette saranno iscritte all’ordine del giorno e svolte al loro turno, trasmettendosi ai Ministri competenti quelle per le quali si chiede la risposta scritta.

La seduta termina alle 18.55.

Ordine del giorno per le sedute di domani.

Alle ore 10 e alle ore 16:

Seguito dello svolgimento delle mozioni degli onorevoli Nenni, Togliatti e Canevari.

SABATO 27 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

ccxxxv.

SEDUTA DI SABATO 27 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI

INDICE

Svolgimento di mozioni (Seguito):

Saragat

Ronchi, Alto Commissario per l’alimentazione

Interrogazione con richiesta d’urgenza (Annunzio):

Presidente

Tupini, Ministro dei lavori pubblici

Interrogazioni (Annunzio):

Presidente

La seduta comincia alle 11.

RICCIO, Segretario, legge il processo verbale della precedente seduta antimeridiana.

(È approvato).

Svolgimento di mozioni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Seguito dello svolgimento di mozioni.

L’onorevole Saragat ha facoltà di svolgere la seguente mozione, firmata anche dagli onorevoli Canevari, Zagari, Vigorelli, Simonini, Persico, Piemonte, Villani, Cartia, Lami Starnuti, Cairo:

«L’Assemblea Costituente, considerati la gravità della crisi economica del Paese ed i preoccupanti sviluppi della situazione internazionale, ritiene necessaria una nuova formazione di Governo più rispondente di quella attuale agli interessi solidali della Nazione e delle classi lavoratrici. Conseguentemente nega la sua fiducia al Governo e passa all’ordine del giorno».

SARAGAT. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho l’impressione che il problema che si dibatte in questa Assemblea, in questo momento, va al di là delle sorti del Governo. Tutti noi sentiamo oggi che maturano sul piano nazionale e sul piano internazionale degli avvenimenti ancora più gravi di quelli attuali. E tutti sentiamo che i prossimi mesi possono essere decisivi per la storia dell’Europa e pertanto per la storia del nostro Paese.

È innegabile che c’è nell’aria come una preoccupazione diffusa e c’è il desiderio, in molti, di vedere quale è la formula politica che offrirebbe maggiori garanzie al Paese per metterlo al riparo dalle possibili tempeste di domani. È chiaro quindi che da parte dei partiti politici c’è un tentativo di prendere posizione, non tanto di fronte a questo Governo, quanto di fronte a quella eventuale nuova formazione che le circostanze potrebbero suggerire di dover fare.

Noi abbiamo udito ieri il discorso di Nenni; abbiamo creduto di vedere in quel discorso il tentativo di estrarre dalla situazione presente i lineamenti di una nuova politica, ma questa preoccupazione, questa presa di posizione ci è parsa ancora più evidente nel discorso, più importante, dell’onorevole Togliatti. Il discorso dell’onorevole Togliatti non è stato, in fondo, un attacco violento contro questo Governo; si è limitato ad attaccare un settore della politica, la politica del Ministro dell’interno. L’onorevole Togliatti si è preoccupato soprattutto di confutare la tesi di coloro i quali pensano che nei prossimi mesi il partito comunista può avere una funzione eminente sui banchi dell’opposizione e forse non potrebbe averla sui banchi del Governo.

Questa impostazione dell’onorevole Togliatti prova come anche da parte comunista, anzi principalmente da parte comunista, ci si preoccupi di delineare la fisionomia di una possibile nuova formazione di Governo. Naturalmente, il Governo si difenderà, come è naturale che faccia; ma possiamo dire che, fin da ora, l’opinione pubblica è già orientata su un altro problema. L’opinione pubblica non si preoccupa tanto di sapere se questo Governo rimarrà in carica oppure sarà abbattuto, quanto di vedere se si potrà estrarre da questa Assemblea una nuova formazione politica, se da questo dibattito si potrà delineare qualche cosa che il Paese, in fondo, attende e che si ha l’impressione che risponderebbe meglio agli interessi del Paese e delle classi lavoratrici.

È quindi col proposito di portare un contributo a questo esame, che tutti gli uomini politici e tutti i partiti oggi fanno, che il nostro gruppo interviene in questo dibattito e vi interviene con una sua mozione di sfiducia.

Vedete; se noi avessimo dovuto discutere la mozione di sfiducia dell’onorevole Nenni, ci saremmo trovati in questa curiosa situazione: parafrasando una espressione dello stesso oratore in occasione di una crisi precedente, noi avremmo dovuto dire no al Governo e no alla mozione di sfiducia. No al Governo per le ragioni che spiegherò in seguito, no alla mozione di sfiducia Nenni per un dissenso reale che ci separa non tanto dalle parole degli oratori dell’estrema sinistra, quanto dalle cose che stanno nascoste dietro queste parole.

Si è notato – e ci voleva poco a notarlo – che esiste un dissenso fra le opposizioni di sinistra; si è notato che queste opposizioni vanno all’attacco del Governo in ordine sparso. Ci voleva poco, ripeto, a notarlo. L’onorevole Lombardi del Partito d’azione deplora questa situazione e crede che dipenda unicamente dalla mancanza di un programma comune. Evidentemente c’è anche questo, è chiaro; ma c’è qualche cosa di più, c’è un dissenso di carattere politico.

Noi non intendiamo qui sollevare questo dissenso per inasprire quello che già ci separa; ma unicamente perché il Paese ha diritto di sapere perché oggi l’opposizione non è unita in questa battaglia e poi perché questo esame è anche utile da un altro punto di vista. Secondo il fine che ci proponiamo, di cercare di delimitare una nuova posizione politica, è bene si sappia quali sono le forze che si possono raggruppare per una certa azione e quelle che, più principalmente, potrebbero unirsi a noi.

Perché le opposizioni di sinistra non hanno potuto mettersi d’accordo? Quando noi ascoltiamo un discorso di alto tono, come quello che ha pronunziato ieri l’onorevole Togliatti, non possiamo sottrarci ad un doppio sentimento: da un lato ad un sentimento di ripulsione e dall’altro ad un sentimento di ammirazione. Un sentimento di repulsione per un certo tono che esiste nel suo discorso e che ci ha lasciato credere che le parole non corrispondano al suo convincimento profondo; un senso di ammirazione quando sentiamo che l’oratore diventa eloquente e che parla di cose che sente veramente.

C’è stato un punto del discorso che mi ha veramente commosso: quando l’oratore ha parlato del problema dei salari, quando ci ha fatto vedere come la classe lavoratrice italiana ha fatto un passo avanti. Egli ci ha fatto vedere che questa classe lavoratrice ha inteso come il problema del salario non sia un semplice rapporto tra padrone e lavoratore, ma si inquadri in una lotta più vasta. Abbiamo udito un oratore che sente profondamente ciò che dice ed in quel punto è stato veramente eloquente. E la ragione di questa ammirazione che sentiamo per questi uomini dell’estrema sinistra deriva da questo fatto: sappiamo che dietro questi uomini c’è una parte importante della classe lavoratrice italiana: i dirigenti comunisti questo lo sanno e ne usano e qualche volta anche ne abusano, come se fossero essi soli ad avere un seguito di lavoratori. In realtà, tutti i partiti democratici sono invece partiti di lavoratori: non parlo soltanto dei socialisti. Il gruppo comunista rappresenta 105 deputati su 556 e non voglio credere che il popolo italiano sia costituito da un quinto di lavoratori e da quattro quinti di fannulloni.

Io mi sono mescolato giorni or sono alla folla imponente di cittadini convenuti in Roma, attrattivi da ideali ben lontani dal comunismo: ebbene io ho constatato che si trattava di veri, di autentici lavoratori. Ma, detto questo, debbo pur riconoscere che il nucleo più compatto della classe lavoratrice è dietro ai comunisti ed è per questo che noi li rispettiamo profondamente.

Queste sono cose che per un socialista hanno grande importanza, anche se i comunisti dimenticano qualche volta che fra i socialisti vi sono pure persone degne del loro rispetto. Noi non porteremo comunque il nostro discorso con spirito polemico contro di essi; ma si ricordino almeno questo: si ricordino che abbiamo combattuto tanti anni insieme nelle lotte contro il fascismo.

E ci limiteremo a soggiungere, ci limiteremo a domandar loro se essi veramente pensano – e forse lo pensano – che la fedeltà verso la classe lavoratrice si commisuri dal successo immediato che un determinato movimento politico, un determinato partito può riportare o meno. Se, per la verità, c’è un partito il quale proprio non dovrebbe credere a questo è precisamente il partito comunista, il quale, come è noto, alle origini aveva ben scarso seguito ed anche oggi, in alcuni Paesi, non si può dire che abbia un seguito notevole. Non è dunque, non può essere dunque per il fatto che vi siano milioni e milioni di organizzati dietro un determinato partito, che si deve pensare che quel partito abbia il monopolio della fedeltà alla classe lavoratrice.

Io credo si debba usare un altro criterio, credo cioè che si debba tener conto della difesa che un partito fa degli interessi permanenti della classe lavoratrice. (Applausi a sinistra). Quali sono questi interessi? Questi interessi sono, a mio avviso, essenzialmente tre. Il primo è costituito dalla difesa della pace, il secondo dalla difesa delle pubbliche libertà, il terzo dalla lotta economica per salvare le classi lavoratrici stesse dalla miseria.

Se noi, dunque, ci poniamo ad esaminare la condotta dei singoli partiti in rapporto a questi tre obiettivi, allora soltanto avremo un criterio veramente sicuro per valutare il loro grado di fedeltà alla classe lavoratrice. E allora vedremo come il partito, il modesto partito che io ho l’onore di rappresentare, non sia secondo a nessuno in questa fedeltà.

E se un dissenso esiste, compagni comunisti, fra voi e noi, esso è precisamente in rapporto ad una diversa valutazione intorno al modo di servire la pace, intorno al modo di servire le pubbliche libertà, di lottare concretamente contro la miseria. Ma veniamo al concreto. Se noi ci poniamo ad esaminare la politica dell’estrema sinistra – e ripeto che questo esame io mi accingo a fare unicamente in funzione dell’obiettivo che mi sono prefisso, per vedere cioè di delineare una nuova configurazione politica, una nuova azione di governo – se noi dunque, dicevo, ci poniamo ad esaminare questa politica dell’estrema sinistra, noi scopriamo facilmente quale sia il suo difetto essenziale, quello che gli impedisce di fare veramente, come essa crede, gli interessi della classe lavoratrice italiana in questo momento. Noi vediamo che la politica dell’estrema sinistra è subordinata ad un criterio fondamentale, che è questo: l’estrema sinistra pensa che tutti i problemi della vita dello Stato, oggi, devono essere subordinati al problema della conquista del potere. Questa formula è stata tradotta, in modo lapidario, dall’onorevole Nenni, quando ha detto: «Dal Governo al potere».

Ebbene, questa formula, che apparentemente si direbbe che risponda veramente agli interessi delle classi lavoratrici (che cosa di più suggestivo può esserci, per un operaio del sentirsi dire che deve andare al potere?), è quella che, a mio avviso, ha compromesso la marcia in avanti della classe lavoratrice italiana in questi ultimi tre anni. Infatti, come sono andate le cose in questi ultimi tre anni?

Noi possiamo dire questo: che tutta la storia del Governo tripartitico, in cui i partiti di estrema sinistra erano rappresentati, non è che la storia di partiti di sinistra i quali hanno lasciato il corpo per l’ombra; il corpo, cioè le riforme concrete che avrebbero potuto realizzare giorno per giorno, per il miraggio di un potere che pensavano di poter esercitare poi in modo egemonico da soli. Così è avvenuto che oggi si rischia di non avere il potere e di non avere nemmeno le riforme concrete che la classe lavoratrice avrebbe potuto realizzare in questi ultimi tre anni.

Noi, invece, più modestamente, non inalberiamo questa formula della conquista egemonica del potere, ma pensiamo di poter più concretamente servire la classe lavoratrice, proponendo ogni giorno la soluzione di un problema concreto; e pensiamo che così si potrà veramente avviare la classe lavoratrice ai fastigi del potere.

Ma oltre a questa divergenza di politica generale, altre divergenze ci separano, tanto sul piano della politica estera che su quello della politica interna. E anche qui si vedrà chi veramente serve gli interessi della classe lavoratrice.

Per quanto riguarda la politica estera, non è stato un caso, onorevoli colleghi, che in questa Assemblea, in occasione della ratifica del Trattato di pace i nostri voti si siano separati da quelli dell’estrema sinistra. Era una valutazione diversa che noi davamo agli interessi del popolo italiano. Ma non voglio approfondire questo aspetto del problema. Più grave, invece, mi pare la divergenza sorta tra noi e loro nei confronti del piano Marshall. E anche qui si tratta di vedere chi serve meglio gli interessi della classe lavoratrice italiana.

Io intendo tutte le ragioni dell’estrema sinistra e i timori, in parte giustificati, dell’estrema sinistra per un possibile controllo dell’economia americana sull’economia europea. Ma a me pare che la posizione da essi assunta non sia una posizione costruttiva e non corrisponda agli interessi del nostro Paese. Tutti sanno che il popolo italiano ha bisogno di una certa quantità di grano, di carbone, di materie prime; e tutti sanno che queste materie prime non possono venirci che dagli Stati Uniti. Eppure la posizione che l’estrema sinistra ha preso di fronte a questo problema è stata una posizione negativa, di critica totale, radicale; quando, invece, un esame un po’ più serio delle cose avrebbe potuto benissimo permettere di trovare una soluzione di compromesso.

Il piano Marshall rappresenta, per un Paese come l’America, l’alternativa di pace di un problema che avrebbe potuto anche risolversi con un’alternativa di guerra; è un tentativo di arrestare la marcia dei movimenti totalitari in Europa, aiutando l’Europa a risollevarsi sul piano economico. E mi pare che interesse dj tutti coloro che hanno veramente a cuore lo sviluppo della classe lavoratrice, la difesa della pace, sia di favorire lo sviluppo dell’economia europea, appunto per impedire il sorgere di movimenti a carattere totalitario, i quali provocherebbero fatalmente una guerra.

C’è chi pensa in realtà che non ci sia, in materia di politica estera, più nulla da fare, perché i giochi sono già fatti, e c’è chi si installa in una situazione ipotetica, per cui il mondo sarebbe già diviso in due blocchi ostili; e vi si installa, non già perché sia compiaciuto di questa situazione, ma perché pensa che veramente non ci sia altro da fare che schierarsi con l’uno o con l’altro. E allora si dice che è donchisciottesco ostinarsi a pensare, come noi pensiamo, che ci sia una terza via.

Io invece sono perfettamente convinto che questa terza via esiste; e basterà guardare con maggiore serenità i problemi internazionali per vedere che c’è sì un blocco orientale, che c’è un’America, ma c’è in mezzo un’Europa che non dipende affatto né dall’uno né dall’altra. Il che significa che esiste ancora una possibilità di creare per questo continente una fascia protettiva, una zona di pace, purché lo si voglia. Dunque non è vero che vi sia una situazione di scelta fra l’uno e l’altro blocco. C’è una terza via, che è quella che noi indichiamo al popolo italiano. Chi sta difendendo la pace? Chi indica questa terza strada, oppure chi dice che non c’è che da schierarsi o per l’uno o per l’altro?

Ora io penso che non si lavori per la difesa della pace e per la difesa delle classi lavoratrici, anche se si affermi di essere fedeli alle classi lavoratrici, quando, come ha fatto un oratore di estrema sinistra, l’onorevole Nenni, si dice alla classe lavoratrice che, se ci sarà una guerra, il nostro posto è già scelto, perché sarà una guerra fra sfruttatori e sfruttati.

Ma io penso che si inganna la classe lavoratrice dicendo queste cose, perché se una guerra ci sarà, gli sfruttati saranno da entrambi i lati! (Applausi). Sarà una guerra in cui il proletariato russo si troverà a battersi contro il proletariato inglese e americano sotto la direzione sapiente dei signori di Wall Street, dei Lord d’Inghilterra e degli enigmatici burocrati di Mosca. Questa è la situazione obiettiva! Io credo che non si difenda la pace proponendo una scelta tra i due blocchi, ma la si difende e la si serve indicando questa terza via che è una via di ricostruzione dell’Europa su basi democratiche e pacifiche.

E poi c’è il problema della politica interna. Anche qui vi sono dissensi seri che ci separano dall’estrema sinistra. Ci sono due problemi: il problema della difesa delle pubbliche libertà e il problema della ricostruzione economica.

Difesa delle pubbliche libertà: ho detto nella prima parte di questa mia breve esposizione che quando sento parlare l’onorevole Togliatti provo insieme un sentimento di ammirazione e uno di avversione. Un sentimento di avversione ho provato ieri quando ho sentito che parlava in difesa della pubblica libertà, e dirò subito perché. Certo che le critiche che egli ha mosso al Governo sono giustificate e penso che il Governo debba provvedere; ma che valore volete che abbiano le vostre giuste critiche e le vostre giuste proteste sulla libertà democratica e sulla libertà di riunione quando non c’è uno – dico uno – dei compagni del nostro Gruppo il quale non si veda ogni giorno, nei pubblici comizi, messo in condizioni, da parte dei comunisti di non potere esercitare questa pubblica libertà che è la libertà di riunione? (Applausi).

D’altro canto molti nostri compagni, i quali rivendicano quel diritto che l’onorevole Togliatti giustamente riafferma, di fare della politica nelle fabbriche, se ne trovano impediti. Eppure essi non pretendono altro che di portarvi la voce della democrazia socialista come avrebbero fatto Turati, Treves e Buozzi. No; questo non lo possono fare! (Applausi).

E quando voi esaltate – giustamente – la difesa dei sacrosanti diritti dell’opposizione, che valore posso io dare a queste vostre parole quando, il giorno stesso, io vedo nei vostri giornali l’apologia di un cappio che ha strozzato una libera voce?… (Applausi a sinistra, al centro e a destra).

Ma è tutta l’impostazione politica, che voi date, che mi pare non corrisponda agli interessi della classe lavoratrice. Voi praticate nella politica interna una curiosa tattica; voi parlate da un lato di unità, unità generica, e poi nella sostanza delle cose praticate una politica di blocco di sinistra, la quale fatalmente tende a riprodurre sul piano nazionale quella stessa divisione di blocchi che minaccia oggi il mondo sul piano internazionale.

Voi proiettate sulla situazione interna una situazione che esiste già sul piano mondiale e che noi consideriamo dannosa agli interessi della democrazia. In realtà questa vostra politica non fa che isolarvi progressivamente e, quando ieri Togliatti parlava, gli applausi erano limitati al vostro settore. (Interruzioni all’estrema sinistra).

Alla politica di blocchi di sinistra, che noi respingiamo, potrà rispondere, a più o meno breve scadenza, una politica dei blocchi di destra. Ma voi pensate che questo possa giovare gli interessi della classe lavoratrice? Non lo pensate.

Voi ponete il problema della collaborazione al Governo e siete nel vostro pieno diritto, però dovete domandarvi in coscienza se non state facendo di tutto per offrire argomenti ai vostri avversari. Voi fate dell’ironia sulla posizione di un partito come il nostro che si ostina a difendere l’ultimo margine di autonomia che ancora resta nel nostro Paese. È facile fare dell’ironia. Ma noi crediamo che soltanto se questo margine di autonomia si allargherà, in modo da comprendere tutta la Nazione, si potrà salvare l’avvenire del nostro Paese.

Quando io sento dire da molti: il mio partito avrà successo, il mio partito non avrà successo, io dico che il problema è mal posto. Il giorno in cui in Europa i partiti socialisti dovessero scomparire, l’Europa sarebbe alla vigilia di un avvenimento molto ma molto grave.

Io ricordo una frase famosa che un oratore francese, Briand, un giorno disse alla Assemblea di Ginevra: «Bisogna veramente che gli uomini muoiano perché la gente si renda conto che avevano ragione?».

Noi potremmo dire: bisogna davvero che questi partiti di democrazia socialista che ancora ci sono in Europa scompaiano, perché l’Europa si renda conto di che cosa rappresentavano per la difesa della libertà, della democrazia e della pace? (Applausi).

Ed ecco perché noi, preoccupati della difesa, degli interessi permanenti della classe lavoratrice abbiamo posto come obiettivo della nostra politica un Governo a direzione socialista. Noi sappiamo che oggi non esistono ancora le condizioni obiettive per questa forma di Governo, ma noi abbiamo aggiunto nel nostro ultimo convegno, che non avremmo fatto nulla che avesse potuto turbare il processo di sviluppo verso la realizzazione di questo nostro ideale, che avremmo invece fatto di tutto per avanzare in questa direzione.

Noi vediamo con preoccupazione di fronte a noi un Governo di centro-destra, ed abbiamo l’impressione, anzi la convinzione che, se non sorge da questa Assemblea una forza profondamente democratica di sinistra, la quale sia in grado di poter modificare il corso delle cose, questo Governo sarà fatalmente trascinato, per la logica stessa degli avvenimenti, ancor più verso destra. So benissimo che l’onorevole De Gasperi risponderà riaffermando la sua fedeltà ai principî democratici, ma ci sono situazioni in cui la forza delle cose è più forte della volontà degli uomini. La logica del vostro Governo vi spinge fatalmente verso posizioni che domani potranno allontanarvi molto dallo spirito democratico del popolo italiano. La critica quindi che muoviamo a questo Governo, è una critica di carattere economico, ma anche di carattere politico. E quando noi parliamo di critica di carattere economico, non ci riferiamo particolarmente all’azione dell’onorevole Einaudi. Sarebbe di pessimo gusto rendere responsabile l’onorevole Einaudi di una situazione di cui è responsabile tutto quanto il Governo. Sono certo che il Governo non cercherà di fare dell’onorevole Einaudi un capro espiatorio, come già avvenne per l’onorevole Corbino. Del resto ci sono alcuni provvedimenti che ci fanno riconoscere che l’onorevole Einaudi ha agito da perfetto democratico. Ma è tutta l’impostazione della politica governativa sul piano economico e sociale che dobbiamo considerare come negativa dal punto di vista degli interessi permanenti del Paese. E la critica di questo Governo, se avrete pazienza di ascoltarmi, la farò nell’atto stesso in cui verrò esponendo le linee di un’azione costruttiva, quella stessa che abbiamo proposto con il discorso dell’onorevole Tremelloni di qualche mese fa e che non fu accettata; azione costruttiva che non è campata in aria, ma che è nella possibilità nostra di realizzare, solo che sorga da questa Assemblea una forza politica consapevole. E pongo senz’altro il problema, che fu trattato con sufficienza alcuni mesi fa dalla stampa italiana, ma che oggi attira l’attenzione di tutti: il problema della pianificazione.

Ma c’è voluta la spinta del piano Marshall per far vedere al mondo che qualche cosa non funziona più nel sistema liberista. Con le leggi del liberismo noi finiremo per avere tutte le fabbriche chiuse e la carestia in larghe zone del nostro Paese.

Dico subito che la posizione del nostro partito, nei confronti della politica economica che dovrebbe essere svolta in Italia per evitare l’aggravarsi della crisi attuale, non è determinata da astrattismi o finalismi, ma da una visione concreta e seria del problema.

Noi pensiamo – e su questo penso che tutti possiamo essere d’accordo – che è necessario raggiungere prima di tutto una maggiore efficienza nella produzione, una maggiore velocità negli scambi, una maggiore giustizia nella ripartizione, un maggior coordinamento nell’organizzazione dell’intero processo economico. Ma che cosa dobbiamo fare per arrivare a questi risultati? Non voglio riprendere la controversia sollevata dai sostenitori dell’economia liberistica e dai sostenitori dell’economia controllata. Però vi è un fatto positivo che nessuno potrebbe negare, ed è questo: che dopo la seconda guerra mondiale qualche cosa di nuovo si è determinato nel meccanismo dell’economia del mondo, qualche cosa di nuovo si è determinato nell’economia europea; e nessuno potrebbe negare il fatto concreto che assistiamo ad un rafforzamento quasi da per tutto dell’economia controllata, dell’economia collettiva e ad un indebolimento delle posizioni dell’economia liberistica.

Quasi tutti i Paesi d’Europa hanno un loro piano economico nazionale: lo hanno i Paesi dell’Europa orientale – ed alcuni sono notevoli, particolarmente quello cecoslovacco – lo hanno i Paesi dell’Europa occidentale, come la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda, i quali controllano degli immensi imperi coloniali, ed hanno rapporti di scambio assai più intensi del nostro con gli Stati Uniti d’America. E malgrado le difficoltà che tali piani incontrano, malgrado le reazioni di varia origine che essi incontrano nella loro applicazione, noi osserviamo che questi piani hanno dato modo ai Governi, che li hanno applicati, di potere controllare la situazione economica dei loro rispettivi Paesi. E abbiamo visto come con questi piani si siano potute stabilizzare certe aree territoriali europee. E, senza volere avanzare pronostici superficiali e prematuri, per quanto concerne il piano Marshall, possiamo affermare che esso riflette non soltanto i bisogni reali di tutta l’Europa, ma che è dal successo o meno di questo piano che dipende la possibilità o meno per l’Europa di ricostruire la sua economia.

Ma come sarà possibile, onorevoli colleghi, inserire l’economia italiana nel quadro della più vasta economia europea e mondiale, se noi perseguiamo in questo momento direttive, che sono agli antipodi di quanto avviene in tutti i Paesi dell’Europa e del mondo? Come sarà possibile fare sentire il nostro peso politico, il nostro peso economico, difendere saggiamente i nostri interessi, dedurre i più vantaggiosi risultati dalle quote a noi assegnate, se il potere pubblico non dispone della organizzazione, della documentazione e degli uomini necessari per tale compito?

La verità è che l’Italia è l’unico Paese dell’Europa occidentale ed orientale che, dopo avere partecipato alla guerra di liberazione, non ha saputo realizzare nemmeno la più modesta riforma industriale. È l’unico Paese, in cui il settore industriale nazionalizzato è rimasto nei limiti della eredità impostaci dal fascismo. Eppure, dopo la liberazione, la classe lavoratrice italiana ha acconsentito alla soppressione delle leggi fasciste sulla socializzazione, nella certezza che la nuova Italia democratica avrebbe fatto qualcosa di più importante e di più serio.

Come meravigliarsi se oggi i lavoratori sono dominati da un senso profondo di sfiducia, che incide indubbiamente sulla loro volontà produttiva?

Dopo la liberazione in Italia si era costituita una certa organizzazione, capace di avviare il Paese verso quelle formule economiche che sono oggi sostenute negli altri Paesi. Di questo non si è fatto più nulla.

Naturalmente, questo processo di smantellamento di quel poco che di economia organizzata si era potuto creare immediatamente dopo la caduta del fascismo, è stato facilitato dalle successive mutazioni del clima politico del nostro Paese e dall’assoluta carenza dei partiti di sinistra, che sono stati al Governo. Che i partiti di destra abbiano interesse di fare questo, sono d’accordo. È dovere dei partiti di sinistra di impedirlo. Sono essi che non hanno agito.

Una voce a sinistra. Lei non era al Governo?

SARAGAT. No, non ero al Governo.

Noi pensiamo, vedete, che l’attuale indirizzo deve, nel suo orientamento generale, essere decisamente capovolto. Pensiamo che non si tratta di semplici ritocchi o di mezzi termini: siamo di fronte ad un grosso problema organizzativo che si traduce però in termini politici.

Vedete intanto come la pianificazione che non fa il Governo la stanno facendo gli altri, per interessi privati. E chi è che la sta facendo? La Confederazione dell’industria.

Nessuna organizzazione padronale in Europa e forse in nessuno Stato del mondo ha attualmente una interferenza negli atti del Governo paragonabile a quella che ha da noi la massima organizzazione degli industriali. Siamo tornati, non voglio esagerare, ai tempi in cui le diverse corporazioni fasciste non facevano altro che mettere il sigillo di Stato sugli ordini che ricevevano dagli organismi da esse controllati.

Comunque, vi sono sintomi di preoccupazione in seno al Governo e ve ne diamo atto. Non possiamo infatti che compiacerci della creazione del Consiglio economico nazionale, che del resto abbiamo noi stessi propugnato attraverso la stampa clandestina. Ma è evidente che, finché la classe lavoratrice sarà tenuta ai margini e trattata come semplice merce di lavoro – come accade oggi – finché essa non sarà convinta di lavorare anche un po’ per se stessa e per il Paese e non soltanto per gli interessi di gruppi limitati di industriali, non potremo pretendere dalla classe lavoratrice quell’apporto che è assolutamente necessario per un’opera di ricostruzione economica del nostro Paese. Non è possibile che mentre la Confindustria tende al monopolio della risoluzione di tutti i problemi economici, la Confederazione generale del lavoro sia confinata in un’attività puramente sindacale che manca al suo scopo perché attraverso il controllo del meccanismo economico è molto facile agli industriali recuperare sul piano dei prezzi quello che essi hanno dovuto cedere sul piano dei salari. Questo complesso di inferiorità della Confederazione generale del lavoro di fronte alle Confederazione degli industriali deve assolutamente cessare se non vogliamo cadere nel circolo vizioso della lotta tra i prezzi ed i salari.

C’è un altro problema per cui la pianificazione si presenta come assolutamente inevitabile: quello dei prestiti esteri. In Francia le spese per la ricostruzione sono state valutate in 3000 miliardi. Ora, se noi facessimo un esame analogo in Italia, paragonata la ricchezza nostra a quella francese, verremmo a constatare – quantunque in Italia quest’esame non sia stato fatto per i servizi pubblici – che ci occorre una somma assolutamente superiore alle possibilità che abbiamo dal punto di vista delle imposte e del reddito nazionale. È certo che noi, per poter realizzare un piano di ricostruzione, abbiamo bisogno di prestiti per molti e molti milioni di dollari. Ora è chiaro che questa distribuzione del credito che ci può venire dall’estero non è possibile se non si organizza sulla base di un piano ispirato da criteri che solo un Governo veramente democratico può tracciare.

Un altro esempio. Ci troviamo in questo momento di fronte a difficoltà di carattere monetario e queste difficoltà hanno posto in primo piano il problema della restrizione dei crediti. Anche qui vediamo che il problema della pianificazione si pone come una esigenza assoluta. È noto che le disposizioni dell’onorevole Einaudi, tendenti a limitare il rapporto tra capitali in giacenza ed investimenti, contenente l’obbligo di versare al Tesoro i depositi, hanno indotto le banche a ridurre i crediti.

Io non voglio discutere il provvedimento in sé. Con questo sistema noi vediamo che si limita il volume totale del credito. Ma, che cosa avviene? Avviene che si limita il volume totale del credito ma non si disciplina, da parte del pubblico potere, il suo impiego nei singoli settori, lasciando di ciò arbitre singolarmente le banche. Ora è avvenuto che il controllo avviene per la quantità totale del credito, ma non per la qualità dei singoli crediti. Le banche, pur restando nei limiti fissati da Einaudi, possono prestare a chi vogliono, cioè a chi paga un interesse maggiore, cioè a chi specula sull’aumento dei prezzi, attraverso l’accaparramento, ed a colui che ha delle giacenze; a coloro insomma che fabbricano beni di lusso e non già invece a coloro che per la necessità delle cose si trovano in questo momento a disporre di poco denaro e a non poter pagare interessi.

In conseguenza di questo stato di cose è accaduto che la restrizione del credito ha servito a mettere in difficoltà le industrie, senza determinare nessuna liquidazione di giacenze, appunto perché coloro che avevano giacenze disponevano di grosse somme di denaro, e senza determinare nessun ribasso di prezzi, i quali sono enormemente aumentati.

È necessario, quindi, fare bensì un controllo dei crediti, ma estenderlo anche al piano qualitativo. E questo è possibile fare soltanto se si entra nel criterio di organizzare tutta quanta l’economia italiana sulla base di un piano veramente organico.

La politica antinflazionistica di Einaudi può essere difesa, e la difendiamo, ma purché essa si spinga alle sue logiche, legittime conseguenze. In difetto di ciò questa politica provoca quei danni che noi abbiamo lamentato e che lamentano tanto gli operai quanto gli industriali.

E potrei continuare sul terreno della pianificazione accennando alla perequazione dei redditi che senza l’intervento statale non è realizzabile.

Com’è possibile risolvere il problema della perequazione dei redditi in Italia, ossia la distribuzione equa dei beni, quando c’è una tale miseria in giro, quando mancano le condizioni per il funzionamento di un vero meccanismo liberistico? L’Italia abbandonata a se stessa sul piano del liberismo, di fronte alle altre potenze mondiali, sarebbe in condizione di assoluta inferiorità, e deve quindi ricorrere ad un sistema di economia pianificata. Ma nei rapporti fra classi e classi, le classi più povere, nei confronti di quelle ricche, si trovano nella situazione in cui si trova l’Italia nei confronti delle grandi potenze mondiali, per cui senza un sistema pianificatore che riesca a distribuire le ricchezze, l’equilibrio non l’otterremo mai.

Occorrono quindi delle misure decisive, un orientamento radicalmente mutato della politica del Governo. In questo senso, noi non possiamo accettare quanto è stato fatto fino ad oggi.

Gli argomenti che sono stati sollevati ieri ci lasciano piuttosto indifferenti. Non è sulla critica di dettaglio che si può esaminare l’azione di questo Governo. Si è rimproverata l’inflazione. Penso che si abbia torto, perché se ben consideriamo, in realtà, l’aumento di circolazione, dovuto a cause stagionali, non è superiore a quello avuto nel periodo corrispondente dell’anno passato.

La critica che noi muoviamo al Governo è ben più radicale: in un momento in cui tutti vanno verso un sistema di economia pianificata, il Governo, invece, tende verso una forma di liberismo che è in contraddizione con gli interessi del Paese. Questa è la critica sostanziale che facciamo a questo Governo. È un Governo questo che indipendentemente dalle sue intenzioni è portato sempre più verso destra. E noi pensiamo che il nostro dovere sia in questo momento di suscitare in quest’Assemblea una nuova forza politica la quale sia in grado di correggere questi difetti e di prospettare i lineamenti di una politica nuova.

Non vi starò a dire, onorevoli colleghi, che oggi la situazione è particolarmente grave. Questo voi lo sapete; del resto, il ruolo delle cassandre è un ruolo che in politica è perfettamente inutile.

Il problema che sta di fronte a noi in questo momento, che sta di fronte a tutti gli italiani, è un problema che trascende di gran lunga le sorti di questo Governo.

Siamo in un momento in cui tutti gli errori possono avere delle conseguenze molto gravi, ma è forse anche il momento in cui ci si offre per l’ultima volta l’occasione di rimediare agli errori del passato e di orientarci per una strada più giusta. Se ci lasceremo sfuggire questa occasione non so se potremo poi, domani, riacciuffarla o arrestare la marcia del Paese, non dico verso la catastrofe ma verso una situazione peggiore. Perché, vedete, è una illusione immaginare che quanto più la situazione si aggravi tanto maggiore diventi nel popolo la coscienza dei rimedi necessari. È precisamente il contrario che avviene. Noi possiamo risanare una certa situazione quando il male non è già troppo grave; ma quando il male fosse gravissimo non potremmo più arrestarlo.

Gli uomini non si battono se non hanno una certa speranza o una certa possibilità di successo. Avviene come dell’ammalato, che quando è in stato grave, non può più nemmeno deglutire le medicine. Se lasceremo la situazione aggravarsi, è certo che il Paese si abbandonerà alla deriva. Oggi, abbiamo la convinzione che è possibile arrestare questo processo di sbandamento e ricorrere ai rimedi, ma il problema essenziale è di aprire una prospettiva di salute al popolo italiano.

Vi è chi si diverte a tracciare quadri foschi dell’avvenire. Penso che dal punto di vista politico sia un errore. Si tratta invece di far intendere al popolo italiano che esistono ancora delle prospettive di salute e di speranza. Certo che, se ci si installa nella mentalità che il mondo è diviso in due blocchi e che non si tratta che di scegliere, il Paese sarà destinato fatalmente a dividersi esso pure in due blocchi. Noi pensiamo invece che esiste una terza via: che non è affatto vero che il mondo è condannato a dividersi in due blocchi, che non è affatto vero che l’Italia sia destinata fatalmente a lacerarsi, e che esiste infine la possibilità di un raggruppamento di forze di sinistra profondamente democratiche.

Ecco perché diciamo al popolo che la pace può essere salvata, che la democrazia si può consolidare e che la ricostruzione economica può essere accelerata. Ma per fare questo bisogna adeguare la direzione della pubblica cosa alle esigenze profonde del Paese in questo momento. Bisogna che il processo di polarizzazione al quale stiamo assistendo venga arrestato e che a questo processo succeda un processo di concentrazione di tutte le forze sinceramente democratiche, sinceramente di sinistra.

Noi lavoriamo per questo obiettivo. Non so se lo raggiungeremo o meno, ma il nostro dovere è di marciare in questa direzione e noi marceremo in questa direzione con la piena coscienza di servire gli interessi del Paese indifferenti alle ironie ed ingiurie e domani anche alla violenza. Noi sappiamo che questa è la strada giusta e sappiamo che seguendo questa strada un giorno incontreremo quelle classi lavoratrici che oggi forse non ci seguono ancora. (Vivi applausi – Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l’onorevole Ronchi, Alto Commissario per l’alimentazione.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Onorevoli deputati, apro una breve parentesi nell’appassionata ed elevata discussione politica per riferire sulla situazione alimentare, situazione che è sostanzialmente anche al centro della discussione.

Riferisco sulla situazione alimentare per rispondere a qualche critica che è stata avanzata; ma soprattutto anche, per una necessaria chiarificazione all’Assemblea ed al Paese dei suoi termini concreti.

Non dirò cose nuove, perché per le comunicazioni del Governo, per le divulgazioni della stampa, per le molte discussioni che tutti i giorni fervono intorno al problema alimentare, più o meno questa situazione è anche nota. Però mi sforzerò di fare una sintesi dello straordinariamente poliedrico problema, soprattutto per mettere in rilievo le cause del disagio alimentare, perché per l’esperienza acquisita sia dato vedere, in rapporto a detta esperienza, quelle che possono essere le possibili soluzioni, per ristabilire una sufficiente tranquillità nel popolo che lavora e che da lunghi anni ormai sopporta le più dure sofferenze. Il carovita: senza alcun dubbio, il carovita sta in prevalente dipendenza dal fattore alimentare.

Le nostre statistiche, quelle dell’Istituto centrale di statistica, come di altri organi di studio, assegnano infatti una percentuale dell’80 per cento del costo della vita da ascriversi al fattore alimentare; percentuale che incide quindi duramente negli spostamenti del costo totale.

Io osservo che, per quanto si riferisce ai generi alimentari, l’aumento ha le sue origini molto lontane, perché sostanzialmente la marcia si inizia nel 1935, all’epoca della guerra etiopica; marcia che si è poi accelerata nel 1940, che ha assunto proporzioni allarmanti dopo il 1943, che ha segnato dal 1945 un aumento del 2.600 per cento ed è giunta, nel luglio 1947, sino a toccare il 6.200 per cento.

Ora, io ho qui dei diagrammi molto semplici da cui risulta come questo ritmo ognor crescente abbia subito delle oscillazioni nel tempo e, soprattutto, come abbia subito in questi ultimi anni degli spostamenti repentini in alto, segnando delle punte per esempio nei decorsi mesi di aprile e maggio ed anche una nel mese di luglio, per effetto dell’aggiornamento del prezzo del pane. Sostanzialmente tuttavia questo ritmo non ha subito un particolare peggioramento in questa ultima fase, in questi ultimi tre mesi cioè in cui ha operato questo Governo. (Interruzione dell’onorevole Bordon).

Lo dimostreremo con fatti concreti. Ora, è chiaro che il problema esiste; nessuno lo nega ed ha riflessi, badate, particolarmente duri in tutte le categorie della popolazione, ma soprattutto nei confronti di alcune categorie, quelle che non sono in grado di difendersi, attraverso la manovra della scala mobile: non è il caso di parlare di coloro che sono di condizione abbiente. È certo che il fattore gioca – ed è per questo che la questione è straordinariamente delicata – soprattutto in relazione alla percentuale sul costo totale. Se infatti esso gioca soltanto sull’80 per cento nel quadro medio statistico, gioca evidentemente sul cento per cento nei confronti dei ceti meno abbienti, che sono coloro i quali possono opporre una minore difesa nei confronti tra il reddito e l’aumento del costo.

Ora, a noi incombe il dovere di esaminare serenamente le possibilità di trovare un rimedio, di venire incontro a queste particolari situazioni di disagio, per assicurare o accelerare la fine del tormento.

Quali sono le cause del disagio alimentare? È noto come, prima della guerra, esistesse un pareggio del bilancio alimentare del Paese tra la produzione, col movimento importazioni ed esportazioni, in confronto ai consumi.

Aggiungo che la differenza a carico delle importazioni dava un coefficiente di fabbisogno complementare delle nostre risorse del 6-10 per cento alle importazioni stesse, quindi, una percentuale relativamente minima.

Attualmente la situazione si è spostata, tanto che nel bilancio tra produzione, importazioni, esportazioni del 1946, le importazioni pesarono – in questo bilancio – per il 25 per cento; non solo, ma nel nostro piano per il 1947-48, le nostre richieste aumentano questo spostamento fino al 30 per cento. È questa la vera, sostanziale causa del disagio alimentare, stante la difficoltà di realizzare le necessarie importazioni.

Ora, consentitemi un breve rilievo, un breve cenno a elementi di carattere strettamente tecnico. Il tenore di vita del popolo italiano ha raggiunto nel 1928 la posizione di massimo favore, con una media di consumi per abitante valutata a 2850 calorie. Questa valutazione calorica risultò ridotta, nel 1931-1940, a 2600 ed è declinata nel 1942 a 2250. Dopo il 1944 è discesa ancora.

Ora, per quanto possano valere questi indici, è evidente che esiste una diminuzione, e siamo arrivati ora ad un deficit che è veramente preoccupante e che costituisce la vera e sostanziale causa del grande disagio attuale.

ZANARDI. E quante sono le calorie adesso?

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Attualmente siamo intorno alle 2.000 calorie.

ZANARDI. Sono poche.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Comunque, analizziamo le cause di questo fenomeno. Incominciamo dai cereali. Certo che alla base del nostro sistema alimentare sta il problema dei cereali, i quali rappresentavano prima della guerra il 64 per cento della razione calorica media del popolo italiano, con spostamenti però anche notevoli, perché a nord noi avevamo un minore consumo di cereali, mentre a sud ne avevamo un maggior consumo in rapporto alle particolari condizioni alimentari e al tenor di vita delle varie regioni.

Naturalmente questa situazione è purtroppo profondamente mutata, e lo rileviamo da poche cifre. La disponibilità per abitante nel 1935-39 di cereali era di chilogrammi 210. Siamo scesi, nel biennio 1945-47, comprese naturalmente produzione ed importazione, a 141; con lieve miglioramento nel 1946-47 sino a 163. Quindi, la diminuzione che è stata segnata in questo ultimo biennio nei riguardi delle disponibilità di cereali è stata ben del 33 per cento, e, come è noto, è dovuta essenzialmente all’enorme caduta della produzione cerealicola che è passata, per il girano, dalla media 75 milioni anteguerra alla media del biennio di 51 milioni e 500.000; per il granturco, da 30 milioni a 16 milioni; per il risone, da sette e mezzo a quattro milioni e 200. Il tutto, non sufficientemente compensato dalle importazioni.

Le importazioni, specialmente attraverso il generoso e magnifico concorso dell’U.N.R.R.A., hanno di molto ridotto il pauroso vuoto, con una cifra media, realizzata nelle due annate, di 17 milioni circa, cui l’U.N.R.R.A. ha concorso con 8 milioni 350 mila in media annua, rimanendo però sempre una grande deficienza complessiva, aggravata dal fatto dell’aumento della popolazione.

Particolarmente grave si presenta poi nell’attuale annata la situazione del consumo cerealicolo. Infatti essa è caratterizzata dalle seguenti cifre:

Produzione: grano 46 milioni; cereali minori 2.800.000; mais 20 milioni; risone 5.600.000; totale: 75 milioni di quintali di cereali circa, in confronto alle disponibilità medie anteguerra che erano di oltre 116 milioni, cioè con una diminuzione del 35,7 per cento; e, se escludiamo il mais destinato all’alimentazione umana, con una diminuzione del 34 per cento, che rimane al di sotto della campagna decorsa per ben 16 milioni di quintali di grano, pari cioè al 24 per cento delle relative produzioni nazionali dell’anno scorso e del 38 per cento al di sotto di quelle dell’anteguerra. È sperabile solo un lieve miglioramento per le discrete prospettive del raccolto – ora iniziato – del mais e del risone.

Ora, questa è la causa dell’appesantimento della nostra situazione alimentare.

Sono, in sostanza, 16 milioni di quintali di grano in meno che circolano nel nostro Paese in questa annata, e di questi una parte non sono affluiti all’ammasso, e quindi abbiamo praticamente in questo momento una razione di 200 grammi di pane effettiva e di un chilo di generi da minestra mensile in confronto di 235 grammi dell’anno scorso e due chili mensili di generi da minestra. Non solo, ma anche quella corrente di grano che praticamente circolava nell’interno del Paese, negli scambi diretti fra produttore e consumatore, oppure per le innumerevoli vie della borsa nera, è straordinariamente ridotta, il che spiega la deficienza di afflusso anche in questo campo ed il fortissimo rialzo dei prezzi della borsa nera. Ora, tale deficiente produzione ha intanto prodotto questi effetti: lo ammasso del grano diede l’anno scorso 23 milioni di quintali. Per quest’anno sono previsti 12 milioni. E badate che quando noi parliamo di 12 milioni verso cui punta attualmente il Ministero dell’Agricoltura, diciamo già uno sforzo considerevole di disciplina perché se noi calcoliamo che legittimamente 36-37 milioni sono sempre rimasti presso gli agricoltori, bisogna anche riconoscere che in fondo se l’ammasso darà 12 milioni, darà nel complesso tutto quello che ci può dare.

Ma un altro fatto è derivato da questa deficienza di produzione, e pertanto deficienza di ammasso, ed è la straordinaria precarietà in cui si sono venute a trovare tutte le provincie della Repubblica.

A questo proposito è necessario fare una chiarificazione. Quando noi parliamo di 10-12 milioni di quintali di grano all’ammasso non si pensi, come purtroppo accade, che questo grano si trovi più o meno accentrato in determinati magazzini, in determinate zone e facilmente spostabile. No, la situazione è ben diversa: il grano è sparso in innumerevoli magazzini, in migliaia di località spesso anche impervie; non solo, ma noi abbiamo zone che hanno una produzione sufficiente al fabbisogno locale ed hanno anche una quota esportabile e ne abbiamo moltissime invece dove c’è deficienza, ed altre ancora che sono assolutamente sprovviste di produzione locale. Ed allora il problema della manovra diventa estremamente difficile specialmente se le quantità esportabili sono modeste come in questa annata per cui le popolazioni, che sono straordinariamente sensibili, oppongono una netta resistenza all’uscita del loro grano per l’approvvigionamento delle zone deficitarie. Noi ci siamo trovati, nei primi di luglio, in condizioni di estrema difficoltà appunto per questa resistenza opposta nelle varie provincie, derivante da uno stato d’animo psicologico contro il quale è difficile poter lottare. Comunque, alla fine di luglio, vista la difficoltà di ottenere l’applicazione dei nostri piani in riunioni che furono tenute nelle varie regioni produttrici del Paese da me insieme all’onorevole Marazza, con l’intervento energico del Ministro dell’interno e con la collaborazione dei Prefetti e di molti valorosi funzionari, è stato possibile rimuovere tutte le difficoltà; ed abbiamo così potuto assicurare l’approvvigionamento delle zone deficitarie. Ma questo stato di difficoltà negli spostamenti dalle zone approvvigionanti alle zone da approvvigionare, dalle zone di produzione alle zone di consumo, ha creato un’altra difficoltà che perdura tuttora e contro la quale abbiamo messo in opera tutti i mezzi che erano necessari. Ed è la situazione dell’industria molitoria e dell’industria della pastificazione. È da tener presente che nel nostro paese queste industrie hanno subito una falcidia enorme nella provvista della materia prima; lavoravano infatti per un consumo che si aggirava intorno agli 80 milioni di quintali di grano; adesso lavorano per un quantitativo straordinariamente più ristretto; perché anche le importazioni dall’estero molte volte sono fatte in farina; tanto che ci si riduce o ci si ridurrà ad un lavoro tra i 35 e 40 milioni, mentre lavoravano anche per l’esportazione e in quantità cospicue.

Quindi, esiste una crisi veramente grave di lavorazione.

Ed allora, di fronte a questa crisi, noi ci siamo trovati ad urtare contro la resistenza delle provincie esportatrici dove i mugnai e gli operai dell’arte bianca opposero ostacoli allo spostamento del grano, pretendendo lo spostamento della farina; hanno opposto resistenza alla spedizione anche della farina per pasta, pretendendo di fare la pasta da spedire verso le altre regioni. Anche queste difficoltà le abbiamo in parte superate.

In grave crisi, per effetto di queste resistenze, si sono venuti a trovare alcuni centri molitori importanti ed alcuni centri di pastificazione, come per esempio Napoli, Messina, Genova, cioè zone che non dispongono di un retroterra agricolo e che devono essere approvvigionate da altre zone. Però, anche questo problema è in via d’assestamento, e già abbiamo raggiunto una situazione relativamente normalizzata. A Napoli siamo riusciti a normalizzare la distribuzione del pane e della pasta, sempre nella razione di un chilo al mese. Stiamo normalizzando una delle situazioni più difficili anche per le difficoltà tecniche dell’ambiente, cioè la situazione della Calabria. Rimane una situazione sempre delicata e difficile, questa, per la richiesta degli arretrati nella distribuzione di alcuni mesi relativi alla campagna decorsa. Devo onestamente riconoscere che questa richiesta ha un suo giusto fondamento. Però le nostre disponibilità sono quelle che sono. Agiremo in rapporto a queste disponibilità, soprattutto attraverso particolari afflussi per qualche distribuzione straordinaria. Naturalmente, con questa deficienza così grave di produzione, noi abbiamo, per contro, una necessità di vistose importazioni.

Anche su questo punto devo dire che si sono fatti tutti gli sforzi per ottenere dai consessi internazionali quanto necessita al Paese. Fin dall’aprile-maggio il Comitato interministeriale della ricostruzione segnalò al Consiglio internazionale di emergenza per l’alimentazione quelle che erano, già allora, le prospettive delle nostre necessità granarie. A Parigi noi presentammo la nostra situazione alla Conferenza internazionale dei cereali: le nostre richieste furono allora precisate in ben 34 milioni di quintali, in confronto alla media dei 17 milioni delle importazioni degli anni precedenti. Queste nostre richieste hanno urtato ed urtano tuttora contro una difficilissima situazione mondiale, che va tenuta presente ogni qualvolta si esamini questa nostra situazione alimentare.

Le richieste a Parigi dei Paesi importatori erano rappresentate da 49 Nazioni per cinquecento milioni di quintali di cereali. Le disponibilità, accertate a Parigi e che ora sono diminuite, dei paesi esportatori – sostanzialmente tre – erano di 320 milioni di quintali; quindi, un deficit enorme.

Da cosa deriva questo deficit? Dall’enorme caduta della produzione in tutta l’Europa ed anche nei Paesi orientali, per quel che si riferisce al riso, dalla pratica assenza dei Paesi dell’Europa sud-orientale; noi importavamo quantitativi cospicui dal Bacino danubiano, dal quale ancora oggi non ci sono favorevoli prospettive, perché le prime avvisaglie le abbiamo avute adesso, ma per quantità modeste. Quindi, questo enorme deficit è praticamente incolmabile, anche perché alle conferenze di Parigi e di Ginevra si sono presentati alcuni popoli, come gli indiani e i cinesi, popoli che hanno necessità veramente straordinarie.

Ed allora il problema nostro qual è? Quello di fare valere, attraverso i contatti diretti, assillanti e continui al Comitato di emergenza, attraverso un’azione che è condotta con grande energia dalla nostra delegazione tecnica a Washington e dal nostro ambasciatore Tarchiani, di fare valere le nostre richieste per avere assegnazioni adeguate al nostro fabbisogno. Abbiamo contratto queste nostre richieste, scendendo da 34 a 29 milioni; ed ora, poiché marciamo ancora con razione ridotta, le richieste stesse sono scese a 27 milioni; e su questa base in questo momento ci stiamo battendo.

Però, finora, su questo quantitativo di assegnazioni assicurate non abbiamo avuto che 7 milioni e 750.000 quintali tra le assegnazioni dirette del Nord America e gli acquisti che si vanno facendo nelle poche zone dove ci sono le disponibilità.

Certo, tutte le possibilità future di un miglioramento essenziale della situazione alimentare dipendono in sostanza dalla possibilità di coprire questo deficit. Tutte le nostre attività sono ora rivolte verso questo obbiettivo, perché se le assegnazioni che ci sono state fatte dal Comitato internazionale di emergenza dovessero rimanere nelle 115.000 tonnellate mensili attuali, indubbiamente noi ci troveremmo di fronte a ben gravi difficoltà per il prossimo avvenire. Questo è bene dirlo, perché non è possibile, non è assolutamente possibile, per quanto si possa spingere (come stanno spingendo generosamente alcuni uomini che operano nell’interno del Paese), le operazioni dell’ammasso fino al massimo del reperimento (con quel controllo fatto azienda per azienda, attraverso un’azione che è straordinariamente mal vista, in condizioni veramente penose, condotta con decisione da detti uomini che sono da considerarsi assai benemeriti), non è possibile, dicevo, mai colmare questo enorme deficit qualunque possa essere il gettito delle risorse nazionali. Per questo io chiedo da questa tribuna, ai molti sollecitatori che vengono da più parti d’Italia a chiedere assegnazioni di cereali: non ci mettano in croce. Purtroppo non è possibile fare dei miglioramenti, perché nella precaria situazione in cui siamo è nostro dovere difendere le scorte con tutti i mezzi e con ogni energia. Io ho dovuto anche giorni fa, in una riunione, oppormi ad un’altra richiesta che viene ripetutamente avanzata ed affacciata: anche questa è una delle tante proposte che sembrano allettanti. Ci si chiede di abbandonare la posizione dell’ammasso e di consentire delle forme di ammasso a carattere cosiddetto integrativo contro un miglioramento di prezzo.

Ci si chiede la libertà, da parte dei pastificatori ed anche da parte dei panificatori, di andare in campagna e di prendersi il grano. Signori, anche su questo punto la nostra resistenza deve esser mantenuta al cento per cento, perché risulterebbero gravemente compromesse le operazioni dell’ammasso che sono in corso: infatti, evidentemente, nessuno più porterebbe il grano all’ammasso se sapesse che ha legalizzata la possibilità di cederlo in altre condizioni di mercato. Il rimedio diventerebbe peggiore del male, perché, evidentemente, coloro che dispongono ai grano non è che di fronte alla libertà lo farebbero affluire immediatamente sul mercato. Certo in un primo tempo potrà anche esserci un certo afflusso, ma poi, in un secondo tempo, il giuoco dell’accaparramento diventerà indubbiamente più forte, per cui le difficoltà diventeranno ancora più gravi. Non solo, ma noi andremo soprattutto anche a peggiorare la situazione relativamente tranquilla delle zone cerealicole. Quando avvenisse lo sblocco, fatalmente anche queste regioni si vedrebbero rapidamente spogliate delle ultime riserve, e noi creeremmo anche in queste una situazione di disagio, mentre oggi c’è una situazione relativamente attenuata per gli scambi diretti tra produttori e consumatori. Infine, noi svaluteremmo in pieno l’azione che stiamo facendo e la comprometteremmo rispetto agli organi internazionali, perché a Parigi tutti i rappresentanti di tutte le nazioni furono concordi nel ritenere che le nazioni importatrici dovessero fare il massimo sforzo nell’azione di reperimento, perché soltanto da questo sforzo si doveva acquistare il pieno diritto ad avere un’equa assegnazione sulle possibilità mondiali.

Tali le ragioni per cui abbiamo respinto le richieste che ogni giorno ci vengono fatte per queste concessioni. Devo dire che la posizione dei cereali io la considero quasi l’ultima trincea della resistenza, ché ove venisse infranta non c’è dubbio che noi precipiteremmo rapidamente nel caos. Dobbiamo quindi ciò evitare con ogni energia.

Veniamo agli altri settori alimentari: olii e grassi alimentari. In questo settore si profila un notevole miglioramento, soprattutto per la produzione olearia che si prospetta quest’anno, sotto ogni riguardo, veramente favorevole. Le notizie che abbiamo sono sostanzialmente buone. La direttiva è quella di procedere all’ammasso per contingente ed abbiamo già stabilito che, dal 1° di novembre la razione, per le categorie meno abbienti, sarà portata da duecento a trecento grammi. Questo in vista dell’afflusso all’ammasso ed in vista anche di possibili importazioni, che saranno soprattutto assicurate dal prossimo trattato con l’Argentina, del quale parlerà il Ministro competente.

Zucchero. Lo zucchero è un altro genere controllato al cento per cento. Purtroppo, anche qui, le avversità stagionali sono state veramente del tutto sfavorevoli, per cui ancora oggi è incerto l’esito della produzione. Si parlava, fino alla metà di agosto, di una disponibilità di due milioni e mezzo, anzi due milioni e settecentomila; poi, la cifra è scesa a due milioni e mezzo e attualmente siamo verso i due milioni e trecentomila. Il Consiglio dei Ministri, nel mese di agosto, in vista delle maggiori possibilità che erano offerte, e in vista della necessità di venire incontro decisamente ad alcune categorie, specialmente ai ragazzi e ai vecchi, decise un aumento delle razioni: portando la razione per i ragazzi fino ai nove anni da 300 a 500 grammi, per quelli fino a 18 anni a 400 grammi e per i vecchi oltre i 65 anni fino a 400 grammi. Ora, con questo abbiamo indubbiamente sacrificato l’industria, specialmente l’industria delle marmellate che per noi ha uno straordinario interesse. Però anche questo lo si è fatto a ragion veduta, perché fortunatamente sul mercato mondiale, la produzione ha pressoché raggiunto le esigenze del consumo, per cui le prospettive di importazione di zucchero sono favorevoli. E si spera, pertanto, che l’industria si possa approvvigionare e sia in grado di integrare eventuali nostre deficienze anche per la razione alimentare.

Latte alimentare: anche questo settore è straordinariamente delicato. Le nostre cure sono per assicurare l’approvvigionamento di detto prodotto essenziale specialmente per alcune categorie della popolazione.

Le operazioni di reperimento sono secondo il sistema a contingente, sistema che ha i suoi vantaggi e che ha però anche le sue deficienze. Comunque il nostro criterio attuale è di perfezionare il sistema in modo da assicurare l’afflusso con l’obbligo diretto ai produttori di consegna, in modo da ottenere quei quantitativi che sono necessari nel quadro del piano di distribuzione, secondo le esigenze delle varie città e soprattutto delle grandi città.

Certo che nel settore caseario, che pur formerà oggetto da parte mia di un rilievo in relazione a quanto è stato detto ieri dall’onorevole Nenni, devo segnalare un fenomeno che si è verificato, cioè quello del frazionamento della produzione casearia, della polverizzazione: la grande industria ha ceduto in parte le sue armi in confronto alle resistenze offerte dalle categorie interessate, le quali più o meno si sono attrezzate a produrre burro e formaggio, probabilmente in relazione alla possibilità di sfuggire meglio la disciplina. Con la disciplina del latte è legata anche la disciplina del burro, che dovrà assicurare un quantitativo di 150 mila quintali al razionamento dei grassi alimentari.

Altri prodotti: è noto come la vasta gamma dei prodotti freschi e conservati sia prevalentemente ormai lasciata al libero mercato. Una posizione di discreta efficienza è stata raggiunta dal patrimonio zootecnico su cui dirà probabilmente il Ministro dell’Agricoltura. A me basta rilevare come in sostanza ci si vada avvicinando alle posizioni dell’anteguerra. Così per gli ortofrutticoli che hanno raggiunto e superato molte delle posizioni anteguerra. Settore anche questo indubbiamente di grande interesse, di grandissimo interesse, in quanto ha giovato enormemente agli effetti del temperamento della situazione alimentare. Noi eravamo fortemente esportatori di ortaggi o frutta.

Io non sto qui a tediare l’Assemblea con le moltissime cifre di cui dispongo, ma posso assicurare che i quantitativi che vengono ora consumati salgono a cifre notevolissime: così, per gli ortaggi, mentre nell’anteguerra si esportavano due milioni seicentomila quintali, oggi se ne esportano appena seicentottantamila, mentre l’aumento della produzione è stato di circa il 10 per cento.

Così pure dicasi per la frutta fresca: noi esportavamo cinque milioni di quintali, mentre oggi l’esportazione è ridotta a due milioni di quintali. Quindi sono tutti prodotti che circolano nel consumò interno. (Interruzione a sinistra). Ora, il consumo interno di questi prodotti è arrivato al massimo, risultando aumentato dal 15 al 20 per cento. Fortunata possibilità in questo nostro Paese, che ha potuto reggere nei momenti più gravi mercé il consumo di questi prodotti; fortunata possibilità, anche perché rappresentano ancora la nostra gran speranza per l’avvenire.

Scambi con l’estero. Di questo parlerà il Ministro competente; a me basti ricordare che, a parte il problema del grano, i nostri sforzi sono rivolti ad assicurare il massimo dei prodotti all’importazione.

È inutile che io ricordi cosa è stata l’U.N.R.R.A., il mirabile concorso di questa istituzione, che ha indubbiamente giovato a sollevare le sorti della nostra alimentazione, oltre che quelle della nostra economia. Oggi all’U.N.R.R.A. si è sostituita l’A.U.S.A., altro organismo che ci sostiene: le possibilità però sono notevolmente diminuite.

Tuttavia, il movimento delle importazioni, specialmente per alcuni prodotti, presenta delle prospettive relativamente favorevoli. Per il merluzzo e il baccalà si profila la possibilità di importazione di 500 mila quintali, in confronto ai 600 mila quintali dell’anteguerra.

Anche per la carne congelata, sia per le iniziative in corso – secondo le possibilità offerte dai provvedimenti recenti del Ministro Merzagora – sia per il trattato argentino, noi calcoliamo di poter meglio integrare le nostre risorse, che potrebbero arrivare fino a 140 mila quintali.

Per tali prodotti esiste una notevole difficoltà di manovra. Certo, noi operiamo la distribuzione con criteri sufficientemente perequativi, con criteri cioè che cercano di andare incontro alle situazioni di maggiore sofferenza.

Ho tolto di mezzo le singole assegnazioni, le assegnazioni dirette, straordinariamente pericolose, perché dal centro noi non possiamo identificare nei singoli richiedenti se sono quelli che hanno più o meno diritto. Nel gioco perequativo noi non possiamo distribuire altro che in rapporto a quelle che sono le esigenze fondamentali delle singole province. Solo in provincia gli organi locali, sotto il controllo locale, sono in condizioni di poter stabilire la perequazione tra le varie categorie della popolazione, distribuendo soprattutto con il criterio della omogeneità della categoria che deve essere beneficiata. Naturalmente, rimane al centro soltanto la distribuzione ad eventuali grandi organismi a carattere nazionale.

A proposito di queste zone o categorie di maggior sofferenza, consentitemi di fare qualche precisazione. Prima di tutto, esiste una differenza enorme fra le zone cerealicole e quelle non cerealicole, dato che il problema pane è quello essenziale, come abbiamo visto.

Sono in condizioni di maggior sofferenza evidentemente quelle zone dove manca la produzione di cereali; sono in condizioni di maggior sofferenza tutte quelle zone dove esiste un minor potere d’acquisto; sono in condizioni di maggior sofferenza tutte quelle categorie e tutti quegli individui che dispongono di un minor potere d’acquisto rispetto alla composizione familiare.

Sono in condizioni di maggior sofferenza tutte le valli alpine ed appenniniche, verso le quali si rivolge tutta la nostra simpatia, per quanto sia estremamente difficile provvedere e colmare i loro bisogni. Sono in condizioni di difficoltà i grandi centri fra i quali vi sono distinzioni enormi da fare: fra i centri, cioè, dove, con i grandi complessi industriali, ci sono possibilità di acquisto che mettono in istato di difesa i centri stessi e gli altri che non dispongono che di mezzi limitati, come certe città del Mezzogiorno.

Noi conosciamo sostanzialmente queste condizioni di fatto, ed è naturale che le nostre preoccupazioni convergano in modo preminente verso la sorte dei meno abbienti. Quando diciamo meno abbienti, vogliamo soprattutto riferirci ai minorati, ai mutilati, ai disoccupati, ai pensionati, agli operai, e agli impiegati statali e parastatali le cui condizioni assumono aspetti di singolare gravità, in relazione naturalmente ai rispettivi carichi di famiglia.

Lo stato di difficoltà dei tempi normali per costoro si esaspera, come fu già accennato, nel continuo e triste peggiorare della situazione dei prezzi.

MANCINI. Alle provincie e alle regioni meno abbienti di cereali bisogna pensare.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Vengo anche a quelle. Come si superano queste difficoltà? Vediamolo obiettivamente e serenamente. E qui vengo alle due tesi sostenute o affacciate ieri dall’onorevole Nenni, che pure costituiscono oggetto delle nostre preoccupazioni: libertà o vincolo totale? Ci sarebbe veramente anche una terza tesi, che è quella sostanzialmente che trionfa, ed è la via di mezzo. È evidente infatti che chi parla di libertà si riferisce all’assurdo; nessuno di noi, in questo periodo, ha pensato di poter puntare sulla libertà, perché evidentemente è impossibile arrivare alla libera concorrenza in condizioni di tanta carenza di disponibilità di generi alimentari; non esiste concorrenza, quando da una parte c’è un detentore che detiene le merci e ne dispone come crede, mentre dall’altra parte c’è la pressione continua ed assillante del consumatore che non ha facoltà di scelta. Evidentemente, se noi accordassimo la libertà completa, daremmo un privilegio pieno, completo, a tutti coloro che dispongono di questi mezzi, di questi prodotti alimentari.

D’altra parte, e lo hanno provato anche di recente alcune nazioni (basta pensare alla Francia, che diede piena libertà al pane, e poi venne rapidamente di nuovo al tesseramento), in periodi di libertà completa, i fenomeni dell’accaparramento assumerebbero proporzioni gravissime e metterebbero praticamente il Paese in condizioni di estrema, insuperabile difficoltà. Questo io vi posso dire, anche per l’esperienza personale di un mio viaggio in Brasile (nel paese delle libertà, in un paese di grande prosperità economica), dove rimanemmo alcuni giorni senza pane nella grande città di San Paolo. Quindi, quella della libertà completa è una tesi inammissibile, specialmente per i prodotti di massa.

E in fondo anche i liberisti più convinti, più o meno riconoscono la necessità di alcune discipline.

Allettante, come fu prospettata ieri dall’onorevole Nenni, è anche la tesi vincolistica. Io passo per un vincolista, e non posso non essere sostanzialmente un vincolista, perché so perfettamente come un prodotto, se può essere veramente controllato in tutte le sue fasi, può venire convogliato al consumo ad un determinato prezzo; e si può procedere ad una perequazione del consumo soltanto se c’è questo controllo dalla produzione al consumo stesso.

Però, anche qui non bisogna farsi illusioni. Il blocco totale peggiorerebbe la situazione. Ove dovessimo arrivare al totale vincolo, al blocco totale dei prodotti, noi peggioreremmo anziché migliorare la nostra situazione alimentare. E perché? È facile rispondere quando noi esaminiamo serenamente ed obiettivamente quelle che sono le condizioni generali del nostro Paese: una produzione straordinariamente frazionata, con prodotti solo in parte di grande massa, mentre abbiamo una vasta gamma di prodotti che affluiscono al mercato anche in quantitativi relativamente considerevoli, ma che effluiscono soprattutto verso determinate zone di consumo, non si distribuiscono, cioè, totalmente su tutta la massa della popolazione. E ciò sia per le abitudini, che stanno un po’ in relazione all’ambiente, sia per le straordinariamente diverse condizioni del tenore di vita tra le varie regioni. Quindi è evidente che è estremamente difficile ridurre tutti sullo stesso piano distributivo, perché è già di per se stesso difficile, badate, il problema del pane. Noi sappiamo che il razionamento del pane è quello che ha creato in sostanza (a parte il fatto che è stato imposto dalla necessità) le maggiori difficoltà dei nostro sistema alimentare, perché le condizioni sono profondamente diverse da zona a zona, sono profondamente diverse da individuo a individuo, da famiglia a famiglia. Ci sono famiglie a cui la attuale razione è sufficiente, ci sono invece famiglie che si trovano in enormi difficoltà, soprattutto dove ci sono ragazzi di 10, 12, 15 anni, che hanno bisogno di pane.

TONELLO. Ha visto il prezzo delle carni? Lo danno ai maiali il frumento!

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Parleremo anche delle carni.

Ora, è estremamente difficile perequare queste situazioni, fra le zone dove si mangia carne e dove non si mangia carne, fra le zone dove si consuma molto latte e dove non si consuma, fra le zone dove si consuma molto pesce e dove non se ne consuma.

Ma a queste difficoltà si aggiungono quelle del reperimento, perché, quando la produzione è estremamente frazionata fra migliaia e migliaia di produttori, nelle condizioni particolari in cui si trova il nostro Paese, è estremamente difficile provvedere ad un’azione di reperimento per una gran massa di prodotti, mentre è già difficile per l’olio e per il grano. E vediamo che queste difficoltà si moltiplicano quando andiamo alla carne e agli altri innumerevoli prodotti, da quelli caseari ai fichi secchi e alle castagne.

In tempi fascisti tentarono di fare questo blocco totale, ma ormai, dagli elementi acquisiti dall’esperienza di quello che avvenne già allora – quando la gente portava, più o meno, per le molte costrizioni, ma portava sempre in quantitativi estremamente modesti – si è visto che questi vincoli dettero praticamente un frutto molto, ma molto, ridotto. Ma quello che devo mettere in rilievo dinanzi all’Assemblea è come questi blocchi parziali – che porterebbero innanzitutto come risultato un modesto quantitativo disponibile per la distribuzione – apporterebbero anche ad un minimo quoziente di distribuzione, ad un minimo quantitativo; e lo posso comprovare, con elementi che ho in mano, proprio per la carne.

Tenete presente innanzitutto che da calcoli fatti – e del resto dalle stesse proposte che erano state fatte dalla C.G.I.L., la quale mi proponeva praticamente di mettere il blocco sul 50 per cento del bestiame – tenuto conto delle enormi difficoltà di imporre questa disciplina, che significa andare presso le stalle e portar via gli animali ai contadini, e soprattutto con le difficoltà di una organizzazione che sempre si mostrò difettosa, un simile progetto è estremamente difficile tradurre in pratica.

Ma, a parte tutto, penso che in Italia noi – vincolando il 50 per cento delle disponibilità – riusciremmo sì e no ad ottenere un 50 per cento di reperimenti; ragion per cui, dalle disponibilità attuali che, come è noto, superano i tre milioni di quintali di carne, sì e no potremmo arrivare ad un milione di quintali. Per cui, come quoziente di distribuzione (perché più grave diventa il fenomeno distributivo su tutta la massa della popolazione), arriveremmo a dare sì e no 50 grammi alla settimana.

Ora, se pensate che il consumo attuale, per esempio, di Milano, è di 19 chilogrammi all’anno per persona, cioè 370 grammi alla settimana, allora è evidente che se noi adottassimo una disciplina di questo genere, mentre non porteremmo certo giovamento nelle varie regioni dove andremmo a distribuire detti modesti quozienti, metteremmo una grande città industriale come Milano ed una grande massa di cittadini in una condizione di straordinaria difficoltà.

Quindi rimettere in piedi una organizzazione di questo genere sarebbe un assurdo.

Veniamo alle castagne ed ai fichi secchi, due prodotti che nel nostro Paese acquistano una importanza rilevante. Questi prodotti si distribuiscono regolarmente quando camminano per le innumerevoli strade del commercio libero arrivando a saturare il fabbisogno degli abituali consumatori. Orbene, io ho calcolato che se dovessimo fare una distribuzione di castagne a tutti, potremmo darne solo cento grammi al mese, tenuto conto di quel che si potrebbe reperire; né si potrebbero fare distinzioni pratiche, perché quando andiamo a distribuire, non possiamo identificare i normali consumatori né fare particolari distinzioni. Mentre ingenti quantitativi, anzi la massa della produzione resterebbe praticamente paralizzata, occultata presso i produttori e gli accaparratori, affluendo a consumo solo per le vie del mercato nero a prezzi elevatissimi. D’altra parte io devo ricordare un esempio classico, anzi devo ricordare due momenti del passato. Come ricorderanno alcuni autorevoli membri dell’Assemblea che parteciparono alle giornate della liberazione di Milano, allora i decreti del C.L.N.A.I. stabilirono, in conformità agli accordi presi in periodo clandestino, la conservazione di tutte le discipline alimentari.

Il secondo fatto saliente da ricordare è quello di Milano, organizzata in tempo fascista dai repubblichini e dai tedeschi, con una distribuzione fondata prevalentemente sulle mense popolari. Chi arrivava allora a Milano trovava aboliti i liberi ristoratori, abolito il libero commercio e tutti affluivano alle mense cosiddette del popolo. Ed allora io ricordo che con quelle mense non si poteva vivere. Le avevano create per eccesso di vincolismo: avevano messo una così grande città in condizione di estrema ed assoluta sofferenza, per cui chi non trovava modo di collocarsi presso qualche famiglia, era in condizioni di non potersi praticamente sostenere, non solo, ma tale rigorosità non migliorava le condizioni generali della popolazione, perché le singole famiglie erano in condizioni di estrema precarietà per i loro rifornimenti.

D’altra parte, l’abolizione delle discipline non è stata poi praticamente decretata dai vari Governi che si sono succeduti. Si è manifestata una situazione di insofferenza generale, che era dei produttori, che era degli industriali, che era dei commercianti, ma che era anche dei consumatori, i quali premevano perché si sciogliessero gli eccessivi legami che praticamente rendevano la vita insopportabile a vasti strati della popolazione.

Quindi, ecco perché non si può andare verso queste estreme conseguenze, mentre invece, come ho precedentemente detto, bisogna conservare le discipline dei prodotti di massa: cereali, zucchero e, entro certi limiti, anche olio, grassi, ecc.

Assicurare il pane, la minestra, il condimento, il latte, venire incontro a particolari categorie attraverso i generi di importazione. Certo, così noi assicuriamo oggi solo un quantitativo modesto.

È stato sempre detto che la tessera non è sufficiente: l’importante è che la tessera rappresenti una quota parte stabile, sicura, tranquilla al 50-60 per cento (così secondo i nostri calcoli) della razione calorica media. I confronti con altre Nazioni che sono vincolate più di noi non reggono. Si tenga presente che le risorse degli altri paesi sono superiori alle nostre, per cui sono in grado – sia per i sistemi alimentari più uniformi, sia per la massa di manovra veramente più ingente di produzione od importazioni – di assicurare razioni molto più elevate delle nostre.

Dall’insufficienza della razione è sorto il problema del sistema differenziato. In linea di principio, nessuno credo si opponga a tale sistema; perché è evidente come tutti non possiamo non essere preoccupati del problema di venire incontro a quelle che sono le maggiori sofferenze: il problema più grave e più delicato.

Io l’ho sposato, il sistema del tesseramento differenziato, del resto già applicato in parte e non da ora, a sostegno di alcune categorie. Basti pensare agli innumerevoli quantitativi di generi alimentari che vanno a favore delle mense operaie, delle varie istituzioni, di tutti quegli organismi che sono stati creati per l’assistenza dei meno abbienti. Però, il problema grave del tesseramento differenziato, come fu studiato – e fu certamente, a mio avviso, una notevole iniziativa del passato Governo – e come fu attuato, non ha dato i risultati che il Governo si aspettava.

Ha rappresentato uno sforzo considerevole per venire incontro ai meno abbienti, ma la verità è che nel momento in cui si è passati all’applicazione, tutte le categorie hanno premuto per entrare in quella categoria «A» che doveva essere riservata veramente alle categorie più sofferenti. Da questo è venuto praticamente un insuccesso del sistema; e le cifre sui risultati provvisori del censimento che furono già esposte, ma che amo qui ripetere in Assemblea, sono in proposito molto chiare.

Categoria A. Sono 27.983.133 non produttori, cioè quelli da tesserare o tesserati. Anche in questa categoria ci sono 6.020.183 di produttori. Nel totale sono circa 34 milioni della categoria «A».

Sapete che la categoria «A» è costituita dalle categorie che hanno un reddito al di sotto delle 30 mila, e comunque comprende tutte le categorie operaie.

Categoria B. Produttori: 3.725.821; non produttori: 3.483.480.

In sostanza, 3.483.480 tesserati.

Categoria C. Produttori 3.459.984; non produttori: 2.090.962.

In sostanza n. 2.090.962 tesserati.

In sostanza sono 33 milioni e 561 tesserati, di cui quasi 28 milioni appartenenti alla categoria A e 2 milioni o poco più alla categoria C. Ma le stesse proposte, venute da tutte le parti, e l’esame dei ricorsi, che si sta facendo, porteranno uno spostamento ulteriore dalla categoria C verso la A; per cui avremo probabilmente un allargamento della categoria dei così detti meno abbienti.

Ed allora questi inconvenienti ci metteranno in estrema difficoltà, nel non poter fare un’efficace applicazione pratica. Peraltro, non è stata scartata la possibilità applicativa, perché, come ho già accennato, per l’olio si farà un aumento della razione di 100 grammi a favore della categoria A. È possibile farlo per l’olio, perché, oltre ai quantitativi che riusciremo ad ammassare, resteranno in circolazione quantitativi ingenti.

Per i cereali il problema è estremamente grave e difficile.

È stato proposto dalla Confederazione generale del lavoro di ridurre la razione alla categoria C di 100 grammi. È esclusa la possibilità di togliere il pane e la pasta a questa categoria; alla quale, del resto, appartengono innumerevoli famiglie, le quali, per avere un reddito di 50 mila lire, non si trovano in condizioni felicissime, specialmente se hanno un forte carico di famiglia. D’altra parte, non possiamo logicamente legalizzare il mercato nero. Il pane è necessario a tutti, anche alle famiglie più abbienti.

Ma andiamo ai calcoli. Un giornale di stamane dice che noi giochiamo sulle cifre. Facile dimostrare il contrario. Riducendo di 100 grammi la razione ai due milioni di consumatori della categoria C, otteniamo un’economia mensile di 61 mila quintali, i quali, ripartiti su 27 milioni di consumatori della categoria A – destinati forse a diventare 30 milioni – porterebbero ad un aumento di appena grammi 7,6 a persona. Di fronte a questo insensibile vantaggio, vale la pena di affrontare il tesseramento differenziato che creerebbe una condizione di particolare disagio a molte famiglie?

Ma c’è un’altra considerazione di ordine generale.

Nelle nostre discussioni quotidiane presso il Comitato di emergenza internazionale, dove i nostri rappresentanti si logorano, la discussione sulla razione è continua. Vorremmo puntare verso la normalizzazione della razione, che dovrebbe essere di 235 grammi di pane giornalieri e 2 chilogrammi di generi da minestra mensili.

Si discute all’estero di questa opportunità; ma pensate se possono acconsentire ad un ulteriore aumento, quando rappresentanti del Comitato di emergenza sono venuti nei miei uffici a domandare qual è l’effetto, qual è l’economia che otterremo attraverso l’applicazione del sistema differenziato! Niente di meno consideravano la possibilità che questa economia, derivante dalla riduzione delle razioni alla categoria C, andasse a scomputo delle assegnazioni internazionali! Evidentemente noi possiamo trovare la maniera di ripartire meglio tra di noi, ma non dobbiamo presentarci comunque di fronte a questi consessi, dove si ragiona in condizioni di assoluta freddezza, a fare delle economie che ridurrebbero la massa delle possibilità alimentari nell’interesse del Paese.

Ora, certo per il prossimo anno, si andrà verso il contingentamento anche per i cereali, di cui vi parlerà il Ministro dell’agricoltura, e mi auguro che molta parte di detto problema potrà trovare allora la sua soluzione. Certo è che io penso che non si debba abbandonare il sistema: ho trovato sempre favorevoli anche tutti gli altri membri del Governo. Non lo si deve abbandonare, bensì – come ho accennato – revisionarlo. Il problema non è facile, ma io ho già emanato disposizioni per cercare di venire incontro alle vere sofferenze che sono quelle dei minorati, invalidi, disoccupati permanenti, degli impiegati ed operai degli enti statali e parastatali, e di tutti coloro i quali, pur giovandosi del sistema della scala mobile, si trovano, con un forte carico di famiglia, sottoposti alle conseguenze del carovita. Tali disposizioni tendono anche a fare ulteriori discriminazioni nella stessa categoria A, perché a favore di dette categorie minorate si possano meglio concentrare i mezzi che possiamo avere eventualmente disponibili. Del resto, basti ricordare tutta l’assistenza fatta a molte di queste categorie, con il potenziamento dei pacchi A.V.I.S.S., con lo sviluppo dei ristoranti popolari ed altri mezzi, che hanno giovato ad alleggerire la loro situazione. Ci si accusa di eccesso di liberismo: mi si consenta di dire che per la parte alimentare questo non è avvenuto, ma sono state mantenute invece tutte le discipline così come erano e si è rafforzata adesso quella del settore del latte alimentare. Fu soltanto ridotto al 35 per cento il coefficiente a carico delle merci di importazione, e ciò per due evidenti ragioni: primo, per facilitare l’afflusso dai mercati esteri; in secondo luogo, anche, perché i gravami dei prezzi assunti da dette merci erano tali che il vincolo totale rappresentava di per se stesso un’enorme difficoltà di collocamento, mentre il vincolo parziale a prezzi relativamente equi permette veramente di utilizzare queste merci a favore di quelle categorie che meritano di essere assistite.

Il problema dei prezzi. Questo dei prezzi è certo un problema di carattere essenziale: l’onorevole Nenni lo ha accennato ieri ed io ho qui dei diagrammi dimostrativi sull’andamento del fenomeno, che terrò ben volentieri a disposizione dei membri dell’Assemblea che vorranno prenderne visione. Mi riferisco ora a quei generi a cui ha accennato l’onorevole Nenni. Certo si è avuto un notevole aumento dei prezzi del grano in borsa nera. Tale fenomeno è una dimostrazione chiara e netta dell’effetto della disciplina stringente degli uffici che si occupano del reperimento dei cereali, ed è anche l’effetto della scarsissima produzione che ha privato gli stessi produttori di quei quantitativi tanto spesso oggetto di scambio diretto con i consumatori. Comunque, sta di fatto che esiste in circolazione una massa straordinariamente ridotta di grano. Queste le cause del rialzo; in ogni modo si tratta di un genere totalmente vincolato.

Bestiame da macello. Anche questo ha subito fortissimi aumenti, ma l’apice dell’aumento è stato raggiunto in maggio; successivamente abbiamo avuto una relativa stabilità. Quindi, non è vero che con questo Governo vi sia stato un sensibile peggioramento della situazione. Certo la carne è carissima (lo sappiamo tutti), però in questi ultimi mesi ha segnato una relativa stabilità. Nell’industria dei salumi. adesso si è verificata una punta per l’effetto dell’aumento subìto dai prezzi dei suini. Fenomeno che non mi è sfuggito, ma che sta in relazione con l’altro fenomeno, molto delicato: quello della deficienza dei mangimi. Ora, anche per il vincolo che noi poniamo ad una parte della produzione suina, io ho voluto sincerarmi dei costi di produzione ed ho visto che nelle condizioni odierne il prezzo dei suini è sostanzialmente parificato al costo di produzione.

CREMASCHI OLINDO. Ci parli della libertà di macellazione dei suini da lei consentita in agosto e settembre.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Questa libertà è stata concessa nel momento della massima depressione nella produzione, che praticamente era controproducente alla nostra disciplina. Abbiamo affrontato il problema ora più decisamente, attraverso una forma di carattere forfetario che è quella che ci garantirà quantitativi considerevoli di grassi suini, mentre abbiamo dato la libertà agli allevamenti familiari, che interessano una vasta massa di contadini che hanno bisogno di carne di maiale come un mezzo integratore della loro alimentazione. (Applausi al centro).

Comunque, per tutti gli altri prodotti, a cui ha accennato l’onorevole Nenni, trattasi di prodotti, come i fagioli o le uova e il pollame, che furono disciplinati nel tempo fascista e che ebbero come unico risultato di far sparire queste merci completamente dalle grandi città. Quindi, un ritorno a quelle discipline è assolutamente impossibile.

Come arrestare allora la corsa dei prezzi, che angoscia noi tutti, e come arginare le correnti speculative che essa alimenta, effetto esse e non causa, come molti erroneamente vorrebbero far apparire, del rialzo dei prezzi? Sono d’avviso che bisogna rafforzare il sistema di controllo degli organi centrali e periferici in un’azione di difesa elastica del consumatore. Però, non dobbiamo anche qui farci eccessive illusioni perché, come nel caso dei suini, come possiamo noi costringere a consegnare i suini ad un prezzo più basso di quello che è il costo di produzione?

Una voce al centro. Anche per il grano è avvenuto questo.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Il problema del grano verrà risolto con un altro sistema. Comunque, la verità è che il nostro sistema alimentare è prevalentemente appesantito dalla deficienza dei cereali. Se riusciremo a superare questa difficoltà, non c’è dubbio che le condizioni generali saranno migliorate. I recenti provvedimenti fatti per potenziare il sistema di difesa dei prezzi credo che, ove applicati con grande energia, potranno dare certamente i loro frutti perché non è vero che il calmiere non serva. Certo il calmiere ribassista, applicato come fu applicato in taluni casi, con drastiche misure di ribasso, ha sempre avuto effetti controproducenti; ma un calmiere che rappresenti un controllo sostanziale della situazione generale del Paese e delle singole zone, non c’è dubbio che può avere il suo effetto, purché non sia regolato da leggi anti-economiche, ma sia intimamente legato con l’andamento economico del Paese. (Commenti a sinistra).

A questo punto devo anche accennare a un altro organo di difesa, molto importante, che è in questi giorni ritornato alla ribalta: gli enti di consumo.

Ora, devo ricordare che la prima iniziativa di potenziamento di questi enti risale al 1945, quando io ebbi l’occasione di studiarli insieme all’allora Ministro Molè. Furono preparati provvedimenti di importante mole. Forse le intenzioni dei proponenti (nobilissime del resto) e dei sostenitori di quel tempo sono andate anche al di là del possibile, perché nell’applicazione pratica il sistema urtò contro difficoltà di ordine finanziario che impedirono al Governo di allora di portare a compimento l’iniziativa. Fu ripresa l’anno scorso col noto decreto del settembre, decreto che si dimostrò solo in parte insufficiente, perché all’ombra di quel decreto si realizzarono notevoli iniziative. Però gli inconvenienti erano soprattutto di carattere finanziario, per cui gli organismi sorti nelle varie parti d’Italia si trovarono di fronte a notevoli difficoltà in quanto la garanzia dello Stato, prevista da quel decreto, era una garanzia insufficiente e quindi gli enti reclamarono un allargamento di queste garanzie agli effetti del loro potenziamento.

Io ho sostenuto – ed ho trovato una larga comprensione in tutti i Ministri – la necessità di venire incontro a detti organismi, che ritengo di grande importanza agli effetti di un’azione calmieratrice, purché l’organizzazione sia adeguata, come aggiungerò fra poco.

Il decreto che è in corso di emanazione provvede ad accordare la garanzia solidale da parte dello Stato, cioè quella richiesta dai banchieri.

Già il precedente decreto aveva consentito ad alcune banche di fare anticipazioni agli enti comunali per miliardi di lire. Evidentemente non è un problema semplicemente di finanziamento; è un problema anche di sufficienti garanzie.

Una voce. Di uomini soprattutto.

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. Ora, consentitemi di chiarire alcuni punti essenziali nei riguardi di questi organismi che sono avversati oggi dalle categorie commerciali, mentre il provvedimento è criticato anche dagli stessi rappresentanti degli enti di consumo.

La verità è che l’ente di consumo ha una sua funzione particolare e specifica, mentre si vanno allentando gradatamente le bardature statali. Mano a mano che andremo verso una normalità e verso una liberazione da molti vincoli, vi è la necessità di creare la difesa capillare del consumatore, che non può svolgersi altro che nell’ambito del comune organo adatto per assicurare la protezione del consumatore. Però la sua funzione non è quella di sostituire il commercio: il commercio ha una sua funzione che è praticamente insostituibile; la funzione dell’ente invece è quella di moderare, di smorzare le punte speculative, è quella di calmierare la produzione dei mercati con l’afflusso di merci che specialmente in momenti di emergenza possono avere una grandissima importanza.

Abbiamo esteso anche la facoltà della distribuzione dei generi razionati, perché i generi razionati oggi vengono distribuiti – da sei anni a questa parte – attraverso determinate categorie di commercianti, che hanno indubbiamente agito secondo le nostre direttive, ma secondo margini di compenso difficilmente identificabili nella linea di precisa e, comunque, di assoluta equità, in quanto è estremamente difficile, dove non c’è un sistema di concorrenza, stabilire quale è l’effettivo peso dei vantaggi da dare alle categorie intermedie. Invece, l’intervento degli enti, che non sostituiranno tutta la vasta gamma dei distributori, ma si metteranno in una condizione di relativa concorrenza, ci permetterà di controllare costi e di renderli più adeguati nell’interesse della distribuzione e del consumo.

Comunque, devo anche dire a questo proposito come questo problema degli enti di consumo sia molto legato ad una necessità assoluta. Ripeto, sono favorevole agli enti di consumo, anzi li ritengo di basilare importanza in questo momento; però, prima di tutto, non possono e non devono creare nuove ed inutili attrezzature, né devono pensare di sostituirsi alla rete di distribuzione diretta ai consumatori. La loro funzione deve rimanere prevalentemente grossista e deve associarsi intimamente al vasto movimento cooperativo, da riorganizzarsi su basi serie e, soprattutto, perfette sotto l’aspetto tecnico ed economico. (Applausi al centro).

MANCINI. Ma con tutte queste riserve non si farà niente! (Commenti).

RONCHI, Alto Commissario per l’alimentazione. E allora questi enti di consumo devono sorgere non sotto forma elefantiaca; devono svilupparsi gradatamente, perché si lega con l’organizzazione la possibilità di disporre di uomini capaci, onesti, pronti ad agire e anche a sacrificarsi per queste necessità di ordine generale. Io ricordo che questi uomini non difettano nel nostro Paese: mi basti citare un uomo, che è scomparso di recente, un generoso pugliese stabilito a Milano, il colonnello Mattia, che guidò le mense popolari ed è immaturamente scomparso dopo aver sfamato con la sua energia, con la sua attività e con la sua onestà, vaste categorie di consumatori milanesi.

Ora, il problema è soprattutto, oltre che un problema di mezzi, anche un problema di uomini. Partano quindi tutti gli enti di consumo, partano pure con mezzi limitati, ché forse la limitazione di mezzi li metterà su una linea più severa; ma si mantengano fedeli alle sagge discipline economiche.

Noi li aiuteremo; non mancherà il credito.

Io dissi di recente al rappresentante di un ente: con la garanzia solidale dello Stato, non mancheranno le possibilità, ma a condizione che l’ente operi con saggezza e si metta sulla strada della sana economia. (Commenti). E, d’altra parte, è certo che, se tutti questi enti potranno disporre di un uomo del tipo del povero colonnello Mattia, è certo che noi li vedremo largamente prosperare e svilupparsi, insieme con l’affermarsi e l’incrementarsi dell’ordinamento cooperativo.

Io vi assicuro che una delle maggiori difficoltà in questo campo deriva dal fatto che non c’è una larga rete cooperativa. Le cooperative infatti sono oggi così frazionate che riesce estremamente difficile poter provvedere alla distribuzione attraverso esse, perché è evidente che le distribuzioni diventano sempre più difficoltose quando si affidano a cooperative che sono ben lungi dal rappresentare tutta la vasta gamma delle categorie cui la merce dev’essere distribuita.

Volgendo verso la conclusione del mio discorso, sento la necessità di riaffermare che la soluzione del problema alimentare è legato a quello del grano, verso la cui soluzione tendono tutte le forze del Governo e dei valorosi rappresentanti distaccati all’estero che si battono presso i vari Governi amici.

Dopo questo che è, come ho detto, il problema preminente, abbiamo questi altri capisaldi della nostra azione di Governo: mantenere la disciplina in atto, rigida per i cereali (in attesa di passare al contingente) e per lo zucchero; per contingente negli olii, grassi, latte, prodotti d’importazione e se sarà necessario anche in altri settori; perfezionamento, nel miglior modo possibile, degli organi di controllo dei prezzi; potenziamento degli enti di consumo, con l’esercizio, fin dove è possibile, di una disciplina dei mercati.

Onorevoli deputati, sono alla fine della mia esposizione. Consentitemi però ancora una considerazione di carattere personale. Io vedevo, giorni or sono, proprio dinanzi alla porta del mio ufficio, un richiamo, un rimprovero solenne: un richiamo alla fame e un rimprovero solenne a noi, quasi fossimo noi un po’ i responsabili di questa situazione. Non mi lagnerò io, onorevoli deputati, né si lagneranno con me i numerosi funzionari che io sento il dovere qui di ricordare, così del centro, come della periferia, perché se è vero che ve ne può essere qualcuno disonesto, è anche vero però che ve ne sono moltissimi che si sono encomiabilmente sacrificati. (Applausi).

Non ci lagneremo noi già, perché sappiamo qual è la situazione di pena in cui versano i più derelitti quando lottano con le difficoltà della vita: consentitemi però che io vi dica che non conviene a nessuno di esasperare questa situazione, di fronte alle immense difficoltà in cui si dibatte il Paese. Non conviene a nessuno, perché quelli che vennero prima di noi e quelli che verranno dopo di noi si trovarono e si troveranno di fronte alle stesse difficoltà; né conviene drammatizzare le situazioni, perché questo nostro Paese dispone indubbiamente di ancora innumerevoli risorse. E poiché il problema essenziale è il problema del grano, io penso anche che, come non mancò in passato il generosissimo concorso dell’U.N.R.R.A. – concorso che, forse, il popolo italiano inconsapevolmente non ha ancora apprezzato nella sua entità veramente mirabile, ma che noi soprattutto abbiamo pesato nella quotidiana passione della distribuzione al consumo; – io penso che non verrà a mancare neanche nel prossimo avvenire la generosa solidarietà internazionale, che essa ci sosterrà in attesa che questo nostro popolo – che è soprattutto un grande popolo di contadini, di agricoltori, di imprenditori, di tecnici – compirà il miracolo della ricostruzione, restituendo al Paese la sua prosperità agricola, capace di sostenere, come fu nel passato, ripeto, il 90-95 per cento del consumo alimentare nazionale. E la ricostruzione della nostra economia agricola verrà – per la conoscenza che ho di queste categorie, capaci di compiere sforzi prodigiosi – verrà forse prima di quanto noi non pensiamo, e sarà la base essenziale per la ripresa dell’indipendenza economica del nostro Paese. (Vivissimi applausi – Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Il seguito di questa discussione è rinviato ad una prossima seduta.

Interrogazione con richiesta d’urgenza.

PRESIDENTE. È stata presentata la seguente interrogazione con richiesta di risposta urgente:

«Ai Ministri dell’interno e dei lavori pubblici, per sapere quali provvedimenti abbiano adottato o intendano adottare per alleviare i danni arrecati dal recente nubifragio in provincia di Forlì».

«Macrelli».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

TUPINI, Ministro dei lavori pubblici. Risponderò mercoledì prossimo.

Interrogazioni.

PRESIDENTE. Si dia lettura delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

MOLINELLI, Segretario, legge:

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro dell’interno, per conoscere il numero esatto dei feriti accolti o medicati all’ospedale di Gorizia attorno al 16 corrente e in seguito ai noti incidenti.

«Pecorari».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare l’Alto Commissario per l’alimentazione, per conoscere se sia giusto che una regione come la Calabria continui ad essere trascurata come ai tempi del suo predecessore. Infatti risulta che per solo pane la provincia di Cosenza ha un arretrato di oltre 17 mila quintali di farina; mentre le altre due provincie, pur avendo un fabbisogno giornaliero superiore, hanno ciascuna un arretrato di 11 mila quintali di farina. Si fa osservare che il grano proveniente dal piroscafo Mazzini di cui nella risposta a una precedente interrogazione, non è stato sufficiente a coprirli perché si sarebbe dovuto sospendere la corresponsione delle razioni correnti. Per saldare gli arretrati bisogna corrisponderli in aggiunta alla razione giornaliera.

«Mancini».

«I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro della pubblica istruzione, per conoscere se, in accoglimento degli ordini del giorno indirizzatigli dagli insegnanti elementari reduci, ex partigiani ed assimilati, non ritenga equo disporre:

  1. a) che le cattedre di insegnamento elementare attualmente vacanti siano assegnate mediante concorso per soli titoli, nella misura del 50 per cento, ai reduci ed agli ex partigiani, in analogia con quanto già applicato nel 1919 a favore degli ex combattenti della guerra 1915-18;
  2. b) che i concorsi per titoli si svolgano nell’ambito provinciale, considerando titolo di preferenza la residenza in provincia da almeno cinque anni. Nel caso in cui i posti disponibili non fossero coperti, potranno esservi ammessi reduci ed ex partigiani delle provincie viciniori, che abbiano adito ai concorsi nelle rispettive provincie e ne siano rimasti esclusi per mancanza di posti;
  3. c) che i rappresentanti della Associazione reduci e della Associazione partigiani siano chiamati a far parte delle Commissioni provinciali per la valutazione dei titoli;
  4. d) che qualora i posti disponibili risultassero inferiori al numero dei concorrenti, siano riservati posti ai reduci ed agli ex partigiani sempre nella misura del 50 per cento nei concorsi degli anni successivi sino ad esaurimento della categoria. (Gli interroganti chiedono la risposta scritta).

«Scarpa, Fornara, Scalfaro, Jacometti».

PRESIDENTE. Le interrogazioni testé lette saranno iscritte all’ordine del giorno e svolte al loro turno, trasmettendosi ai Ministri competenti quelle per le quali si chiede la risposta scritta.

La seduta termina alle 14.

Ordine del giorno per la seduta di lunedì 29 settembre 1947.

Alle ore 16:

Interrogazioni.

VENERDÌ 26 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXIV.

SEDUTA DI VENERDÌ 26 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI

INDICE

Annunzio di una proposta di riforma del Regolamento:

Presidente

Svolgimento di mozioni:

Presidente

Nenni

Togliatti

De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Interrogazione con richiesta d’urgenza (Annunzio):

Presidente

Marazza, Sottosegretario di Stato per l’interno

Interrogazione (Annunzio):

Presidente

La seduta comincia alle 16.

AMADEI, Segretario, legge il processo verbale della precedente seduta pomeridiana.

(È approvato).

Annunzio di una proposta di riforma del Regolamento.

PRESIDENTE. Comunico che è stata presentata dagli onorevoli Fuschini, Uberti, Rodinò Ugo, Scalfaro, Caronia e Avanzini una proposta di riforma dell’articolo 97 del Regolamento, del seguente tenore:

«Sostituire l’ultimo comma con il seguente:

«Nel concorso di diverse domande, quella dell’appello nominale prevale su tutte le altre; quella dello scrutinio segreto prevale sulla domanda di votazione per divisione nell’aula».

Sarà stampata e trasmessa alla Giunta del Regolamento alla cui convocazione provvederò nella prossima settimana.

Svolgimento di mozioni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca lo svolgimento delle seguenti mozioni:

«L’Assemblea Costituente, di fronte ai risultati della politica generale del Governo, ed in particolare di quella economico-finanziaria che compromette lo sforzo solidale della ricostruzione del Paese, l’ordine interno e il tenore di vita delle masse popolari, nega la sua fiducia al Governo e passa all’ordine del giorno.

«Nenni, Basso, Romita, Cosattini, Faralli, Giacometti, Giua, Jacometti, Lizzadri, Morandi, Nobili Tito Oro, Cacciatore, Stampacchia, Tonello, Vernocchi».

«L’Assemblea Costituente, di fronte alle misure delle autorità di pubblica sicurezza e prefettizie che limitano la libertà di propaganda e agitazione, e le libertà democratiche in generale, nega la sua fiducia al Governo e passa all’ordine del giorno.

«Togliatti, Scoccimarro, Longo, D’onofrio, Secchia, Novella, Rossi Maria, Laconi».

«L’Assemblea Costituente, considerati la gravità della crisi economica del Paese ed i preoccupanti sviluppi della situazione internazionale, ritiene necessaria una nuova formazione di Governo più rispondente di quella attuale agli interessi solidali della Nazione e delle classi lavoratrici. Conseguentemente nega la sua fiducia al Governo e passa all’ordine del giorno.

«Canevari, Saragat, Zagari, Vigorelli, Simonini, Persico, Piemonte, Villani, Cartia, Lami Starnuti, Cairo».

L’onorevole Nenni ha facoltà di svolgere la sua mozione.

NENNI. (Segni di attenzione). Onorevoli colleghi, sulle ragioni che hanno determinato il Gruppo parlamentare del Partito socialista italiano a presentare una mozione di sfiducia al Governo, di cui si inizia oggi la discussione, sono state dette cose e diverse e contradittorie, tutte poco rispondenti alle nostre vere intenzioni. Probabilmente, il Partito socialista italiano, a nome del quale parlo, è il meno complicato dei partiti di quest’Aula. Non aveva in ogni caso e non ha motivi arcani e misteriosi per presentare all’Assemblea una mozione di sfiducia nel Governo. C’era l’impegno generico del Governo di sottoporre alla Costituente l’esercizio provvisorio, ciò che avrebbe offerto l’occasione ad una discussione completa della politica del Governo e dei singoli bilanci. Ragioni (molto probabilmente indipendenti dalla volontà del Capo del Governo e dei Ministri) hanno impedito che ciò si facesse. Ci è quindi sembrato che, avendo nelle settimane trascorse, quando l’Assemblea era in vacanza, accentuato il carattere della nostra opposizione, fosse doveroso verso la Costituente e verso il Paese, offrire a noi, agli altri partiti, al Governo l’occasione di un ampio dibattito.

Abbiamo quindi presentato la nostra mozione di sfiducia per rispetto verso l’Assemblea e col sentimento che nel Paese si possono agitare tutti i problemi rimettendosi però, per la loro soluzione, alla Costituente oggi, al Parlamento domani.

C’è anche da parte nostra il desiderio di rovesciare il Governo, creando così il presupposto per la ricostituzione nel Paese e nell’Assemblea del fronte democratico e repubblicano, il solo, secondo noi, che può realizzare una distensione nei rapporti politici e di classe, distensione che auspichiamo con tutte le forze del nostro animo, come una delle condizioni della normalizzazione della vita nazionale.

Le ragioni che fecero di noi degli oppositori, potrei quasi dire, avant lettre del quarto Gabinetto De Gasperi, furono di ordine politico, di ordine sociale, ma in modo particolare di ordine nazionale. Ci pareva e ci pare che non sia ancora venuto il tempo di esporre le istituzioni democratiche al rischio di lotte molto accentuate. Ci pareva e ci pare che, finché il Governo cumula all’esecutivo il potere legislativo, esso dovesse sforzarsi di essere rappresentativo del più largo fronte democratico e repubblicano possibile. Ci pareva e ci pare che, data la gravità della situazione economica e sociale del Paese, solo possa essere efficiente un Governo i cui atti non siano sospettati di rispondere a un partito preso e di servire determinati interessi in contrasto con l’interesse delle masse popolari.

Per codesta ragione abbiamo desiderato la discussione che oggi si inizia ed alla quale porteremo il contributo delle nostre critiche e delle nostre osservazioni.

Ritengo doveroso, mentre ci accingiamo a criticare prevalentemente la politica economica, sociale, finanziaria seguita dal Governo, premettere che c’è una situazione di fatto grave in sé, allarmante in sé, indipendente dal colore o dal carattere del Governo, una situazione che, nei suoi dati generali, resterà per parecchio tempo quella che è anche se riusciremo, come me lo auguro, a rovesciare il Governo attuale.

Ci sono delle condizioni di fatto che abbiamo ereditato dalla guerra e dal fascismo, che non hanno potuto essere ancora modificate.

Ricordare queste condizioni di fatto è per noi doveroso, non soltanto nei confronti dell’attuale Governo, ma per rapporto alle istituzioni repubblicane, che non possono essere considerate responsabili di una situazione non da esse creata, ma ereditata dal fascismo.

Soltanto i danni della guerra ascendono a 4 mila miliardi e la decurtazione complessiva subita dal patrimonio prebellico si aggira sul livello del 30 per cento.

Situazioni di questo genere non possono essere corrette né in qualche settimana, né in qualche anno. Noi abbiamo lavorato nel corso di questi ultimi due anni e il popolo italiano dovrà lavorare nel corso dei dieci, quindici e forse venti anni successivi, per pagare il disastro della politica fascista e della guerra, per ritrovare le condizioni di esistenza del 1937 e del 1938.

Quanto ai dati attuali della situazione economico-finanziaria, essi risultano da una serie di indici che nel corso del dibattito saranno valutati e approfonditi dai tecnici e che io mi limiterò ad elencare.

L’indice più grave è il deficit della bilancia dei pagamenti internazionali, a colmare il quale, molto probabilmente, di qui alle prossime elezioni di primavera, occorreranno da 7 a 800 milioni di dollari, mentre nei quattro o cinque anni successivi occorrerà probabilmente un miliardo di dollari annuo.

L’altro indice della gravità della situazione è il deficit del bilancio dello Stato. Le entrate, molto probabilmente, non supereranno i 700 miliardi e le spese, che sono state previste in 1000 miliardi, supereranno probabilmente di molto il preventivo. Le risorse della Tesoreria, all’infuori di quelle ordinarie, sembrano pressoché inaridite. La circolazione è in aumento di circa 20 miliardi al mese. Sono questi 20 miliardi che, passando nel consumo, provocano l’aumento dei prezzi.

Altri sintomi della gravità della situazione furono analizzati dall’onorevole Einaudi nel discorso che pronunziò in questa Assemblea il 18 giugno. Allora egli si soffermò in modo particolare sulla constatazione che non si forma più risparmio; altri, e i settori della sinistra, misero in evidenza la situazione difficile e in certo senso tragica dei salariati e degli stipendiati, i quali hanno visto il potere di acquisto dei loro salari e dei loro stipendi ridursi progressivamente con la svalutazione.

Un nuovo motivo di inquietudine è rappresentato dalla contrazione delle esportazioni, dovuta ai costi eccessivi all’interno ed alla concorrenza dei mercati esteri, che aumenta col graduale ritorno alla vita normale economica e commerciale di Paesi più provati del nostro nel loro apparato produttivo.

Ci troviamo così di fronte ad un problema economico, sociale e finanziario certamente molto più grave dell’analogo problema che si pone in Inghilterra e in Francia, dove, in fondo, si tratta di meglio organizzate la produzione e la distribuzione, mentre noi siamo alle prese con i problemi fondamentali di vita e di esistenza. Il panno è troppo stretto per tagliarvi tutti i vestiti che occorrerebbero.

A giudizio di uomini che sono in grado di valutare l’attuale stato delle cose del nostro Paese, sono stati superati ormai i limiti tecnici di rottura e un immenso baratro si apre dinanzi al popolo italiano, un baratro che potrebbe essere la tomba delle nostre aspirazioni sociali (Commenti al centro e a destra), della nostra indipendenza nazionale e della vita democratica dello Stato. (Commenti).

Quali erano gli impegni assunti dal Governo di fronte a questa situazione, meno grave quattro mesi fa di quanto non lo sia attualmente? Nel discorso che pronunziò in quest’Aula, presentando il suo quarto Gabinetto, l’onorevole De Gasperi prese tre impegni. Il primo sonava esattamente così: «Il nuovo Ministero assume senz’altro la responsabilità dei provvedimenti finanziari a voi sottoposti dal cessato Governo o da esso direttamente promulgato e in modo particolare fa suo il progetto dell’imposta straordinaria patrimoniale». Questo impegno il Governo lo ha mantenuto e, col concorso dell’Assemblea, è riuscito a far varare l’imposta straordinaria patrimoniale.

L’onorevole De Gasperi assumeva un secondo impegno: «Il Governo attuale accetta questi punti già codificati – si trattava dei quattordici punti cosiddetti Morandi – e si propone di attuare gli altri sulla base delle stesse direttive che il Consiglio dei Ministri antecedente, del 4 aprile, così formulava: il Governo svolgerà l’azione più strenua per la difesa della lira, secondo queste fondamentali direttive: risanamento progressivo del bilancio; contenimento massimo degli aumenti che più direttamente incidono sul costo della vita; compressione dei consumi non essenziali e stroncamento della speculazione; disciplina razionale degli scambi, degli investimenti e del credito; potenziamento della produzione mediante un maggiore rifornimento delle materie prime essenziali».

Infine il Governo dichiarava che «la difesa della moneta è la premessa di ogni altra politica; nulla può essere costruito, nessuna società può sussistere sulle sabbie mobili della moneta instabile».

Noi avanzammo allora l’ipotesi, e la preoccupazione, che il nuovo Governo, per la sua struttura, per l’indirizzo che risultava da tale sua struttura, non fosse in grado di attuare il programma elaborato dal Consiglio dei Ministri del 4 aprile, ispirato al concetto di rafforzare le discipline vincolistiche, contro le quali in realtà erano state dirette le critiche dei settori di destra dell’Assemblea e del Paese, nelle cui mani il Governo si poneva.

Oggi possiamo prendere in esame le conseguenze della politica del Governo, i risultati della politica economico-finanziaria del Governo. Il primo fatto che salta agli occhi è che il Governo ha realizzato qualche cosa che, probabilmente, non ha precedenti nella storia: è riuscito, cioè, a combinare contemporaneamente gli effetti negativi dell’inflazione e della deflazione; per cui in questo momento manca il denaro e salgono i prezzi.

Ho sentito paragonare l’onorevole Einaudi, ad un professore di anatomia patologica, che si sarebbe messo a fare il clinico, ed ho sentito dire – mi pare con ragione – che se egli ha esattamente diagnosticato la malattia di cui soffre l’economia nazionale, ha però somministrato durante il periodo più virulento del morbo i rimedi che bisognava riservare per il periodo della convalescenza.

Ciò che appare certo è che la misura principale presa dal Governo per cercare di fronteggiare ad un tempo il pericolo dell’inflazione e l’ascesa dei prezzi, cioè la contrazione del credito, non ha dato i risultati auspicati. Né c’è motivo di esserne sorpresi, giacché un’indiscriminata contrazione del credito non poteva che servire determinati interessi di carattere speculativo.

In altri Paesi, come in Inghilterra e in Olanda, invece di andare verso l’indiscriminata contrazione del credito, si è andati verso il controllo del credito, lo Stato intervenendo perché la priorità fosse assicurata a quelle branche dell’attività industriale che lavorano e producono nell’interesse dei consumi popolari e dell’esportazione, eliminando inesorabilmente ogni possibilità di crediti per le attività di carattere speculativo.

La condanna – del resto – della politica governativa è nelle cose stesse. Abbiamo avuto, fino a qualche tempo fa, un mercato nero dei prodotti alimentari, abbiamo avuto un mercato nero della produzione destinata all’esportazione; oggi abbiamo anche un mercato nero del credito, che funziona a beneficio di tutte le attività speculative, che sono quelle che possono pagare alti tassi d’interesse.

Sarebbe però un errore dire che sia in giuoco la responsabilità personale dell’onorevole Einaudi o dei Ministri tecnici: il Ministro Del Vecchio o il Ministro Merzagora.

C’è un punto sul quale, anche dissentendo su tante altre cose, ci sentiamo vicini all’onorevole Vicepresidente del Consiglio: è quando egli assume, nei confronti di determinati interessi speculativi, la difesa del tesoro, la difesa di quei cinquantacinque miliardi che devono essere destinati ad incrementare la produzione nell’interesse collettivo e che non devono andare a privati speculatori.

Di fronte alla situazione generale del Paese sono in gioco la responsabilità collettiva del Governo e quella della Democrazia cristiana. Infatti, allorché l’onorevole De Gasperi presentò il suo Gabinetto all’Assemblea, egli fece la seguente dichiarazione, implicita nel modo con cui aveva provocato e risolta la crisi ministeriale di maggio. «Il Governo – disse De Gasperi – si fonda essenzialmente sulla responsabilità politica del partito maggiore, cioè della Democrazia cristiana».

Vediamo quindi i risultati. C’è stata una spinta all’ascesa dei prezzi con conseguenze a tutti note. Il frumento è passato al mercato libero da 12.000 lire al quintale a 18. I fagioli da 17 a 20.000 lire. I bovini da macello, nonostante la notevole contrazione del consumo, hanno subito un sensibile aumento; i suini sono passati da 525 lire al chilogrammo a 700, il pollame da 500 a 600, le uova da 24 a 36, ecc.

Il Paese è inquieto di questo fenomeno e chiede una spiegazione che finora non è stata data. Si osserva, nei consumi, un disordine caotico che aumenta di mese in mese, di settimane in settimane, si potrebbe dire di giorno in giorno… (Rumori al centro). Agli onorevoli colleghi che mi interrompono dirò che queste cose io le apprendo da mia moglie quando torna dalla spesa, cosa forse che accade anche all’onorevole De Gasperi.

C’è, dicevo, un disordine caotico dei consumi regolati in base alla sola libertà che non vogliamo, la libertà della speculazione. È possibile e lecito spendere quello che si vuole e come si vuole, come se noi fossimo il paese della ricchezza e dell’abbondanza. Né in Inghilterra, né in Svizzera, neppure in Francia, non certamente al di là del famoso sipario di acciaio succedono cose di questo genere. (Commenti – Interruzioni).

Esiste la possibilità di procurarsi qualsiasi cosa, e soprattutto le cose più lussuose e più inutili, dalle scarpe di lusso alle pellicce più lussuose, dalla «vespa», ben corazzata di lamiera che manca per tante altre produzioni essenziali, alle lussuose automobili fuori serie.

Contro questa autentica anarchia dei consumi e della produzione noi abbiamo elevato le proteste le più accorate, e le più inutili. Contro di essa eleva la sua protesta la grande massa del popolo italiano, che sa che ci sono dei sacrifici da sopportare, delle limitazioni indispensabili, ma reclama un poco di giustizia distributiva e di eguaglianza davanti ai sacrifici.

Che dire poi dello scandalo dei conti valutari, sul quale il Ministro del Commercio estero spero darà all’Assemblea le necessarie spiegazioni?

Io ho l’impressione che ci muoviamo in un nero di seppia, che impedisce di veder chiaro e che forse è la condizione necessaria per ghermire la preda senza sollevare troppo scandalo e troppo rumore. Dal punto di vista finanziario la molteplicità dei cambi costituisce una frode allo Stato. Si è attribuito ai lanieri il 75 per cento della valuta liberamente negoziata. Per l’industria navale si giunge al 90 per cento. Pochi giorni or sono il Ministro del commercio estero ha fatto conoscere le nuove concessioni fatte agli industriali della seta sotto forma di compensazioni coperte da importazioni di grassi.

Si inventa una moneta nuova per ognuno dei settori che di settimana in settimana si presentano davanti al Governo. Molti sono allarmati all’interno; l’America lo è ancora di più. Il Globo ha pubblicato il 29 agosto una nota sulla quale vorrei richiamare l’attenzione del Governo e in modo particolare del Ministro del commercio estero.

La nota dice: «La missione Lombardo aveva ottenuto dal Tesoro americano che le esportazioni italiane fossero valutate convertendo in lire i dollari al cambio medio di esportazione. Alla vigilia della partenza dell’onorevole Lombardo la promessa del Tesoro era mantenuta ed il provvedimento chiarificatore firmato dal segretario del Tesoro. Era questo uno dei successi più importanti della missione ottenuto dimostrando agli americani che il nostro non era un sistema di cambi multipli, ma un sistema di compensazione di cambi diversi, attraverso il quale si formava un cambio medio economico di esportazione.

«Ma, purtroppo, lo stesso giorno in cui uscì il provvedimento, giunse a Washington la notizia che il Governo italiano aveva abbandonato il sistema dei conti valutari 50 per cento ed aveva inaugurato un sistema complicato di cambi multipli, concedendo una disponibilità per percentuali diverse di valuta alle diverse categorie di esportatori.

«La concessione americana diventava quindi inapplicabile al sistema italiano ed il provvedimento è stato perciò immediatamente sospeso».

Ci si preoccupa molto da noi se l’articolo di un giornale dell’estrema sinistra è suscettibile di determinare reazioni psicologiche o sentimentali al di là dell’Atlantico.

Vorremmo che ci si preoccupasse anche di provvedimenti, che hanno certamente compromesso, in parte, il successo della missione Lombardo.

Contemporaneamente a tutte queste caotiche provvidenze, ai cambi multipli, agli interventi in favore di determinati settori, resta caratteristica del Governo l’assenza di un piano di valorizzazione dei prodotti agricoli ed in modo particolare dei prodotti agricoli del Mezzogiorno.

La tendenza generale è di vivere giorno per giorno, confidando misticamente non più nello «stellone» dei nostri avi, ma nella provvidenza, che ora sta di casa negli Stati Uniti.

Il disordine, la speculazione, lo sperpero caratterizzano lo stato attuale della nostra economia, mentre la miseria e la minaccia della fame investono masse sempre più vaste della popolazione operaia e impiegatizia.

Ecco, dopo un’esperienza di alcuni mesi, il risultato dell’azione economica dell’onorevole De Gasperi. Ecco il risultato del sostegno, chiesto a quello che il mio compagno Morandi ha chiamato «il quarto partito» che doveva sostituire al governo il partito o i partiti della classe operaia e che lo ha effettivamente sostituito, ma a beneficio di interessi particolari, che sono in flagrante contraddizione con l’interesse generale della Nazione.

Quanto a noi, noi continuiamo a chiedere al Governo di scegliere fra la concezione liberista e quella vincolista. Questa scelta noi la domandiamo non in nome delle nostre preferenze teoriche, ma in funzione dei concreti interessi del Paese.

È il dibattito di tutti i Paesi. Esso ha posto recentemente di fronte alla Camera dei Comuni il Primo Ministro Attlee e l’ex Primo Ministro Churchill. Esso ha avuto eco nella più recente attività di tutti i governi. In ordine di fatto esso è stato risolto a favore delle discipline vincolistiche e contro il concetto del liberismo e della libertà economica. Pochi giorni or sono il Ministro Bevin, parlando ai minatori di Southport, constatava che il trionfo delle teorie liberiste avrebbe significato in Inghilterra, come altrove, la riduzione del tenore di vita e la porta aperta alla fame. Ora, signori, da noi, le porte sono già abbastanza aperte alla fame data la situazione che abbiamo ereditata dal fascismo e dalla guerra; da noi la situazione è già di per se stessa troppo grave perché si possa esitare di fronte alla necessità di rafforzare, invece che di rallentare, la disciplina economica, la disciplina della produzione e quella dei consumi.

C’è qualcuno che trova che si possono risolvere tutti i problemi con un’estrema facilità; c’è qualcuno, che di fronte alla considerazione ovvia, che la struttura burocratica del nostro Paese è troppo pesante, trova che si potrebbero licenziare cento, duecento, trecentomila impiegati. C’è qualcuno che ha già in tasca la soluzione del problema dei costi industriali dei quali si fa risalire la responsabilità all’eccesso di mano d’opera. Buttare sul lastrico operai e impiegati sono operazioni chirurgiche che sembrano facili quando si enunciano; che sono molto difficili se si tenta di realizzarle. Sono comunque soluzioni di fronte alle quali si pone poi il problema: sussidi o piombo. E non c’è una terza via; non c’è una terza soluzione. Non si può accrescere il numero dei disoccupati se non si è in condizione di fare una larga politica di sussidi e di assistenza. Uno scrittore liberale, il Paggi, proprio in questi giorni ha scritto: «se si vuole fare una politica liberistica piena, bisogna pensare a riempire le cartucciere dei carabinieri, per mantenere l’ordine pubblico contro le folle che da essa saranno affamate». Così si è fatto molte volte nella storia: lo si è fatto nella storia del nostro Paese e lo si è fatto nella storia degli altri Paesi.

Senonché la fame ha tendenza a mordere, e non è lecito a nessuno di scherzare né con la fame né con le cartucciere piene. (Applausi a sinistra).

Noi non crediamo che possa costituire un intralcio allo sviluppo economico del Paese l’esigenza da noi posta di una disciplina razionale nei settori fondamentali della produzione e del consumo. Noi riteniamo giunto il momento (e su questo domandiamo di conoscere l’opinione del Ministro del commercio con l’estero) di unificare i cambi con la totale avocazione allo Stato della valuta. Ricordo all’attuale Ministro del commercio con l’estero, ricordo al Presidente del Consiglio, che quando fu approvata la legge Bracci del 50 per cento, fu stabilito in modo tassativo dal Ministro proponente che si trattava di un provvedimento contingente e provvisorio, destinato a mettere in condizione il Ministero del commercio con l’estero di organizzarsi per procedere poi al monopolio dei cambi, ciò che implica l’abolizione dei cambi multipli o fittizi, come gli attuali.

Riteniamo anche che ci sia nel campo della politica tributaria qualcosa da fare, molto da fare, per colpire tutti i redditi superiori al livello alimentare, quando non siano destinati a fini essenziali di produzione per il consumo interno o per l’esportazione.

Si è affacciata recentemente l’esigenza di una severa politica del lavoro. Ci si è chiesto se siamo disposti a reclamare, con lo stesso ardore con cui reclamiamo misure vincolistiche sull’attività industriale e bancaria, una ferrea disciplina del lavoro. Rispondiamo di sì, a condizione che non si lesini la necessaria contropartita. Voi avrete il diritto di reclamare una ferrea disciplina dalla classe operaia quando avrete dimostrato di riconoscerne la funzione nella nuova civiltà del lavoro. (Applausi a sinistra).

Onde torna opportuno richiamare l’impegno di tutti i partiti, l’impegno anche della Democrazia cristiana, di dare forma concreta e legale ai consigli di gestione. È un atto che la classe operaia attende con la maggiore impazienza in quanto esso segna appena un passo innanzi sul controllo operaio deciso da Giolitti nel 1920.

In verità, signori, nel nostro programma di emergenza, di socialista c’è poco o niente; è un programma socialista nella misura in cui la miseria grida giustizia sociale e ogni sforzo di giustizia sociale è socialista, è un socialismo, che dovrebbe essere comune a vasti settori dell’Assemblea Costituente.

Onorevoli colleghi, si è fatta qui e fuori di qui la critica la più viva delle esperienze di pianificazione in atto in altri Paesi. Nessuno però può negare che dall’Inghilterra alla Cecoslovacchia, alla Polonia, lo sforzo ricostruttivo si svolge secondo linee più armoniche e con una tendenza a sacrificare tutto quanto non è assolutamente indispensabile e urgente secondo il criterio della priorità degli interessi generali su quelli particolari.

Lo stesso non si può dire del nostro Paese dove assistiamo ad una dispersione di sforzi, di capitali, di ferro, di cemento, impiegati per opere di lusso che possono aspettare cinque anni, dieci anni, senza danno per la collettività, mentre sono trascurate opere indispensabili di utilità pubblica, specialmente nell’Italia meridionale e in generale nelle regioni più duramente colpite dalla guerra.

Tuttavia qualunque sia il giudizio, che si può dare in sede teorica circa i pregi e i difetti del liberismo o del vincolismo, nessuno può negare che in periodo di penuria, di crisi, quando le cose mancano, quando nessuno può compiere il miracolo di adeguare il consumo ai bisogni, la soluzione unica ed indispensabile è il rafforzamento delle discipline vincolistiche.

Il problema per noi si pone in questi termini: o l’Italia diventa un grande cantiere, in cui ci sia lavoro per tutti e in cui tutti siano ricondotti ad un tenore di vita medio, oppure andiamo, con l’autunno e l’inverno che battono alle porte, verso tempi più duri.

E qui vorrei dire, signori, una parola sulle agitazioni operaie, che hanno sollevato tanto scalpore e tanto scandalo.

Vorrei, intanto, premettere un dato, del quale non dobbiamo dimenticarci quando parliamo del contributo delle classi lavoratrici alla ricostituzione della ricchezza nazionale. Se i salari e gli stipendi avessero seguito la svalutazione e l’aumento dei prezzi, oggi si pagherebbero in Italia mille miliardi di lire di salari e di stipendi, e se ne pagano invece la metà; ciò che significa che le classi lavoratrici e impiegatizie concorrono alla ricostituzione della ricchezza nazionale con un tributo di cinquecento milioni annui. (Commenti).

Voci. Miliardi!

NENNI. Scusate, è la confusione di chi come me non è adusato ancora alle cifre astronomiche.

Si è creata la leggenda, che le agitazioni sono l’opera di sobillatori. (Commenti al centro e a destra). Io ho i capelli grigi e ricordo che 30, 35 anni fa i moderati del nostro Paese non sapevano dare altra spiegazione, di fronte ai fatti sociali. Allora era un sobillatore Malatesta, era un sobillatore Filippo Turati, era un sobillatore don Albertario. Adesso ai sobillatori si danno nomi diversi, ma la mentalità è la medesima: è la mentalità di chi crede che l’azione di qualche uomo, di qualche organizzatore possa determinare movimenti di fondo che sono la espressione della volontà collettiva di larghi strati della popolazione.

La verità è che nelle organizzazioni operaie, nelle organizzazioni politiche sono più numerosi coloro che hanno fatto i pompieri di coloro che hanno fatto i sobillatoti. Filippo Turati disse, una volta, una parola che fece scandalo, disse che egli aveva fatto il poliziotto nel 1904, all’epoca del primo sciopero generale. Oggi ci sono molti organizzatori sindacali che potrebbero dire, come Filippo Turati, che fanno i poliziotti. Non c’è bisogno di sobillatori perché una situazione grave come l’attuale determini vasti movimenti di massa, allorché il popolo non ha fiducia nel Governo e nella classe dirigente a cui sono affidati i destini della Nazione.

Lo sciopero dei braccianti ha avuto la sua giustificazione nei suoi stessi risultati: erano così ragionevoli le cose che da settimane e da mesi le organizzazioni reclamavano, che si è potuto dare loro soddisfazione. Si grida allo scandalo perché i braccianti hanno fatto lo sciopero quando si avvicinava l’epoca del raccolto del riso! Signori, volevate dunque che i braccianti incrociassero le braccia alla vigilia di Natale? (Si ride).

È in corso in questo momento una grave agitazione dei metallurgici, la quale ha dato i luogo ad una sospensione di lavoro di 48 ore. È facile fare il conto di quello che può essere stato il danno per la diminuita produzione: senonché, quando l’onorevole De Gasperi ci presenterà il conto delle giornate di lavoro perduto, noi lo pregheremo di mandarlo agli industriali (Applausi a sinistra) che sono responsabili dell’attuale situazione di tensione.

Che cosa chiedono i metallurgici? Chiedono l’orario settimanale di 40 ore per poter assorbire la mano d’opera disoccupata; chiedono che siano istituiti degli incentivi di produzione a favore di tutti i lavoratori, operai, tecnici e impiegati, allo scopo di migliorare e di aumentare la produzione.

Dovremmo, se mai, esser noi, per fedeltà a taluni dei nostri principî, a sollevare dubbi su misure che i sindacalisti di un tempo stimavano proprie ad indebolire lo spirito unitario di classe degli operai.

Oggi l’organizzazione sindacale, ponendo al di sopra degli interessi delle singole categorie gli interessi della Nazione, rinunzia a quella che fu, in altri tempi, una specie di pregiudiziale contro i cottimi e i premi di produzione e sono proprio gli industriali che si oppongono – con argomenti che io non riesco a capire, tanto mi sembrano contrari ad un tempo all’interesse della produzione e al loro proprio interesse.

Ci sono altre agitazioni, che rischiano di tornare sul tappeto. C’è l’agitazione degli statali in favore della scala mobile, agitazione che risponde ad un assoluto principio di giustizia. Il blocco degli stipendi è giustificato, nella situazione attuale, e rappresenta anch’esso un contributo che gli impiegati pagano alla ricostituzione della ricchezza nazionale. Ma il blocco degli stipendi non è giusto che se, dall’altra parte, c’è il bloccò dei prezzi. E voi non potete condannare vaste categorie, che guadagnano meno del necessario per vivere, ad assistere all’aumento dei prezzi senza avere un modo meccanico (di una meccanica a ritardamento) che permetta loro di adeguare gli stipendi al costo della vita.

Ci sono i pensionati che continuano e continueranno a dare dei dispiaceri al Ministro del tesoro. Ma non c’è bisogno di nessun sobillatore per muovere un uomo che ha servito per trenta o quarant’anni lo Stato, e oggi riceve 3-4-5 mila miserabili lire, con le quali dovrebbe far fronte al peso dell’esistenza.

Né credo si possa parlare di esagerazioni e di demagogia rispetto alle rivendicazioni presentate col manifesto del 25 agosto della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, e che noi domandiamo ancora una volta siano prese in seria considerazione. Sono cinque punti ispirati a criteri di moderazione e di pubblico interesse:

1°) applicare il tesseramento differenziale per i meno abbienti (e i conti del Ministro o dell’Alto Commissario per l’alimentazione hanno in proposito poco convinto e convincono poco);

2°) la cessione da parte degli industriali di proporzionati quantitativi di viveri, di calzature, di tessuti e di altri generi necessari, agli Enti comunali di consumo;

3°) il controllo dei costi di produzione, con la partecipazione dei consigli di gestione, delle commissioni interne, dei rappresentanti dei consumatori;

4°) la partecipazione dei lavoratori e dei consumatori alla nuova commissione centrale e a quelle provinciali per la fissazione e il controllo dei prezzi;

5°) l’anticipazione dell’entrata in vigore dell’aumento e della normalizzazione delle razioni di pane, di pasta e dei supplementi di zucchero ai giovani e ai vecchi.

Chi può parlare di demagogia? Dov’è l’esagerazione? (Commenti al centro). Cosa c’è in queste rivendicazioni che non rappresenti una reale esigenza scaturente dalle condizioni stesse della vita sociale?

Infine, le manifestazioni del 20 settembre. (Commenti al centro e a destra). Già, ci eravamo dimenticati che il 20 settembre coincidesse con la breccia di Porta Pia. (Ilarità al centro). Vi state incaricando voi di ricordarcelo e di ricordarci che esiste ancora un problema di libertà spirituale. (Applausi a sinistra).

Le manifestazioni del 20 settembre non sono state né organizzate né dirette per esercitare una pressione sull’Assemblea. (Commenti al centro e a destra).

Esse avevano uno scopo e un fine che, col vostro permesso, ci compiacciamo di considerare raggiunto!

Si trattava di portare di fronte a tutta la opinione pubblica del Paese i problemi di determinate categorie attorno ai quali certi giornali avevano fatto una campagna sistematica di travisamenti.

Non so quale sia la vostra concezione della democrazia. (Commenti al centro e a destra). Per noi la democrazia è l’obbligo di render conto a tutto il Paese di determinate campagne e di determinate agitazioni, ed è quello che i partiti che presero l’iniziativa delle manifestazioni del 20 settembre hanno fatto.

Me ne dispiace per voi, ma tutte le relazioni indicano che le manifestazioni per importanza, disciplina, ordine… (Rumori al centro).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, conserviamolo almeno qui l’ordine!

NENNI. …hanno raggiunto e forse superato i risultati di quelle del 1° maggio 1945, quando per la prima volta, dopo una lunga parentesi, i sindacati ricomparvero sulle strade dietro le loro bandiere! (Commenti).

MAFFI. (Accenna al centro). Vi rincresce!

Voci al centro. No, ci hanno fatto molto piacere!

NENNI. Ho paura che la vera natura di quello che voi siete risulti molto di più da queste vostre interruzioni che dai vostri discorsi! (Applausi a sinistra).

Onorevoli colleghi, noi non abbiamo in questo settore nessun particolare problema politico da prospettare davanti all’Assemblea. Consideriamo che in questo momento non vi sono grossi problemi politici aperti. Consideriamo liquidata la lotta fra antifascismo e fascismo, anche se, come è inevitabile, talune nostalgie e talune irritazioni cercano di farsi strada, legate ancora al passato, espressione di esigenze di difesa, non volte all’avvenire.

Consideriamo chiuso il problema istituzionale. Aveva ragione l’onorevole Nitti quando disse in questa Assemblea che se i problemi istituzionali non accalorano troppo il Paese è perché noi li abbiamo formalmente risolti nel 1946, ma essi erano già stati storicamente risolti nel 1919-22. Altrettanto arbitrario e puramente polemico (sono il primo a sapere che la polemica ha delle esigenze) consideriamo il dibattito fra democrazia e totalitarismo. Anche questo problema è risolto nel nostro Paese.

Si è parlato di un problema della pacificazione. Non ho l’impressione che oggi esista una esigenza di tale genere; ho anzi l’impressione che il giorno in cui di queste cose si potrà parlare con serenità, si riconoscerà che non solo il problema lo abbiamo affrontato noi, ma siamo andati molto lontani sulla via della definitiva soluzione.

Personalmente, quando sono arrivato all’Alto Commissariato dell’epurazione, ho visto che il problema era stato sbagliato all’inizio, che era stato impostato in un modo per cui la soluzione ci sfuggiva, perché lo avevano impostato con mentalità liberale, sulla base della ricerca della responsabilità individuale, cioè del processo alle persone, mentre in realtà l’epurazione andava fatta per categorie.

Avrei compreso chi avesse detto: «È responsabile Mussolini e basta». Ed avrei compreso un altro che avesse detto: «Sono responsabili ed epurati tutti gli iscritti al partito fascista». Tra questi due poli c’era modo di trovare un giusto termine. La sola cosa assurda era di voler mettere sotto processo epurativo un milione o più di persone. Quando mi accorsi che questa era la conseguenza di leggi che non avevamo fatto noi ma che erano state elaborate dal primo Governo di Salerno, presi su me la responsabilità di mettere fuori causa almeno tutti gli impiegati minori, dal settimo grado in giù.

Poi è venuta l’amnistia del 2 giugno, e dell’amnistia del 2 giugno credo che si possa dire tutto tranne che non fosse un vero atto di pacificazione, tanto che essa sollevò nel campo nostro le più aspre rampogne, aggravate poi dall’applicazione sovente scandalosa della legge. Non credo quindi si possa parlare dell’esistenza di una questione aperta della pacificazione. Ogni caso umano ci interessa; ma nella valutazione dei casi umani vorrei che non si dimenticasse da dove veniamo e si ricordasse che ci sono centinaia e migliaia di antifascisti che sono stati quindici, venti anni nelle carceri, senza che nessuno, o ben pochi si occupassero di loro. (Applausi a sinistra).

Non credo nemmeno (e lo dissi già nel giugno scorso) che la Repubblica sia in pericolo. Con delle nostalgie non si rovescia un regime. Bisogna interpretare delle leggi nuove di vita; ed essere portatori di un ordine nuovo, per mettere in pericolo lo Stato creato il 2 giugno 1946. Se mai c’è un pericolo repubblicano è nella discordia dei partiti repubblicani. (Applausi a sinistra).

È nella inefficienza dei governi repubblicani. È nel ritardo ad affrontare determinati problemi sociali – primo fra tutti la riforma agraria. Per ora la minaccia non viene dai resti del vecchio mondo. I soli grandi problemi di oggi sono quelli di ordine sociale.

Io credo anche che sulla politica estera non dovrebbero esserci grandi dissidi fra noi. Nel suo discorso del 18 giugno, l’onorevole Einaudi, mettendo in evidenza il bisogno che abbiamo di crediti dall’estero, ricordò molto opportunamente che il problema si era presentato, in termini analoghi, dopo il Risorgimento; e che allora fu risolto ricorrendo a crediti inglesi, francesi, belgi, in gran parte o nella totalità pagati, quando scoppiò la guerra del 1914.

I dissidi che oggi esistono sulla nostra politica estera sono un riflesso dei dissidi che esistono in quella interna. Non è messo in dubbio da nessuno che noi abbiamo bisogno del credito degli Stati Uniti, che dobbiamo sollecitare il credito degli Stati Uniti. La missione Lombardo, secondo me, ha dimostrato che si può realizzare concretamente una politica d’intesa con gli Stati Uniti senza fare una politica di umiliazione del Paese e di accattonaggio. (Applausi a sinistra – Interruzioni al centro).

SFORZA, Ministro degli affari esteri. L’onorevole Lombardo, l’ho mandato io.

NENNI. Il dissenso nasce quando taluni partiti nel nostro Paese, invece di fare una politica verso l’America, una politica con l’America, vogliono che noi facciamo nostra la politica dell’America: ciò che è anche ridicolo, perché l’America non ha nessun bisogno del nostro concorso. (Commenti al centro).

Peggio ancora, il dissidio si aggrava quando tendenze conservatrici e reazionarie interne, per ottenere determinati risultati, pongono la loro attività sotto il patronato degli Stati Uniti.

Fino al 1945 si ponevano sotto il patronato dell’ex primo ministro inglese Churchill. Ad ogni istante sentivamo dire: «badate, l’Inghilterra questo non lo vuole; Churchill questo non lo permette».

Oggi tutto il contrabbando reazionario si pone sotto il patronato del Presidente Truman, senza nessuna responsabilità né del Presidente Truman né del Dipartimento di Stato né degli uomini responsabili degli Stati Uniti.

E quando si vogliono fare delle operazioni, che chiamo delle sporche operazioni di politica interna, non se ne assume la responsabilità di fronte al Paese, ma si dice: «questa è la volontà dell’America». (Applausi a sinistra – Proteste al centro).

Voci al centro. Porti degli esempi; precisi.

NENNI. Questi i fatti.

Proprio in questo campo si manifesta in pieno quella che fu chiamata dall’onorevole Orlando, cupidigia di servilità. (Rumori – Proteste al centro).

Abbiamo detto e ripetiamo di considerare utile ed indispensabile per il nostro Paese una politica con l’America, una politica verso l’America.

Abbiamo detto e ripetiamo che non avalliamo il tentativo di mettere sotto la bandiera americana le merci del contrabbando politico e reazionario interno.

Voci al centro. Quali sono questi fatti?

NENNI. Voi li conoscete meglio di me. (Commenti al centro).

Voi sapete che, quando si vogliono raggiungere certi fini di divisione tra le forze democratiche del Paese, non si dice: «Noi lo vogliamo», ma si lascia intendere che tale è la volontà degli Stati Uniti. Il che non è vero. (Proteste al centro).

SFORZA, Ministro degli affari esteri. Onorevole Nenni, se lei cita e prova un fatto solo, io mi dimetto all’istante. (Vivissimi applausi al centro e a destra – Commenti).

NENNI. Onorevole Sforza, le regalo questi applausi. Quanto al problema da me posto ella è dunque il solo degli italiani che non abbia sentito porre una certa politica di esclusione di determinati uomini e di determinati partiti dalla direzione politica del Paese, sotto il pretesto di consigli venuti dall’estero. (Applausi a sinistra – Rumori al centro e a destra – Interruzione dell’onorevole Aldisio). Avrei del resto voglia di rallegrarmi delle reazioni che suscitano al centro le mie parole (Commenti al centro) Vuol dire che si ha vergogna di dire qui quel che si sussurra dappertutto.

Onorevole Sforza! Ella, come Ministro degli esteri, non doveva entrare in questo dibattito, avendo io premesso che non ho mai creduto, non credo, alla verità degli interventi stranieri dietro i quali si sono mascherati i moderati e i conservatori per fini di reazione sociale e politica. (Commenti al centro).

SFORZA, Ministro degli affari esteri. Onorevole Nenni! Prendo atto del fatto che lei ha dichiarato che non ci sono mai stati questi interventi.

NENNI. Il dissenso sulla politica estera si aggrava quando si persiste in una politica unilaterale che ignora l’esistenza di tutto un vasto settore europeo e degli interessi del nostro Paese in questo settore del mondo. (Commenti al centro e a destra).

Sono stato in queste ultime settimane in Cecoslovacchia dove un Ministro – che è dei nostri – cerca con mezzi del tutto inadeguati di realizzare una costruttiva politica di scambi commerciali. Ho constatato in Polonia che ritiriamo la metà del carbone che ci è assegnato a termini del Trattato di commercio. Ho potuto, in linea generale, convincermi che nei paesi orientali, indipendentemente dalla forma di Governo, indipendentemente dai sistemi sociali in vigore, esistono immense possibilità di rafforzare, incrementare i nostri commerci ed i nostri scambi. Per cui arrivo alla conclusione che come dobbiamo fare una politica con l’America, che non può essere la politica dell’America, così dobbiamo fare una politica con l’Oriente, che non ha bisogno di essere la politica dell’Unione Sovietica perché nessuno ci chiede di sposare tartarinescamente cause non nostre.

Una voce al centro. Perché con la Spagna no?

NENNI. C’è un solo problema politico del quale dovremmo discutere in quest’Aula: chi ha l’autorità, chi ha la forza per aiutare il Paese a sortire dalla situazione attuale, per fronteggiare la crisi economica, per ridare calma spirituale e politica alle grandi masse, per creare una distensione, come dicevo all’inizio del mio discorso, nella situazione politica e sociale? Nessun partito, io credo, da solo, ha oggi questa possibilità. Non ha certamente la forza e l’autorità necessaria una coalizione di partiti dalla quale siano esclusi i rappresentanti diretti del movimento operaio, del movimento dei lavoratori. (Commenti al centro).

Non c’è argomento più specioso della contrapposizione del paese reale al paese legale. Ma dobbiamo renderci conto che la vita politica non si esaurisce entro il Palazzo di Montecitorio e nella attività dei singoli Ministeri; dobbiamo renderci conto che la vita democratica trabocca da Montecitorio verso tutto il Paese; che esiste un problema di maggioranza parlamentare, fondamentale per le istituzioni democratiche, ma esiste anche un problema di adesione delle masse alle direttive di un Governo.

Voi avete detto – ed in questo siete in errore – che noi abbiamo bisogno di tornare al Governo perché si avvicinano. le elezioni. (Commenti al centro).

Voi dimostrate in tutte le cose di essere fermi ad un passato già tramontato. Il tempo in cui le elezioni le faceva il Ministro dell’interno è tramontato per sempre.

PICCIONI. Ma ci torneremo col collegio uninominale.

NENNI. Era vero all’epoca di Depretis; era vero all’epoca di Giolitti, era vero prima del suffragio universale; era già un po’ meno vero dopo il suffragio universale; è molto meno vero oggi.

GIANNINI. Questo l’ho detto io.

NENNI. Se noi obbedissimo alla logica dei nostri interessi di partito dovremmo formulare un solo voto: che il Governo così come è ci porti fino alle elezioni dell’aprile. (Commenti al centro).

Ma siccome il movimento operaio e socialista ha altre preoccupazioni, siccome ci sentiamo responsabili di fronte al Paese delle istituzioni democratiche che abbiamo concorso a fondare; siccome la distinzione governo-opposizione, in un’ora come l’attuale, quando la fondazione del nuovo Stato è recente e quando siamo alle prese con problemi tanto gravi, è molto più superficiale di quanto non sembri, così abbiamo sostenuto nel giugno scorso, così sosteniamo oggi la necessità di ricreare nel Paese il fronte di tutte le forze democratiche e repubblicane, al quale solo riconosciamo l’autorità morale e politica per ottenere la subordinazione di tutte le classi agli interessi superiori della Nazione.

Signori, penso che sarebbe una grande sciagura se la voce della parte del Paese che noi rappresentiamo, che vuole collaborare alla ricostruzione economica della Nazione così come ha collaborato alla liberazione nazionale del Paese, come ha collaborato alla fondazione del nuovo Stato democratico, penso che sarebbe una grande sciagura se la voce di questa parte del Paese non trovasse all’Assemblea Costituente la eco che merita. Signori del centro, assumete le vostre responsabilità; noi abbiamo assunte le nostre. (Vivi applausi a sinistra – Moltissime congratulazioni).

(La seduta, sospesa alle 18, è ripresa alle 18.25).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l’onorevole Togliatti, per svolgere la mozione da lui presentata.

TOGLIATTI. Signor Presidente, signore, onorevoli colleghi! Spero questa volta di intrattenere l’Assemblea per breve periodo di tempo. La mozione di sfiducia al Governo che il Gruppo parlamentare comunista mi ha incaricato di presentare, chiedendo all’Assemblea di votarla, è stata formulata da noi sulla base di una interpellanza che io, quale primo firmatario, ed alcuni altri colleghi del mio Gruppo, avevamo presentato pochi giorni prima della sospensione estiva dei lavori parlamentari.

Essa è stata trasformata da noi in mozione di sfiducia, prima di tutto per la gravità dei fatti che l’avevamo provocata, in secondo luogo perché ci sembrava che, svolgendosi in questa Assemblea un dibattito sulla fiducia al Governo, aperto dai colleghi e compagni socialisti, era giusto che le nostre critiche per la politica interna, e quindi per la politica generale del Governo, venissero riversate in questo dibattito. E ciò tanto più perché da più parti era stata avanzata la suspicione che il fatto che noi non presentassimo una mozione di sfiducia all’Assemblea nel momento in cui un partito a noi alleato presentava una sua mozione di sfiducia, volesse significare, non solo un raffreddamento dei legami con questo partito, ma una nostra intenzione di trasportare la lotta politica contro il Governo da questa Assemblea, che è la sua sede naturale, esclusivamente sulle piazze. Anche per questo motivo, cioè per dissipare questa suspicione, abbiamo voluto trasformare la nostra interpellanza in mozione, chiedendo, a nome del nostro Gruppo, che l’Assemblea esprima la sfiducia al Governo per la sua politica interna e per la sua politica generale. La mia mozione quindi concerne in parte il Ministro dell’interno, che non vedo presente a quei banchi e che, con la sua assenza, non credo abbia voluto sottolineare una sua mancanza di riguardo, non dico per la mia persona, ma per questa Assemblea…

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. É dovuto andare in Sicilia.

TOGLIATTI. …e per il resto concerne tutto il Governo.

Motivo dell’interpellanza presentata da noi nel mese di luglio era stata una serie di atti compiuti da autorità di polizia e prefettizie, nei quali avevamo rilevato false interpretazioni e non ammissibili applicazioni di determinati testi di legge, false interpretazioni e non ammissibili applicazioni le quali portavano a una effettiva, concreta, reale limitazione di quelle libertà democratiche per riconquistare le quali noi e la grande maggioranza dei colleghi di quest’Aula abbiamo combattuto, riportando una vittoria che è gloria comune di tutti noi.

Potrà forse però sembrare ad alcuni dei colleghi che i fatti che io citerò all’inizio della mia esposizione non abbiano un peso tale da giustificare un atto così importante e così solenne come una mozione di sfiducia. Ma la realtà non è questa; la realtà non è questa, perché in questi atti abbiamo rilevato una tendenza, la quale poi si è sviluppata, e ha dato via via i suoi frutti nel corso dell’attività governativa. Questa tendenza si è del resto manifestata immediatamente dopo la costituzione di questo Governo e può essere quindi considerata come una delle caratteristiche della sua fisionomia, della sua personalità.

Incomincio dunque da questi atti. Si tratta essenzialmente di una limitazione delle fondamentali libertà democratiche, consistente nel vietare pubblicamente le critiche e l’attacco al Governo e ai membri di esso. Concretamente, si tratta di «ordini severi» – così dicevano i rappresentanti del Governo nelle provincie, ai cittadini che si presentavano a chiedere chiarimenti, – di «ordini severi» impartiti dal Ministro dell’interno per impedire l’affissione di determinati manifesti di propaganda di partito, nei quali venivano esposti, in quella forma concisa, incisiva e drammatica che si usa nei manifesti – e a cui del resto sapete fare ricorso anche voi – gli stessi giudizi che di questo Governo avevamo dato qui, davanti a voi, quando si svolse il dibattito generale sulla sua composizione e sul suo programma.

Il Governo attuale veniva quindi definito come Governo della discordia, ripetendo una definizione data da me stesso e come Governo che favorisce le forze della speculazione, ripetendo in questo caso una definizione che, credo, venne data allora dal collega Scoccimarro.

In un altro di questi manifesti venivano accusati e investiti della loro responsabilità determinati membri del Governo, personalmente, rappresentandoli con la loro effige, nella loro persona, coi loro detti e coi loro fatti, ricordando naturalmente anche, per alcuni di loro, quei fatti che si riferivano ad attività da loro esplicate, nell’ambito di determinate organizzazioni fasciste. Il richiamo di questi fatti in sé, non credo dovrebbe offendere, poiché si tratta di cose vere e non è quindi offensivo il ricordarle.

Questo, però, secondo il Ministro dell’interno, non doveva avvenire. Ordini severi, ripeto, vennero dati a tutte le autorità di tutta la Repubblica, di non permettere l’affissione di questi manifesti; vennero mobilitate le forze di polizia, motorizzate con «jeep», mitragliatrici, ecc., non soltanto per impedire l’affissione, – e di qui una serie di incidenti, – ma per lacerare persino i manifesti già affissi servendosi di soldati delle forze di polizia adibiti a questa poco eroica funzione.

In tutto questo noi ravvisiamo, ripeto, la violazione di una fondamentale libertà democratica: quella della critica e dell’attacco al Governo (Commenti al centro), la quale deve essere garantita a tutti i partiti e a tutti i cittadini; la quale noi abbiamo voluto garantire quando abbiamo scritto quegli articoli della Costituzione che tutti insieme qui abbiamo elaborato e approvato.

Si è citato – e chiedo scusa all’Assemblea se devo all’inizio intrattenermi in dettaglio di questi aspetti della questione – un articolo del Codice penale, il quale, a detta del Ministro degli interni, giustifica questa violazione della libertà democratica e la relativa repressione; articolo che poi ha le sue code nella legge di pubblica sicurezza e nel relativo regolamento.

Ma vedete la strana dizione di questo articolo – che è l’articolo 290 – il quale dice esattamente così: «Chiunque pubblicamente vilipende la Corona, il Governo del re, il gran consiglio del fascismo, ecc.» (Ilarità a sinistra) è sottoposto a determinate sanzioni.

Onorevole Scelba, onorevole De Gasperi, ci troviamo forse qui di fronte ad un lapsus ideologico, di tipo freudiano (Commenti al centro). A me non risulta che il Governo che ella presiede, onorevole De Gasperi, sia il Governo del re. (Commenti al centro).

Si tratta del secondo o terzo Governo della Repubblica.

UBERTI. E il Governo della Repubblica si può vilipendere?

TOGLIATTI. Mi lascino parlare, onorevoli colleghi! Il Governo della Repubblica è un Governo il quale deve rispettare quelle libertà che la Repubblica ha voluto che fossero restaurate e sancite, e che considera, come la propria sostanza, l’essenza propria. Altrimenti non è un Governo repubblicano. (Commenti al centro).

Lo so, l’onorevole Presidente del Consiglio e il suo Ministro dell’interno possono dire che questo articolo esiste ancora, come esiste la legge di pubblica sicurezza col suo regolamento.

L’argomento si ritorce contro di voi. Perché? Per due motivi. Perché prima di tutto voi la legge di pubblica sicurezza dovete oggi applicarla tenendo conto che essa è e rimane una legge fascista nella quale trovate ad ogni passo disposizioni che a nessuno di voi passerebbe per il capo di applicare, il che vuol dire che queste leggi devono essere applicate, in armonia con la nostra nuova Costituzione, tenendo conto che non avete avuto ancora il tempo di cambiarle, ma che dovete cambiarle e che bisogna cambiarle. In questo modo abbiamo proceduto, onorevoli colleghi, in tutti i Governi, anche prima della proclamazione della Repubblica, quando si trattava di leggi di questo genere.

Ma voi avete anche un’altra responsabilità. So che esisteva un progetto Romita di riforma della legge di pubblica sicurezza, che da voi è stato messo a dormire. Perché? Forse perché vi serve di più la vecchia legge fascista? Forse perché vi fa più comodo? Qui vi è dunque una duplice vostra diretta responsabilità! (Interruzione dell’onorevole Benedettini).

PRESIDENTE. Onorevole Benedettini, la prego.

TOGLIATTI. Si dice: voi non potete vilipendere il Governo. Ma si tratta di vedere che cosa vuol dire vilipendere e come la interpretazione di questo concetto fatta dai funzionari di polizia sia compatibile col rispetto della libertà democratica.

Eccovi un esempio di ciò che viene considerato come vilipendio. In uno dei manifesti incriminati si dice: «De Gasperi si allea, contro gli interessi e contro la volontà degli stessi lavoratori democristiani, in Sicilia, coi grandi agrari».

Io trovo qui un giudizio politico. Voi direte che è falso, io dico che è vero, altri potranno contrastarne o limitarne la validità. Ma dov’è il vilipendio?

Questa espressione è considerata invece dalla questura, che ne vieta l’affissione, come una «insinuazione che può turbare l’ordine pubblico». Quello che qui manca è proprio l’insinuazione. Quello che noi vogliamo dire, soprattutto quando si tratta di giudizi così chiari, lo diciamo in tutte lettere.

Lascio stare poi tutte le azioni che hanno accompagnato il divieto dei nostri manifesti, gli arresti, le minacce di arresto perfino ai tipografi, cosa che nemmeno il regolamento di polizia fascista permette. È vero, i fascisti lo facevano ed evidentemente ritiene di poter continuare a farlo un questore ex fascista, per forza d’abitudine, o per «ordini severi» ricevuti dal Ministro dell’interno.

Un tipografo è persino stato chiamato, a Roma, a dar conto di quello che era stato stampato nella sua tipografia, mentre non esiste, né nella nostra legislazione penale e nemmeno nel regolamento di polizia, una norma che imponga delle autorizzazioni per la stampa. Si chiedono autorizzazioni, se mai, per rendere pubblico il testo stampato.

Tutto questo vuol dire che ci troviamo di fronte a una serie di atti i quali iniziavano una minacciosa offensiva contro elementari libertà democratiche.

Naturalmente vi è stata una resistenza e del nostro partito, e, credo, di tutti i partiti di questa sinistra, che in tutte le località (e sono state quasi tutte le provincie d’Italia) dove gli arbitrari atti della polizia furono compiuti, si unirono per protestare, richiesero che la libertà democratica fosse rispettata e, in qualche caso, riuscirono anche a imporre la loro volontà.

Questi atti furono però seguiti da una serie di altre manifestazioni dello stesso genere. Così si venne all’offensiva contro i giornali murali. E qui parlo d’una cosa che può essere considerata di piccolo rilievo; ma io non la considero così! In un paese, in cui i giornali escono a due sole facciate, in un paese dove noi stessi abbiamo abituato il popolo, durante la lotta contro la tirannide fascista e contro l’invasore straniero, ad apprezzare il valore del documento elaborato dal piccolo gruppo che protesta, che combatte, che si sforza di trovar tutti i modi per diffondere le proprie idee e manifestare il proprio pensiero e la propria volontà sino a quello di affiggerlo sui muri, per sollecitare il consenso altrui, la offensiva contro i giornali murali è inammissibile e pericolosa. (Commenti al centro).

Io ritengo che i giornali murali siano una delle manifestazioni di attività democratica più interessanti e originali di questo primo periodo della rinascita di un regime democratico in Italia dopo la tirannide fascista.

Il signor Ministro dell’interno ha trovato che per questi giornali murali, che sono giornali anche se si affiggono al muro, è necessario introdurre ciò che non abbiano voluto introdurre nella Costituzione riguardo alla stampa in generale: la censura e il sequestro preventivo ad opera della polizia. E per giornali murali e manifesti, oggi bisogna andare a discutere con il questore per sapere se le frasi in essi contenute non sono dalla polizia considerate offensive per qualche membro del Governò o per il Governo in generale. Questo non è più, o signori, un regime di libertà. Ma noi ce la siamo conquistata la libertà. Volete ora ritogliercela? Perché? Chi ve ne dà il diritto?

Per i comizi di fabbrica è la stessa cosa. Se ne discusse qui per l’aspetto sindacale ed io non voglio ripetere quella discussione. Pongo invece la questione politica. Come partito democratico e popolare, ci siamo conquistato il diritto di parlare, e di parlare di politica, anche nelle fabbriche. Sissignori. Gli operai italiani si sono conquistati, con la loro lotta, questo diritto e non se lo lasceranno strappare. (Applausi a sinistra – Commenti al centro e a destra).

Una voce dal centro. Nelle fabbriche si lavora. (Proteste a sinistra).

TOGLIATTI. Dall’attività politica che si è svolta nelle fabbriche sono sorti alcuni dei movimenti che sono stati all’inizio della nostra lotta di liberazione contro il fascismo e a cui dobbiamo il primo scuotimento della tirannide fascista. (Commenti al centro). È in questo modo, è attraverso questi movimenti che la classe operaia si è conquistata il diritto di fare della politica nelle fabbriche, il diritto per gli operai di riunirsi nelle fabbriche e discutere di tutte le questioni che interessano i lavoratori e la Nazione.

Se mai, la questione sarà da dibattersi fra i padroni e gli operai; lo Stato non c’entra. Il Ministro di polizia, pardon, il Ministro dell’interno non ha qui niente da dire; se mai, ripeto, sono i padroni che possono discutere di questo diritto, dato che sono loro i proprietari delle fabbriche. Finora però non mi risulta che l’abbiano fatto, come non mi risulta che i comizi politici nelle fabbriche abbiano dato luogo a conflitti nelle fabbriche stesse.

Ci troviamo qui di fronte ad un altro tentativo che va nella stessa linea di restringere le libertà democratiche, di limitarle, di negarle a una parte del popolo e precisamente a quella che è in opposizione al Governo. Ad ogni modo sia ben chiaro che alla libertà di fare comizi anche politici nelle fabbriche i nostri operai e noi stessi non rinunceremo mai e poi mai. (Applausi a sinistra).

Vorrei ora dire alcune parole circa un’altra attività molto sospetta sviluppata dal Ministro dell’interno nei confronti delle amministrazioni comunali rette da partiti diversi dal suo, attività che si è esplicata soprattutto in quelle provincie emiliane dove le amministrazioni comunali, tenute a schiacciante maggioranza dal partito socialista e da noi, hanno dato esempio meraviglioso di attività costruttiva e di disciplina nell’opera di ricostruzione, tanto nella campagna quanto nelle città. Questi meriti non valgono nulla però agli occhi del Ministro dell’interno. Queste amministrazioni comunali devono essere particolarmente bersagliate, e vengono bersagliate con misure illegali, che sono vere e proprie trasgressioni di legge. Io non voglio nemmeno discutere se quei determinati sindaci della provincia di Bologna, che sono stati accusati di aver trasgredito a determinate norme della legge sugli ammassi, fossero colpevoli. So che non lo erano. Discuto però la legittimità delle misure che li hanno colpiti, perché esiste una legge dello Stato secondo la quale prima di colpire un sindaco con qualsiasi misura per un atto da lui compiuto nell’esercizio delle sue funzioni è necessario che la sospensione della garanzia amministrativa venga chiesta dal Ministro dell’interno al Ministro Guardasigilli, il quale a sua volta deve sollecitare il parere del Consiglio di Stato, e se decide in senso contrario a questo parere deve porre la questione al Consiglio dei Ministri. Nulla di questo vien fatto quando si tratta di un sindaco socialista o comunista. Basta un telegramma del Ministro dell’interno ed egli è sospeso, o minacciato di arresto, o arrestato per atti della sua amministrazione che ha compiuto in quanto sindaco. Oltre a tutto poi, vi abbiamo ampiamente dimostrato e nella stampa e in pubblici comizi – e voi non avete potuto smentirlo, nonostante i vostri calunniosi manifesti sull’argomento – che questi atti erano, nella maggior parte dei casi, atti compiuti, anche se formalmente facendo eccezione a qualche articolo di legge, per ovviare a situazioni gravi, in modo tale che hanno recato vantaggio alla causa della legge sugli ammassi e del popolo e non l’hanno in nessun modo danneggiata. (Commenti).

Se non siete convinti e volete gli esempi, ve li daremo. Siamo in cento e più che possiamo intervenire in questo dibattito e lo faremo nonostante le vostre interruzioni. Anche in questo campo risulta una pericolosa tendenza alla violazione delle leggi democratiche e delle istituzioni democratiche, e anche in questo campo queste violazioni sono fatte per sopprimere i diritti di quella parte politica che è contro il Governo. Voi non avete ancora capito, signori del Governo democristiano, che le libertà democratiche ci sono anche per l’opposizione, anzi particolarmente per l’opposizione.

E vengo ad una serie di fatti, i più gravi forse, quelli avvenuti nel Goriziano nei giorni scorsi. Il passaggio all’amministrazione italiana ha significato in questa provincia lo scatenamento di una offensiva di tipico stampo fascista contro quelle popolazioni. (Interruzioni al centro).

Voci al centro Non è vero!

TOGLIATTI. Qui ci sono i fatti. Nella città di Gorizia, nello spazio di tre giorni, 47 abitazioni, locali pubblici, laboratori di artigiani, ecc., sono stati assaliti, devastati, saccheggiati.

Una voce. Pochi! (Vivissimi rumori – Proteste all’estrema sinistra – Commenti).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, desidero sapere se l’intenzione è di dare a questa discussione un tono ordinato, oppure se essa sarà un seguito di tumulti.

Constato che, purtroppo, sono sempre gli stessi pochi colleghi che suscitano gli episodi rumorosi e desidero – senza richiamarli per nome – invitarli molto cortesemente a saper contenere i loro interventi.

Onorevole Togliatti, la prego, continui.

TOGLIATTI. Il Centro diffusione della stampa slovena è stato devastato e il materiale incendiato. Per quattro volte è stata assalita la Federazione comunista di Gorizia, con tentativi di incendio, che recavano danni rilevanti. Sono state assalite e distrutte le sedi del Partito comunista italiano di Gradisca, Staranzano, Ronchi; danneggiata quella di Monfalcone; distrutte le sedi dell’Unione donne italiane, del Fronte della gioventù, dell’Associazione partigiani giuliani, del Circolo di cultura di Gradisca; a Gorizia, Monfalcone, Ronchi, Vermegliano, San Pier d’Isonzo, venivano lanciate bombe e fatte esplodere cariche di tritolo contro abitazioni di antifascisti, italiani e sloveni; a Villesse, durante una festa popolare, da un camion trasportante fascisti in camicia nera, venivano lanciate bombe, che distruggevano luoghi di ritrovo e ferivano tre persone, tra cui una ragazza diciottenne gravemente; a Gradisca veniva aggredito da un gruppo di ex fascisti un ex carabiniere ed un ex mastro della posta; a Selz tutta la popolazione fuggiva dal villaggio sui monti per scampare alle aggressioni fasciste.

BETTIOL. Non ci sono i monti. (Proteste a sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. C’era la polizia italiana?

TOGLIATTI. Cera la polizia italiana.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio del Ministri. In che giorno ciò è avvenuto? (Interruzioni dell’onorevole Pratolongo).

PRESIDENTE. Onorevole Pratolongo, la prego, taccia.

TOGLIATTI. Onorevole Presidente, voglia perdonare all’onorevole Pratolongo, che porta ancora sul suo corpo le tracce di quelle violenze fasciste. (Applausi a sinistra).

Particolare abominevole: venivano aggrediti gli ammalati sloveni dell’ospedale di Gorizia.

BETTIOL. Questo non è vero. (Vivi applausi prolungati al centro).

TOGLIATTI. Onorevoli colleghi!… (Rumori al centro e a destra).

PRESIDENTE. A un certo momento devo pensare che non sono più degli impulsi irrefrenabili che provocano le interruzioni. Facciano silenzio, per favore!

TOGLIATTI. Onorevoli colleghi, non mi sarei deciso a portare alla tribuna di questa Assemblea questi fatti se un’attenta ricerca ed un’accurata inchiesta che ho fatta fare non mi avessero convinto della verità di tutte le informazioni che ho qui recato. (Commenti al centro).

Una voce al centro. Polizia privata?

TOGLIATTI. No, controllo parlamentare!

Ho sentito dire da qualcuno di voi che queste notizie non sono vere; ma forse malauguratamente quello che voi pensate nel fondo dell’animo vostro l’ha detto quello di voi che poco prima ha detto che questi atti di violenza e di barbarie «sono pochi». Perché vive ancora, in alcuni di voi, forse in molti, spero non in tutti…

Una voce a sinistra. In molti!

TOGLIATTI. …lo stato d’animo con il quale i fascisti ressero nel passato quelle provincie gettando i germi di quella che è stata la rovina del nostro Paese. (Vivi commenti al centro).

Io domando all’onorevole Sforza cosa pensa di questi fatti, egli che ha sempre affermato di essere uno strenuo fautore di una politica di amicizia con tutti i popoli che confinano con noi. Voglia il cielo che le conseguenze di questa politica in questo modo da voi iniziata non ricadano ancora una volta sulla nostra Patria! (Commenti).

Ma perché succedono questi fatti? Questi fatti si inquadrano in uno stato d’animo ed in una politica generali; non per nulla a capo della polizia in uno dei maggiori centri della Venezia Giulia è stato mandato un ufficiale che fu capo di una delle formazioni fasciste che operavano in quella Regione. Vi è quindi una logica in questa pazzia: vi è una logica che non è democratica, ma anti democratica. Nel tempo stesso, infatti, in cui avvengono gli atti e i fatti che vi denunzio e che significano una deliberata volontà del Ministro dell’interno di limitare le libertà democratiche di coloro che sono in opposizione al Governo, che cosa fa questo Governo nei confronti delle numerose organizzazioni fasciste e neofasciste che vediamo pullulare e che sappiamo pullulare da tutte le parti? Conosce il Governo l’esistenza di queste organizzazioni con i loro bizzarri appellativi: le R.A.A.M. la Lupa, l’A.I.L., la S.A.M., il M.A.C.R.I. e via dicendo? Conosce il Governo che queste organizzazioni sono costituite su una base di cospirazione e su una base militare e armata per preparare la lotta contro la democrazia? Conosce il Governo queste cose?

Quel Governo che è così sollecito tutore della correttezza di espressioni, quando si tratta di attacchi al Governo stesso e ai suoi membri, conosce i termini che vengono usati nei manifesti che vengono affissi per le strade dalle organizzazioni fasciste? Lo sa il Governo che il giorno stesso in cui veniva vietata l’affissione di nostri manifesti che lo accusavano di essere un Governo di discordia nazionale, come siamo convinti che sia, venivano liberamente affissi in Roma, in occasione della visita di non so quale signora straniera alla nostra capitale, manifesti in cui veniva esaltata la guerra fascista? Quei manifesti sono stati stracciati? Ne sono stati cercati i responsabili? È stato ammonito il tipografo che li ha stampati? No, perché tutto va bene per il Ministro dell’interno di questo Governo quando si esalta il fascismo. Conosce il Ministro dell’interno i termini, ad esempio, di un manifesto, uno fra i molti, che insulta una nostra compagna e collega chiamandola «sporca, schifosa, che sbava con le nari dilatate e lo sguardo vitreo, come sotto l’azione di un afrodisiaco di basso prezzo?».

Né io parlo a difesa di questa nostra collega, che non ne ha bisogno; ma qui veramente siamo di fronte al vilipendio di un rappresentante del popolo, e quindi dell’Assemblea stessa di cui ella fa parte.

Non voglio avanzare l’ipotesi che documenti simili vengano fabbricati da militanti nel partito stesso del Ministro dell’interno; ma perché la sua polizia non si accorge di queste cose? Perché la legge sulla difesa della Repubblica, la quale era stata promessa e poi presentata dal precedente Governo De Gasperi, e che questo quarto Governo De Gasperi assumendo il potere non dichiarò a questa Assemblea di voler ritirare, perché quella legge non è stata ancora varata? Perché non ne sollecita il Governo l’approvazione? Perché non l’approva d’urgenza, com’è nel suo diritto, per far fronte a casi così gravi, come quelli che ho denunciato per quello che riguarda le provincie della Venezia Giulia; o il recente attentato alla sede del Partito comunista in Milano?

Di tutto questo non si parla più, mentre il fuoco viene concentrato in un’altra direzione: il bersaglio siamo noi, il bersaglio è l’opposizione, e nell’opposizione – non nascondiamolo – il bersaglio preferito è precisamente il Partito comunista.

L’onorevole Ministro dell’interno ha persino avuto il coraggio, alla vigilia della manifestazione del 20 settembre, cioè di una grande manifestazione legale, pacifica, di massa, come si fanno in tutti i paesi, ad iniziativa del nostro partito e del Partito socialista, e alla quale avevano aderito numerosi altri partiti, come quello repubblicano, quello democratico del lavoro, quello d’azione, ha avuto il coraggio, in un’intervista lanciata due giorni prima di questa manifestazione, di concentrare il fuoco contro di noi e sentite in qual modo. «Sono ben pochi in Italia – dice il Ministro in questa intervista – coloro i quali credono che il Partito comunista italiano abbia scartato dal suo programma la conquista violenta del potere e l’istaurazione di una dittatura totalitaria di tipo fascista». Dunque amici (Rivolto ai banchi comunisti), i fascisti siamo noi. (Ilarità a sinistra). «La minaccia, quindi – prosegue l’intervista – di un tentativo violento, allorché circostanze favorevoli si presentassero, è sempre potenziale in tutti i paesi in cui il Partito comunista raggruppa forze cospicue di militanti».

Che le forze le quali si raggruppano attorno al nostro partito siano cospicue, è verissimo: e più lo saranno domani. (Commenti). Ma come si permette il Ministro dell’interno di fare una dichiarazione simile a proposito della nostra posizione politica? Potrei ancora tollerare una dichiarazione simile da parte di un giornalista irresponsabile, ma non da parte del Ministro dell’interno, nel momento ch’egli parla come responsabile dell’ordine pubblico, due giorni avanti una grande manifestazione di massa, legittima, democratica e che egli sa che si manterrà nell’ambito della democrazia. Come si permette il signor Ministro di parlare in questo modo, di accusare un partito come il nostro di volere instaurare una dittatura fascista? (Proteste al centro).

Signori democristiani, vi ho sentito parecchie volte strillare che non bisogna fare il processo alle vostre intenzioni, e sono sicuro che ripetereste questa protesta con alte strida se qualcuno dicesse, per esempio, che il vostro acceso regionalismo è un modo come un altro di fare a pezzi l’Italia, per rifare a ritroso quel processo unitario che culminò proprio il 20 settembre 1870. (Applausi a sinistra).

Voi non avete il diritto di fare il processo alle intenzioni, e un Ministro dell’interno deve giudicare ogni partito, a seconda di quello che dice e fa. Egli sa quello che il nostro partito dice, egli sa quello che il nostro partito ha fatto e fa ogni giorno per mantenere e rafforzare la democrazia, perché se non lo sa vuol dire ch’egli vien meno al suo compito. Questo non è il modo come si può esprimere un Ministro dell’interno, serio, democratico, repubblicano. Questo, se mai, è il modo di esprimersi di chi voglia, insultando e calunniando, provocare disordine e turbamenti dell’ordine pubblico; esso è nella linea di quel ridicolo allarme che venne lanciato non appena costituito il quarto Governo De Gasperi, come se in quella notte stessa noi avessimo dovuto fare l’insurrezione, e persino i telefoni di casa nostra vennero tagliati ad opera del Ministero dell’interno, mentre noi tranquillamente dormivamo.

DE GASPERI, Presidente dei Consiglio dei Ministri. Ho dormito anch’io tranquillamente.

TOGLIATTI. No, non si eludono questi problemi con uno scherzo. Si tratta di cose molto gravi. Si tratta di tutta una ispirazione di politica interna di carattere provocatorio, che mina la unità delle forze democratiche e semina discordia. Ma da quale parte viene questa ispirazione? Credo venga da lontano. Di là dai fiumi! Di là dagli oceani!

Un giornale cosiddetto indipendente ci ha sollazzato mostrandoci a viso aperto una delle fonti di questa ispirazione. Un grande giornalista americano (bocca della verità, quindi, per l’onorevole De Gasperi e per il conte Sforza) ha rivelato niente meno che i piani della «vasta» insurrezione che si preparava nell’Emilia. (Evidentemente dove volete che si prepari se non in Emilia una insurrezione?!). E si preparava proprio per il 20 settembre, in occasione dell’inizio della evacuazione delle truppe americane dall’Italia. I piani del movimento insurrezionale naturalmente sono descritti con molta precisione; si afferma niente meno che l’esercito degli Stati Uniti ha scoperto depositi di armi e munizioni presso i comunisti. Ma chi si è accorto di questo? Dove sono queste armi? Nessuno le ha viste. Viene quindi una «armata clandestina» pronta a occupare l’Italia settentrionale appena l’armata americana l’avesse abbandonata. Agenti americani travestiti – continua il racconto – hanno partecipato a comizi comunisti (ma perché mai travestiti? Non potevano venirci al naturale? Tutti, anche senza travestimento, possono partecipare ai nostri comizi!) (Commenti) venendo a conoscenza dei nomi dei capi, tra cui l’onorevole Dozza, sindaco di Bologna, e naturalmente Luigi Longo, vicecomandante dell’Associazione nazionale partigiani, e Ilio Barontini, e poi un ignoto Cucco. A questo punto viene svelato il piano militare della insurrezione per intiero, e quindi il piano tenebroso della notte di San Bartolomeo, nella quale gli esponenti anticomunisti e i capi non favorevoli verrebbero eliminati da gruppi specializzati dei nostri gappisti. Per finire, c’è un maresciallo e un alto ufficiale russo, seguiti da un pacifico cittadino bolognese che si chiama Bottonelli, e il tutto si chiude con un nome pittoresco, che forse suggerirà alla fantasia dell’onorevole Micheli l’immagine del pasto con le lasagne al forno e il vino di Lambrusco consumati sotto la pergola di un paese della nostra Romagna, il nome pittoresco, ripeto, di un non meglio precisato Memmo Gottardi. (Ilarità a sinistra).

Onorevoli signori, mi rincresce di ripetere delle cose che ho già affermato fuori di qui. Se non lo volete io non dirò più, anche se lo penso, che sono dei cretini coloro che scrivono cose simili o che le pubblicano. Dico però che cretini sono coloro che credono a queste cose; ma non vorrei che nel novero di questi ci fosse il Ministro dell’interno o l’onorevole Presidente del Consiglio!… (Ilarità – Applausi a sinistra).

Ho citato questa pittoresca intervista non soltanto a scopo di divertimento mio e vostro anche, spero; ma per dimostrare che ci troviamo di fronte a una deviazione fondamentale del modo di concepire la nostra situazione interna che può essere proprio solo di provocatori. Ma si arriva a questo punto di insania, quando si incomincia a fare il processo alle intenzioni, a voler per forza respingere dalla famiglia democratica un grande partito come il nostro, che ha il merito di tanto aver fatto nella lotta per la democrazia. Quando si vuole per forza arrivare a mettere al bando questo partito e le forze che lo seguono, ecco dove si arriva: si incomincia da un discorso come quello della Basilica di Massenzio e si arriva a queste insanie e stupidità.

Ma a questo punto vorrei allargare un po’ l’orizzonte del mio intervento e venire al problema centrale di questo dibattito. (Commenti al centro).

Credo, del resto, di essermi strettamente mantenuto fino ad ora nei limiti della mia precedente interpellanza e attuale mozione.(Commenti al centro).

Sulla base delle osservazioni e critiche che ho fatto e sulla base di altre osservazioni e critiche che facciamo all’attività del Governo in altri campi, noi riteniamo che bene farebbe l’Assemblea Costituente a negare la sua fiducia a questo Governo.

Questo Governo può governare l’Italia? Questa è la domanda alla quale tutti assieme dobbiamo sforzarci di dare una giusta risposta. Ma che cosa vuol dire governare un paese, onorevoli colleghi? Governare un paese vuol dire dare soddisfazione alle esigenze fondamentali della vita della Nazione. Oggi noi abbiamo alcune esigenze fondamentali, e io cercherò di ridurle a poche, alle essenziali.

Mi pare che una prima esigenza fondamentale, che tutti sentiamo, e che è di carattere economico e finanziario, è che siano evitati al nostro Paese il disastro della inflazione e del crollo della moneta.

A proposito dei problemi concreti connessi con questo, altri deputati del nostro Gruppo avranno modo di esprimere la nostra opinione. Mi limito per ora a constatare come questa esigenza sia ancora da soddisfare. Sia per quanto riguarda la massa del circolante, sia per quanto riguarda l’altezza dei prezzi, voi non siete stati in grado di mettere un freno all’inflazione, di arrestare quel processo di caduta della nostra moneta che avevate detto di voler arrestare. Diceste che formavate un Governo come questo, anzi, che correvate il rischio di un Governo come questo, perché ciò era condizione necessaria per arrestare quel processo. Avete invece fatto il contrario; avete ottenuto un risultato opposto a quello che vi proponevate, e soprattutto noi, rappresentanti delle classi disagiate, dei lavoratori del campo, dell’officina e dell’ufficio, abbiamo ragione di essere ogni giorno più preoccupati nel veder andare avanti, ancora con una certa lentezza, è vero, ma con un ritmo continuo, il processo di svalutazione della moneta. Dove andremo a finire per questa strada?

Seconda esigenza fondamentale è quella di alleviare l’indigenza del nostro popolo, e in primo luogo quella dei lavoratori. So che voi ci parlerete di misure che avete preso, per lo più sotto la pressione di determinati movimenti di categorie impiegatizie. Confrontate però queste misure con il valore della moneta quando voi avete preso il potere e oggi, e datemi poi una risposta oggettiva circa l’efficacia di ciò che avete fatto. La risposta la dà tutti i giorni la donna che va a fare la spesa e conclude che non ce la fa più, che ogni giorno si sta peggio di prima, che di questo passo non si può più andare avanti.

Non vedo dunque che fino a questo punto il Governo abbia soddisfatto nemmeno a questa esigenza fondamentale del popolo italiano; né credo che esso sia in grado di soddisfarvi sino a che durerà nell’attuale composizione.

Non voglio addentrarmi, onorevoli colleghi, nell’esame di problemi tecnici. Ritorno quindi subito sul terreno politico per affermare che su questo terreno esigenza fondamentale della nostra vita nazionale è che sia mantenuta l’unità della Nazione e in prima linea delle masse lavoratrici e di tutte quelle altre forze che possono esplicare un’iniziativa nel campo della produzione. Senza questa unità, impossibile od oltremodo penosa diventa la nostra ricostruzione. Questa unità è condizione necessaria affinché in tutti sia presente una eguale coscienza dei sacrifici che per la ricostruzione tutti debbono fare.

Sì, sacrifici se ne debbono fare: lo sappiamo tutti e il compagno Nenni ce lo ha testé dimostrato; ma solo la unità che noi auspichiamo permetterà alla Nazione di affrontarli e sopportarli. L’unità che noi auspichiamo deve essere base di tutta la vita nazionale, e la realizzazione di essa è esigenza fondamentale per tutti.

Ebbene, soddisfa il vostro Governo a questa esigenza? No, nemmeno questa esigenza soddisfa e perciò io affermo che esso può, forse, restare al potere, ma non può governare.

Governare infatti non può voler significare semplicemente rimanere a quel posto: governare non può nemmeno voler dire distribuire qualche vantaggio a questo o a quello dei propri clienti: governare vuol dire dare soddisfazione a quelle esigenze fondamentali che ho indicato. Ebbene, voi non siete in grado di farlo; voi non lo avete fatto finora e non siete in grado di farlo per il futuro.

Per la sua origine, per la sua composizione, per la sua natura e attività, questo Governo non può portare ad altro che a un peggioramento e a una acutizzazione continua della situazione del nostro Paese.

Ne abbiamo, del resto, già avuto la prova, come si è visto a proposito degli scioperi. Il numero degli scioperi, è vero, è aumentato negli ultimi tempi. Non posso oggi ripetere quello che dissi in questa Assemblea più di un anno fa, quando affermai che il nostro Paese è quello in cui meno si scioperava. Ma la causa principale, quella anzi su cui proprio noi dobbiamo maggiormente concentrare la nostra attenzione, la causa primissima di tutti questi scioperi, sta precisamente nella composizione del Governo.

È inutile che voi mi diciate che qui il politico si confonde con l’economico. Ma senza dubbio: ciò avviene in modo inesorabile; voi stessi continuamente lo affermate e nessuno lo può negare.

È bastato che si costituisse questo Governo di una sola parte, questo Governo che esclude i rappresentanti del movimento operaio socialista nelle sue differenti varietà, e tutti i rappresentanti dei partiti più avanzatamene democratici e repubblicani, è bastato questo perché nelle classi padronali si facesse sentire un irrigidimento particolarmente pericoloso e quasi una tendenza a provocare e aggravare i conflitti del lavoro. Di qui una serie di piccoli scioperi, che sono forse quelli che hanno dato più noia localmente, i quali erano tutti o quasi tutti provocati dal fatto che il padrone pensava tornato il momento in cui comandava lui e lui solo in modo assoluto, senza tener conto della volontà dei lavoratori, e quindi si attribuiva il potere di licenziare quegli operai che sembrava a lui, unicamente perché militanti del sindacato o di un partito politico a lui avverso. Di qui una serie di scioperi, di carattere non solo economico, ma economico-politico, tutti chiusi, però, con la vittoria dei lavoratori. I padroni si erano sbagliati; avevano creduto che bastasse costituire un Governo di parte, escludendo i rappresentanti dei partiti di sinistra e del movimento operaio socialista, perché le forze delle classi lavoratrici, scoraggiate, subissero la legge del più forte. No, non è così! I più forti sono e continuano a essere i lavoratori e le loro organizzazioni. Tutte le campagne che sono state fatte dalla vostra stampa, dalla stampa «indipendente», liberale e di tutti i colori, fascista e semifascista, per proclamare che oramai noi comunisti eravamo finiti, che il movimento sindacale era irrimediabilmente minato dalla secessione di una delle parti che lo compongono, tutte queste chiacchiere hanno dato alla testa di determinati gruppi di industriali e di agrari, li hanno incitati alla tracotanza, li hanno spinti a provocare gli scioperi. Ma la risposta è stata dappertutto univoca: la classe operaia non è battuta, la classe operaia non si lascia battere! (Vivi applausi a sinistra).

Non vi è nessuno spirito di sconfitta, oggi, nella classe operaia e nelle fondamentali categorie lavoratrici. Al contrario; la classe operaia in questo dopoguerra ha compreso molto bene la via per la quale la conducono i suoi partiti: via di realizzazioni graduali vittoriose, via che evita di cadere nel tranello della provocazione o poliziesca o padronale, e che mantiene compatte le forze del lavoro per le battaglie che devono essere combattute l’una dopo l’altra, per creare nel nostro Paese un vero, stabile regime di democrazia e avviare la soluzione delle più gravi questioni sociali. (Applausi a sinistra).

È certo che il pericoloso stato d’animo, che si è diffuso da alcuni mesi nella classe padronale, è stato da voi inconsapevolmente o consapevolmente creato quando avete formato il Governo. A questo stato d’animo è dovuta anche l’intransigenza di determinate categorie padronali all’inizio di grandi agitazioni, come quelle dei braccianti e dei metallurgici; agitazioni che hanno però anche un altro carattere, sul quale mi soffermerò. Voi stessi l’avete detto, e i colleghi socialisti e anche noi l’abbiamo detto e ripetuto, che l’aumento salariale puro e semplice non basta più a risolvere il problema del disagio dei lavoratori, oggi. Questa è una verità che sta entrando nella convinzione delle grandi masse. Badate, però, che questo non significa che la lotta del lavoro è terminata; al contrario: significa che l’operaio, il bracciante, il contadino, l’impiegato incomincia a comprendere, ben più di quanto non avesse compreso finora, che per lottare contro l’indigenza bisogna affrontare e risolvere problemi più vasti di quello del puro e semplice livello salariale. È per questo che già nelle rivendicazioni dello sciopero dei braccianti voi vedete affiorare i problemi della riforma agraria, come li vedete affiorare nelle agitazioni dei contadini del Sud; così come i problemi della riforma industriale affioreranno domani nella lotta dei metallurgici e in tutte le prossime lotte del lavoro.

Voi avete detto, però, che questi problemi sono rinviati e non se ne deve parlare più. Io non lo credo. Anzi, profondo errore è il vostro! Questi problemi non possono essere rinviati. È la vita stessa che ce li pone davanti, nel momento in cui nella lotta fra il prezzo e il salario, cioè nella lotta puramente economica e salariale, non si vede più via di uscita. In questo momento occorre, se si vuole andare avanti, passare ad altre misure, necessarie per pianificare, per controllare, per limitare i poteri dei monopoli, per lottare efficacemente contro la speculazione. Ecco i prossimi temi della lotta economica e sindacale che inevitabilmente diventa lotta politica, per la legge stessa delle cose.

Il vostro testardo rifiuto a porvi per questo cammino non fa che render sempre più acuta la situazione.

L’esistenza di questo Governo, la sua composizione, la sua struttura, postulano dunque nel campo economico una accentuazione dei conflitti sociali.

I lavoratori hanno offerto la loro collaborazione, hanno offerto tutto quello che potevano offrire, hanno offerto e dato quello che io chiamai altra volta in questa Assemblea un contratto assurdo, un patto di lavoro che fissa un massimo di salario anziché un minimo, e ciò nell’interesse della società nazionale e della ricostruzione!

Ma non crediate che il problema della collaborazione si limiti alle trattative fra gli industriali e i rappresentanti del movimento operaio. No, il problema della collaborazione è un vasto problema generale politico, è un problema sociale. Una politica di collaborazione allo scopo della ricostruzione del Paese, quella che io chiamo una politica di unità, deve prima di tutto avere la sua espressione al vertice, nel Governo del Paese, il quale deve comprendere i rappresentanti di tutti i partiti delle classi lavoratrici, altrimenti è inevitabile l’acutizzazione delle lotte economiche e di tutti i conflitti che ne derivano. L’appello alla lotta discende inevitabile da quella determinata composizione del Governo. L’inasprimento dei conflitti sociali diventa una conseguenza a cui non si può sfuggire.

Lo stesso avviene nel campo politico. Vi è oggi senza dubbio un’accentuazione della lotta politica nel nostro Paese, con una certa polarizzazione all’estrema destra di gruppi fascisti i quali cercano di seminare la confusione e di approfittare del disordine; e vi sono senza dubbio, in seno alle classi capitalistiche, uomini e gruppi i quali pensano che, attraverso l’accumularsi delle difficoltà, e quindi l’aumento della confusione e del disordine, possa crearsi una situazione in cui una altra volta essi possano ricorrere al fascismo come al loro salvatore.

Lascio da parte le accuse e le calunnie che si lanciano contro di noi, anche se esse pure contribuiscono all’accentuazione della lotta politica. Quanta gente ha paura! E che paura, per esempio, quei liberali! Un comunista parla e dice che chiama il popolo alla lotta contro questo Governo. Ed ecco il liberale prendere in mano il dizionario dei sinonimi. Lotta? che cosa vuol dire lotta? Togliatti ha detto che vuole combattere! E dove sono le armi? E che cosa vorrà fare quest’uomo?

Ma guardate come Churchill tratta il Governo laburista, le invettive che egli scaglia contro di esso, vedrete sino a qual punto si può sviluppare la lotta politica in regime di democrazia.

Una voce al centro. Anche con la uccisione di Petkov!

TOGLIATTI. Onorevole collega, perché mi fa questo nome? Perché mi induce a dire che io sono convinto che se ci fosse stato nel 1920, nel 1921, nel 1922, un tribunale in Italia che avesse messo al muro Mussolini, l’Italia potrebbe essere oggi un grande paese? (Vivi applausi a sinistra). Se Petkov fosse poi un altro Mussolini o meno, è cosa, questa, che riguarda il popolo bulgaro e che esso solo ha il diritto di giudicare. (Commenti).

Sotto a tutte le paure che vengono diffuse ad arte, c’è sempre il medesimo problema: il problema del nostro partito. Occorre affrontare con sincerità e chiarezza il problema del nostro partito, del Partito comunista. So benissimo che la composizione di questo Governo forse sarebbe stata diversa se non ci fosse stato questo problema del nostro partito, della sua politica, del suo sviluppo, delle sue posizioni sempre più forti nel Paese.

Onorevole De Gasperi, una volta ella diceva che bisogna adeguarsi agli Stati Uniti (lei, onorevole Sforza, se ne è dimenticato), alla loro mentalità, ai loro costumi. Ella dovrebbe invece cominciare ad adeguarsi alla realtà del nostro Paese, che è l’Italia, e prima di tutto abituarsi a considerare che il Partito comunista italiano è il Partito comunista italiano, che noi siamo figli della storia del nostro Paese (Commenti al centro), che usciamo dalla storia del movimento operaio e socialista italiano e dalla nostra lotta di liberazione! (Interruzioni al centro). Qui sono le radici della nostra forza e del nostro prestigio. Non serve quindi a nulla il credere di poter risolvere questo problema applicando le leggi o i costumi dell’Ohio o del Missouri!

Guardate come si schiera la classe operaia italiana nei suoi sindacati, nelle sue organizzazioni originarie, primitive: il 60 per cento dei voti è comunista, più dell’80 per cento è per comunisti e socialisti alleati; se prendete poi le categorie strettamente operaie, salite per il nostro partito a percentuali che superano il 70 per cento. Tutto questo vuol dire che non potete più separare il Partito comunista dalla classe operaia, e quando fate questa politica di sospetti, di insinuazioni, di calunnie e di provocazioni contro il Partito comunista è contro la classe operaia che la fate. Quando volete mettere al bando noi, è la classe operaia che volete mettere al bando. Ma anche se uscite dalla considerazione esclusiva delle forze operaie, il quadro non è molto diverso. Vedete che cosa avviene nei più grandi comuni, di cui nemmeno uno è amministrato dalla Democrazia cristiana. Genova, Milano, Torino, Livorno, Bologna: chi li amministra? Li amministrano il Partito comunista e il Partito socialista uniti assieme. Tenete conto infine che in Italia l’unità della classe operaia è qualche cosa contro cui non si può andare, perché anche essa deriva dalla storia d’Italia e dalle tradizioni migliori del nostro movimento operaio. Voi vorreste spezzarle, queste tradizioni, ma non ci riuscirete.

Rimane il fatto che elemento essenziale di tutta la nostra situazione, della instabilità di essa, del disagio crescente che esiste nel Paese, della acutezza dei rapporti economici e dei rapporti sociali e quindi dei contrasti politici, è la questione dei rapporti con il nostro partito, e cioè con la parte più avanzata, più compatta, decisa e combattiva della classe operaia e delle classi lavoratrici. Con nuovo spirito dovete affrontare e risolvere questo problema e non con lo spirito con cui l’avete affrontato e risolto fino ad ora, se volete fare il bene del Paese, dandogli un Governo che lo sappia e possa governare. La situazione governativa attuale deve essere modificata, corretta, poiché, ripeto, con un Governo come questo le esigenze fondamentali della Nazione non possono essere sodisfatte. Occorre ritornare a una formula di Governo unitaria, la quale non escluda quei partiti che sono più legati alla classe operaia, e in particolare a quella larghissima parte di essa che è espressione del movimento operaio socialista nelle sue diverse correnti. Questo vorrei dire non soltanto al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai colleghi democristiani, ma a tutti i partiti, anche ai partiti di sinistra, ai socialisti laburisti e ai repubblicani. Contraddire a questa formula unitaria vuoi dire preparare al nostro Paese giorni più duri ancora degli attuali.

Onorevole Saragat, ella sen viene come Amore nel sonetto di Guido Cavalcanti, «tenendo tre saette in una mano», con l’una volendo colpire il ceto possidente, con l’altra l’inconcludente politica demo-cristiana, ma rivolgendo la punta della terza, forse la più acuminata e avvelenata, contro il nostro partito. Questa politica è sbagliata perché non può portare a nessun risultato a favore né della democrazia, né del socialismo, ma solo a loro danno.

SARAGAT. Mi pare viceversa.

TOGLIATTI. È sbagliata questa politica, onorevole Saragat! Non si introducono misure socialiste, non si introduce in nessuna misura quel tanto di socialismo che può essere introdotto oggi nella nostra vita sociale e che è necessario introdurvi per la soluzione di fondamentali problemi economici e sociali, fino a che si mantiene questa punta avvelenata contro il partito più strettamente legato alla classe operaia. Non so se ciò sia possibile in altri paesi: in Italia, no. Noi l’abbiamo capito da tempo; per questo abbiamo proposto alla Nazione italiana qualche cosa di profondamente nuovo, che nessuno di voi forse si aspettava, proponendo la nostra collaborazione, sul terreno democratico e parlamentare, alla ricostruzione politica, economica e sociale. Abbiamo così proposto qualche cosa di profondamente nuovo, una nuova via che riteniamo necessaria, anzi, forse la sola possibile per un Paese uscito dalla tragedia fascista e minacciato da altri mali e altre tragedie, minacciato dalla disunione, dall’indigenza dei lavoratori, e dalle tempeste che si addensano all’orizzonte internazionale.

Abbiamo sentito e sentiamo che è nostro dovere preparare questa soluzione all’Italia e al popolo italiano, e rimaniamo su questo terreno: sul terreno di una fattiva collaborazione di tutte le forze che si richiamano alle classi popolari lavoratrici, di tutte le forze democratiche e repubblicane. Sappiamo tutti però che collaborazione fattiva significa non escludere da nessuna delle attività direttive della vita della nazione il nostro partito, poiché non si può mettere al bando con nessun artificio questa grande forza di operai e di lavoratori.

Quale sarà la via per la quale la classe operaia affermerà le proprie rivendicazioni e i propri ideali e darà il suo contributo attivo alla ricostruzione del Paese, se voi direte: «No; siccome voi, operai italiani, seguite in così gran numero il Partito comunista, che è il vostro partito, per voi c’è il bando, l’esclusione dalla direzione politica del Paese», quali possono essere le conseguenze di simile posizione, lo lascio dire a voi.

E vengo alla fine. L’obiettivo di questa discussione, aperta su iniziativa del Partito socialista, alla quale noi ci siamo associati, è di cambiare questo Governo, dopo aver reso ancora una volta evidente al Paese che esso non è costruito e non lavora in modo tale da poter sodisfare le esigenze fondamentali della vita nazionale. Ci hanno chiesto: «Ma volete davvero rovesciare il Governo?». Ma certamente, sì; altrimenti non vorremmo dibattiti, non parleremmo sulle piazze, non agiteremmo il Paese. Non crediate però che per noi, come partito, l’obiettivo di rientrare nel Governo possa essere, ripeto come partito, una così grande attrattiva. L’ho già detto altra volta: l’opposizione tonifica i partiti della classe operaia; li rende più forti. (Approvazioni).

Quando siamo stati al Governo, come Ministri abbiamo fatto il nostro dovere, nell’interesse del Paese. Ma, e anche questo ve l’ho detto già altre volte, noi non abbiamo fretta. Veniamo da molto lontano e andiamo molto lontano! (Commenti al centro e a destra). Senza dubbio! Il nostro obiettivo è la creazione nel nostro Paese di una società di liberi e di eguali; nella quale non ci sia sfruttamento da parte di uomini su altri uomini.

E lo proclamiamo apertamente. Non abbiamo nulla da nascondere. Questo è il nostro programma.

Ma oggi esistono problemi nazionali che urgono. La democrazia e la Repubblica devono essere ancora rafforzate. (Commenti al centro). Vi sono minacce gravi Che incombono sulla nostra vita nazionale. Il nostro dovere è dunque di continuare a porre al Paese con urgenza il problema della necessità dell’unità di tutte le forze lavoratrici, di tutte le forze repubblicane e democratiche, come base della più larga unità della Nazione nell’opera di ricostruzione che deve essere fatta.

Riusciremo noi ad abbattere questo Governo nel corso di questa discussione? Non lo so; non dipende da noi, dipende dalle altre forze, che sono qui rappresentate e schierate.

Ma se noi parliamo all’Assemblea e al Governo, nello stesso tempo parliamo al Paese, perché sappiamo che domani il Paese sarà chiamato a dire la sua parola; verrà consultato in nuove elezioni, in quella che è l’istanza suprema nella democrazia. Ebbene, noi vogliamo che il Paese sappia sempre meglio qual è l’obiettivo che noi ci proponiamo, che cosa oggi vogliamo fare. Vogliamo che il Paese sappia che domani, dando a noi il maggior numero dei propri voti, voterà per un partito il quale, qualunque sia la sua forza in questa Assemblea, continuerà a fare una politica di unità o di collaborazione di tutte le forze democratiche e repubblicane.

Signori, soltanto in questa politica noi vediamo la salvezza del nostro Paese. Voi questa politica non la state facendo e non la potete fare. Voi non siete dunque il Governo di cui oggi ha bisogno l’Italia. (Vivissimi prolungati applausi all’estrema sinistra – Molte congratulazioni).

DE GASPERI. Presidente del Consiglio dei Ministri. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Riservo naturalmente al Ministro dell’interno, assente per ragioni d’ufficio, di rispondere alle singole lagnanze ed alle accuse particolari che l’onorevole Togliatti ha presentato.

Mi interessa solo di stabilire che, se ho bene inteso l’elenco dei fatti deplorevoli avvenuti alla frontiera, si tratta di fatti, di incidenti avvenuti il giorno 14 ed il 15 settembre, uno solo il 16. In ogni caso, per la grande maggioranza, per la quasi totalità, sono avvenuti prima che la polizia italiana assumesse la responsabilità dell’ordine pubblico.

Ho già dichiarato a una delegazione slava di Gorizia che il Governo italiano intende difendere i diritti dei cittadini a qualunque gruppo etnico essi appartengano e che là dove noi saremo presenti faremo ogni sforzo per mantenere l’ordine. L’esempio si è avuto già il giorno 16, quando a Gorizia avvenne un serio incidente causato da una squadra di elementi contro un negozio nel centro della città: intervennero, non la polizia che era ancora lontana, ma i soldati del centoquattordicesimo reggimento fanteria che stroncarono senz’altro il brutto incidente. Vorrei che questa parola venisse accolta con soddisfazione su tutti i banchi e che servisse non soltanto a calmare l’irrequietudine degli elementi slavi al di qua del confine, ma anche come prova di buona volontà da parte nostra affinché i nostri fratelli, rimasti al di là del confine, vengano trattati con lo stesso rispetto. (Vivissimi applausi al centro). Per il resto, come ho già detto, cioè per ogni singolo fatto di ordine pubblico qui denunciato, risponderà il Ministro dell’interno, mentre per la linea politica generale mi riservo di rispondere a conclusione di questo dibattito. Ma di una cosa sono altamente stupefatto: l’onorevole Togliatti si è lagnato di una rigidissima censura, di una politica repressiva contro i manifesti. Sono altamente stupefatto per questo, perché se il Ministro dell’interno ha fatto veramente una tale politica repressiva contro manifesti antigovernativi, mi domando perché io personalmente fino sulla soglia della mia casa devo essere dileggiato e vilipeso in manifesti anonimi, persino, dico, sulla soglia della mia casa, e mi domando perché su tutte le piazze d’Italia io debba essere impiccato in effigie, e messo alla forca. (Vivissimi, prolungati applausi al centro).

PRESIDENTE. Il seguito della discussione delle mozioni è rinviato alle ore 11 di domani.

Interrogazione con richiesta d’urgenza.

PRESIDENTE. L’onorevole Di Vittorio ha presentato la seguente interrogazione con richiesta d’urgenza:

«Al Ministro dell’interno, sulla ingiusta espulsione dal territorio nazionale del cittadino svizzero Wipf dottor Renato, già residente da oltre undici anni a Sondrio, nato in Italia, nonostante che il Wipf abbia combattuto nelle formazioni partigiane per la liberazione dell’Italia e malgrado il danno che un tale precedente potrebbe arrecare ai lavoratori italiani emigrati all’estero».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

MARAZZA, Sottosegretario di Stato per l’interno. Mi riservo di far conoscere lunedì prossimo quando il Governo potrà rispondere.

Interrogazioni.

PRESIDENTE. Si dia lettura delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

AMADEI, Segretario, legge:

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro della pubblica istruzione, per conoscere se non ritiene opportuno ammettere ai concorsi per insegnanti, riservati ai reduci, anche i profughi della Venezia Giulia, Dalmazia e delle terre d’Oltremare.

«Questa disposizione agevolerebbe detti profughi per una loro definitiva sistemazione. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Tumminelli».

«I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro delle finanze, per sapere se di fronte al malcontento ed alle agitazioni dei liberi professionisti, e specialmente del ceto forense, preso di mira da eccessivi accertamenti dell’imposta generale sull’entrata, non creda urgente dare precise istruzioni agli uffici periferici affinché venga temperata l’asprezza del gravame stesso e delle relative penalità, cercandosi di evitare pericolose ed arbitrarie sproporzioni tra gli accertamenti di ricchezza mobile e quelli dell’imposta suddetta. (Gli interroganti chiedono la risposta scritta).

«Bertini, Filippini».

«Il sottoscritto chiede di interrogare i Ministri dei lavori pubblici e dell’interno, per conoscere quali siano i motivi che ancora ostano alla definizione ed al sovvenzionamento, da parte dello Stato, del piano di ricostruzione della città di Rimini. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Spallicci».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro dei trasporti, per sapere quando riterrà di poter concedere agli assuntori ferroviari gli stessi benefici economici ed assistenziali concessi al personale di ruolo e non di ruolo delle ferrovie dello Stato. Gli assuntori sono stati esclusi recentemente dal beneficio dell’assistenza sanitaria dell’Ente nazionale previdenza assistenza agli statali (ENPAS) e non è stata loro liquidata l’anticipazione recentemente concessa a tutti gli statali. L’interrogante chiede inoltre quando verrà emanato il provvedimento preannunziato allo studio in una risposta data il 20 febbraio 1947 ad una sua precedente interrogazione e cioè l’adeguamento del trattamento economico degli assuntori a quello del personale ferroviario di grado assimilabile.

«L’interrogante domanda inoltre se l’onorevole Ministro non ritenga opportuno inquadrare fra il personale di ruolo gli assuntori. Detta categoria infatti, istituita dal fascismo, rappresenta un’economia per l’Amministrazione a prezzo però dello sfruttamento del prestatore d’opera. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Biagioni».

«I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro di grazia e giustizia, per conoscere per quali motivi si indugi ancora a provvedere alla riparazione delle ingiustizie determinate dalla esclusione di funzionari non iscritti al partito fascista da concorsi e promozioni.

«Per conoscere, in particolare, per quali motivi (anche in considerazione del limitatissimo numero degli interessati) non sia stato esteso il diritto a partecipare al concorso per volontario di cancelleria, bandito di recente per reduci e patrioti, a quei funzionari che possono documentare di essere stati esclusi da precedenti concorsi per mancanza del requisito della tessera fascista. In proposito si segnala all’onorevole Ministro l’opportunità di estendere la facoltà di partecipare al predetto concorso alla segnalata, ristrettissima categoria di danneggiati dal fascismo. (Si tratta in sostanza, di due o tre persone). (Gli interroganti chiedono la risposta scritta).

«Leone Giovanni, Salerno».

PRESIDENTE. Le interrogazioni testé lette saranno trasmesse ai Ministri competenti per la risposta scritta.

La seduta termina alle 19.55.

Ordine del giorno per la seduta di domani.

Alle ore 11:

Seguito dello svolgimento delle mozioni degli onorevoli Nenni, Togliatti e Canevari.

POMERIDIANA DI GIOVEDÌ 25 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXIII.

SEDUTA POMERIDIANA DI GIOVEDÌ 25 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI

indi

DEL VICEPRESIDENTE CONTI

INDICE

Domanda di autorizzazione a procedere in giudizio:

Presidente

Comunicazioni del Presidente:

Presidente

Progetto di Costituzione della Repubblica italiana (Seguito della discussione):

Presidente

Avanzini

Martino Gaetano

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione

Laconi

Piccioni

Lami Starnuti

Lussu

Fuschini

Dominedò

Perassi

Fabbri

Rubilli

Lucifero

Votazione segreta:

Presidente

Piccioni

Molinelli

Targetti

Togliatti

Lucifero

Molè

Lussu

Scoccimarro

Selvaggi

Gullo Fausto

Risultato della votazione segreta:

Presidente

Sui lavori dell’Assemblea:

Presidente

Scoccimarro

De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Basso

Interpellanza con richiesta di svolgimento urgente (Annunzio):

Presidente

Scelba, Ministro dell’interno

Interrogazioni (Annunzio):

Presidente

La seduta comincia alle 16.

RICCIO, Segretario, legge il processo verbale della precedente seduta pomeridiana.

(È approvato).

Domanda di autorizzazione a procedere in giudizio.

PRESIDENTE. Comunico che il Ministro di grazia e giustizia ha trasmesso domanda di autorizzazione a procedere in giudizio contro il deputato Benedetti per il reato di cui all’articolo 595 del Codice penale.

Sarà inviata alla Commissione competente.

Comunicazioni del Presidente.

PRESIDENTE. Comunico che ho chiamato a far parte

della prima Commissione permanente per l’esame dei disegni di legge l’onorevole Nilde Iotti in sostituzione dell’onorevole Pietro Secchia, dimissionario;

della seconda Commissione permanente l’onorevole Felice Platone in sostituzione dell’onorevole Giorgio Amendola, dimissionario;

della quarta Commissione permanente l’onorevole Giacomo Ferrari in sostituzione dell’onorevole Cesare Massini, dimissionario.

Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Seguito della discussione del progetto di costituzione della Repubblica italiana.

Passiamo all’esame dell’articolo 55 del progetto di Costituzione.

Ieri sera avevo accennato all’opportunità o meno di attendere, per l’esame degli emendamenti i quali propongono certe norme particolari per la formazione del primo Senato della Repubblica fino a che non giungeremo all’esame di tutte le norme transitorie; ma alcuni colleghi hanno fatto presente il desiderio di poterli senz’altro svolgere, perché può essere che ciò che essi direbbero in argomento abbia un riflesso sulle decisioni relative alla formazione permanente del Senato della Repubblica. Do perciò la parola ai presentatori dei due ultimi emendamenti, salvo a decidere il momento nel quale saranno posti in votazione.

Il primo emendamento porta la firma degli onorevoli Leone Giovanni, Avanzini, Rossi Paolo, Pignatari, Cifaldi, Villabruna, Candela, Alberti, Preziosi, Corbino, Condorelli, Costantini, Martinelli, Arcaini, Castelli Avolio, Adonnino. Sarà svolto dall’onorevole Avanzini ed è del seguente tenore:

«Per la prima elezione del Senato, sono nominati senatori di diritto con decreto del Capo dello Stato: i deputati all’Assemblea Costituente che abbiano fatto parte del disciolto Senato, o che siano stati Presidenti del Consiglio o di Assemblea, o che abbiano avuto almeno tre elezioni, compresa quella all’Assemblea Costituente.

«A tale diritto si può rinunciare, ma la rinuncia deve essere fatta prima della firma del decreto di nomina».

L’onorevole Avanzini ha facoltà di svolgere l’emendamento.

AVANZINI. Onorevoli colleghi, l’emendamento da noi presentato riguarda non la costituzione permanente ma unicamente la prima elezione del Senato.

Per questa prima elezione del Senato noi proponiamo che siano nominati senatori di diritto, con decreto del Capo dello Stato, i deputati all’Assemblea Costituente che abbiano fatto parte del disciolto Senato, o che siano stati Presidenti del Consiglio o di Assemblea, o che abbiano avuto almeno tre elezioni, compresa quella all’Assemblea Costituente. Quindi, si potrà obiettare, ancora una volta, nomina dall’alto. Ieri, l’onorevole Alberti ha combattuto questa obiezione con sicura efficacia e sarebbe da parte mia di pessimo gusto ripetere le sue ragioni.

D’altro canto, questa obiezione non ha ragione d’essere, di fronte all’emendamento che noi proponiamo. Infatti questo emendamento non consente una scelta affidata alla libera volontà del Capo dello Stato. Gli eligendi sono individuati in una norma obiettiva, definitivamente limitata. Non si tratta di scegliere gli eligendi, ma solo di esaminare se abbiano i requisiti per essere eletti, requisiti precisati dalla norma. Infatti, nell’emendamento si propone che entrino a far parte del primo Senato i deputati all’Assemblea Costituente che abbiano fatto parte del disciolto Senato o che siano stati Presidenti del Consiglio o di Assemblea. Non è il caso che mi soffermi ad illustrare questo punto dell’emendamento, in quanto esso si riferisce a nomi che sono presenti nel nostro spirito e al nostro ricordo: nomi meritevolissimi di far parte del nuovo consesso. Ma l’emendamento consente anche di varcare la soglia del Senato a quei deputati all’Assemblea Costituente che abbiano avuto almeno tre elezioni, compresa quella all’Assemblea Costituente.

Faccio notare che condizione imprescindibile di eleggibilità, in virtù di questo emendamento, è l’avvenuta elezione in seno all’Assemblea Costituente, e ciò per ovvie ragioni: innanzi tutto per evitare che la soglia del Parlamento possa essere varcata da chi, vantando un numero superiore a tre legislature, quale fascista abbia partecipato a passate legislature del regime. È una preoccupazione di cui non sembra abbia tenuto conto l’emendamento dell’onorevole Nitti.

C’è di più: l’elezione alla Costituente, evidentemente sta a significare una consacrazione, significa il riconoscimento di una dignità mantenuta pura attraverso la sofferenza; e, a mio modestissimo avviso, significa anche che l’avvenuta elezione all’Assemblea Costituente è l’espressione della volontà popolare. Questo emendamento, in definitiva, rispetta in pieno il principio democratico dell’elezione. Infatti questi uomini, entrando nel primo Senato, continueranno ad essere, in fondo, i rappresentanti della volontà popolare. Ma soprattutto sembra che l’emendamento si imponga per una ragione di opportunità e di tecnica parlamentare. Non vi è dubbio che il primo Senato – il nuovo Senato – sarà un’Assemblea nuova, quanto meno composta di gente nuova.

È una impressione che domani potrà anche essere smentita, ma io penso, per esempio, che pochi dei membri di quest’Assemblea pensino oggi con preferenza al Senato piuttosto che alla prossima Camera dei deputati. Forse noi siamo un po’ servi del passato, ma è certo che questa prima Camera dei deputati appare più rigogliosa, più fresca, più feconda, un’arena di ardente battaglia dove di getto si foggia la vita politica italiana con una perenne ansia verso un domani migliore. E allora, fuori di qui andremo a cercare i membri di questo primo Senato? Ma dove trovarli, quando il ventennio ha disperso e cancellato tante vite, tanta saggezza e tante esperienze? Ecco quindi la necessità che nel primo Senato almeno entri un nerbo di uomini esperti, di uomini provati, attraverso dura ed amara esperienza, provati alla vita politica, perché questo nerbo di uomini crei attorno a sé la necessaria organizzazione della nuova Assemblea.

Ecco perché noi pensiamo che questo emendamento potrebbe trovare il favore dell’Assemblea. Non ci mosse in proposito alcuno spirito di parte, perché entreranno nel Senato uomini di diversi partiti, avvicinati da nuovi compiti. Sono stati alieni da ogni spirito di parte i diversi firmatari, i quali avrebbero meglio di me illustrato questo emendamento, ma tutti insieme vi ripetono un’aspirazione sola con voce alta e fervida: che il primo Senato, il nuovo Senato possa rispondere alle esigenze della rinnovata vita politica italiana. (Applausi al centro).

PRESIDENTE. Gli onorevoli Martino Gaetano, Morelli Renato, Villabruna, Cifaldi, Bonino, Colitto, Perrone Capano, Condorelli, Colonna, Mazza, Rodinò Mario hanno presentato la proposta del seguente articolo 55-bis:

«Per la prima elezione del Senato, sono nominati Senatori con decreto del Capo dello Stato:

  1. a) i deputati al Parlamento dichiarati decaduti nella seduta del novembre 1926 e quelli che non furono dichiarati decaduti, ma esercitarono la funzione di oppositori nell’aula, purché non eletti nella cosiddetta lista nazionale;
  2. b) i deputati all’Assemblea Costituente che sono stati Presidenti del Consiglio o di Assemblea;
  3. c) coloro che siano stati membri del disciolto Senato ed abbiano mantenuto atteggiamento di costante opposizione al regime fascista dopo il 3 gennaio 1925».

L’onorevole Martino Gaetano ha di svolgerla.

MARTINO GAETANO. Dopo quanto ha detto l’onorevole Avanzini, potrei anche rinunziare a svolgere il mio emendamento, tanto sono evidenti le ragioni che lo hanno ispirato.

Si vuole da molti che nel primo Senato della Repubblica italiana non manchino vecchi parlamentari, i quali rappresentino quasi una garanzia, per noi, di un efficace funzionamento democratico di questa Assemblea legislativa. E se questo è lo scopo, io penso che non bisogna tanto guardare al numero delle legislature di questi ex parlamentari, quanto, invece, all’attività politica da essi svolta nel passato. In altri termini, ad un criterio quantitativo di valutazione occorre, a parer mio, sostituire un criterio qualitativo.

Per quanto si faccia per cercare di dimenticarlo, è certo che pesa ancora e peserà, io penso, per lungo tempo nella vita politica italiana il ricordo del recente passato. Noi crediamo che una garanzia di efficace funzionamento democratico di quella Assemblea potrà essere offerta soltanto da quegli ex parlamentari che mostrarono, nei tempi più oscuri della dittatura, di volere difendere la democrazia, di volere salvare la libertà.

Che vale il numero delle legislature? Forse questo numero aggiunge qualcosa all’attività politica che in un determinato momento questi uomini svolsero? O forse, la mancanza di questo numero è fattore di svalutazione di quella attività politica?

Sono questi gli uomini che noi vorremmo vedere entrare di diritto nel primo Senato della Repubblica italiana; i provati nemici della dittatura, gli amici provati della libertà. E questi sono, come dice il mio emendamento: primo, coloro che furono estromessi da quest’Aula nella seduta del 26 novembre 1926 col voto di una maggioranza di Assemblea (pensate: questi erano i soli deputati, in quel tempo, che possiamo considerare davvero liberamente eletti dal popolo italiano, perché gli altri, quelli che costituivano la maggioranza, non erano espressione vera della libera scelta del popolo italiano, essendo qui pervenuti attraverso un artificio elettorale, per mezzo della cosiddetta lista nazionale); secondo, gli oppositori nell’Aula: nell’Aula di Montecitorio ed in quella di Palazzo Madama. Si è cercato di fare una valutazione storica dell’attività politica di questi uomini. Credo che questo sia prematuro. La storia dirà più tardi se l’azione che essi svolsero sia stata opportuna od inopportuna, se possiamo considerare un errore, o non dobbiamo considerarla tale, la tattica che essi seguirono in quel determinato momento politico. Ma è certo, a mio parere, che qualunque sia la valutazione che la storia farà della loro attività politica, questa attività politica resterà sempre come una delle pagine più nobili scritte da una parte del popolo italiano nei tempi più oscuri della dittatura fascista. Così come, qualunque sia questa valutazione della tattica parlamentare seguita da questi uomini, nulla potrà impedire che nel cuore degli italiani resti perenne la commossa riconoscenza per uno di costoro che, se fosse vivo, noi vorremmo vedere entrare per primo nel nuovo Senato italiano: Giovanni Amendola. (Applausi).

PRESIDENTE. Con ciò tutti gli emendamenti sono stati svolti. Abbiamo ora dinanzi a noi due ordini del giorno, i quali pongono il problema del modo di elezione del Senato della Repubblica. Uno, già stampato nel fascicolo degli emendamenti, e che porta le firme degli onorevoli Lami Starnuti, Binni, Morini, Rossi Paolo, Treves, Longhena, Bennani, Canevari, Bocconi, Caporali, Villani, Zanardi, Momigliano, Filippini, è del seguente tenore:

«L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei componenti il Senato della Repubblica debba avvenire a suffragio universale e diretto, con sistema proporzionale e per circoscrizioni regionali».

L’altro ordine del giorno, che mi è stato presentato adesso, porta le firme degli onorevoli Nitti, Rubilli, Persico, Laconi, Gullo Fausto, Quintieri Quinto, Nasi, Bozzi, Grieco, Togliatti, Cifaldi, Reale Vito, Vigna, Molè, Perrone Capano, Basile, Russo Perez, Dugoni e Colitto. Esso è del seguente tenore:

«L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto, con il sistema del collegio uninominale».

L’onorevole Ruini ha facoltà di esprimere il parere della Commissione sugli emendamenti presentati.

RUINI, Presidente della Commissione per la Costituzione. Onorevoli colleghi, noi abbiamo esaurito rapidamente il tema della Camera dei deputati. Entriamo negli articoli concernenti il Senato. Sono tre. Uno è già stato discusso e debbo rispondere in ordine agli emendamenti presentati: è l’articolo 55, il più denso forse di tutta la Costituzione; ma questi sono ormai argomenti concreti, a differenza degli altri più generali ed astratti della prima parte della Costituzione stessa. Credo pertanto che potremo cavarcela relativamente in poco tempo, sebbene gli emendamenti rappresentino una tale selva ed un tale groviglio che occorre proprio la bussola per potersi orientare.

Seguirò questo metodo: enuncerò prima il testo originario del progetto, accennando alle ragioni che hanno indotto la Commissione dei settantacinque a proporlo; poi esaminerò gli emendamenti nell’ordine che si discostano dal testo ed esprimerò infine l’avviso del Comitato in merito ad essi.

Il primo comma dell’articolo 55 dice: «La Camera dei senatori è eletta a base regionale». È prevalso qui il criterio che costituì a suo tempo la maggioranza anche nelle questioni decise sulla Regione, cioè che si dovesse, una volta istituito tale Ente, collegare ad esso la struttura della seconda Camera. Il comma potrebbe apparire un’affermazione generale e più che altro teorica, ma alla sua approvazione o meno, in via definitiva, si collega se sarà o no ammessa una rappresentanza dei Consigli regionali nel Senato. È una questione che va messa logicamente per prima: si tratta di vedere se il Senato dovrà avere o no composizione mista, per la fonte elettorale. Dovrà quindi essere votata per prima. Dalla sua soluzione dipende l’atteggiamento sugli altri emendamenti.

L’onorevole Russo Perez propone di dire «a base territoriale, attribuendo a ciascuna Regione». Evidentemente l’emendamento ha un valore più che altro formale, letterario e non è il caso di insistervi.

L’onorevole Lami Starnuti propone di mettere invece «circoscrizioni regionali». Il Comitato nota che mettendo «circoscrizioni regionali» si legherebbero un po’ troppo le mani, perché le circoscrizioni dovrebbero essere dell’intera Regione; mentre il problema da decidere qui è sostanzialmente un altro, e si concreta se vi debba essere o no una rappresentanza diretta dell’ente Regione.

Hanno proposto di sopprimere il primo comma – e qui la questione diventa di principio – gli emendamenti dell’onorevole Nitti, dell’onorevole Preti, e dell’onorevole Laconi. Bisognerà, ripeto, votare dapprincipio su tale punto, per stabilire quale è l’atteggiamento dell’Assemblea, se intende dare una aliquota di rappresentanza anche ai Consigli regionali o no.

Passiamo al secondo comma. Qui gli emendamenti fioccano più numerosi, e si profilano questioni complesse che sono congiunte tra loro; e cercherò di coordinare e di farne convergere la soluzione, anche se gli emendamenti sono distinti e converrà cominciare coll’esaminarli ad uno ad uno. Desidero, nella mia breve esposizione, di essere fedele fino allo scrupolo.

Il testo del progetto basava su tre punti. Il primo era il quoziente; un senatore ogni 200 mila abitanti o frazione superiore a 100 mila abitanti. Secondo punto: maggiorazione, per ogni Regione, di un numero fisso di cinque. Terzo punto: in ogni caso un limite, nel senso che il numero dei senatori non doveva superare quello dei deputati della Regione. Ecco il trittico al quale si riduce il disposto del comma che avete sotto gli occhi.

Le ragioni cui si ispirarono le norme erano queste: adottare per il Senato, in confronto alla Camera, un numero complessivo più ristretto, ma non troppo. Contemperare, con l’aggiunta di un numero fisso per ogni regione, il principio della proporzionalità agli abitanti della Regione con una certa considerazione della funzione che ha ciascuna Regione, qualunque sia l’entità della sua popolazione. Terzo: evitare, per ragioni evidenti di equilibrio, che i deputati d’una Regione siano meno che i suoi senatori. È opportuno, prima di addentrarci nell’esame di questi punti, evitare un equivoco. Leggendo frettolosamente l’articolo, taluni hanno interpretato la disposizione nel senso che i cinque senatori da aggiungersi come numero fisso per ogni Regione, siano da eleggere dai Consigli regionali; gli altri col metodo più generale di suffragio. Non è così; almeno per il testo quale è in origine (altra può essere la conseguenza in via di modifica); secondo il progetto, i cinque si sommano al numero di senatori determinato in rapporto al quoziente per abitanti; poi si divide la cifra complessiva per tre; ed un terzo ne eleggono i Consigli regionali, il resto il popolo in una data forma di suffragio. Tale la disposizione, su cui convergono gli emendamenti, molteplici e vari.

Emendamenti sul quoziente: mentre il progetto propone un senatore per 200.000 abitanti o frazione superiore alla metà (mi permetterete, per esser breve, di tacere in seguito su eguali riferimenti alla metà che vi sono nelle controproposte), l’onorevole Targetti propone 150 mila, Preti e Lami Starnuti, con due emendamenti, 120 mila.

Quale sarebbe, con tali quozienti, il numero dei senatori?

È bene anche qui un chiarimento; abbiate pazienza; ma debbo darvi tutti gli elementi di comprensione. Un articolo successivo, il 57, dispone che il numero dei deputati e dei senatori deve, ad ogni elezione, commisurarsi ai dati dell’ultimo censimento. Qual è l’ultimo censimento che abbiamo? È il censimento del 1936, cioè di dodici anni fa, il quale dà per tutta la popolazione italiana, compresa la Venezia Giulia, una cifra di 42.990.000, ossia di circa 43 milioni. Senza nuovi censimenti si sono fatti aggiornamenti, calcolando per ogni comune i nati e i morti. Si hanno aggiornamenti che si possono dire definitivi a tutto il 1942; la popolazione, sempre compresa la Venezia Giulia, era salita a 45 milioni e mezzo. Dopo il 1942 non si hanno più aggiornamenti definitivi; ma solo provvisori, a calcolo, perché è mancato il rilievo diretto comune per comune. Così pel 1946 si ha una cifra sempre, all’incirca, di 45 milioni e mezzo, ma non vi sono compresi i fratelli della Venezia Giulia, che un trattato ingiusto ha strappati alla loro madre.

Aggiungo che sono in corso altri aggiornamenti, che saranno definitivi per la fine dell’anno in corso 1947; ma diverranno noti due o tre mesi dopo.

Decideremo, a proposito dell’articolo 57, se per la prima elezione dovremo ricorrere ai dati dell’ultimo censimento o agli aggiornamenti. Nel primo caso avremmo – grosso modo – con un quoziente di 200 mila, non molto più di 200 senatori; nel secondo caso si salirebbe verso i 250. Inutile dire che per le successive legislature, con l’incremento della popolazione il numero dei senatori aumenterà. Tenendo presente che – secondo il testo – vi sarà una quota addiettiva, col numero fisso di 5 per ogni regione, si arriva in complesso per la prima elezione ad un Senato attorno ai 300 membri; che è numero ragguardevole, ma non eccessivo.

Vi è una tendenza a diminuire il quoziente, e cioè ad aumentare i senatori. Si dice che, come si è modificato il progetto per i deputati, facendo discendere il quoziente ad 80.000, si potrebbe fare altrettanto per i senatori, stabilendo il quoziente a 160.000, e cioè al doppio che pei deputati. La proposta potrebbe essere presa in considerazione, se non vi fosse il numero fisso addiettivo.

Veniamo ora appunto al tema di questo numero fisso, che secondo il progetto sarebbe di 5 per Regione. Propongono di sopprimerlo gli emendamenti Lami Starnuti, Preti, Laconi ed anche l’emendamento Caronia; l’emendamento Nitti lo conserva riducendolo a 3 (con che, antiregionalista reciso, l’onorevole Nitti dà qualche peso al concetto di Regione). L’onorevole Mortati propone che, stabilendo il principio, si lasci la cifra indecisa finché non si sarà deciso tutto ciò che concerne l’ordinamento regionale, cioè praticamente, poiché abbiamo rinviato tale tema, sino alla fine della Costituzione. Io non sono favorevole ai continui rinvii che sono pericolosi perché ci troveremo in fondo davanti a un salsicciotto di residui, che non sapremo come cucinare. Del resto il numero delle Regioni non si sposterà mai di tanto da influire sul nostro giudizio sul complesso numerico del Senato.

Veniamo alle questioni di sostanza. Il Comitato ha cercato non senza fatica la migliore decisione, prospettandosi diverse ipotesi e fermandosi successivamente su varie soluzioni. In un primo momento si era pensato di sopprimere il numero fisso addiettivo per ogni Regione e di adottare, sempre per ogni Regione, il sistema del numero minimo. Vale a dire, ogni Regione non avrebbe dovuto avere meno di cinque senatori. La modificazione basava sulla considerazione che, se il motivo era di avvantaggiare le Regioni più piccole, il risultato si otteneva meglio e più efficacemente col numero minimo per esse che coll’aggiungere un numero fisso a tutte le regioni grosse e piccole. Il collega Laconi ha dimostrato che il vantaggio sarebbe, più che per le piccole, per le regioni di grandezza media.

L’inconveniente sarebbe però evitato se, pur conservando il numero fisso, si adottasse un’altra soluzione complessiva, su cui ha finito per fermarsi il Comitato. La soluzione è di stabilire che, oltre al numero di senatori determinato dal quoziente, dall’eleggersi con un dato sistema di suffragio dal popolo, ogni Regione avrebbe un numero fisso di tre senatori, che sarebbe eletto dal Consiglio regionale. La soluzione ha avuto il consenso di tutti i membri del Comitato; ma per alcuni di essi con dichiarazione esplicita che avrebbero votato contro il primo comma dell’articolo, non ammettendo l’aliquota da eleggersi dai Consigli regionali; e – soltanto ove questa fosse approvata – accetterebbero la soluzione concordata.

È una soluzione che corrisponde alla proposta dell’onorevole Nitti per un numero fisso di 3, e la combina con un’altra proposta dell’onorevole Zuccarini, di dare ai Consigli regionali l’elezione soltanto del numero fisso.

Quali sarebbero i vantaggi? Innanzi tutto una grande semplificazione, perché non si dovrebbero fare dei coacervi e delle redistribuzioni di numeri nel reparto fra i senatori da eleggersi dai Consigli regionali e quelli da eleggersi in altro modo. La soluzione sodisfa i regionalisti più accesi, in quanto riconosce in pieno il principio che le Regioni debbono avere una certa rappresentanza, in connessione al principio del loro ordinamento autonomo. D’altra parte non si avrebbe che una quota relativamente lieve – in complesso meno di sessanta senatori di fronte agli altri (duecentocinquanta o più) eletti con l’altro metodo. I senatori nominati dai Consigli regionali porterebbero più direttamente l’espressione in seno al Senato dei voti delle Regioni, affinché il Senato possa adempiere ad un compito di coordinamento.

Con la soluzione concordata il quoziente dei collegi elettorali per la rimanente e maggiore aliquota resterebbe sempre lo stesso, mentre col riparto stabilito originariamente nel progetto verrebbe a variare. Resterebbe, è vero, qualche disparità nel numero complessivo di senatori attribuito ad ogni Regione; ma sarebbe una conseguenza inevitabile della rappresentanza data direttamente alle Regioni; e costituirebbe in ogni modo la minore disparità possibile di fronte agli altri congegni di numero fisso o di numero minimo. Si obietta (e l’obiezione vale anche per gli altri congegni) che, dando in più 3 senatori ad ogni Regione, si stimolano le richieste alla formazione di nuove e minuscole Regioni. Ma a ciò osta la disposizione che sta nella Costituzione secondo cui è fatto divieto di costituire nuove Regioni che abbiano un numero di abitanti inferiore ai 500.000; cifra che alcuni propongono di elevare e di raddoppiare.

La soluzione dunque è, per ogni aspetto, sodisfacente: ed ha l’unanimità. Ma, come ho detto, subordinata. Se cade il criterio della rappresentanza speciale ai Consigli regionali, la forma progettata vien meno.

Veniamo ora alla clausola del «limitatore» sostenuta così vivacemente dall’onorevole Russo Perez: il numero dei senatori non potrà, per ogni Regione, superare quello dei deputati. Hanno proposto la soppressione gli onorevoli Lami Starnuti, Targetti, Nitti. L’onorevole Colitto corregge la forma; egli è un po’ il Basilio Puoti della nostra Costituzione. Quanto alla sostanza, anche il Comitato inclina alla soppressione, perché, se la disposizione è astrattamente logica ed ineccepibile, in realtà, nelle applicazioni pratiche, il caso che si vuol evitare, di più senatori che deputati non si presenta per nessuna Regione, neppure per la più piccola, la Basilicata, che avrebbe 7 deputati, e soltanto 6 senatori. Ed allora perché mettere nel testo un inutile precetto?

Io mi preoccupo (non sempre vi riesco, ma la colpa non è mia) di rendere la Costituzione italiana più che sia possibile snella e semplice. Se l’accordo tien fermo (il che dipende dall’approvazione anzitutto del comma primo: «Il Senato è eletto a base regionale») il secondo comma sarebbe formulato così: «A ciascuna Regione è attribuito oltre ad un numero fisso di tre senatori, un senatore per 200 mila abitanti o per frazione superiore a 100 mila. La Valle d’Aosta ha un solo senatore». Il contenuto del comma va messo in rapporto con quello del comma successivo, per cui i 3 (e non di più) sono eletti dal Consiglio regionale.

Procediamo ora nell’esame dell’articolo. Il terzo comma entra nelle questioni più gravi ed importanti: si tratta di scegliere fra i sistemi che si dividono gli animi vostri e verranno fra loro a battaglia: proporzionale pura, collegio uninominale, suffragio indiretto.

Ma prima bisogna decidere se l’elezione del Senato sarà tutta con uno di questi sistemi, o, come è nel progetto, verrà invece ripartita, dandone una quota minore ai Consigli regionali. Il testo iniziale del progetto indicava un terzo. Alcuni emendamenti vorrebbero sopprimere ogni aliquota (e cioè respingere la più diretta rappresentanza regionale che è implicita nel primo comma dell’articolo). Sono gli emendamenti degli onorevoli Lami Starnuti, Targetti, Preti, Laconi, Nitti. Anche l’onorevole Russo Perez sopprimerebbe questa quota per darla al Capo dello Stato. Un emendamento Perassi, fedele invece alla rappresentanza diretta regionale, proponeva dapprima (abbiate pazienza se debbo seguire la stratificazione degli emendamenti che si sono succeduti e man mano superati), di tenere l’aliquota nel terzo (solo in subordine la riduceva ad un quarto), aggiungendo un minimo di 3 per i senatori da eleggersi dal Consiglio regionale. Con che veniva incontro alla soluzione, che poi fu in fine, adottata e che vi ho esposta.

Il Comitato, cioè, conclude che all’elezione dei Consigli regionali sia lasciata solo la quota fissa di tre, ottenendo così i vantaggi di semplificazione che abbiamo visto.

Ed eccoci alla questione più viva: il sistema da seguire per la maggiore aliquota riservata al corpo elettorale. Il testo del progetto stabilisce che l’elezione abbia luogo a suffragio universale e diretto. Non altro. Sarebbe escluso il suffragio indiretto, ma aperta la possibilità alle varie forme del diretto, che si distinguono soprattutto in proporzionale o collegio uninominale.

L’onorevole Lami Starnuti propone nel suo emendamento la proporzionale: ma ha dichiarato poi di limitarsi, per tale riguardo, ad una affermazione con ordine del giorno (una specie di voto impegnativo, che l’Assemblea ha altre volte adottato). Con siffatto rinvio, il testo rimarrebbe pressappoco come è nello schema del progetto.

L’obiezione che si fa principalmente alla proporzionale pel Senato (a prescindere dalle antipatie degli antiproporzionalisti di principio) è che la proporzionale per tutti due i rami del Parlamento farebbe del Senato un doppione e non risponderebbe alle esigenze di una differenziazione che sembra logicamente indispensabile con il principio bicamerale.

Oltre alla proporzionale, sono in lizza i due sistemi del collegio uninominale, proposto negli emendamenti Laconi, Nitti, Rubilli, e del suffragio indiretto, proposto dall’onorevole Perassi. Quest’ultimo è il cosiddetto sistema dei grandi elettori, o elettori a doppio grado. L’emendamento Perassi dice che i senatori saranno eletti da delegati eletti a lor volta fra gli elettori iscritti nella circoscrizione.

Il Comitato è diviso. Sul profilo tecnico è prevalso il politico; ed i partiti hanno preso posizione. Per mio conto mi limito ad osservare: qualunque delle due soluzioni prevalga, si avrà una differenziazione dei due rami del Parlamento, con un sistema diverso, per ciascuno di essi, del metodo di selezione, ma ricorrendo pur sempre al suffragio universale. Per tale riguardo sia l’uno che l’altro sistema sarebbero preferibili alla proporzionale.

E l’uno e l’altro avrebbero, sia pure in grado e forma diversa, comuni vantaggi. Il primo sarebbe di aprire la via ad una maggiore considerazione dell’elemento e del valore personale. Sia nel collegio più ristretto, che facilita più immediati contatti, sia nel seno di un numero relativamente esiguo di elettori di secondo grado, si baderebbe alla personalità dei candidati più che nell’anonimo e complesso fluttuare delle masse elettorali. È presumibile che i senatori avrebbero una certa statura.

Secondo vantaggio: con l’uno e con l’altro sistema si avrebbe la spinta al raggrupparsi dei partiti in concentrazioni od alleanze, e ciò sarebbe un avviamento a quell’avvicendarsi di due o tre formazioni politiche, che è stata la linea classica del sistema parlamentare, dove è nato, ed appare una condizione del suo normale svolgimento. Ai partiti, come sono in questi momenti, può o meno piacere l’immediato riflesso dei blocchi; ma la tendenza, in sé, non può essere condannata.

Naturalmente v’è contrasti e polemica fra i due sistemi. Contro il collegio uninominale vi è una ripugnanza invincibile dei più decisi proporzionalisti, che vedono contradittoria ed assurda la coesistenza della proporzionale e del collegio uninominale, sia pure in due diverse Camere. Contro il suffragio indiretto vi è l’obiezione che è pericoloso mettere le elezioni in mano ai pochi grandi elettori, fra i quali si farebbe strada la camarilla e la corruzione. È la tesi su cui ha molto insistito l’onorevole Nitti.

Non ho altro da dire; vi ho esposto obiettivamente gli argomenti adducibili hinc inde. Come Relatore, il mio compito è di semplificare e chiarificare, localizzando e precisando le tendenze. Per conto mio sono pel collegio uninominale, e subordinatamente per il suffragio indiretto; non sono per la proporzionale.

Abbiamo visto così la prima parte dell’ultimo comma, così denso di questioni. Resta nell’ultima parte la questione dell’età per l’esercizio del diritto di voto. È previsto nel progetto che l’elettore per il Senato abbia 25 anni. L’onorevole Conti propone di scendere a 21 anni; al qual fine basterebbe cancellare l’indicazione dei 25 anni; perché si tornerebbe allora alla norma generale per ogni elezione che l’articolo della Costituzione fissa alla maggiore età. Comunque, il Comitato mantiene l’età a 25 anni, per quel concetto inerente al nome stesso di Senato, che questo corpo debba avere, per ogni riflesso, qualcosa di più qualificato come età. Debbo aggiungere che, se si arrivasse ad adottare il suffragio indiretto, allora (come è nell’emendamento Zuccarini) gli elettori di primo grado potrebbero essere tutti quanti gli aventi una maggiore età; ma i delegati dovrebbero avere 25 anni.

Avrei finito, se non vi fosse un’appendice di emendamenti, che concernono un numero di senatori designati – al di fuori del sistema elettorale – per diritto o per scelta del Capo dello Stato. Una combinazione del criterio elettivo con designazioni di questo genere non è sconosciuto ad altre Costituzioni.

Vi sono due ordini di emendamenti. Uno è per norme permanenti; l’altro per norme transitorie. Con disposizione permanente l’onorevole Russo Perez propone di lasciare al Capo dello Stato di nominare, a libera scelta, il terzo dei senatori. L’onorevole Rubilli riduce al quarto. Non è detto se tali elezioni siano a vita o per una sola legislatura. L’onorevole Alberti propone di dare al Capo dello Stato l’elezione a vita di cinque cittadini illustri.

Vi sono poi, nelle proposte, i senatori di diritto. Gli onorevoli Nitti ed Alberti pongono come tali gli ex Presidenti della Repubblica e del Consiglio dei Ministri; naturalmente a vita. L’onorevole Alberti mette, pei soli Presidenti del Consiglio, la condizione che abbiano, anche interrottamente, ricoperto la carica per un anno. È tutta una casistica – perdonate – su cui debbo richiamare la vostra attenzione. L’onorevole Nitti aggiunge come senatori di diritto le alte cariche dello Stato (primo presidente della Cassazione, presidente del Consiglio di Stato, presidente della Corte dei conti) i cui titolari sarebbero senatori finché durasse la loro carica. Inoltre sei professori eletti dal Consiglio superiore dell’istruzione e qui non si capisce per quanto tempo.

Vi sono poi le proposte d’ordine transitorio. Quella dell’onorevole Leone, Avanzini ed altri suggerisce di fare entrare di diritto (ma con possibilità di rinuncia) nel primo Senato alcuni elementi dei precedenti Parlamenti. Condizione, per tutti, dovrebbe essere di aver fatto parte della Costituente; così che si eliminerebbero i possibili residuati del tempo fascista. Oltre a detta condizione, sarebbero titoli per diventar senatori l’esser stati Presidenti di un Consiglio dei Ministri o di un’Assemblea, senatori o deputati per almeno tre legislature, compresa la Costituente. L’onorevole Nitti porta le legislature a cinque, ma ha detto nel suo intervento che si riserva di riesaminare e fissare altrimenti il numero.

Nel Comitato si sono manifestate diverse opinioni. Per quanto riguarda le norme permanenti è prevalsa l’idea che la qualità di senatore di diritto ed a vita sia da riserbarsi ai soli ex Presidenti della Repubblica, che per il posto da essi occupato non possono discendere, alla fine del loro mandato, nell’agone elettorale. Altro è degli ex Presidenti del Consiglio dei Ministri, pei quali vi sono state riserve, appunto perché possono, e ad essi si addice, chiedere il suffragio degli elettori; ed alcuno ha fatto presenti le conseguenze che si avrebbero per i Presidenti del Consiglio prima della liberazione di Roma. Non è sembrata ammissibile l’entrata in Senato, per diritto, di nessun altro elemento né come carica dello Stato, né come designazione d’un Consiglio superiore.

In quanto alla norma transitoria avete sentito qui esporre con tanta vivezza argomenti a favore, che sono, fra gli altri, di serbare al primo Senato repubblicano elementi sicuri e provetti, che altrimenti, per la loro età, non affronterebbero il disagio della lotta elettorale; la nomina, una volta tanto, per una sola legislatura, riempirebbe in parte il vano lasciato, per la prima immediata elezione del Senato, dalla non partecipazione della quota di senatori attribuita ai Consigli regionali, che non sarebbero a tempo costituiti.

La obiezione che con nomine di siffatto genere, a base non elettiva, si spezzerebbe la linea strutturale del Senato, è superata o almeno attenuata dal fatto che tali nomine avverrebbero per una sola volta, in via di assoluta eccezione. Si tratta di vedere se, dato il carattere transitorio di tale norma, la decisione su di essa sia da prendersi ora o da rinviarsi al momento in cui la Costituente formulerà le disposizioni transitorie della Costituzione.

Ho finito. Vi ho annoiato, ma era necessario esporvi un quadro completo di tutte le proposte. Dovevo – il che corrisponde ai mio temperamento – essere chiaro e semplificatore. Ma gli emendamenti sono così numerosi, e le soluzioni così complicate ed aggrovigliate che ho fatto un grande sforzo per sistemarle e per darne la ragione. In base alla via che vi ho tracciato, voi, scegliendo nel senso che vorrete, potete in breve giungere a conclusione sul tema più discusso e tormentato della Costituzione. Se ciò avverrà ogni mio sforzo sarà compensato. (Vivi applausi).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, occorre dare inizio alle votazioni sopra questa materia, tanto complessa ed importante. Vi sono due ordini del giorno, e gli ordini del giorno devono essere votati prima degli emendamenti sia per una ragione di regolamento, sia perché l’esito della votazione degli ordini del giorno può influire sull’ordine di votazione degli emendamenti e forse anche dettare la presentazione di emendamenti agli emendamenti.

Ritengo dunque che si debba passare senz’altro alla votazione di questi ordini del giorno; e intanto di uno di essi. Come loro avranno presente, i due ordini del giorno propongono rispettivamente all’Assemblea l’uno la costituzione del Senato sulla base del suffragio universale e con il sistema proporzionale, l’altro con il sistema uninominale. Sostiene il sistema uninominale l’ordine del giorno di cui l’onorevole Nitti è il primo firmatario; propone il proporzionale l’ordine del giorno che porta per prima la firma dell’onorevole Lami Starnuti.

RUINI, Presidente della Commissione per la Costituzione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUINI, Presidente della Commissione per la Costituzione. Anche ammesso che gli ordini del giorno debbano avere la precedenza, vorrei pregare i presentatori di considerare se non sia opportuno seguire l’ordine logico, cioè esaminare le questioni secondo la traccia del testo. Vi è prima da stabilire se la composizione del Senato debba essere unica, o lasciata in parte ai Consigli regionali. Vengono poi le altre questioni. Quando saremo arrivati al punto di definire il sistema da seguire per il grosso dei Senatori, affronteremo i due ordini del giorno contrapposti. Quanto ho detto, più che una preghiera, è un rilievo di logica formale.

LACONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LACONI. Mi duole di non poter accogliere la proposta dell’onorevole Ruini. A nome dei presentatori del secondo ordine del giorno, di cui il Presidente ha dato lettura, sono costretto a dichiarare che riteniamo che la votazione del nostro ordine del giorno e, penso, di quello dell’onorevole Lami Starnuti – in quanto delinea la figura del Senato – sia pregiudiziale alla votazione di tutto l’articolo.

PICCIONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICCIONI. Faccio osservare che se si segue questo ordine di votazione rimane pregiudicata preventivamente un’altra posizione che è quella contenuta nell’emendamento Perassi, poiché si verrebbe a contrapporre il sistema uninominale col sistema del suffragio universale diretto sia pure con la rappresentanza proporzionale. Ma c’è un terzo sistema che attraverso la discussione ha raccolto vasti consensi ed è quello, appunto, proposto dall’onorevole Perassi che contempla l’elezione di secondo grado.

Ora, si porrebbe una parte notevole della Camera in questa curiosa situazione, di respingere sia l’ordine del giorno che prevede il collegio uninominale sia l’altro che prevede la proporzionale con il suffragio universale diretto: mentre si può e si deve combinare il sistema proposto dall’onorevole Perassi con quello della proporzionale col suffragio universale diretto.

Mi pare che debba essere tenuta presente questa anomalia che si verificherebbe nel tipo della votazione che è stata proposta. Se occorre, presento un ordine del giorno in questo senso. Se non si segue più l’ordine logico degli emendamenti, ma la procedura della presentazione istantanea degli ordini del giorno, evidentemente siamo tutti liberi di presentare ordini del giorno al posto degli emendamenti. Ma fin qui si è seguito il concetto che gli emendamenti rispetto al testo avessero la precedenza, mentre gli ordini del giorno erano previsti soltanto per la conclusione della discussione generale.

PRESIDENTE. Gli ordini del giorno hanno sempre la precedenza nella votazione.

PICCIONI. Ma dopo la discussione generale: non articolo per articolo.

PRESIDENTE. Un ordine del giorno può essere presentato in qualunque momento, salvo che, a seconda del momento, esso dà o no certi diritti ai presentatori, ad esempio quello di svolgerlo.

In secondo luogo l’ordine del giorno deve essere sottoscritto da un numero di firme, variabile in rapporto al momento in cui esso è presentato.

Ma in ogni caso, se un ordine del giorno è presentato quando ancora non si è passati alla votazione degli emendamenti, esso deve essere votato prima di questi.

D’altra parte, devo confessare che non ho ben compreso le obiezioni dell’onorevole Piccioni.

Così mi pare che una elezione di secondo grado potrebbe essere possibile anche se si adottasse, per ipotesi, il sistema uninominale.

Per richiamare un esempio noto, l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America, che si costituiscono in quella occasione in un unico grande collegio, è un’elezione di secondo grado a collegio uninominale.

Perciò non calza la pregiudiziale di carattere logico posta dall’onorevole Piccioni.

Comunque, se egli presenta un terzo ordine del giorno, esso sarà posto in votazione, naturalmente se e quando gli altri ordini del giorno già presentati non abbiano ottenuto la maggioranza.

LAMI STARNUTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LAMI STARNUTI. Sono d’accordo con l’onorevole Laconi, sulla precedenza nella votazione degli ordini del giorno sugli emendamenti.

Comprendo le obiezioni dell’onorevole Piccioni, ma non mi paiono decisive.

L’ordine del giorno dell’onorevole Nitti ed il mio hanno una prima parte in comune, nella quale è affermato che l’elezione dei senatori deve avvenire a suffragio universale e diretto.

PICCIONI. Dicendosi «diretto» si esclude l’elezione di secondo grado.

LAMI STARNUTI. Dico questo appositamente per marcare che la prima parte dei due ordini del giorno esclude la elezione a suffragio universale indiretto, esclude cioè le proposte dell’onorevole Perassi.

Poiché io domando fin d’ora che la votazione dell’ordine del giorno avvenga per divisione, l’Assemblea si dividerà anch’essa sulla prima parte di uno dei nostri ordini del giorno.

Coloro che sono per la elezione a suffragio universale diretto voteranno la prima parte dell’ordine del giorno dell’onorevole Nitti o del nostro.

Coloro che sono favorevoli alla proposta dell’onorevole Perassi voteranno contro.

Così la votazione non solo si semplificherà, ma avrà il suo naturale procedimento logico.

Per questo, associandomi alle osservazioni dell’onorevole Laconi, insisto perché i nostri ordini del giorno abbiano la precedenza nella votazione.

LUSSU. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUSSU. Per la chiarezza della votazione, io credo indispensabile – non entro in merito – che il collega onorevole Perassi presenti l’emendamento sotto forma di ordine del giorno, perché io non aderisco all’opinione espressa dall’onorevole Presidente, che la questione del collegio uninominale possa comprendere anche quella del suffragio universale indiretto contenuto nell’emendamento Perassi. Mi pare invece il contrario.

Comunque, è bene che l’Assemblea abbia di fronte a sé i tre schemi.

L’onorevole Lami Starnuti ha ragione per la prima parte, ma non per la seconda.

Sarebbe opportuno che l’onorevole Perassi, ripeto, trasformasse il suo emendamento in ordine del giorno.

PRESIDENTE. Mi sembra che, se ci si pone su questo terreno, di trasformare in ordine del giorno ogni emendamento, ci ritroveremo alla fine allo stesso punto di prima e cioè con tante proposte, che, avendo mutato di forma, restano uguali per il contenuto e la sostanza. Tanto vale dunque sottoporre intanto alla sorte del voto gli ordini del giorno già presentati. Se fossero poi tutti respinti, si potrebbe anche accogliere la suggestione dell’onorevole Lussu, salvo che a quel punto non si reputi più opportuno votare sulla base degli emendamenti. Quali questioni si allineano nel progetto della Commissione?

Prima questione: se i collegi nei quali debbono esser fatte le elezioni per la parte elettiva del Senato debbano essere di un solo tipo o di più tipi. Il progetto offre infatti due tipi di collegio. Mi pare che invece nell’ordine del giorno dell’onorevole Nitti ed in quello dell’onorevole Lami Starnuti la questione è, quanto meno implicitamente, risolta diversamente perché vi si parla di un solo modo di elezioni. Essi escludono cioè che vi possa essere dall’una parte un collegio costituito dai consigli comunali o dai consigli regionali, e dall’altra un secondo collegio costituito da elettori che votino o in forma diretta o in forma indiretta.

La seconda questione è appunto quella del suffragio diretto o indiretto. Ma in ambedue gli ordini del giorno si parla di suffragio diretto; e pertanto anche la seconda questione potrà trovare soluzione attraverso la votazione degli ordini del giorno già presentati.

Infine vi è la questione del sistema elettorale. Orbene nell’uno degli ordini del giorno si parla di collegio uninominale; nell’altro del sistema proporzionale. Le tre questioni sono così poste nei due documenti che abbiamo sott’occhi. Sarebbe sufficiente anche uno solo di essi per dare alla Assemblea la possibilità di decidere. Due forse ci offrono maggiori possibilità; ma un terzo sarebbe sicuramente superfluo. Comunque ne parleremo quando sarà deciso il destino dei due già presentati.

RUINI, Presidente della Commissione per la Costituzione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUINI, Presidente della Commissione per la Costituzione. Desidero chiarire che nell’ordine del giorno Nitti non è esplicitamente esclusa la rappresentanza delle Regioni, per mezzo del loro Consiglio. L’esclusione potrebbe ritenersi implicita. Vi sono alcuni che, ammessa quella rappresentanza speciale, sarebbero pel collegio uninominale. Come dovrebbero votare? Tutto consiglia di tornare all’ordine logico della votazione, punto per punto secondo lo schema del progetto. Se no avremo confusioni e possibili contrasti.

PRESIDENTE. I presentatori degli ordini del giorno hanno nulla da rispondere?

LACONI. Non abbiamo nulla da rispondere. Sono stati presentati degli ordini del giorno così come sono. L’onorevole Ruini, e gli altri, possono rendersi conto di quello che vogliono dire.

PRESIDENTE. Vorrei essere meno semplicista. Sono io, ora, a porre una questione: se i loro ordini del giorno, o meglio, uno dei due fosse approvato, significherebbe ciò che tutto l’articolo 55 nel suo testo attuale cadrà?

LACONI. È evidente che qualsiasi altra disposizione cade nella misura in cui contrasta con l’ordine del giorno approvato. (Commenti).

PRESIDENTE. Dovremo però poi discutere – io prevedo – per definire questa misura! È questa la ragione per la quale amerei vedere inserito in questi ordini del giorno anche solo un avverbio di quantità.

Per quello Nitti si potrebbe dire: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei componenti del Senato della Repubblica debba avvenire, per tutti i senatori, a suffragio universale»; per quello Laconi si potrebbe dire: «L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sia completamente eletto col suffragio universale». In questa maniera, la misura è stabilita e non vi potranno poi essere discussioni.

LACONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LACONI. Signor Presidente, mi duole, ma il fatto è che l’ordine del giorno è in se stesso perfetto, e cioè dice quel che vuol dire e tace quel che vuol tacere. A forza di volergli far dire quello che non vuol dire, è chiaro che le questioni si confondono. Noi ci siamo voluti riferire integralmente al sistema di elezione, ma non abbiamo voluto pregiudicare, in quest’ordine del giorno, un’eventuale altra designazione di senatori, che venisse fatta per altra via, per esempio per diritto. Io penso che ciò risulti chiaro dal riferimento che vi è nell’ordine del giorno al sistema di elezione e che quindi non vi sia ragione di ulteriori chiarimenti.

FUSCHINI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FUSCHINI. Signor Presidente, io mi rivolgo specialmente a lei perché ritengo che in questo momento non si possano presentare ordini del giorno, perché gli ordini del giorno si possono presentare solo durante la discussione generale. E ciò per disposizione tassativa del Regolamento che all’articolo 87 così dice:

«Durante la discussione generale, o prima che s’apra, possono essere presentati da ciascun deputato ordini del giorno concernenti il contenuto della legge, che ne determinino o ne modifichino il concetto o servano d’istruzioni alle Commissioni.

«Tali ordini del giorno sono votati prima che sia posto termine alla discussione generale.

«L’ordine del giorno puro e semplice ha la precedenza su tutti gli altri ordini del giorno».

Ora, la discussione generale l’abbiamo già chiusa ed abbiamo anche esaminati tutti gli ordini del giorno che sono stati presentati durante tale discussione. Mi pare, quindi, che non possiamo permettere presentazione di altri ordini del giorno in questo momento, in sede vera e propria di emendamenti. Abbiamo fatto uno strappo ieri per affermare una semplice cosa che non abbiamo voluto mettere in un articolo che si riferisce alla Camera dei Deputati, abbiamo cioè consentito, con deliberazione unanime della Camera, all’onorevole Giolitti di trasformare un suo emendamento in ordine del giorno. Questa è stata una cosa eccezionale. Noi dobbiamo riaffermare il principio sancito nell’articolo 87 del Regolamento, che cioè in sede di discussione di emendamenti non si possono presentare ordini del giorno, se non col consenso unanime dell’Assemblea.

Per questo ritengo che gli ordini del giorno presentati sia dall’onorevole Nitti, come dall’onorevole Laconi vanno considerati sotto il punto di vista con cui fu considerato l’ordine del giorno Giolitti; ma non possono anticipare una votazione, altrimenti devieremmo da quella che è la norma consuetudinaria e regolamentare per discutere tutto l’articolo creando una confusione dalla quale non sapremmo più liberarci.

Per questa ragione prego l’onorevole Presidente di esaminare la questione in base all’articolo 87 del Regolamento.

LAMI STARNUTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LAMI STARNUTI. Ieri, nello svolgimento del mio emendamento ricordai che la Assemblea nella seduta precedente, in materia di elezione dei deputati, aveva, con una chiarissima decisione, deliberato che la Costituzione non dovesse contenere riferimento ai sistemi elettorali, per consentire alla esperienza di suggerire le eventuali modificazioni senza costringere il Parlamento italiano ad addivenire alla revisione della Carta costituzionale. Osservai che la deliberazione dell’Assemblea circa l’elezione dei deputati doveva ritenersi valida anche per la elezione dei senatori. Di conseguenza dichiarai che trasformavo in ordine del giorno l’emendamento da me presentato. Su tutto questo l’accordo della Camera dovrebbe esistere e avrebbe dovuto esistere in anticipazione. Quando ieri feci questa dichiarazione, la Camera, direi, consentì col suo silenzio. (Commenti al centro). Il silenzio non dice niente in Assemblee come questa? (Commenti al centro).

L’ordine del giorno che io ho presentato essendo la trasformazione pura e semplice dell’emendamento proposto sull’articolo 55 del progetto, deve necessariamente avere la precedenza.

LACONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LACONI. Io credo che l’onorevole Fuschini se si riferisce all’articolo 87 del Regolamento, voglia anche lui far dire al Regolamento quello che il Regolamento non dice, cioè l’onorevole Fuschini vorrebbe che il Regolamento vietasse la presentazione di ordini del giorno durante la discussione di emendamenti. In realtà il Regolamento non dice questo.

Il Regolamento dice unicamente che ordini del giorno i quali modifichino o determinino il concetto informatore della legge o diano istruzioni alle Commissioni, possono essere messi in votazione secondo una determinata procedura. A me non risulta che il Regolamento stabilisca che non possano essere presentati ordini del giorno durante la discussione. ( Interruzione dell’onorevole Fuschini).

Dicevo, il Regolamento non pone un qualsiasi divieto o una qualsiasi limitazione alla presentazione degli ordini del giorno (Commenti al centro), stabilisce soltanto una procedura… (Commenti al centro) …per determinati ordini del giorno, i quali investano tutto il contenuto della legge, lo modifichino, o diano delle istruzioni alle Commissioni. Non vedo alcun’altra disposizione che possa interessare.

PRESIDENTE. Mi pare che l’articolo invocato dall’onorevole Fuschini non fosse 1’87…

FUSCHINI. Sì.

PRESIDENTE. Allora, a questo proposito ha già risposto l’onorevole Laconi. Però l’articolo 77 dice in maniera molto precisa che si possono presentare ordini del giorno anche dopo chiusa la discussione generale, il che significa che possono essere anche messi in votazione. L’articolo 77, infatti, si esprime così:

«La presentazione di un ordine del giorno relativo all’argomento in discussione non dà diritto a discorrere dopo dichiarata chiusa la discussione.

«Però, anche dopo dichiarata la chiusura, il proponente di un ordine del giorno potrà svolgerlo per un tempo non eccedente i venti minuti, quando si sia iscritto prima della chiusura».

Tutto questo mi pare dica chiaramente che si possono presentare ordini del giorno anche dopo dichiarata chiusa la discussione senza la condizione che non sia incominciato l’esame degli emendamenti. Questo per prima cosa.

In secondo luogo, onorevole Fuschini, vi è l’articolo 92 che dice:

«A fronte sia di uno, sia di più emendamenti, non è ammessa la questione pregiudiziale o sospensiva, né l’ordine del giorno puro e semplice, né alcun altro ordine del giorno che non costituisca un emendamento, salvo il caso previsto dall’articolo 89».

Dunque, se un ordine del giorno costituisce emendamento, può essere presentato; se può essere presentato, potrà – credo – essere votato.

Ma aggiungo una considerazione di carattere generale. Noi abbiamo adottato per l’esame del progetto di Costituzione un sistema previsto dal Regolamento, secondo il quale, la discussione non avviene per articoli, ma per titoli e magari anche per più titoli riuniti. Ora non penso che così decidendo l’Assemblea abbia inteso rinunciare a tutte le facoltà conseguenti al metodo normale di discussione. Noi abbiamo infatti deciso di discutere per titoli, per dare un andamento più rapido ai nostri lavori e non per impedire ai membri dell’Assemblea di valersi di tutte le facoltà che il Regolamento loro consente.

Ma il Regolamento consente che su ogni articolo si presentino ordini del giorno; facendo la discussione per titoli, non ci siamo spogliati di questo diritto. E infine, onorevoli colleghi, non trascuriamo i precedenti. Da un sommario dei lavori del Parlamento italiano della tornata del 2 agosto 1921 si può ricavare un precedente. Dice questo testo:

«Chiusa la discussione generale si passa alla discussione degli articoli sul nuovo testo presentato ed è approvato dalla Camera un ordine del giorno Celesia ed altri, accettato dal Governo,» ecc.

Cioè, pur avendo chiusa la discussione generale ed essendo passati all’esame degli articoli, un ordine del giorno è stato presentato, accettato dal Governo e votato.

Non mi sembra, quindi, che se in questo momento noi poniamo in votazione ordini del giorno presentati dopo chiusa la discussione generale – allorché si erano già svolti gli emendamenti – veniamo meno alle norme del Regolamento.

DOMINEDÒ. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DOMINEDÒ. Signor Presidente, mi consenta due rilievi, estremamente brevi. Vorrei distinguere. Se gli ordini del giorno sono stati presentati prima della chiusura della discussione generale, cioè durante la medesima, lo spirito del Regolamento interviene in questo senso: che, chiusa la discussione generale, evidentemente essa non si debba rinnovare, là dove si passi all’esame dei singoli articoli e degli emendamenti relativi, mediante una votazione sugli ordini del giorno stessi. E, in questo senso, mi pare perentoria la disposizione del secondo comma dell’articolo 87, che mi permetto di sottolineare non già con l’intenzione di sottovalutare quanto ella ha detto, onorevole Presidente, bensì per tentare di cogliere lo spirito della norma: che cioè, chiusa la discussione generale, questa non può rinnovarsi sotto forma di ordine del giorno.

Quindi gli ordini del giorno presentati durante la discussione debbono essere votati alla fine della medesima, prima della chiusura.

Secondo rilievo: ma è concepibile che un ordine del giorno sopravvenga a discussione chiusa? Mi permetto di rispondere, seguendo in questo il Presidente, che ciò può avvenire, ma ad una condizione sola: alla condizione cioè che non sia violato lo spirito del Regolamento, già posto in evidenza, e che pertanto tale ordine del giorno non abbia la precedenza sugli altri emendamenti se non assumendo veste e sostanza di un emendamento specifico.

Soltanto così un ordine del giorno potrà avere la precedenza, il che conferma la tesi di partenza per cui, chiusa la discussione generale, non si vota e non si delibera se non in relazione a singoli emendamenti.

Questo dal punto di vista del rigore formale, in sede di interpretazione del Regolamento. Ché se poi, per avventura, dovessimo scendere nel merito della valutazione dei singoli ordini del giorno presentati all’Assemblea, allora evidentemente, dopo il criterio della logica formale, dovrebbe operare un criterio di logica sostanziale, venendosi così a graduare gli ordini del giorno in ragione del loro significato intrinseco. In questa ipotesi subordinata, io mi riserverei di dimostrare che il vero ordine del giorno che dovrebbe allora avere la precedenza sarebbe proprio quello che imposta organicamente e pregiudizialmente la Camera Alta su base regionale. Il che è confermato dalla circostanza che l’altro ordine del giorno, appunto perché di carattere secondario, risulta così frammentario che dovrebbe essere votato esclusivamente per divisione. (Applausi al centro e a destra).

PRESIDENTE. Mi permetta, onorevole Dominedò, che io le osservi che questo ordine del giorno, di cui lei parla, che porrebbe come pregiudiziale la base regionale del Senato, allo stato dei fatti non esiste. Sino a questo momento il ragionamento mio e di tutti i colleghi si è svolto intorno a quello che c’è, intorno a quello che è noto.

Ché se lei poi vorrà presentare un ordine del giorno sull’argomento, le dirò che in tal modo non farà che confermare il contenuto del testo della Commissione, che già propone la base regionale. Ma la precedenza spetta, lei lo sa, all’ordine del giorno che si discosta maggiormente dal testo e cioè dalla base regionale. E pertanto il suo ordine del giorno dovrebbe comunque essere votato dopo e subordinatamente all’esito delle votazioni che precederanno.

DOMINEDÒ. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DOMINEDÒ. Mi permetta, signor Presidente. Ho seguito attentamente la sua risposta, la quale concerne, se mai, la seconda parte del mio intervento, ma lascia del tutto scoperto, se non vado errato, quanto ho detto nella prima parte delle mie considerazioni, sulle quali mi permetto di richiedere la sua parola. Come motivo subordinato, e soltanto subordinato, io ho prospettato il motivo di logica sostanziale. E nel merito la precedenza che ella conferirebbe agli altri ordini del giorno, in quanto più allontanantisi dal testo, costituisce criterio applicabile agli emendamenti piuttosto che agli ordini del giorno. Ma con riserva di tornare sul tema, resto ancora in attesa di ricevere risposta alla prima parte del mio intervento.

PRESIDENTE. La risposta alla prima parte delle sue obiezioni, onorevole Dominedò, è l’articolo 92 del Regolamento, il quale dice:

«A fronte sia di uno, sia di più emendamenti, non è ammessa la questione pregiudiziale o sospensiva, né l’ordine del giorno puro e semplice, né alcun altro ordine del giorno che non costituisca un emendamento, salvo il caso previsto dall’articolo 89».

Il che significa che un ordine del giorno, se ammesso, costituisce emendamento, e perciò si valuta alla stregua degli emendamenti. E allora l’ordine del giorno dell’onorevole Nitti deve avere la precedenza, poiché rappresenta l’emendamento più drastico all’articolo 55, in quanto mira a sopprimerne senz’altro il primo e secondo comma oltre che a modificarne il terzo.

DOMINEDÒ. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DOMINEDÒ. Non voglio tediare l’Assemblea… (Commenti).

PRESIDENTE. Per favore, onorevoli colleghi, facciano silenzio.

DOMINEDÒ. Perdonate. Non vorrei insistere eccessivamente dopo le sue cortesi parole, signor Presidente. Ma, visto che ella stessa pone questi ordini del giorno sul piano degli emendamenti, proprio come mi ero permesso di prospettare a termini dell’articolo 92 del Regolamento, domando allora per quale ragione, in conformità della mia tesi, questo ordine del giorno equivalente ad un emendamento non debba essere inserito in ordine di votazione là dove lo richiede la materia specifica, e cioè al secondo periodo del secondo comma e al terzo comma dell’articolo 55 del progetto di Costituzione, cui si riferisce l’emendamento stesso.

PRESIDENTE. Mi perviene questa comunicazione:

«I sottoscritti dichiarano di trasformare in ordine del giorno l’emendamento Perassi. Uberti, Piccioni, Valenti, Recca, Gronchi, Chatrian, Andreotti, Coccia, Mannini, Angelini, Baracco, Castelli Avolio, Carignani, Bacciconi».

Poiché fra i sottoscrittori non c’è l’onorevole Perassi, chiedo allo stesso se sia d’accordo.

PERASSI. Sì, perfettamente.

PRESIDENTE. Abbiamo quindi tre ordini del giorno.

FABBRI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FABBRI. L’avere assistito alla lunga discussione relativa all’ordine della votazione e la contemporanea presenza di emendamenti e di vari ordini del giorno che dei primi non hanno la forma ma spesso il contenuto, mi ha dato l’impressione di un problema difficilmente solubile, se restiamo esattamente sul terreno in cui la questione è stata posta, e cioè della rigida applicazione del Regolamento.

E allora, data la caratteristica tutt’affatto particolare di questa discussione, che si sostanzia nella creazione ex novo della Carta costituzionale, e nella fattispecie dell’istituto del Senato, io mi domando se un modo di soluzione rapido, semplice e sodisfacente per tutti non potrebbe essere costituito dall’adozione da parte della Presidenza della Camera di un metodo semplificativo che consentisse alla Presidenza stessa di porre all’Assemblea i quesiti singoli e successivi nella loro schematicità, in modo che l’Assemblea, di fronte a ciascun quesito, semplice, unitario, non involgente le altre questioni implicite o esplicite contenute nei vari ordini del giorno, potesse rispondere «sì» e «no».

Procedendo con questo metodo e logicamente, sulla base evidentemente del testo del progetto di Costituzione, io credo che, data l’elasticità mentale della nostra presidenza della quale io ho avuto, con i miei colleghi, ottima esperienza durante tutti i lavori preparatori formativi del testo di progetto in discussione, noi potremmo praticamente arrivare a capo delle varie soluzioni, senza che potesse accadere che vi fossero delle sorprese e che una maggioranza della Camera, pronunciandosi in un modo, temesse poi di avere implicitamente pregiudicata l’una o l’altra soluzione non chiaramente indicata nel testo dell’ordine del giorno o eventualmente nel testo di un emendamento. Noi dovremmo procedere secondo me – e in questo senso io faccio una proposta formale – con l’adozione di un metodo onde fosse consentito alla Presidenza di porre i singoli quesiti. Per esempio, vediamo il primo quesito cui penso: il numero dei rappresentanti al Senato in rapporto della popolazione deve essere alterato, o non alterato dalla esistenza della Regione? Con la risposta a questo primo quesito si risolve nettamente secondo me la questione della cosiddetta base regionale. E una volta che sia deciso che la proporzione numerica non deve essere alterata, evidentemente viene soppressa la questione dei cinque senatori e dei tre senatori e l’altra del cosiddetto «limitatore» dell’onorevole Lussu relativamente alla Regione, ad esempio, del Molise, che ha una popolazione la quale potrebbe forse comportare al massimo il numero di due senatori, mentre con la soluzione dei 5 o dei 3, il criterio proporzionale viene ad essere alterato.

Avute le soluzioni una dopo l’altra, in forma schematica e unitaria, dopo il quesito che mi sono permesso di esporre in via di esempio ne potrebbe venire un altro: i senatori devono essere tutti indistintamente eletti, o vi possono essere dei senatori di diritto? Altra soluzione utile, dopo la quale viene logicamente una successione di quesiti per sapere quali debbano essere i senatori di diritto. E allora si parlerà del Presidente della Repubblica al cessar della carica, degli ex Presidenti del Consiglio, ecc. Con questo sistema, e data la mentalità del nostro Presidente dell’Assemblea, io credo che non si verificherebbe nessuna sorpresa, e che in poco tempo arriveremmo ad esaurire la materia dell’articolo, rimanendo senz’altro da farsi successivamente, dal punto di vista esclusivamente della pura forma, la redazione dell’articolo stesso in rapporto alle singole votazioni. In questo senso io faccio una proposta precisa; altrimenti ho il dubbio che non usciremo rapidamente dall’impaccio.

RUBILLI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUBILLI. Signor Presidente, io credo che a quest’ora, se non avessimo perduto troppo tempo a sofisticare fra ordini del giorno, emendamenti, articoli di Regolamento più o meno contrastanti, avremmo di già risolto le due questioni fondamentali che riguardano la costituzione del Senato e dalle quali credo che dobbiamo cominciare; venendo poi, man mano, alle altre questioni o di dettaglio o di minore importanza.

Per la costituzione del Senato vi sono due questioni fondamentali: primo, suffragio diretto o suffragio indiretto; secondo, collegio uninominale o altro metodo di elezione.

Queste sono le due questioni fondamentali che avremmo di già risolto. Quindi pregherei la Presidenza di cominciare a mettere in votazione queste due questioni fondamentalissime con cui ci saremo sbarazzati in gran parte di tutta quanta la materia che riguarda la formazione della seconda Camera. Semplifichiamo, risolviamo e non perdiamo tempo; si capisce però con le forme regolamentari, mettendo in votazione gli ordini del giorno che alle dette due questioni si riferiscono.

LACONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LACONI. Se la proposta dell’onorevole Rubilli fosse tale, da accontentare tutta l’Assemblea, sulla base di questo schema così semplice, saremmo disposti ad aderire. La proposta dell’onorevole Fabbri ci porterebbe in un dedalo di questioni, sulle quali mal si orienterebbe chi non ha nozione precisa del coordinamento delle questioni.

Se la proposta dell’onorevole Rubilli non fosse accettata dalla Presidenza in questa sua semplicità o non trovasse l’assenso dell’Assemblea, saremmo disposti ad accettare che l’ordine del giorno Perassi venisse messo in votazione per primo.

PRESIDENTE. La proposta Fabbri della quale quella dell’onorevole Rubilli è chiarimento e, in parte, limitazione, non credo possa portare, se accolta ed applicata, alle confusioni temute dall’onorevole Laconi.

Se entriamo in questo criterio, di votare dei quesiti, vi è in questi una successione logica.

Il primo è se il Senato debba essere costituito solo per elezione oppure anche attraverso a nomine da parte del Presidente della Repubblica e con posti di diritto per cariche coperte.

Voci. No, no.

PRESIDENTE. Sì; questa è la prima questione: carattere elettivo o meno del Senato.

Voci. Non è così.

PRESIDENTE. La seconda questione è la seguente: accettato dall’Assemblea il principio che tutti i Senatori debbano essere eletti, dovranno esistere o no, secondo la proposta della Commissione, due settori elettorali – l’uno costituito dall’Assemblea regionale e l’altro o dai Consigli comunali o dai delegati di secondo grado oppure dagli elettori di base?

Terzo quesito: se per quel settore elettivo, diverso dal Consiglio regionale, dovrà valere il suffragio universale o quello limitato (per esempio, con la proposta di fissare a 25 anni l’età per l’elettorato attivo si viene a limitare il suffragio).

E successivamente: suffragio diretto o indiretto? Ed infine: collegio uninominale o sistema proporzionale?

Questi sono i vari elementi della questione. (Interruzioni dell’onorevole Rubilli e dell’onorevole Gasparotto).

Onorevole Rubilli e onorevole Gasparotto, occorre pur rispondere in qualche maniera a questi quesiti! Con nessuna abilità si potrà eluderli.

Comunque, vi sono due proposte: quella degli onorevoli Fabbri e Rubilli, di procedere alla votazione per quesiti; e quella transazionale dell’onorevole Laconi, di iniziare la votazione degli ordini del giorno da quello dell’onorevole Perassi; domando se qualcuno presenta altra proposta a questo proposito.

LUCIFERO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCIFERO. Più che avere qualcosa da proporre o da domandare, devo dire che ho sentito con un certo stupore la proposta dell’onorevole Fabbri e quella dell’onorevole Rubilli; perché – va bene – modifichiamo il Regolamento; si può essere d’accordo a modificare il Regolamento; ma non possiamo improvvisare in piena discussione d’una legge una procedura nuova.

Questa procedura dei quesiti andrà bene in Corte d’assise, dove questi si propongono ai giurati, che rispondono sì o no; qui non siamo dei giurati; siamo uomini che esaminiamo i problemi nei loro vari aspetti. L’accettare un determinato criterio per l’elezione dei senatori non vuol dire avere l’articolo; noi dobbiamo decidere sull’articolo.

Quindi, mi pare che questa proposta, oltre ad essere completamente extra-regolamentare, non risolverebbe il nostro problema. Dopo la votazione sul quesito che l’elettorato spetta agli elettori dell’età di 25 anni, dobbiamo discutere sul modo col quale faremo quel tale articolo, che stabilisce questa norma, perché a seconda del modo come l’articolo sarà stato steso potrà avere un’applicazione od un’altra, un significato od un altro. Prego l’Assemblea, quindi, di rifarsi alla normale prassi seguita finora, cioè di discutere e votare secondo quanto stabilisce il Regolamento e di non improvvisare un’esperienza nuova che, tra l’altro, la mortificherebbe, perché dover rispondere sì e no come dei ragazzini a scuola su delle questioni così importanti e lasciare poi non so a chi la responsabilità della redazione del testo, non mi sembra degno di un’Assemblea Costituente.

PRESIDENTE. Volendo accettare il suo tono scherzoso, le faccio presente che molte volte allora lei è stato come un ragazzino a scuola, perché molte volte ha dovuto dire sì e no, partecipando alle normali votazioni.

LUCIFERO. Ma su di un testo, non su dei quesiti!

PRESIDENTE. Comprendo la sua considerazione, ma mi ero limitato a sottolineare il modo scherzoso col quale l’aveva esposta.

LUCIFERO. Sì, era un modo scherzoso!

PRESIDENTE. Poiché l’onorevole Laconi e mi pare anche l’onorevole Piccioni, che sono stati i due contendenti iniziali di questo torneo, concordano che venga posto in votazione per primo l’ordine del giorno dell’onorevole Perassi, passiamo a questa votazione.

Do lettura del testo dell’ordine del giorno Perassi sul quale avverrà la votazione:

«L’Assemblea Costituente ritiene che i senatori debbano essere eletti nel numero di tre per ogni Regione dal Consiglio regionale e per il resto da delegati eletti a suffragio universale fra gli elettori iscritti nel Comune della circoscrizione elettorale di primo grado in proporzione degli abitanti, secondo le modalità determinate dalla legge».

Su questo ordine del giorno è stato chiesto l’appello nominale dagli onorevoli Avanzini, Cappi, Marzarotto, Recca, Leone Giovanni, Clerici, Bovetti, Firrao, Monterisi, De Caro Gerardo, Belotti, Bertone, Martinelli, Lizier, Ferreri e lo scrutinio segreto da parte degli onorevoli De Filpo, La Rocca, Martino Gaetano, Tonello, Mariani Francesco, Giua, Maffi, Ricci, Fantuzzi, Musolino, Chiarini, Bolognesi, Lombardi Carlo, Pastore Raffaele, Jacometti, Scotti, Faralli, Saccenti, Grazia, Fornara. A norma di Regolamento prevale quest’ultima richiesta.

PICCIONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICCIONI. Io chiederei, data la complicazione strana che porta con sé il sistema dello scrutinio segreto – e soltanto per questo motivo – che la Presidenza avesse la bontà di dare lettura dei firmatari dell’ordine del giorno posto in votazione, che può servire come orientamento.

PRESIDENTE. L’onorevole Piccioni ha chiesto che venga data lettura del nome di tutti i firmatari dell’ordine del giorno Perassi. Hanno firmato gli onorevoli: Uberti, Chatrian, Gronchi, Piccioni, Valenti, Coccia, Andreotti, Angelini, Manzini, Baracco, Sullo, Castelli Avolio, Carignani.

PERASSI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERASSI. Vorrei che su quest’ordine del giorno la votazione avvenisse per divisione. La prima votazione si riferirebbe alla parte dell’ordine del giorno relativa all’elezione dei senatori da parte dei Consigli regionali, la seconda si riferirebbe alla parte concernente l’elezione del resto dei senatori di ciascuna Regione.

PRESIDENTE. L’onorevole Perassi propone che la votazione avvenga sulla prima parte dell’ordine del giorno che prevede l’elezione dei senatori da parte dei Consigli regionali, riservando ad una seconda votazione ciò che si riferisce all’elezione di secondo grado da parte di tutti gli elettori dei Comuni compresi nell’ambito regionale.

La proposta può essere accolta immediatamente ponendo due coppie di urne e votando contemporaneamente per la prima e la seconda parte dell’ordine del giorno. I colleghi facciano dunque attenzione. Essi dovranno dare due voti: il primo si riferisce alla proposta che tre senatori per ogni Regione siano eletti dai rispettivi Consigli regionali; il secondo alla proposta che il resto dei senatori spettante a ogni singola Regione venga eletto «da delegati eletti a suffragio universale fra gli elettori iscritti nel Comune della circoscrizione elettorale di primo grado, in proporzione degli abitanti, secondo le modalità determinate dalla legge». Vorrei essere sicuro che tutti avessero compreso quello che voteranno.

PERASSI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERASSI. Coloro che hanno chiesto lo scrutinio segreto mantengono la domanda per tutte e due le votazioni o no?

PRESIDENTE. Poiché non hanno detto nulla in contrario, si presume di sì.

Votazione segreta.

PRESIDENTE. Procediamo alla votazione a scrutinio segreto e per divisione delle due parti dell’ordine del giorno dell’onorevole Perassi di cui do nuovamente lettura:

«L’Assemblea Costituente ritiene che i senatori debbano essere eletti nel numero di tre per ogni Regione dal Consiglio regionale e per il resto da delegati eletti a suffragio universale fra gli elettori iscritti nel Comune della circoscrizione elettorale di primo grado in proporzione degli abitanti, secondo le modalità determinate dalla legge».

La prima parte comprende le parole iniziali: «L’Assemblea Costituente ritiene che i senatori debbano essere eletti nel numero di tre per ogni Regione dal Consiglio regionale»; la seconda va dalle parole «e per il resto» sino alla fine.

Si faccia la chiama.

MOLINELLI, Segretario, fa la chiama.

(Segue la votazione).

Presidenza del Vicepresidente CONTI

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione segreta ed invito gli onorevoli Segretari a procedere alla numerazione dei voti.

(Gli onorevoli segretari numerano i voti).

Presidenza del Presidente TERRACINI

PRESIDENTE. Esporrò i risultati di questa votazione segreta non con una semplice enunciazione di cifre. Ciò dimostra che non ho tutti i torti quando, prima di ogni votazione, prego i colleghi di fare attenzione a quello che dico e a quello che fanno. In questa votazione, evidentemente, alcuni colleghi o non hanno ben compreso o hanno male operato nel corso della votazione.

La situazione è la seguente, che nella prima coppia di urne, in cui si è votato sulla prima parte dell’emendamento Perassi, sono risultate più palle che non votanti registrati. (Ilarità). Onorevoli colleghi, se per ipotesi giungeremo all’annullamento di questa votazione con la necessità conseguente di restare qui altre due ore per ripeterla, credo che allora più nessuno avrà voglia di ridere.

Nella prima coppia di urne vi erano dunque dieci palle di più, che sono state tuttavia recuperate nella seconda coppia di urne. A quale risultato hanno condotto questi strani trasferimenti di palline dall’una all’altra coppia di urne? A questo risultato, che nella prima votazione si è avuta, fatto il computo delle palline bianche e palline nere, una differenza di 25 voti tra la maggioranza e la minoranza.

Dirò che la cifra di maggioranza è stata stabilita in 205 voti, dati i 408 votanti registrati. Il risultato nella prima coppia di urne è stato di 195 palline bianche e di 220 palline nere nell’urna bianca, con una differenza, che ho già indicato, di 25; mentre nell’urna nera si sono avute 198 palline nere e 213 palline bianche, con una differenza di 15. Per la seconda coppia di urne, la differenza sarebbe stata rispettivamente di 39 e di 49. Precisamente, nell’urna bianca 181 palline bianche e 220 nere; nell’urna nera, 178 palline nere e 227 palline bianche.

Che cosa ci dicono queste cifre? Che la differenza accertata fra maggioranza e minoranza è stata in tutte le urne superiore a quelle dieci unità che si sono così stranamente spostate dall’una all’altra di queste.

Ora, è evidente che ci sono state delle irregolarità in questa votazione, e particolarmente si è manifestata quella irregolarità che il Regolamento cita come la maggiore che possa verificarsi e che può dar luogo alla misura più radicale dell’annullamento della votazione.

Tuttavia, egregi colleghi, l’annullamento sta nella facoltà discrezionale del Presidente, al quale spetta di apprezzare le circostanze.

Orbene, secondo il mio criterio, la sola circostanza da apprezzare è questa: se il numero dei voti irregolarmente imbucato nelle urne sia superiore a quello che sarebbe necessario per modificare il risultato obiettivo dato dal confronto dei voti delle singole urne.

C’è da rammaricarsi dell’irregolarità; e c’è da rammaricarsi anche che i deputai non abbiano ancora imparato, dopo oltre quindici mesi di Assemblea Costituente, a votare. Ma è evidente che, nel caso concreto, le dieci palline normali non hanno la capacità, quand’anche le si computasse, di spostare la maggioranza, a raggiungere la quale entra in gioco una differenza superiore a 10: nel caso minore la cifra è infatti di 15, nel caso maggiore, di 49.

Sono queste le considerazioni che mi suggeriscono, o meglio che mi suggerirebbero, di dichiarare valida la votazione nonostante l’irregolarità che ho reso nota.

Penso che i membri dell’Assemblea concordino con queste mie considerazioni; tuttavia dichiaro che se una tale conclusione dovesse portare al rischio che da parte anche di pochi colleghi si sollevasse poi una eccezione sulla validità della votazione, la votazione dovrà essere ripetuta.

Personalmente ritengo che non ci sia possibilità di sollevare eccezioni, proprio per il potere convincente delle cifre: 10 è meno di 15, e immensamente meno di 49. Ma prego i colleghi, i quali avessero anche il più lontano dubbio sopra la regolarità della conclusione, di dirlo immediatamente, perché il dubbio di uno vale sulla bilancia più della certezza dei quattrocento.

PICCIONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICCIONI. Sono spiacente di dover incomodare oltre il previsto l’Assemblea, ma mi pare che non si possa fare a meno di rilevare l’irregolarità della votazione. Il disposto dell’ultima parte dell’articolo 106 del Regolamento è al riguardo molto chiaro e molto esplicito. Dalla votazione è risultato che nella prima coppia di urne non c’è corrispondenza tra i votanti e i voti effettivamente raccolti dalle urne; nella seconda coppia di urne si verifica la stessa cosa in misura ancora maggiore. (Commenti). Sì, in misura maggiore; ce ne sono di più. (Proteste a destra).

I termini della questione, se sonò bene informato e se ho ben capito quello che ha detto il Presidente dianzi, sono questi: le palline della prima votazione e della seconda non corrispondono al numero dei votanti. È esatto o non è esatto questo?

Voci. Non è esatto.

PICCIONI. Quindi c’è una grave anomalia, perché non si è riscontrata la corrispondenza fra il numero dei votanti e il numero dei voti. (Commenti a sinistra).

PRESIDENTE. Facciano silenzio, per favore. Onorevole Piccioni, la prego di proseguire.

PICCIONI. Questo si è verificato nella prima coppia di urne come nella seconda coppia di urne.

Ora si dice: ma la differenza è tale che non può influire sul conteggio finale e sulla maggioranza prevista in rapporto al numero dei votanti.

Io faccio osservare che è sintomo e indicazione di una – mi limiterei a dire – confusione, quanto meno, della volontà dei votanti; e in questa confusione della volontà dei votanti si può evidentemente intravedere una non perfetta chiarificazione della impostazione delle votazioni, anche nei confronti di quelli che per avventura avessero votato praticamente in maniera esatta.

Il     sospetto è quindi lecito e legittimo; e poiché la differenza non è tale che possa vincere in radice un dubbio di questo genere, e poiché il Regolamento prescrive – per la serietà delle votazioni – che quando si rilevano delle irregolarità di questo genere, bisogna ripetere la votazione, io chiedo all’Assemblea, per la serietà delle sue deliberazioni, (Commenti) di ripetere senza altro la votazione.

Non è un problema di secondaria importanza; è uno dei fondamentali problemi che affronta la Costituente, quello della formazione del Senato. (Commenti a sinistra).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, prego di fare silenzio!

Onorevole Piccioni, prosegua.

PICCIONI. Mi pare di non chiedere nulla di eccezionale.

Rispondo alla precisazione fatta testé dallo stesso onorevole Presidente, quando ha detto che, se la ratifica di una votazione di questo genere non avesse incontrato i consensi unanimi dell’Assemblea, egli si sarebbe sentito in dovere di fare ripetere la votazione. È quello che chiedo a nome mio e del mio Gruppo.

MOLINELLI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MOLINELLI. Mi richiamo alla perfetta buona fede che è certamente in ciascuno di noi. Basta meditare semplicemente sulle cifre aritmetiche di questa votazione per giudicare del suo risultato. Ci sono stati 408 votanti i quali hanno avuto quattro palline ciascuno, cioè 1632 palline. Ebbene, noi abbiamo trovato nelle urne 1632 palline. Questo è un primo dato, e non si può quindi parlare di una alterazione fraudolenta della votazione. (Proteste al centro).

PRESIDENTE. Nessuno ha fatto un cenno in questo senso. Non dica delle cose superflue.

MOLINELLI. Nella prima votazione sono risultate in totale complessivamente 826 palline, il che significa 10 palline in più delle 816 che avrebbero dovuto risultare. Nella seconda lo spostamento è di 806 e cioè 10 in meno, sarebbe dunque di cinque voti. Ora, se il risultato tanto della prima, quanto della seconda votazione dipendesse da questi cinque voti e cioè se l’attribuirli all’una piuttosto che all’altra parte ne spostasse l’esito, io comprenderei il caso di coscienza di coloro che dicono che si deve ripetere la votazione, ma questi cinque voti in nessun caso possono modificarlo, essendo risultate rispettivamente differenze di 15 e di 39 voti. Non mi pare quindi che sia il caso di insistere per ripetere una votazione che, a parte il lieve squilibrio che si verifica assai spesso in questi casi (Voci: no, no), non può essere contestata. C’è sempre qualcuno che per errore o per distrazione mette una pallina in un’urna piuttosto che in un’altra (Rumori al centro). Proprio poco fa, un collega mi ha confessato francamente di aver messo tutte e quattro le palline nelle prime due urne. Concludo, quindi, che secondo me, è inutile ripetere la votazione, non solo, ma che sarebbe anche dannoso il farlo perché istituirebbe il principio che si possa impedire una votazione segreta ogni volta che una parte ne abbia interesse. (Applausi a sinistra – Commenti al centro).

TARGETTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TARDETTI. Onorevoli colleghi. Io ho domandato la parola unicamente per fare un invito all’onorevole Piccioni perché, nella sua serenità, voglia considerare un lato solo della questione e, se lo considererà serenamente, dovrà convenire egli per primo della erroneità della sua richiesta, che dopo le dichiarazioni del nostro egregio Presidente, porterebbe a rinnovare la votazione.

Onorevole Piccioni, il punto della questione è uno solo: se fosse vero che per riconoscere irregolare una votazione e quindi riconoscere la necessità di ripeterla, bastasse il fatto materiale qui avvenuto, anche quando questo fatto non alterasse il risultato della votazione, vorrebbe dire lasciare all’arbitrio di chiunque di rendere preventivamente irregolari tutte le votazioni (Applausi a sinistra – Rumori al centro).

Onorevoli colleghi. Io preferirei che a questi rumori incomposti venissero sostituite, a confutazione di queste mie elementari osservazioni, delle osservazioni anche più elementari, ma che avessero la sostanza di osservazioni e non fossero soltanto dei rumori. Onorevoli colleghi, voi non avete certo bisogno di nessun incitamento né da parte nostra né da parte di altri.

Pensate però che insistere in questo artificio palese e innegabile, non potrebbe essere che l’indice di una incapacità a rassegnarsi all’esito contrario di una votazione. (Applausi a sinistra – Commenti al centro).

TOGLIATTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TOGLIATTI. Onorevoli colleghi, desidero dire soltanto due parole per una breve dichiarazione. Sono d’accordo con i colleghi che hanno dimostrato che l’errore constatato nella disposizione delle palline nell’urna non infirma il risultato della votazione, e che quindi è uno sbaglio ripetere la votazione.

Desidero soltanto fare osservare una cosa: se noi ripetiamo questa votazione per un errore che non infirma il risultato della votazione anche qualora tutte le palline mal poste vengano spostate completamente a favore della parte perdente, se accettiamo questo principio, desidero fare osservare alla parte democristiana, che è più numerosa della nostra, che il risultato vero sarà che avremo introdotto un nuovo metodo, non del tutto leale certamente, di ostruzionismo, ricorrendo al quale si potrà con lieve sforzo e in qualsiasi caso rendere invalida e far ripetere qualsiasi votazione.

Noi siamo oggi in questa Assemblea partito di minoranza; desidero soltanto aggiungere che se questo precedente viene costituito, ce ne ricorderemo e non esiteremo a ricorrere a questo metodo anche noi. (Vivi applausi a sinistra – Proteste al centro – Commenti).

PICCIONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICCIONI. Io non sento nessuna necessità di rispondere agli argomenti – direi, eccessivi – che ha adoperato il collega onorevole Targetti con ritorsioni dello stesso genere e sullo stesso piano; e neppure di raccogliere la previsione un poco minacciosa fatta or ora dall’onorevole Togliatti, perché mi sento sicuro e tranquillo di avere dalla mia parte la disposizione precisa del Regolamento.

E poiché la norma che regge le nostre discussioni e le nostre votazioni è esclusivamente quella del Regolamento, la cui interpretazione è affidata al Presidente e, in secondo grado, all’Assemblea, e poiché il Presidente stesso ha avuto lo scrupolo di rilevare che, a tenore di quanto dispone la norma regolamentare, se fosse stata sollevata da qualche parte una qualche eccezione di irregolarità, egli si sarebbe tenuto in dovere di fare ripetere la votazione, mi pare che il problema – tenuti presenti questi precedenti – si ponga in termini del tutto espliciti e chiari, tali da non poter essere confusi da speculazioni di parte o di chicchessia.

Aggiungo che, se i colleghi sostengono la reale efficienza conclusiva della votazione e sostengono quindi di avere la maggioranza da parte loro, mi pare si darebbe uno spettacolo più dignitoso all’Assemblea ed al Paese, se ci si sacrificasse a ripetere la votazione anziché perdere un’ora su contestazioni di questo genere. (Applausi al centro – Commenti a sinistra).

DUGONI. Sappiate perdere.

PICCIONI. Questa conseguenza, cui oggi noi siamo arrivati a conclusione della votazione, è il risultato di un metodo, di cui – mi sia consentito dirlo – l’Assemblea ha abusato: il metodo dello scrutinio segreto. (Applausi al centro).

PRESIDENTE. Onorevole Piccioni, vorrei far presente che stiamo discutendo di una questione molto definita, di carattere tecnico. Non si allarghi troppo in una schermaglia di sapore politico.

PICCIONI. Riferendomi a coloro che si richiamano alla tradizione in altri campi, devo dire che la tradizione parlamentare italiana era quella di restringere l’applicazione dello scrutinio segreto a casi perfettamente delimitati. (Interruzioni – Rumori).

Una voce a sinistra. L’avete chiesto voi. (Proteste al centro).

DUGONI. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Leggete il Vangelo. (Commenti).

PICCIONI. Oggi lo scrutinio segreto si adotta per ogni questione, che non ha nulla a dire con quelle preventivamente previste dalla prassi parlamentare, con la speranza, ritengo, di confondere un po’ le idee e di suggestionare in qualche modo la libera manifestazione del voto.

L’appello nominale, non c’è dubbio, in modo particolare per queste supreme decisioni, che dovrebbero valere per la vita costituzionale e politica, per lunghi decenni, del nuovo Stato democratico, dovrebbe rispondere più direttamente alla responsabilità personale, che ciascuno di noi deve assumere di fronte al Paese. (Applausi al centro – Rumori).

PRESIDENTE. Onorevole Piccioni, non vada fuori dell’argomento!

PICCIONI. Concludo, facendo rilevare l’ultima parte dell’articolo 106 del Regolamento il quale dice: «quando però si verificassero irregolarità, e segnatamente se il numero dei voti risultasse superiore in qualche urna al numero dei votanti, il Presidente, apprezzate le circostanze, potrà annullare la votazione e disporre che sia tosto rifatta».

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Piccioni! Lei ci sta leggendo un articolo che abbiamo tutti sotto gli occhi!

PICCIONI. Ora mi pare che questa irregolarità prevista dal Regolamento è stata riscontrata nelle due coppie di urne. Ma il problema non va posto neppure in correlazione tra le due coppie di urne, perché sono due votazioni distinte e la votazione va considerata coppia per coppia, indipendentemente da quello che può essere il collegamento puramente occasionale e materiale della contestualità delle due votazioni. (Approvazioni al centro – Rumori a sinistra). Se in altre parole si fosse eseguita una sola votazione ci si sarebbe riferiti a quella irregolarità senza porla in riscontro con l’altra votazione. (Approvazioni al centro – Rumori a sinistra). Siccome si sono eseguite due votazioni, si vuol fare il controllo dell’una attraverso l’altra (Vivi rumori a sinistra), la qual cosa è assolutamente arbitraria. Perciò insisto… (Interruzioni a sinistra).

PRESIDENTE. Ma concluda, la prego!

PICCIONI. Ma perché dovrei concludere così in fretta? C’è forse un limite di tempo stabilito dal Regolamento? Mi dica per quali ragioni sono tenuto a concludere con così estrema rapidità! (Applausi al centro – Rumori a sinistra). Se avete la maggioranza, perché avete tanta paura? (Interruzione dell’onorevole Malagugini).

PRESIDENTE. Onorevole Piccioni, lei mi ha posta una domanda, abbia la cortesia di attendere la risposta. Poiché lei ritiene di potermi interpellare direttamente, le dirò che lei dovrebbe finalmente concludere:

1°) perché ha già presa la parola in precedenza; e in una discussione di questo genere è sufficiente che ogni collega parli una volta sola;

2°) perché, se si parla cionondimeno una seconda volta, occorre farlo, non dico con rapidità (sono dieci minuti che lei ha la parola: ho l’orologio sotto gli occhi) ma almeno senza troppo diffondersi. (Approvazioni a sinistra).

PICCIONI. Mi pare di non aver mai dato esempio personale di aver abusato del diritto di parola. Ci sono altri che hanno abusato di questo diritto, eppure non sono stati così immediatamente richiamati all’osservanza di non so quale norma regolamentare. (Approvazioni al centro – Rumori a sinistra).

In ogni modo concludo riaffermando e rilevando l’irregolarità formale delle due votazioni e chiedendo la ripetizione di entrambe le votazioni secondo quanto dispone il Regolamento e secondo quanto aveva detto ed impostato nella sua prima dichiarazione il Presidente dell’Assemblea. (Applausi al centro – Rumori a sinistra).

LUCIFERO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCIFERO. Onorevoli colleghi, io non voglio soffermarmi su discussioni che escono da questo argomento, né su certe strane forme di fare allusione a coloro che hanno la maggioranza da parte loro, usate da chi è abituato ad averla sempre da parte sua, ed in quei casi sa molto bene servirsene. Ma visto che si è parlato da parte dell’onorevole Piccioni di contestazioni cavillose, io vorrei, non ripetendo il suo termine, dire: dove sono queste contestazioni? Il Regolamento parla molto chiaro e dice che il Presidente, «apprezzate le circostanze, potrà annullare», non «dovrà» annullare la votazione. E le circostanze non possono essere che una circostanza sola: quella cioè che le irregolarità riscontrate siano tali da poter modificare l’esito della votazione. (Applausi a sinistra e a destra – Interruzione dell’onorevole Piccioni – Commenti).

Onorevole Piccioni, io non l’ho interrotta. Quando lei, riferendosi a coloro che non condividevano la sua olimpica opinione, si è servito del termine… (Interruzioni – Proteste al centro). E quando lei si permette di essere di diversa opinione di quella schiacciante maggioranza che lei non ammette… (Rumori al centro).

Contestazione cavillosa – adesso lo dico io – è il volere sostenere che si possa annullare sempre la votazione; perché se noi ammettiamo tale prassi, onorevole Piccioni, io non so chi sarà il primo a servirsene, quando saprà di essere in minoranza, mettendo due palle in un’urna sbagliata per aspettare che i telefoni funzionino, perché li abbiamo visti funzionare molte volte. (Applausi a sinistra – Proteste al centro). E per la seconda parte: nelle due votazioni (questa era una votazione per divisione ed è stata fatta in un solo tempo) le palline c’erano tutte. Ci sono stati degli errori tecnici da parte di chi ha votato, ma non c’è stato nessun inganno, nessun imbroglio, né nessuna cifra può mutare le cose.

Onorevole Piccioni, io preferirei che la votazione si rifacesse, perché sono convinto che ora, soprattutto dopo il suo intervento, la nostra maggioranza sarebbe ancora maggiore. (Applausi a sinistra e a destra – Commenti al centro).

PICCIONI. Questo si verificherebbe per il suo intervento?

LUCIFERO. No, per i suoi!

MOLÈ. Chiedo di parlare per mozione d’ordine.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MOLÈ. Signor Presidente, onorevoli colleghi, io pongo il problema in maniera tale da evitare una inutile continuazione di questa discussione. Abbiamo sentito le varie opinioni, ma il Presidente, il quale in questo caso ha il diritto di valersi delle sue facoltà discretive, ha posto il problema in questi termini: io ritengo (e la sua opinione è la più autorevole, secondo me, la più esatta, anzi la sola esatta) che non ci sia irregolarità tale da annullare la votazione; ma se nell’Assemblea sorgessero voci per chiedere che fosse rifatta la votazione, io aderirei.

E allora che cosa dobbiamo fare? Invece di perdere ancora del tempo inutile in questa discussione (che tuttavia non è stata inutile fino ad ora, perché ci ha potuto far vedere a quali pericoli possono portare certi eccessi formalistici), se non vogliamo continuare una discussione inutile, diciamo al Presidente: si avvalga della sua facoltà discretiva. Dica: ritengo valida la votazione, e la questione è chiusa. Oppure, ritengo che sia opportuno che si rifaccia. E rifaremo la votazione.

Ecco quello che volevo dire.

LUSSU. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUSSU. È nella tradizione parlamentare italiana che si possano muovere, sia pure nei termini della correttezza e della deferenza, delle critiche allo stesso onorevole Presidente dell’Assemblea. Di questa tradizione io mi permetto valermi per dire che il nostro onorevole Presidente oggi ha commesso un errore: il Regolamento gli dava il pieno diritto di apprezzare, secondo il suo esclusivo giudizio, l’esito della votazione. Non lo ha fatto ed ha creduto invece (e qui sta il suo errore) di fare appello all’opinione di noi qui presenti. Da qui l’intervento del collega onorevole Piccioni.

Se questo non fosse avvenuto, e l’onorevole Presidente si fosse avvalso del suo potere discrezionale e avesse dichiarato valida la votazione, neppure l’onorevole Piccioni, ne sono sicuro, avrebbe mosso un rilievo.

Io parlo poiché la mozione presentata dal collega Molè è in ritardo e, una volta manifestatasi l’opinione del collega Piccioni a nome del suo Gruppo, evidentemente il nostro Presidente non può più fare quello che aveva diritto di fare. Mi rivolgo, quindi, al collega onorevole Piccioni, facendo affidamento sulla sua buona coscienza. (Commenti).

Io per questa votazione ho una posizione particolare. Ecco perché mi sono permesso di parlare. Per ragioni note, e che non voglio ripetere, ero avverso alla seconda Camera, avverso al tipo di seconda Camera a collegio uninominale, avverso al tipo a suffragio universale e ho dovuto votare per disperazione l’emendamento Perassi, sostenuto dai colleghi democristiani.

Mi trovo quindi nella stessa identica situazione dei colleghi della Democrazia cristiana. Tuttavia, in coscienza, devo affermare che sarebbe ingiusto ed anche grave se noi oggi ripetessimo la votazione. Bisogna accettarla così come è avvenuta, perché è stato dimostrato che la votazione così come è avvenuta è chiara; non c’è nessuno spostamento.

E allora mi rivolgo al collega onorevole Piccioni e metto alla prova, anzi a dura prova, il suo spirito di comprensione (Commenti): con l’insistere, egli dimostrerebbe di possedere uno spirito fazioso. Io credo che se insistesse, non cadrebbe certamente in peccato mortale, ma in peccato veniale sì. (Si ride).

Io faccio, pertanto, appello allo spirito cristiano del collega onorevole Piccioni. (Commenti al centro).

SCOCCIMARRO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCOCCIMARRO. Io desidero essere molto breve. Quale interesse ci induce a discutere così a lungo su un problema di questo genere? Semplicemente il fatto di non creare un precedente, perché, se non fosse questo, avremmo già fatto una seconda o una terza votazione e risolto ogni controversia.

C’è però un altro problema. L’onorevole Piccioni ha detto che la norma precisa del Regolamento gli dà il diritto di chiedere la ripetizione della votazione.

Io mi permetto di contestarlo. Quando il Regolamento dice che in qualche urna si trovi un numero di palline superiore al numero dei votanti, prevede che qualche collega

in buona o in mala fede – invece di servirsi di due palline – si sia servito di tre o di quattro palline, prevede, cioè, che il numero delle palline di cui ci si è serviti nella votazione superi il numero dei votanti.

Ora, la norma del Regolamento presuppone l’ipotesi normale di una votazione con due urne, per cui è chiaro che se al conteggio si trova un numero di palline che superi il numero dei votanti, c’è qualcuno che ne ha usata qualcuna in più. Ma quando la votazione avviene contemporaneamente in due coppie di urne, l’affermazione del Regolamento deve valere non per una sola, ma per tutte e due le coppie di urne.

Ora, per tutte e due le coppie di urne la somma delle palline è uguale al numero dei votanti, perciò l’obbiezione dell’onorevole Piccioni non è giustificata e non interpreta giustamente lo spirito del Regolamento.

Come terza questione, e concludo, mi permettano i colleghi democristiani di non recare offesa alla loro intelligenza dubitando che anch’essi sono tutti convinti della validità del voto. Non posso concepire che ci sia un solo collega che, di fronte alle cifre, non sia convinto che nel voto c’è stata una maggioranza ed una minoranza chiaramente determinate e che tale rimangono indipendentemente dallo spostamento delle palline.

Questa è la sostanza. Per quanto riguarda il problema di forma, la tesi che io ho esposto per la interpretazione del Regolamento svuota di ogni valore la questione sollevata dall’onorevole Piccioni, per cui il voto dato dall’Assemblea non può essere contestato e rimane interamente valido. (Applausi a sinistra).

SELVAGGI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. (Commenti). Egregi colleghi, non si sollevano questioni di questo genere senza con ciò stesso impegnarsi di portarle a termine.

SELVAGGI. Onorevoli colleghi, io non voglio entrare nel merito di questa dottissima disquisizione; mi limiterò ad esaminarla sotto l’aspetto pratico. Qualora venisse accettato il principio esposto dall’onorevole Piccioni, noi dovremmo considerare nulla questa votazione. Ma allora, come è stato già osservato, si creerebbe un precedente estremamente pericoloso, che cioè, in qualunque votazione, basterebbe da parte di chiunque mettere una pallina in un posto non esatto per ottenere l’annullamento della votazione stessa.

Io dico allora: non mettiamo neppure in discussione questo principio tanto pericoloso per il seguito dei lavori dell’Assemblea, ma domandiamo semplicemente se riteniamo valida o no questa votazione, il che possiamo fare con una semplice alzata di mano. Se in tal modo la votazione sarà annullata, noi la rifaremo, ma non si verrà ad infirmare il principio.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, alcune osservazioni conclusive. Desidero innanzi tutto anch’io sottolineare che nessun obbligo vi è di annullare una votazione quando si siano verificate irregolarità del genere di quelle constatate questa sera: c’è semplicemente al riguardo una facoltà, il che evidentemente è ben diverso.

In secondo luogo, non si è mai dato – l’onorevole Piccioni stesso ha parlato di una prassi – nella storia della Camera italiana, nonostante che irregolarità di questo genere sì siano verificate, che si sia avuto l’annullamento di una votazione. Non è mai avvenuto: questa è la prassi fino ad oggi. Da essa ci si può anche dipartire, ma per intanto, chi si richiama a lei, sappia che fino ad oggi essa non registra alcun annullamento di una votazione.

Comunque, il disposto dell’articolo 106, mette in rilievo il caso di una votazione in cui il numero dei voti risultasse superiore a quello dei votanti. Ma, come bene ha osservato l’onorevole Piccioni, nel caso in questione noi abbiamo avuto una duplice votazione e, mentre in una si è verificata quell’anormalità, nell’altra si è verificato il caso inverso. Ne deriva che l’annullamento potrebbe dichiararsi solo per la prima votazione. Ma se la seconda votazione viene assunta come valida, come non ritenere valida anche la prima, che le è coordinata, nei dati e nelle irregolarità?

Mettere in causa soltanto la prima significherebbe violentare l’ordinamento logico delle cose.

C’è stata una richiesta molto amichevole dell’onorevole Lussu, fatta con il suo solito tono, sereno ed arguto, e rivolta all’onorevole Piccioni. D’altronde la votazione che abbiamo fatto ha tale importanza che occorre sia per il popolo italiano scevra da ogni più lontana ombra. Sta all’onorevole Piccioni ed ai suoi colleghi di Gruppo sciogliere la loro riserva o impegnarsi a chiedere esplicitamente una nuova votazione.

GULLO FAUSTO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GULLO FAUSTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, si è detto che sarebbe pericoloso rifare la votazione, per le conseguenze che ne verrebbero fuori e che io non starò qui ad illustrare ulteriormente. Ma, in realtà, le paventate conseguenze sono la ragione stessa della norma del Regolamento, la quale deferisce appunto al Presidente – e al Presidente soltanto – la decisione della questione. Essa è pienamente giustificata da ciò, che il Regolamento ha previsto che la votazione possa risultare irregolare o per malizia o per distrazione dei votanti, ed ha ritenuto opportuno deferire al Presidente, ed esclusivamente a lui, il potere di decidere. Ecco perché è in questo momento ch’io chiedo di parlare; nel momento in cui il Presidente ritiene di far dipendere la sua decisione da quella dell’onorevole Piccioni o del Gruppo democratico cristiano.

Io protesto, mi consenta, signor Presidente, contro questo invito che ella fa: il Presidente ha il potere, ma non lo può delegare a nessuno; è lui, e lui soltanto, che se ne può e deve avvalere.

Noi affermiamo ciò per garanzia dell’Assemblea. Sarebbe ingiustificabile che in questo momento il Presidente dovesse abdicare al suo potere. A ragion veduta il Regolamento affida a lui, e a lui soltanto, questo potere, proprio per toglierlo all’Assemblea. Non è l’Assemblea che deve decidere; se decidesse l’Assemblea, verrebbero lesi gravemente i diritti della minoranza, non solo, ma anche i diritti della maggioranza, perché potrebbe accadere quello che l’onorevole Togliatti poco fa ha detto: che domani un gruppo di minoranza potrebbe senz’altro rendere vano il voto della maggioranza.

Signor Presidente, ella, ed ella soltanto, deve decidere. La discussione che si è fatta non si doveva fare. Mi lasci dire: lei non doveva consentire che si facesse questa discussione. (Commenti). E questo perché, ripeto, la norma è dettata per garantire i diritti dell’Assemblea; ed io, come facente parte dell’Assemblea stessa, non intendo rinunziare affatto ai diritti che mi assicura il Regolamento.

Signor Presidente, decida lei, indipendentemente dalle proteste dell’onorevole Tizio o dell’onorevole Caio.

Io ciò chiedo, perché intendo che siano garantiti i diritti miei e i diritti dell’Assemblea. (Vivi applausi a sinistra – Commenti).

PICCIONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICCIONI. Rispondendo all’invito cortese di qualche collega e dell’onorevole Presidente dell’Assemblea, io devo fare una semplicissima precisazione: io ho esposto le osservazioni e le proteste che credevo emergessero dalla votazione, così come si è svolta. Le conclusioni – e in questo sono d’accordo con l’onorevole Gullo e con l’onorevole Molè – spettano, a tenore dell’articolo 106 del Regolamento, all’onorevole Presidente dell’Assemblea, il quale, apprezzate le circostanze, dirà e stabilirà se si debba far luogo o meno alla ripetizione della votazione.

Per conto nostro, dichiaro che saremo ossequenti a quella che sarà la decisione del Presidente. (Applausi al centro e a destra).

Risultati della votazione segreta.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, avendo apprezzato le circostanze in relazione alle irregolarità che si sono manifestate nella votazione testé indetta e conclusa, ritengo che il risultato constatato dagli onorevoli Segretari sia valido e pertanto comunico i risultati della votazione a scrutinio segreto.

Sulla prima parte dell’ordine del giorno Perassi il risultato è il seguente:

Presenti e votanti          408

Maggioranza                205

Voti favorevoli            198

Voti contrari                213

(L’Assemblea non approva).

Sulla seconda parte dell’ordine del giorno Perassi il risultato è il seguente:

Presenti e votanti          408

Maggioranza                205

Voti favorevoli            181

Voti contrari                220

(L’Assemblea non approva — Applausi a sinistra – Commenti al centro).

Hanno preso parte alle votazioni:

Adonnino – Alberti – Aldisio – Allegato – Amadei – Ambrosini – Amendola – Andreotti – Angelini – Angelucci – Arcaini – Arcangeli – Assennato – Avanzini.

Bacciconi – Badini Confalonieri – Baldassari – Balduzzi – Baracco – Barbareschi – Bargagna – Barontini Ilio – Basso – Bei Adele – Bellato – Bellusci – Belotti – Benedetti – Benedettini – Bennani – Benvenuti – Bergamini – Bernamonti – Bertela – Bertone – Bettiol – Biagioni – Bianchi Bruno – Bianchini Laura – Bibolotti – Binni – Bitossi – Bocconi – Bolognesi – Bonino – Bonomelli – Bonomi Paolo – Bordon – Borsellino – Bosco Lucarelli – Bovetti – Bozzi – Braschi – Brusasca – Bubbio – Bucci – Buffoni Francesco – Burato.

Caccuri – Caiati – Cairo – Caldera – Calosso – Camangi – Camposarcuno – Canevari – Caporali – Cappa Paolo – Cappelletti – Cappi Giuseppe – Cappugi – Carbonari – Carboni Enrico – Carignani – Caristia – Caroleo – Caronia – Carpano Maglioli – Carratelli – Caso – Cassiani – Castelli Edgardo – Castelli Avolio – Cavallari – Cavalotti – Cerreti – Cevolotto – Chatrian – Chiarini – Chieffi – Chiostergi – Cianca – Ciccolungo – Cifaldi – Cimenti – Cingolani Mario – Clerici – Coccia – Codacci Pisanelli – Colitto – Colombi Arturo – Colombo Emilio – Colonna di Paliano – Colonnetti – Conci Elisabetta – Condorelli – Conti – Coppi Alessandro – Corbi – Corbino – Corsanego – Corsi – Cortese – Cosattini – Costantini – Cotellessa – Cremaschi Carlo – Cremaschi Olindo.

D’Amico – D’Aragona – De Caro Gerardo – De Caro Raffaele – De Filpo – De Gasperi – Del Curto – Della Seta – Delli Castelli Filomena – De Maria – De Martino – De Mercurio – De Michele Luigi – De Michelis Paolo – De Palma – De Unterrichter Maria – De Vita – Di Fausto – Di Giovanni – Di Gloria – Di Vittorio – Dominedò – Donati – D’Onofrio – Dozza.

Ermini.

Fabbri – Fabriani – Faccio – Fanfani – Fantoni – Fantuzzi – Faralli – Farina Giovanni – Farini Carlo – Fedeli Armando – Federici Maria – Ferarese – Ferrari Giacomo – Ferrario Celestino – Ferreri – Fietta – Filippini – Finocchiaro Aprile – Fiore – Fiorentino – Fioritto – Firrao – Flecchia – Foa – Fogagnolo – Foresi – Fornara – Franceschini – Fresa – Froggio – Fuschini.

Gabrieli – Galati – Gallico Spano Nadia – Garlato – Gasparotto – Gatta – Germano – Gervasi – Geuna – Ghidetti – Ghidini – Giacchero – Giacometti – Giolitti – Giordani – Giua – Gonella – Gorreri – Gortani – Gotelli Angela – Grassi – Grazi Enrico – Grazia Verenin – Grieco – Gronchi – Guariento – Guerrieri Emanuele – Guerrieri Filippo – Guidi Cingolani Angela – Gullo Fausto.

Iotti Leonilde.

Jacometti – Jervolino.

Labriola – Laconi – Lami Starnuti – Landi – La Pira – La Rocca – Lazzati – Leone Francesco – Lettieri – Lizier – Lombardi Carlo – Lombardi Riccardo – Longhena – Lozza – Lucifero – Luisetti – Lussu.

Maffi – Magnani – Magrini – Maltagliati – Mannironi – Manzini – Marazza – Marchesi – Marconi – Mariani Enrico – Marinaro – Martinelli – Martino Gaetano – Marzarotto – Mastino Gesumino – Mattarella – Mattei Teresa – Matteotti Carlo – Mazzei – Mazzoni – Mentasti – Merighi – Merlin Angelina – Merlin Umberto – Mezzadra – Micheli – Minio – Molè – Molinelli – Momigliano – Montagnana Rita – Monterisi – Monticelli – Montini – Morandi – Moranino – Morelli Luigi – Morelli Renato – Morini – Mortati – Moscatelli – Mùrdaca – Murgia – Musolino.

Nasi – Negarville – Nenni – Nicotra Maria – Nitti– Nobili Tito Oro – Notarianni – Novella – Numeroso.

Orlando Camillo.

Pacciardi – Pajetta Gian Carlo – Pallastrelli – Paolucci – Paratore – Paris – Pastore Giulio – Pastore Raffaele – Pat – Pecorari – Pella – Pellegrini – Pera – Perassi – Perrone Capano – Persico – Pertini Sandro – Pesenti – Petrilli – Piccioni – Piemonte – Pignatari – Pistoia – Platone – Pollastrini Elettra – Ponti – Pratolongo – Pressinoti – Preti – Priolo – Pucci.

Quintieri Quinto.

Raimondi – Rapelli – Ravagnan – Reale Vito – Recca – Restagno – Restivo – Ricci Giuseppe – Riccio Stefano – Rivera – Rodi – Rodinò Ugo – Romano – Romita – Roselli – Rossi Giuseppe – Rossi Maria Maddalena – Rossi Paolo – Roveda – Rubilli – Ruggeri Luigi – Ruini – Rumor – Russo Perez.

Saccenti – Saggin – Salerno – Salizzoni – Salvatore – Sampietro – Sansone – Santi – Sapienza – Scalfaro – Scarpa – Scelba – Schiavetti – Schiratti – Scoca – Scoccimarro – Scotti Alessandro – Scotti Francesco – Secchia – Segni – Sereni – Sforza – Sicignano – Siles – Silipo – Silone – Simonini – Spallicci – Spano – Spataro – Stampacchia – Stella – Storchi – Sullo Fiorentino.

Tambroni Armaroli – Targetti – Taviani – Tega – Terranova – Titomanlio Vittoria – Togliatti – Tomba – Tonello – Tonetti – Tosato – Tosi – Tozzi Condivi – Treves – Trimarchi – Tupini – Turco.

Uberti.

Valenti – Vanoni – Varvaro – Vemocchi – Veroni – Viale – Vicentini – Vigna – Vigorelli – Villabruna – Villani – Vinciguerra – Volpe.

Zaccagnini – Zagari – Zanardi – Zannerini – Zappelli – Zerbi – Zotta – Zuccarini.

Sono in congedo:

Arata.

Campilli – Canepa – Carboni Angelo – Carmagnola – Codignola – Costa.

Gullo Rocco.

Jacini.

La Malfa – Mastino Pietro – Montemartini.

Parri – Pellizzari.

Tremelloni.

Vischioni.

Sui lavori dell’Assemblea.

PRESIDENTE. Il seguito della discussione del progetto di Costituzione è rinviato ad altra seduta.

SCOCCIMARRO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCOCCIMARRO. Vorrei fare una proposta concreta. Poiché mi pare che prima di iniziare il dibattito sulle mozioni di sfiducia al Governo sia bene ultimare le votazioni che riguardano il problema del Senato, ed essendo anche opportuno che quella discussione non venga interrotta domani per essere ripresa poi martedì, io propongo che la discussione sulla politica generale del Governo venga iniziata e condotta senza soluzione di continuità e pertanto che l’inizio del dibattito sia stabilito per martedì (Commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Naturalmente occorre prendere un atteggiamento conforme all’eventuale maggioranza dell’Assemblea. Dirò però che, dopo le agitazioni dei passati giorni e dopo che sono state presentate le mozioni, data la necessità urgente di risolvere il problema del carovita e di risolvere tutti i problemi economici ad esso connessi, io credo che sia doveroso, per coloro che hanno fatto appello all’Assemblea per ottenere un voto di sfiducia a questo Governo, non ritardare e non trascinare per le lunghe la relativa discussione. Mi pare serio, di fronte al Paese, che, se si è formata nell’Assemblea una maggioranza contraria a questo Governo e idonea a creare una nuova situazione, se questa maggioranza effettivamente esiste, essa deve rivelarsi al più presto; e deve rivelarsi con proposte concrete e con suggerimenti che è possibile fare solo nel corso di un pubblico dibattito.

Quindi, a nome del Governo, dichiaro che desidero che le mozioni vengano trattate al più presto possibile. Per il resto naturalmente mi rimetto all’Assemblea. (Vivi applausi al centro – Commenti a sinistra).

SCOCCIMARRO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCOCCIMARRO. La mia richiesta era determinata dal fatto che all’ordine del giorno dell’Assemblea la discussione sulla mozione di sfiducia era fissata solo per domani e poi era rinviata a martedì, mentre noi riteniamo opportuno evitare una troppo lunga interruzione nella discussione. L’onorevole Presidente del Consiglio ha voluto invece mettere la mia richiesta in una luce politica che non corrisponde ai nostri propositi (Commenti al centro), come se noi volessimo rinviare, procrastinare, ritardare. Io devo ricordare ai colleghi che questa discussione noi l’avremmo incominciata anche prima. Dopo le parole dell’onorevole Presidente del Consiglio, io domando che la discussione s’inizi domani e si continui senza interruzioni. (Applausi).

PRESIDENTE. Onorevole Scoccimarro, a proposito del suo riferimento all’ordine del giorno, devo ricordarle che non vi è nessun ordine del giorno prestabilito. L’ordine del giorno viene stabilito la sera per il giorno successivo; quindi quanto è stato detto o accennato in conversari fuori dell’Aula non impegna l’Assemblea.

BASSO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BASSO. Come firmatario della mozione Nenni, desidero osservare che siamo contrari a qualunque rinvio. Abbiamo sollecitato la discussione, e fu il Presidente del Consiglio che chiese di differirla fino a domani.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei Ministri. Lei è male informato.

BASSO. Noi non abbiamo ragione di differire la discussione ed insistiamo perché si inizi domani.

PRESIDENTE. Comunico che è stata presentata la seguente altra mozione:

«L’Assemblea Costituente, considerati la gravità della crisi economica del Paese ed i preoccupanti sviluppi della situazione internazionale, ritiene necessaria una nuova formazione di Governo più rispondente di quella attuale agli interessi solidali della Nazione e delle classi lavoratrici.

«Conseguentemente nega la sua fiducia al Governo e passa all’ordine del giorno.

«Canevari, Saragat, Zagari, Vigorelli, Simonini, Persico, Piemonte, Villani, Cartia, Lami Starnuti, Cairo».

Ritengo che questa mozione possa essere unita alle altre due già presentate e che la discussione relativa sia posta all’ordine del giorno della seduta pomeridiana di domani.

(Così rimane stabilito).

Interpellanza con richiesta di svolgimento urgente.

PRESIDENTE. È pervenuta alla Presidenza la seguente interpellanza con richiesta di svolgimento urgente:

«Al Ministro dell’interno, sulle misure che intende prendere per stroncare le organizzazioni clandestine fasciste, che in provincia di Milano hanno ripetutamente compiuto crimini ed atti di provocazione e sulla politica che il Governo intende seguire nei confronti delle organizzazioni legali, che servono a mascherare l’attività neofascista e della stampa che fa opera di incitamento al delitto.

«L’attentato di questa notte alla sede della Federazione comunista milanese è una nuova prova della inesplicabile carenza delle forze di polizia e al tempo stesso della urgenza di provvedere.

«Pajetta Gian Carlo, Alberganti, Scotti Francesco, Cavallotti».

Chiedo al Governo quando intenda rispondere.

SCELBA, Ministro dell’interno. Farò sapere nella prossima settimana quando il Governo può rispondere.

PAJETTA GIAN CARLO. Lei rinvia ogni risposta alle interrogazioni che si riferiscono alla lotta contro il fascismo.

SCELBA, Ministro dell’interno. Ritengo che, essendovi una discussione generale sulla politica del Governo, questa sia la sede più opportuna per trattare anche di ciò.

PAJETTA GIAN CARLO. Siccome i fascisti di Milano non aspettano, spero che anche il Governo non aspetti.

Interrogazioni.

PRESIDENTE. Si dia lettura delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

RICCIO, Segretario, legge:

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro delle finanze, per conoscere se non ritenga opportuno prorogare il termine per le denunce dell’imposta progressiva patrimoniale, che scadrebbe il 30 corrente, cioè tra cinque giorni, e ciò perché la legge è stata pubblicata soltanto il 4 corrente mese ed anche perché si attende il testo unico, annunciato dall’articolo 77 della nuova legge.

«Rivera».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro dei lavori pubblici, per conoscere se è proprio necessario, per completare la strada di congiunzione del comune di Modolo (provincia di Nuoro) con quello di Magomadas, attraversare l’abitato con conseguente distruzione di abitazioni o se non piuttosto tale soluzione sia stata suggerita da non encomiabili riguardi verso grossi proprietari terrieri; e in ogni caso se sia ammissibile abbattere caseggiati prima di aver apprestato altri congrui locali nei quali ricoverare le famiglie colpite, che altrimenti andrebbero ad aumentare l’immenso esercito italiano dei senza tetto. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Piemonte».,

«I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro dei trasporti, per sapere quali provvedimenti intenda prendere (in attesa che siano portati a compimento gli studi e i progetti per la comunicazione direttissima Bergamo-Milano) per migliorare le condizioni disastrose del servizio ferroviario fra le due industri città. (Gli interroganti chiedono la risposta scritta).

«Gasparotto, Belotti, Vicentini, Cremaschi Carlo, Vigorelli, Zerbi».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro della pubblica istruzione, per sapere se non ritenga equo ed urgente fissare un punteggio di valutazione del servizio di reggenza prestato – dai direttori didattici per i posti di ispettore e dai maestri elementari per i posti di direttore – per effetto degli incarichi loro affidati dagli Alleati nel periodo di emergenza, e dai provveditori agli studi a norma del regio decreto-legge 4 giugno 1944, n. 158, punteggio da valere agli effetti dello scrutinio di promozione al grado superiore per i direttori ed agli effetti del concorso a posti di direttore per i maestri.

«Ciò in analogia a quanto è stato sancito per i provveditori agli studi reggenti, i quali già se ne avvalgono in sede di espletamento del concorso bandito con decreto ministeriale 30 maggio 1947 (Gazzetta Ufficiale 18 giugno 1947, n. 136).

«Il provvedimento richiesto riveste carattere d’urgenza, nell’interesse della scuola, essendo prossimi lo scrutinio di promozione per i direttori ed il concorso direttivo per i maestri. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Silipo».

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il Ministro della difesa, per conoscere se e quali provvidenze ritenga opportuno di disporre per affrettare le pratiche di pensione che, da oltre due anni, si accumulano inevase nei Distretti militari, essendone causa precipua il lento funzionamento delle Commissioni mediche ospedaliere, le quali sono in numero troppo esiguo e con personale, pur con tutto le zelo, insufficiente ed inadeguato.

«L’interrogante chiede se non sembri opportuno che venga istituita un’apposita Commissione medica presso ogni Distretto militare, almeno fino a quando non risultino esaurite le pratiche di pensione che ad esso fanno capo.

«Presso la Commissione medica ospedaliera di Verona, dalla quale dipendono parecchie Provincie del Veneto, attendono da tempo il loro turno oltre seimila pratiche, il cui esame – col ritmo attuale – richiederà un periodo non breve di anni; più che sufficienti perché non ne godano la conclusione specialmente i numerosi reduci tubercolotici, i quali con voce accorata sollecitano la visita di controllo. Si richiedono, perciò, provvedimenti ispirati a senso di giustizia e di umanità. (L’interrogante chiede la risposta scritta).

«Marzarotto».

PRESIDENTE. Le interrogazioni testé lette saranno iscritte all’ordine del giorno e svolte al loro turno, trasmettendosi ai Ministri competenti quelle per le quali si chiede la risposta scritta.

La seduta termina alle 21.

Ordine del giorno per la seduta di domani.

Alle ore 16:

Svolgimento delle mozioni degli onorevoli Nenni, Togliatti e Canevari.

ANTIMERIDIANA DI GIOVEDÌ 25 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXII.

SEDUTA ANTIMERIDIANA DI GIOVEDÌ 25 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE CONTI

INDICE

Congedo:

Presidente

Interrogazioni (Svolgimento):

Presidente

Grassi, Ministro di grazia e giustizia

La Rocca

Rossi Paolo

Gonella, Ministro della pubblica istruzione

Martino Gaetano

Cappa, Ministro della marina mercantile

Sansone

Di Gloria

Codacci Pisanelli

Vernocchi

Petrilli, Sottosegretario di Stato per il tesoro

Moscatelli

La seduta comincia alle 11.

MATTEI TERESA, Segretaria, legge il processo verbale della precedente seduta antimeridiana.

(È approvato).

Congedo.

PRESIDENTE. Comunico che ha chiesto congedo l’onorevole Costa.

(È concesso).

Interrogazioni.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Interrogazioni.

La prima è quella degli onorevoli La Rocca e Lombardi Riccardo, al Presidente del Consiglio dei Ministri, «per sapere se non ritenga che la Corte suprema di cassazione a sezioni unite, con la sentenza 9 giugno-9 luglio 1947 sulla decadenza dalla carica dei senatori, non abbia, da un lato, invaso il campo del potere legislativo e non si sia attribuito, dall’altro, un potere di controllo costituzionale che ad essa Corte non compete in alcun modo, in quanto non le è riconosciuto da alcuna legge».

Sullo stesso argomento v’è anche la seguente interrogazione, degli onorevoli Rossi Paolo, Bennani, Carboni Angelo, Canevari, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro di grazia e giustizia, «per conoscere se il Governo, di fronte alla sentenza 9 giugno-9 luglio 1947 della Corte di cassazione a sezioni unite, con la quale vengono annullate senza rinvio le ordinanze di decadenza dei senatori fascisti, non creda di dover fornire pubbliche precisazioni circa gli effetti delle pronuncia, i cui motivi e la cui ispirazione, se sono giurisdizionalmente insindacabili, non sfuggono alla libera critica politica e morale».

Il Ministro di grazia e giustizia ha facoltà di rispondere a entrambe.

GRASSI, Ministro di grazia e giustizia. Penso che sia necessario brevissimamente, senza entrare in quella che è – diciamo così – la critica o l’approvazione di un giudicato di un altro consesso sovrano, il quale potrà essere più o meno esatto, come possono essere più o meno esatte tutte le decisioni e deliberazioni collegiali (in quanto è l’influenza del numero, del quorum, che ne stabilisce la decisione e, quindi, non sono mai forme del tutto definitive, ma modificabili), precisare il punto della controversia e la decisione presa dalla Cassazione per rispondere agli onorevoli interroganti.

La Cassazione a sezioni unite in via civile fu investita di trentadue ricorsi di senatori contro la decisione dell’Alta Corte di giustizia. Vi furono molte eccezioni di inammissibilità di questi ricorsi prospettate dall’Avvocatura erariale, nella difesa dello Stato e nell’interesse supremo della legge; e fra queste, ad esempio, una, che riguardava la durata, il termine ormai passato delle pronunzie, delle pubblicazioni di queste ordinanze, che venne superato da parte della Cassazione, malgrado l’articolo 327 del Codice di procedura civile (il quale dice che, qualsiasi sia il difetto della notifica, un anno dopo la pubblicazione della decisione diventa una preclusione per ogni possibilità di gravame in Cassazione); un’altra, anche più grave, costituita dall’articolo 9 del decreto legislativo luogotenenziale 13 settembre 1944, nel quale era detto che contro le pronunzie, le ordinanze dell’Alta Corte di giustizia non era ammessa nessuna forma di gravame o di opposizione.

Queste erano due eccezioni gravissime, ma che, con suo insindacabile giudizio, la Cassazione ha superato. Ritengo inutile leggere le motivazioni. La Cassazione è entrata nel merito dei ricorsi stessi, i quali si fondavano su tre ordini di motivazione; motivazioni, però, che erano tutte riflessi d’un solo motivo, ossia difetto assoluto di giurisdizione. Molti dei colleghi sono giuristi e si rendono conto della gravità di tale situazione, ossia del difetto assoluto di giurisdizione. Per la nostra legge processuale attuale, per l’articolo 362 del Codice di procedura civile, che ha riportato quelle che erano le norme della legge del 1877 sui conflitti di giurisdizione e di attribuzione, la Cassazione, a sezioni unite, ebbe questa alta funzione di giudice delle competenze e delle attribuzioni, in modo che effettivamente, per qualunque giudizio, anche di giudici speciali, essa può intervenire per esaminare se il giudice si è mantenuto nei confini del suo potere giurisdizionale o se non abbia sconfinato o vi sia un vero e proprio difetto di giurisdizione. Questa è la portata dell’articolo 372, che ha riportato nel Codice di procedura civile la vecchia disposizione della legge del 1877.

La Cassazione ha esercitato largamente questa funzione, di essere a capo di tutte le giurisdizioni, sia normali che speciali; e quindi essa ha ritenuto di essere competente a giudicare anche dei ricorsi contro le sentenze dell’Alta Corte di giustizia.

Qui non voglio fare delle critiche su quello che sia stato il giudizio. Certamente c’è questa situazione: che l’Alta Corte di giustizia, come la stessa sentenza dice, non faceva che sostituire quell’Alta Corte di giustizia, che doveva giudicare dei senatori, come foro speciale.

Ricordo che, anche quando vigeva la legge del 1877 sui conflitti di attribuzione, abbiamo avuto il caso Nasi: la sentenza dell’Alta Corte di giustizia fu impugnata dalla Cassazione, la quale, malgrado l’esistenza della legge del 1877, non poteva essa giudicare dell’Alta Corte di giustizia, in quanto che quest’ultima era foro speciale di carattere giurisdizionale, ed anche politico, poiché assommava speciali caratteristiche: il giudizio si riversava non soltanto sulle figure di reato ipotizzate nella legge scritta, ma anche su quelle forme di reato politico, che noi costituzionalisti consideriamo al di fuori e al di sopra del diritto penale.

Ecco la ragione, per la quale l’Alta Corte di giustizia è stata sempre ritenuta al di fuori e al di sopra della possibilità di conflitto e di attribuzione di competenza.

La Cassazione ha ritenuto che questa giurisdizione speciale, che non era Alta Corte di giustizia, ma giurisdizione chiamata per l’epurazione di molti casi, compresi i senatori, rientrasse nelle sue attribuzioni; ed avendo stabilito questo principio di massima, ha esaminato i tre motivi che si prospettavano.

Uno dei motivi era che la legge del 1944 – sia quella precedente, che quella del 13 settembre successiva, che la completava nell’organo – fosse incostituzionale, perché avrebbe violato le disposizioni statutarie riguardanti l’istituto del Senato e, quindi, le prerogative dei senatori.

Su questo punto – e rispondo all’onorevole La Rocca – la sentenza ha dichiarato infondato il motivo, perché ha ritenuto che la legge del 1944, che era una derivazione della legge fondamentale del 25 giugno 1944, n. 151 (la famosa legge che attribuiva i poteri legislativi e i loro limiti e stabiliva quel che si sarebbe dovuto fare per la convocazione dei comizi elettorali e per la Costituente, allo scopo di creare il nuovo ordinamento costituzionale), legge che creò l’Alta Corte di giustizia e deferì ad essa il giudizio del senatore, non fosse incostituzionale. In fondo, da questo punto di vista, all’onorevole La Rocca, il quale dice che la Corte di Cassazione si è attribuito un potere di controllo costituzionale che non le compete, dovrei dire che la Corte di Cassazione non ha accettato questo punto di vista ed ha ritenuto, anzi, infondato il motivo del ricorso. La Cassazione ha invece ritenuto fondati gli altri due motivi, sotto il profilo del difetto assoluto di giurisdizione. Il primo motivo è che l’Alta Corte di giustizia avrebbe formulato delle ipotesi di reato e di penalità e di condotta dei senatori non previsti dalla legge del 1944. Non voglio entrare nel merito, ma debbo dire che questa fu la tesi, cioè che avesse l’Alta Corte di giustizia giudicato su ipotesi non previste dalla legge. Spetta ai giuristi il considerare se questo difetto di giurisdizione è una violazione di legge.

Il secondo motivo è che vi sarebbe stato un difetto di motivo in fatto e in diritto, anche questo ipotizzato come difetto assoluto di giurisdizione. Questo si potrebbe prestare a delle critiche, perché il difetto di motivazione non è un difetto di giurisdizione, ma è anzi il contrario, perché se il giudice riconosce che vi è difetto di motivazione, vuol dire che egli era competente a giudicare. Per questi due motivi, avendo ritenuto fondato il ricorso nel senso di un difetto assoluto di giurisdizione, la Corte di Cassazione ha annullato le ordinanze che condannavano questi due senatori. La cosa più grave è però che non c’è più un giudice di rinvio, perché l’Alta Corte di giustizia, che doveva giudicare di questa condotta politica dei senatori, è stata dichiarata incompetente. Non si tratta di reati, perché si esclude la figura del reato, in quanto il reato avrebbe avuto altre ipotesi e altre giurisdizioni: si tratta, invece, della condotta politica dei senatori. Questa condotta non avrebbe più il suo giudice e la sua giurisdizione. Queste le conseguenze pratiche e politiche a cui accenna l’onorevole Paolo Rossi. Mi pare di aver già detto, in occasione della discussione della legge elettorale, che il Governo ha studiato ed ha pronto, tanto che lo presenterà all’Assemblea, un disegno di legge in cui si dichiara soppresso il Senato e quindi si completa la legge 25 giugno 1946, la quale aveva detto che i senatori cessavano dalle loro funzioni. Questa legge era stata interpretata nel senso che i senatori cessavano dalle funzioni politiche, ma che conservavano le funzioni giurisdizionali. Ora, bisogna dire che il Senato è soppresso completamente: l’organo è decaduto, e decaduti sono i senatori da tutti i loro diritti e dalle loro prerogative. Con questo disegno di legge mi pare che si chiuda la questione, perché l’Assemblea è bene che tenga presente che ci sono i ricorsi di ben 183 senatori: quindi, se la Cassazione non modifica la sua sentenza, noi potremmo trovare a Palazzo Madama un altro Senato, proprio nel momento in cui stiamo discutendo della formazione del nuovo Senato della Repubblica. Il Governo non poteva fare più di questo, mantenendo quella che doveva essere nella divisione delle funzioni dello Stato, l’insindacabilità e la sovranità degli organi giurisdizionali, ma, d’altra parte, provvedendo con quei rimedi, a cui certamente dal punto di vista politico dobbiamo ottemperare, in modo da mettere una pietra sepolcrale sul passato, edificando il nuovo Senato della Repubblica italiana. (Applausi al centro).

PRESIDENTE. L’onorevole La Rocca ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

LA ROCCA. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, non sono in alcun modo sodisfatto delle dichiarazioni dell’onorevole Ministro della giustizia; e prego il Governo e l’Assemblea di seguirmi, per una questione quanto mai delicata e, a mio modo di vedere, non lieve, che dev’essere risoluta in una maniera chiara e netta, una volta per sempre.

Si tratta di stabilire se la Corte di cassazione è soltanto un organo giurisdizionale, tenuto ad osservare la legge, che vale per tutti, e perciò anche per il Supremo Collegio, o, se, da organo giurisdizionale può diventare, con un colpo di testa, essa stessa fonte di diritto e invadere il campo del potere legislativo.

Ed ecco i fatti.

PRESIDENTE. Le raccomando di osservare il tempo accordato per le interrogazioni. Desidererei che tutte le interrogazioni all’ordine del giorno si potessero svolgere.

LA ROCCA. Il legislatore, subito dopo la liberazione di Roma, si trovò di fronte al problema delle sanzioni contro i delitti fascisti, e vi provvide col decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, nel quale si preoccupò della composizione delle Camere legislative e, in particolare, del Senato, ancora in vita, disponendo, all’articolo 8, che l’Alta Corte di giustizia, senza pregiudizio delle altre sanzioni, decidesse sulla decadenza di quei membri che, con i loro voti e atti, contribuirono al mantenimento del regime fascista e a rendere possibile la guerra. Con successivo decreto legislativo (13 settembre 1944, n. 198) furono dettate le norme per regolare i procedimenti di decadenza, alla stregua di criteri particolari, che non hanno nulla di comune con i principî generali del Codice di procedura penale, a cui il Supremo Collegio ha voluto richiamarsi nella sua sentenza 9 giugno-9 luglio 1947, zoppa e perciò claudicante. Si richiedeva, infatti: 1°) una previa richiesta dell’Alto Commissario per le sanzioni; 2°) la notifica di tale richiesta agli interessati; 3°) la facoltà d’indagini e di udire i prevenuti; 4°) l’ordinanza in camera di Consiglio, per la dichiarazione di decadenza; 5°) il divieto di ogni mezzo d’impugnazione contro le vertenze e gli altri provvedimenti dell’Alta Corte. Si trattava, volutamente, di un procedimento semplice e rapido, spoglio di qualsiasi pesantezza e formalità: senza pubblici dibattiti, né contestazioni, né motivazioni, né ricorsi, né appelli, che avrebbero prolungato all’infinito l’attività dell’Alta Corte, intralciando o impedendo l’opera di risanamento politico che si voleva ottenere.

I senatori che, ritenendosi lesi nei loro diritti politici dalle ordinanze dell’Alta Corte, avevano già tentato di far valere le loro ragioni dinanzi alla Corte Suprema, e impararono dalla decisione del gennaio 1946 delle sezioni unite penali che le ordinanze dell’Alta Corte avevano una fisonomia diversa da quella delle sentenze, che si trattava non di reazioni di giustizia, ma di provvedimenti diretti alla difesa dello Stato, di misure preventive nella sfera costituzionale, per scopi decisamente politici, volte a salvaguardare l’ufficio – e, nel caso concreto, un ramo del Parlamento – dalla presenza o dalla partecipazione di persone non idonee o nocive o indegne, si attaccarono all’uncino di altri cavilli e produssero ricorso avanti le sezioni unite civili del Supremo Collegio, a difendere la loro situazione giuridica personale, non solo per la decadenza dalla carica con la perdita di garanzie di carattere costituzionale, ma per gli effetti e le incisioni sulla capacità civile.

GRASSI, Ministro di grazia e giustizia. L’ho già detto.

LA ROCCA. Si badi bene; i ricorrenti allegarono e denunziarono, essenzialmente, il difetto assoluto di giurisdizione dell’Alta Corte, derivato dalla premessa che le disposizioni di cui agli articoli 2, 8 e 42 del decreto legislativo 18 settembre 1944, mancavano di forza di legge, per avere il Governo, con l’emanazione di tali norme, superato i limiti dell’investitura legislativa, alla stregua del decreto legislativo 24 giugno 1944, n. 151 (con cui, appunto si attribuiva al Governo, in via straordinaria e transitoria, una competenza legislativa), modificando la composizione del Senato, le condizioni del suo funzionamento e sopprimendo le garanzie statutarie e le prerogative dei senatori.

Il Supremo Collegio, per aver modo di intervenire in un campo che gli è vietato, ha affermato il principio, che, in caso di gravami, con i quali si denunzia il difetto assoluto di competenza e di giurisdizione, non è ammissibile né concepibile la sottrazione della pronunzia al controllo della Corte di Cassazione, cioè della Corte regolatrice delle competenze e delle giurisdizioni.

Il Supremo Collegio, torcendo, in concreto, il diritto formale e quello sostanziale e facendo, come spesso accade nelle aule giudiziarie, della casistica disseccata un ponte per giungere alle soglie della dialettica, ha adoperato un criterio di grandissima larghezza nell’interpretare le norme sui termini a ricorrere, spaccando i capelli in quattro sulla comunicazione e sulla notificazione, per consentire a tutti i senatori, dichiarati decaduti, di rifugiarsi quando vogliono, nel mantello della misericordia del Supremo Collegio; ha insistito con una lunga disquisizione sulla mancanza di motivazione delle ordinanze, motivazione non richiesta e non necessaria per provvedimenti che miravano, con un giudizio politico, non sindacabile, ad eliminare dal Senato persone incompatibili; e, in ultima analisi, si è servito di tutti questi appigli formali, per creare, con nebbie di procedura, sotto la specie della irregolarità di notifica e del difetto di motivazione, un paravento per l’accoglimento del motivo principale e fondamentale sul vizio di incostituzionalità della legge e, quindi, delle norme sull’Alta Corte e sulla decadenza dei senatori.

E qui la faccenda diventa seria, perché si assiste, ancora una volta, all’arbitrio e all’ardimento con cui il Supremo Collegio inclina a trascendere i limiti della sua funzione istituzionale.

È vecchia la controversia sull’ammissibilità di un sindacato in sede giurisdizionale sull’assunzione da parte del Governo del potere di emanare norme aventi piena efficacia di legge. Ma essa è stata risolta e definita proprio con una legge che attribuisce, in dati casi e su determinate materie, la facoltà al potere esecutivo di emanare norme giuridiche.

Del resto, la dottrina è concorde al riguardo; e basterà ricordare, per tutti, il pensiero di un grande maestro, di Mortara, il quale ha sempre sostenuto che la funzione giurisdizionale non ha alcuna legittima ingerenza nei rapporti politici tra il Parlamento e il Gabinetto; ed ha affermato, quindi, l’incompetenza dell’autorità giudiziaria a negare la costituzionalità dell’esercizio della straordinaria funzione legislativa assunta dal Governo.

Questa è la direttiva a cui si sono informate in Italia la giurisprudenza e la dottrina: direttiva tradotta infine in una disposizione di legge. Come può dunque la Magistratura considerarsi oggi investita di un potere che prima riteneva interdetto e che, di fatto, le è negato? Non certo per la circostanza, che, sciolta la Camera con il decreto legge del 2 agosto 1943, n. 705, doveva considerarsi trasferita al potere giudiziario quella funzione, caratteristicamente ed esclusivamente politica, di controllo sul potere esecutivo, nell’esercizio della potestà legislativa, come su ogni sua attività di Governo.

Ma la Corte di cassazione, cedendo alle suggestioni dei ricorrenti, ha compiuto un tipico eccesso di potere, una vera invasione nella sfera di attribuzioni, che è propria del legislativo.

L’articolo 4 del decreto-legge n. 151 – sul cui carattere costituzionale non è possibile sollevare dubbi – riconosce al Consiglio dei Ministri la piena facoltà di deliberare, senza limitazione di materia, i provvedimenti che hanno forza di legge, finché non sarà costituito il nuovo Parlamento.

Su quale base può poggiare una questione di incostituzionalità di una legge emanata dagli organi che, in una fase transitoria della vita italiana, sono chiamati a formarla: cioè, il Consiglio dei Ministri e il Capo dello Stato?

Ripeto e insisto. L’articolo 9 del decreto n. 198 escludeva contro le sentenze e gli altri provvedimenti dell’Alta Corte qualsiasi mezzo d’impugnazione. Il Supremo Collegio ha creduto, invece, di poter intervenire, proclamando l’esistenza di un eccesso di potere giudiziario e di un assoluto difetto di giurisdizione.

È incredibile – e preoccupa ed allarma – la baldanza con cui il Supremo Collegio intende i limiti e il contenuto delle sue facoltà.

Il legislatore vieta, in taluni casi, ogni ricorso e, perciò, anche il sindacato della Corte di cassazione; ma la Corte non osserva la legge e si ritiene egualmente investita.

GRASSI, Ministro di grazia e giustizia. Le ho già spiegato…

LA ROCCA. Lei non ha spiegato niente. E vorrei che ella, onorevole Ministro, si rendesse conto che, di questo passo, un giorno o l’altro la Cassazione scuoterà, con una sentenza, il suo seggio ministeriale e contesterà la legittimità delle sedute di quest’Assemblea. In altri termini, tutto può essere messo in discussione e in gioco.

La Corte di cassazione ha violato e seguita impunemente a violare la legge. Lo ha fatto in tema di giudizi e sentenze per delitti fascisti; lo ha fatto in tema di decisioni del Consiglio di Stato, decisioni che pure sono escluse dal riscontro di legittimità della Corte di cassazione.

PRESIDENTE. Onorevole La Rocca, concluda.

LA ROCCA. Concludo. Lo ha fatto a proposito delle ordinanze dell’Alta Corte: cioè, in un caso in cui la questione, per la lettera e lo spirito del decreto, non poteva dar luogo a dubbi di sorta. Al tempo fascista, si disse che conveniva resistere alla dittatura. Oggi, la dittatura è crollata; e il problema si pone nettamente in questi termini: quando la legge esclude rimedi giurisdizionali, questa legge deve avere, o no, valore anche per la Corte Suprema, o questa è autorizzata a mettersi al disopra degli altri poteri dello Stato e diventare arbitra della norma di condotta della Nazione? Né accade parlare di tutela dei diritti dei cittadini.

Non si comprende come, nello Stato moderno, possano esistere diritti, se il legislatore non li concede o esplicitamente li nega.

Sorge, inoltre, il quesito, se il legislatore sia libero o no di creare giurisdizioni speciali, per motivi di alto valore sociale, o per superiori interessi nazionali…

PRESIDENTE. Onorevole La Rocca, concluda.

LA ROCCA. …o con procedimenti speciali, più snellii e meno formalistici, senza che la Corte di Cassazione si levi a giudice degli atti del Governo, invadendo il terreno del potere legislativo. Questa è la questione. Non mette conto dilungarsi in commenti, che, di necessità, dovrebbero essere molto amari e molto aspri.

È ancora viva l’eco per lo sgarbo usato, in una circostanza solenne, da un alto rappresentante della Corte nei riguardi dell’attuale Capo dello Stato che, oltre ad essere un servitore devoto del Paese, rappresenta il fiore e il vertice dell’avvocatura in Italia, a cui, se non altro, la Corte Suprema dovrebbe un minimo di rispetto.

Adesso, con una sentenza, contorta e claudicante, si è inteso di vibrare un colpo all’opera dell’Alta Corte e di minare una legislazione volta a tutelare la democrazia antifascista. Potrebbe non apparire infondato il sospetto che il Supremo Collegio si proponga di compiere un’opera di talpa alla base del regime repubblicano.

Questo non può essere in alcun modo sopportato.

Riconosciamo che il Supremo Collegio…

PRESIDENTE. Non è ammissibile quello che lei sta facendo, onorevole La Rocca! La invito a concludere.

LA ROCCA. …è investito di ampi poteri per il rispetto della legge e per il controllo delle giurisdizioni. Ma ci auguriamo che esso, sull’esempio della Corte federale americana, che pure è fornita di potestà quanto mai estese, s’inspiri, nell’esercizio delle sue funzioni, a quel senso di moderazione e di autocontrollo, che deve trovarsi alla base dei rapporti tra legislazione e giurisdizione e dei rapporti fra le varie giurisdizioni.

In caso contrario, tutto l’ordinamento giuridico è sconvolto e la Corte di cassazione minaccia di diventare, a poco a poco, uno Stato nello Stato. (Applausi a sinistra).

PRESIDENTE. Devo dire ai colleghi che quando si tratta di questioni di grande importanza, come quelle svolte dall’onorevole La Rocca, è bene presentare interpellanze, non interrogazioni, perché l’interrogazione importa solo la possibilità di fare osservazioni sulla risposta del Ministro. Si deve, poi, tener conto del diritto di tutti i colleghi a svolgere le loro interrogazioni. Chi parla più di cinque minuti sottrae ai colleghi il tempo necessario per esercitare il proprio diritto. Lo dico perché questa è la regola.

L’onorevole Rossi Paolo ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

ROSSI PAOLO. Io prenderò per me l’ammonizione l’atta dall’onorevole Presidente…

PRESIDENTE. …è il Regolamento, è il buoncostume parlamentare.

ROSSI PAOLO. …e parlerò brevissimamente per dire che non sono d’accordo con l’onorevole La Rocca in un punto soltanto: quando egli dice che questa attitudine della Cassazione ad intervenire là dove non dovrebbe intervenire non è nuova.

Caro La Rocca, è nuova; è nuova perché son passati ventitré anni durante i quali la Corte di cassazione non ha mai avuto il coraggio (Applausi a sinistra) una volta sola di giudicare il ricorso di un infelice condannato da una magistratura speciale. Ne abbiamo avute magistrature speciali di tutti i generi, e ne abbiamo avute anche da ultimo di quelle atroci, con atroci sentenze, nel periodo repubblichino, e la Corte di cassazione, che è presa in questo momento da questa smania di legittimità, non ha mai trovato in sé l’energia necessaria per fare un gesto che assomigliasse lontanamente a quello testé compiuto! Adesso, ad onore della Repubblica, è facile compiere un gesto siffatto, mentre allora, a disdoro di quel Governo, si incontravano delle ostilità che non erano soltanto verbali e si correva il rischio della destituzione. La Corte Suprema (per la quale ho il massimo rispetto come istituto) non ha dato una prova di coraggio né adesso né allora: il coraggio troppo facile, non è una forma di coraggio rispettabile!

Detto questo, onorevole Ministro della giustizia, posso dichiararmi sodisfatto della sua risposta.

Ma, se Ella mi consente, vorrei, giacché siamo in tema di domande, dirle: ella non è contento della nostra interrogazione? Non le ha fatto piacere, onorevole Ministro della giustizia, che le sia stata offerta l’occasione di esprimere una libera critica contro la sentenza della Corte di cassazione e, soprattutto, di dichiarare solennemente ciò che il Paese aspettava, che quella sentenza non costituisce una minaccia contro l’ordine repubblicano e che il Governo ha pronto nel suo cassetto un provvedimento che taglia nettamente la questione e dichiara il Senato decaduto da tutte le sue funzioni?

Lasceremo aperta la «buvette» (nemmeno quella, dice un collega!), ma escluderemo la possibilità dell’Alta Corte costituzionale, sopprimeremo la possibilità teorica dell’auto-convocazione di un organo morto.

E adesso mi pare inutile abusare del tempo e varcare i cinque minuti per riprendere una critica specifica della sentenza della Cassazione. Dopo quello che il collega La Rocca ha detto così bene e con tanto impeto, mi pare che si potrebbe aggiungere una sola osservazione, che è questa: se è vero (e la Corte di cassazione l’ha riconosciuto per implicito) che si trattava di una decisione, di un’ordinanza, di una sentenza (chiamiamola come volete) non impugnabile, l’annullamento di tale decisione per insufficienza di motivazione è una contraddizione in termini, perché le sentenze che non sono impugnabili basta che siano sommariamente motivate. Occorre che il giudice svolga ampiamente i motivi, quando la sentenza è per sua natura soggetta al controllo di un secondo giudice. Ma quando questo controllo non è né previsto né possibile, perché è esclusa l’impugnazione, è evidente che bastano dei motivi puramente sommari. Io ho letto quella sentenza: è una sentenza faziosa; è una sentenza pretestuosa ed è bene che il rappresentante del Governo, che il Ministro della giustizia abbia potuto esprimere una parola di critica. È bene che nel Parlamento una censura si sia levata. Decida liberamente e irrevocabilmente la Cassazione, ma sui motivi, sull’opportunità morale, sul valore politico, sul valore dottrinale, sul valore scientifico di una sentenza decidono le Assemblee, decidono i popoli.

Tante volte la Corte di cassazione ha fatto delle cattive sentenze; questa volta ne ha fatto una pessima. Ed era diritto nostro, diritto dei giuristi, diritto degli uomini politici, diritto della storia dire che quella sentenza, che non si può impugnare, è una cattiva azione, e spero che la cattiva azione sia rapidamente paralizzata dall’annunziato provvedimento di legge.

E nel dichiararmi ancora una volta sodisfatto delle dichiarazioni del Ministro, dirò che la mia soddisfazione sarà attuale e completa, invece che essere una speranza di soddisfazione, quando questo decreto, che per ora viene annunziato, sarà stampato e distribuito alla Camera in maniera che questa lo possa immediatamente approvare.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Martino Gaetano, al Ministro della pubblica istruzione, «per conoscere se non reputi opportuno revocare la disposizione in base alla quale è fatto obbligo alle amministrazioni universitarie di versare al Tesoro, a partire dal prossimo anno accademico, l’importo della sopratassa speciale di iscrizione, incamerata negli anni passati dalle stesse università in virtù dell’articolo 30 del decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 238: disposizione che aggrava ulteriormente le già gravi condizioni finanziarie degli istituti di cultura superiore».

L’onorevole Ministro della pubblica istruzione ha facoltà di rispondere.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. L’onorevole Martino sa che la sopratassa speciale è stata istituita con decreto legislativo 21 giugno 1938 e legge successiva 16 marzo 1942.

Io mi permetto richiamare l’attenzione dell’onorevole interrogante sopra la finalità di questa sopratassa annuale di iscrizione. La finalità è in maniera chiara precisata nella legge, cioè si tratta di creare un fondo che permetta di venire incontro alle particolari necessità di certi determinati bilanci universitari, e, quindi, integrare i bilanci delle università che sono particolarmente deficitarie. Di questa disposizione hanno naturalmente beneficiato le università minori ed in certo senso ne hanno sopportato il peso le università maggiori. Cito solamente un caso, cioè quello dell’università di Messina. L’università di Messina nel 1940-1941 ha incassato come sopratassa speciale annua di iscrizione 350 mila lire ed ha avuto dal Ministero 450 mila lire. Così nell’anno scolastico 1941-42 l’incasso dell’università di Messina è stato di 742 mila lire, mentre il Ministero aveva assegnato alla stessa università un milione e 700 mila lire. Quindi un milione di più di quello che è stato il provento della tassa straordinaria. Perciò mi pare che soprattutto bisogna tener presente queste finalità. Non è che la tassa venga incamerata nel bilancio del Ministero della pubblica istruzione o del tesoro, ma viene incassata al fine di essere messa a disposizione delle università che hanno particolari necessità. In un certo senso è una specie di cassa di compensazione con la quale le università maggiori, che dovrebbero essere quelle che dovrebbero lamentarsi, vengono in aiuto alle università minori più bisognose. Ora, nel 1945, con decreto-legge 5 aprile, si consentì alle università di incamerare questa sopratassa; e ciò fu stabilito per esigenze di carattere bellico, essendo impossibile agli organi centrali di prelevare la tassa stessa. Però la legge del 1945 stabilì pure che la legge del 1938 dovesse valere fino ad un anno successivo al termine della guerra. Quindi col prossimo anno si dovrebbe ritornare alla normalità, cioè alla devoluzione allo Stato dell’incasso della tassa stessa.

L’onorevole interrogante è di opinione che sia più opportuno – egli dice – lasciare la tassa al bilancio universitario, perché se noi applicassimo la legge del 1938 – conclude la sua interrogazione – si avrebbe un aggravio ulteriore delle gravi condizioni finanziarie degli istituti di cultura superiore. Io dico sinceramente che questo aggravio, di fatto, non c’è, perché ciò che deriva al bilancio della pubblica istruzione da questa sopratassa viene restituito alle università stesse proporzionalmente ai rapporti specifici delle singole università. Quindi, per questa ragione, salvo che la risposta dell’onorevole interrogante non metta in rilievo altri aspetti da me non conosciuti né conosciuti dagli uffici, non si vede la necessità di revocare la disposizione del 1938; e quindi si vede la necessità di restare alla legge del 1945 che prevede ad un anno dalla fine della guerra il ritorno alla normalità. Comunque, se si dovessero introdurre modificazioni, l’onorevole interrogante sa che è necessario sentire il parere del Tesoro, non essendo esclusivamente competente il Ministero della pubblica istruzione.

PRESIDENTE. L’onorevole interrogante ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MARTINO GAETANO. Le precisazioni del Ministro sono sostanzialmente esatte. C’è solo una piccola inesattezza, che io mi permetto di rilevare, ed è questa: lo scopo della sopratassa speciale di iscrizione istituita nel 1938 non era soltanto quello di costituire un fondo per integrare i bilanci delle università meno abbienti, ma anche quello di fornire i mezzi al Comitato centrale per le opere universitarie affinché venissero sovvenzionate le opere culturali, politiche e sportive dei gruppi universitari fascisti (G.U.F.). Questi gruppi universitari fascisti oggi non esistono più: esistono attività sportive degli universitari esercitate dai cosiddetti C.U.S. (Centri universitari sportivi); ma queste attività sportive sono ora finanziate mediante una speciale tassa, istituita ad iniziativa del Ministro Gonella (200 lire annue pagate da tutti gli universitari). Orbene, se lo scopo dovesse restare esclusivamente quello di distribuire alle università, in misura diversa a seconda delle loro deficienze di bilancio, questa sopratassa speciale d’iscrizione che tutte le università incassano, io non vedo come oggi si potrebbe sostenere che il mantenimento di questo provvedimento sia, nelle attuali condizioni, opportuno. Una volta, solo alcune università erano deficitarie, solo alcune avevano un bilancio che doveva essere integrato dallo Stato: oggi lo sono tutte. Oggi le grandi università sono più povere delle piccole: pretende forse l’onorevole Ministro che le piccole università contribuiscano ad integrare i bilanci delle grandi? Ripeto: oggi tutte le università si trovano in condizioni di bilancio assolutamente deplorevoli. Ed il perché è evidente: il costo della vita è aumentato in media 47 volte; le tasse sono aumentate 4 volte, rispetto all’anteguerra. Non c’è bilancio universitario che possa reggere in queste condizioni. L’onorevole Ministro, rispondendo in altre occasioni a interrogazioni e ed interpellanze su questa materia, ha più volte insistito sull’opera che il Governo ha inteso svolgere finora ed intende svolgere nell’avvenire, per venire incontro agli istituti di cultura superiore; ed ha particolarmente sottolineato il fatto che si è quintuplicato il contributo dello Stato alle università: provvedimento importante, il quale crea aggravio al bilancio dello Stato. Orbene, poiché l’onorevole Ministro ha voluto citare l’università di Messina, come esempio, ad essa anch’io mi riferirò e dirò che la quintuplicazione del contributo dello Stato ha portato la cifra di 700.000 lire, quale era prima della guerra, a 3 milioni e mezzo per quella università, mentre il versamento allo Stato di questa sopratassa speciale di iscrizione rappresenterebbe oggi 12 milioni di lire. È così che voi volete aiutare le nostre università? Da un lato quintuplicate il contributo e ci date 3 milioni e mezzo all’anno, dall’altro pretendete un versamento di 12 milioni di lire?

Dice l’onorevole Ministro: ci sono due esempi – due soli però, onorevole Ministro! – negli anni passati, nei quali l’università di Messina ebbe più di quello che versò. Io non intendo fare qui la questione specifica dell’università di Messina. Se pure il Ministro mi avesse nella sua risposta garantito, con una promessa formale, che l’università di Messina riceverà a suo tempo dal Ministero più di quello che verserà, io manterrei lo stesso il mio punto di vista: perché è questione di ordine generale. Oggi tutte le università, lo ripeto, sono in condizioni disastrose; ed il disastro è aggravato dal fatto paradossale che esse ancora devono fare da banchieri allo Stato. Le università ricevono i rimborsi con velocità incomparabilmente minore delle spese, cosicché per esempio una non grande università, come quella di Messina, è creditrice dello Stato per 46 milioni di lire.

Io prego l’onorevole Ministro di voler riconsiderare la cosa. Se lo scopo del suo provvedimento è quello di ridistribuire queste somme alle università, ebbene in tal caso si lasci alle università stesse il provento della sopratassa speciale di iscrizione che incassano, almeno fino a quando tutte le università avranno bisogno, indistintamente, di essere aiutate.

Credo che altri scopi non possano esserci. Non è concepibile che il Ministro si proponga di finanziare le opere culturali, politiche o sportive dei comitati permanenti universitari o di altri centri studenteschi.

Spero che l’onorevole Ministro vorrà riflettere sulla questione ed adottare un provvedimento, che sia accolto dalle università con soddisfazione. Frattanto, in attesa dell’ulteriore decisione del Ministro, onestamente io devo dichiarare che la sua risposta non mi ha sodisfatto.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Sansone, ai Ministri della marina mercantile e dell’interno, «per conoscere quali motivi hanno indotto a consentire la cessione di cinque metri della banchina di Pozzuoli (larga in quel punto solo 10 metri) al parroco della chiesa di Santa Maria delle Grazie, per l’ampliamento della detta chiesa, quando non è stato ancora possibile l’ampliamento delle banchine di quel porto così importante per il traffico del medio e piccolo tonnellaggio. Per conoscere, altresì, per quali ragioni il prefetto di Napoli – a seguito dell’ordinanza del comune di Pozzuoli, che ingiungeva al parroco di sospendere i lavori – invitava il sindaco a revocare l’ordinanza stessa, ed al rifiuto di quest’ultimo impediva che gli fosse data esecuzione coattiva, consentendo così la continuazione della costruzione, mentre nella popolazione di Pozzuoli cresce la disoccupazione per la poca attività del porto, dovuta alla sua scarsa ricettività».

L’onorevole Ministro della marina mercantile ha facoltà di rispondere.

CAPPA, Ministro della marina mercantile. Con domanda 22 gennaio 1946 il parroco della Chiesa di S. Maria delle Grazie chiese di acquistare un suolo demaniale marittimo della superficie di metri quadrati 83,20, situato sulla banchina del porto di Pozzuoli, per ampliare l’abside della chiesa gravemente danneggiata per eventi di guerra e costruire un fabbricato da adibire ad opere di assistenza e di culto.

L’Ufficio circondariale marittimo di Pozzuoli e la Capitaneria di Napoli espressero parere favorevole all’accoglimento della richiesta, nella considerazione che la vendita del suolo – già del resto sottratto ai normali usi del traffico perché a ridosso di fabbricati cittadini – data la sua ubicazione e limitata estensione, non poteva apportare alcun pregiudizio agli interessi marittimi e commerciali del porto. Parere favorevole espressero nel corso dell’istruttoria anche l’ufficio del Genio civile di Napoli e il Comando in capo del dipartimento marittimo di Napoli.

In considerazione dell’esito favorevole dell’istruttoria venne consentito l’inizio dei lavori ai primi del marzo 1947.

Con ordinanza 24 marzo 1947 il sindaco del comune di Pozzuoli sospese l’esecuzione dei lavori di cui trattasi.

La Capitaneria di Napoli comunicava al sindaco che, trattandosi di concessione di demanio marittimo, non era possibile riconoscere efficacia ad un ordine dell’autorità municipale.

L’Avvocatura distrettuale dello Stato, investita della questione, con lettera diretta alla Prefettura di Napoli contestava la legittimità dell’ordinanza, faceva riserva di chiedere il risarcimento dei danni ed avvertiva il municipio di Pozzuoli che, stante l’arbitrarietà dell’ordinanza, veniva disposto per l’ulteriore corso dei lavori perché il Genio civile – a cui cura i lavori stessi venivano eseguiti – aveva rilevato che la loro sospensione avrebbe provocato gravi danni.

Ciò malgrado, il 20 maggio ultimo scorso il sindaco di Pozzuoli inviava sul posto il capo dei vigili urbani, con una decina di uomini, con l’ordine di far sospendere i lavori. Il comandante del porto di Pozzuoli, avvertito dal fatto, si metteva in comunicazione telefonica col sindaco e fattagli rilevare l’arbitrarietà dell’ordine dato, lo invitava a revocare l’ordine stesso. Essendosi il sindaco rifiutato di aderire all’invito ricevuto, il comandante del porto di Pozzuoli, intimava ai vigili municipali di allontanarsi dalla banchina.

Essendosi i vigili allontanati, i lavori potevano essere ripresi.

Il giorno 31 maggio si presentava alla Capitaneria di Napoli un funzionario di quella Prefettura per avere chiarimenti circa la questione. Avute le informazioni del caso assicurava che si sarebbe recato a Pozzuoli per definire la vertenza facendo comprendere a quel sindaco l’arbitrarietà del suo operato. Questo nel fatto.

Nel merito della questione si conferma che, in base alla istruttoria esperita dall’Autorità marittima, deve ritenersi escluso che dalla vendita del suolo e conseguente costruzione su di esso di opere murarie, possa derivare alcun danno al traffico del porto di Pozzuoli. Per quanto attiene, infine, all’accenno sulla disoccupazione del centro di Pozzuoli, occorre tener presente che la scarsa attività di quel porto non dipende da insufficienza della banchina, ma da mancanza di traffici e che i lavori di costruzione progettati dal parroco di Santa Maria delle Grazie possono assorbire mano d’opera per un certo periodo di tempo.

PRESIDENTE. L’onorevole interrogante ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

SANSONE. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, io non sono sodisfatto, non per ripetere una frase di rito, ma per la sostanza delle cose. Il fatto l’ha precisato l’onorevole Ministro. Emerge da esso che il Ministero della marina mercantile, anziché preoccuparsi di ricostruire e di rendere più ricettivo e comunque di ampliare il porto di Pozzuoli e di aiutare i sei o settemila disoccupati che non trovano lavoro, ha pensato di ridurre la banchina, larga in quel punto solo dieci metri, a cinque metri, per ampliare la Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Questa, la sostanza. Che ci sia stata un’indagine e si sia eseguita un’istruttoria è altro argomento.

È certo però che il Ministero della marina mercantile, anziché occuparsi e preoccuparsi dell’efficienza del porto, l’ha trascurata, preoccupandosi solo ed invece dell’ampliamento della chiesa danneggiata dalle incursioni aeree avvenute su Napoli e dintorni.

Il sindaco venuto a conoscenza dell’inizio dei lavori ebbe a provocare un’ordinanza di sospensione dei lavori stessi fondata su due elementi: il primo del danno che ne ricavava e ne ha ricavato la sua città…

Una voce al centro. Ma che danno!

SANSONE. C’è il danno. La banchina è di dieci metri e se da dieci metri se ne tolgono cinque, vi è un danno effettivo. Qui non vi è un problema di fazione o un problema antireligioso, ma vi è un problema di danno effettivo al porto. Ed è su questo punto che il Ministro non mi ha risposto.

CAPPA, Ministro della marina mercantile. Le ho detto che gli uffici tecnici sono di parere contrario al suo, perché trovano che la disoccupazione è in relazione alla mancanza di movimento del porto.

SANSONE. Le dico che il movimento non c’è perché la banchina non è ricettiva.

Comunque, dicevo, che a questa prima colpa del Ministero della marina mercantile se ne aggiunge una seconda, perché quando il sindaco di Pozzuoli, interpretando la necessità della sua città, ha fatto un’ordinanza di sospensione dei lavori, fondata su due motivi: il primo perché non aveva avuto conoscenza dei lavori stessi, il secondo perché non vi era la licenza comunale edilizia necessaria per l’inizio della costruzione, si è visto intralciata la sua opera proprio da quell’organo di tutela che è la Prefettura, in quanto essendosi rivolto al commissario di pubblica sicurezza perché fosse data esecuzione all’ordinanza di sospensione dei lavori, il commissario ebbe a rifiutarsi affermando che il Questore gli aveva telefonato di non occuparsi di questa faccenda. Quindi, il sindaco non ha avuto l’ausilio della pubblica sicurezza per poter far sospendere i lavori, ed i lavori sono continuati e continuano tuttora. Così si verifica l’assurdo di un Ministero della marina mercantile che si preoccupa dell’ampliamento di una chiesa anziché dell’ampliamento del porto, e di un Ministero dell’interno che si preoccupa di dare tutela non al sindaco di una città, ma ad un parroco che deve ampliare la sua chiesa.

Ecco i motivi sostanziali per i quali non posso essere assolutamente sodisfatto ed elevo formale protesta in nome della città di Pozzuoli.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Di Gloria, al Ministro della pubblica istruzione, «per sapere in base a quale criterio saranno formate le commissioni esaminatrici dei candidati al concorso di cui al supplemento n. 1 della Gazzetta Ufficiale n. 158, del 14 luglio 1947».

L’onorevole Ministro della pubblica istruzione ha facoltà di rispondere.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. I criteri di formazione delle Commissioni esaminatrici dei concorsi per le scuole medie non sono determinati dal Ministro, ma sono fissati da una serie di disposizioni legislative. Cito il decreto 9 dicembre 1936, n. 2480, il decreto 5 luglio 1934, n. 1185, il decreto 26 gennaio 1933, n. 153, il decreto 26 maggio 1942, n. 739. In queste disposizioni di legge si trovano i criteri relativi alla formazione delle Commissioni esaminatrici dei concorsi per le scuole medie.

In poche parole, i criteri sono i seguenti: vi è una nomina di cosiddetti commissari di maggioranza, cioè degli universitari, e questa nomina è fatta dal Ministro su designazione della Giunta del Consiglio Superiore. Questa designazione è stata già chiesta dal Ministero al Consiglio Superiore, e ritengo che la Giunta, riunendosi fra breve tempo, sarà in grado di designare al Ministro i nomi degli universitari che possono entrare nella Commissioni giudicatrici per i concorsi delle scuole medie.

Poi ci sono i cosiddetti Commissari di minoranza, cioè professori dell’ordine medio. Anche questi sono di nomina ministeriale, ma su designazione del Collegio degli ispettori centrali, cioè degli ispettori tecnici della scuola classica e tecnica. Anche questa designazione è stata chiesta, in data 25 luglio, all’organo competente.

PRESIDENTE. L’onorevole Di Gloria ha presentato una seconda interrogazione al Ministro della pubblica istruzione «per conoscere i motivi in base ai quali sono stati introdotti nel bando di concorso di cui al supplemento n. 1 della Gazzetta Ufficiale n. 158, del 14 luglio 1947, i paragrafi 4 e 6 (comma d) ed il paragrafo 9 (comma 6°) evidentemente lesivi del buon diritto di ogni cittadino partecipante al concorso suindicato».

L’onorevole Ministro della pubblica istruzione ha facoltà di rispondere.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Comincio dal paragrafo 4. Non so se l’onorevole interrogante la lettera d) riferisca al paragrafo 6 o anche al paragrafo 4.

Comunque illustrerò il paragrafo 4 e le ragioni che hanno indotto il Ministero ad introdurre questo paragrafo nel bando di concorso.

Debbo fare una premessa: non vi è una parola nel paragrafo 4 che non sia citata da precedenti disposizioni di legge. Quindi da parte del Ministero nella formulazione dell’articolo 4 non c’è stata nessuna aggiunta, altro che delle ripetizioni di leggi attualmente vigenti, come posso senz’altro illustrare.

Questo paragrafo 4 dice che sono ammessi ai concorsi di esame determinate categorie di candidati. Però fissa una duplice limitazione. Questi candidati possono solo ottenere l’abilitazione o l’idoneità, cioè non possono partecipare al concorso di cattedra nelle scuole medie. Inoltre, questi candidati quando hanno ottenuto l’abilitazione o l’idoneità possono insegnare esclusivamente in scuole dipendenti dall’autorità ecclesiastica e quindi non in pubbliche scuole statali. Quindi, la duplice limitazione che è posta nel primo capoverso del paragrafo 4.

Chi sono coloro che possono trovarsi in queste condizioni?

La lettera a) fissa che possono concorrere a questa abilitazione coloro che sono in possesso di un titolo di studio avente pieno valore di abilitazione, cioè si tratta di lauree anteriori alla introduzione nella nostra legislazione dell’esame di abilitazione. Come l’onorevole interrogante sa, queste lauree in ogni caso (anche per gli altri bandi) vengono considerate lauree abilitanti, in quanto, non esistendo in quella epoca l’abilitazione, non poteva il candidato presentarsi alla abilitazione stessa. Dunque costoro che hanno queste lauree abilitanti possono presentarsi al fine di ottenere una abilitazione che possa raggiungere quei sette decimi che sono richiesti dall’articolo 30 della legge 19 gennaio 1942 che è espressamente citato in questo paragrafo.

Che cosa dice questo articolo 30 della legge 19 gennaio 1942? L’articolo 30 afferma che le scuole non statali per essere sedi di esame devono avere almeno la metà di insegnanti abilitati con sette decimi. È una garanzia che lo Stato richiede alle scuole non statali perché possano essere sedi di esame.

Ora, perché queste scuole possano avere insegnanti abilitati con almeno sette decimi, la lettera a) del paragrafo 4 permette agli abilitati con meno di sette decimi di sostenere un esame di abilitazione per ottenere l’idoneità, cioè l’abilitazione con sette decimi.

Faccio presente che tutto il paragrafo a) non è che la citazione integrale dell’articolo 30 della legge 19 gennaio 1942. Non è cambiata una virgola, cioè noi abbiamo riprodotto una disposizione vigente.

I paragrafi b) e c) si riferiscono all’articolo 40 del concordato: anche questi non sono che due paragrafi i quali riportano rispettivamente l’articolo 31 della legge 19 gennaio 1942, cioè si è inclusa nel bando di concorso una disposizione la quale è disposizione di legge vigente.

Anche in questo, da parte dei compilatori del bando, nessuna novità è stata introdotta.

Non so se citando la lettera d) l’onorevole interrogante si riferisca anche a questa lettera d). Penso che la questione possa sembrare apparentemente grave, per quanto riguarda la lettera d).

Anche qui devo fare la consueta premessa: si tratta della ripetizione letterale dell’articolo 38 della legge 19 gennaio 1942. Cioè, si ammette che coloro i quali per cinque anni hanno insegnato in scuole private – in cinque anni, però, che siano anteriori al 19 gennaio 1942, non successivi al 1942 – possono essere ammessi all’abilitazione. Naturalmente, anche qui, vi è una duplice limitazione, cioè vi è la limitazione relativa al tipo di scuole in cui questi possono insegnare (cioè possono insegnare esclusivamente in scuole dipendenti dall’autorità ecclesiastica) e vi è, poi, la limitazione rispetto alla materia, cioè possono essere abilitati solamente in quella disciplina che hanno insegnato per cinque anni, anteriormente al 19 gennaio 1942.

Io ho visto nei giornali varie obiezioni a proposito di questo articolo. Non so se l’onorevole interrogante tende a farsi interprete di queste obiezioni che sono già state prospettate dalla stampa stessa.

A questo proposito, dovrei rapidamente fare alcune precisazioni relative a questo articolo che ho riassunto. Intanto, questo articolo è nel bando dei reduci, perché evidentemente ci possono essere ecclesiastici che si trovino in quelle condizioni previste dal bando per i reduci, cioè che siano stati combattenti, reduci, partigiani o che, comunque, abbiano dovuto sospendere gli esami per cause dovute alla guerra; dunque è inserito in questo bando.

 Si può fare l’obiezione – ed è quella che è apparsa nella stampa –: l’articolo 38 (che sembra quello maggiormente controverso) appare nella legge del 1942 in un capitolo intitolato «Disposizioni finali e transitorie». Essendo nel titolo delle disposizioni transitorie, si può ritenere che la norma abbia una applicazione puramente transitoria, e questa mi sembra la questione più sottile relativa a questa materia.

Io dico che il capitolo parla di disposizioni finali e transitorie, il che significa che nel capitolo ci sono disposizioni finali – cioè quelle che non si possono raggruppare in altri capitoli – e disposizioni transitorie. Che vi siano disposizioni di questo duplice tipo è evidente: basta considerare l’articolo 38 e l’articolo 39, che viene immediatamente dopo. Infatti, l’articolo 39 dice:

«Nei cinque anni successivi all’entrata in vigore della presente legge ecc.»; quindi, riguarda la sede degli esami. Questa norma, quindi, si applica esclusivamente nei cinque anni successivi all’entrata in vigore della legge.

Ma l’articolo 38, che appartiene evidentemente alle norme finali, non contiene alcun accenno ad un limite di tempo nel quale può essere applicata la norma. Vi è, sì, un limite di cinque anni interno alla norma stessa; ma questo non è il limite di efficacia della norma, bensì una condizione che è posta a chi intenda partecipare al concorso. Chi intende partecipare al concorso deve avere il requisito dell’insegnamento per cinque anni, anteriormente al 19 gennaio 1942. Quindi, è un requisito che si chiede al soggetto partecipante al concorso; ma non è un limite di efficacia della norma stessa. Io non so se mi inganno, comunque l’onorevole interrogante potrà fare le sue contestazioni.

In ogni modo, se fosse una norma transitoria applicabile una tantum – come ho visto scritto in qualche pubblicazione – questa norma avrebbe dovuto essere applicata una volta sola; mentre, di fatto, è stata applicata due volte, in due differenti bandi di concorso, cioè nel bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 maggio 1942, n. 54, suppletivo al bando generale del 1941, ove appare l’articolo 38 tradotto in termini di bando. Inoltre, nel bando del gennaio 1943, appare ugualmente l’articolo 38. Vuol dire quindi che i precedenti legislatori hanno dato costantemente questa interpretazione; non si tratta quindi di una norma transitoria che dovesse essere applicata una tantum, ma di una norma destinata a continuare ad aver vigore sino a che dura la legge che la contiene. C’è poi una questione di carattere morale, ed è quella che riguarda il privilegio a favore di determinati concorrenti. L’interrogante stesso, anzi, se non erro, dice che tale privilegio lede i diritti dei cittadini: «evidentemente lesivi del buon diritto di ogni cittadino». Io non so: questo è un tema che può essere discusso. Ma a me importa precisare che io non sono andato oltre il mio dovere, in quanto ho inserito una norma che non poteva non essere inserita perché, se non lo fosse stata, gli interessati avrebbero potuto ricorrere per lesione di un loro buon diritto.

Comunque, qui bisogna tener presente che è lo Stato che esige qualche cosa; ed è precisamente l’esigenza di una garanzia: la garanzia cioè che gli insegnanti di queste scuole private son tenuti a fornire allo Stato sottoponendosi a quel determinato controllo. Comunque il bando è integralmente riprodotto, sotto questo riguardo, da quello del 19 gennaio 1943.

La seconda interrogazione dell’onorevole Di Gloria è quella che riguarda il paragrafo 6 nel quale, fra gli altri documenti che vengono richiesti al concorrente, figura anche il certificato di buona condotta morale e civile: non più politica, grazie a Dio. Orbene, esso non è che l’applicazione dell’articolo 1, paragrafo 3, del decreto sullo stato giuridico degli impiegati civili dello Stato. Esso infatti reca: «Per ottenere la nomina ad impiegato civile dello Stato è necessario soddisfare alle seguenti condizioni: aver tenuto sempre regolare condotta civile e morale – e qui diceva anche politica – da valutarsi a giudizio insindacabile dell’Amministrazione». E questa è una legge: se ne potrà proporre la modifica o l’abrogazione, ma, finché ciò non si sarà creduto di fare, è vigente e si deve applicare.

D’altronde io vedo che anche i miei colleghi che bandiscono concorsi per le loro amministrazioni adoperano esattamente le stesse parole. Questo dunque per quanto riguarda la buona condotta civile e morale.

Vi è infine l’ultima obiezione sollevata dall’onorevole Di Gloria. Essa è quella sulla quale soprattutto ha insistito la stampa. Si tratta dell’esclusione dal concorso su giudizio insindacabile del Ministro. Ma anche qui si tratta di una disposizione di legge che risale al 1908, mentre a me si attribuisce la paternità, e che deriva dall’articolo 1 del decreto-legge del 1923. Infatti, l’ultimo paragrafo dell’articolo 1 dice: «Il Ministro, con decreto non motivato e insindacabile, può negare l’ammissione al concorso». Nei bandi di concorso gli Uffici non fanno che tradurre ciò che è consuetudine, ciò che corrisponde, poi, ai termini della legge vigente. Quindi non so come io possa essere accusato della paternità di una cosa che non solo è resa obbligatoria dalla legge in vigore, ma d’altra parte è largamente diffusa in tutti i bandi di concorso.

Mi limiterò a citare qui il concorso del Ministero dell’industria e commercio – Ministro Morandi – (siccome si è fatta larga pubblicità sulla stampa circa i metodi fascisti che ancora sarebbero in vigore nell’amministrazione della pubblica istruzione, sento qui il dovere di fare anche delle citazioni, anche se queste, purtroppo, sono delle citazioni ovvie) – Gazzetta ufficiale 1947; in cui si dice: «Il Ministro dell’industria e del commercio, con decreto non motivato e insindacabile, può negare l’ammissione al concorso».

Concorso bandito dal Ministro Romita, Ministro del lavoro e della previdenza sociale, articolo 5 – pure nel 1947 –: «L’ammissione potrà essere negata con decreto ministeriale non motivato e insindacabile».

Concorso bandito dal Ministro Gasparotto – 1947 –: «L’ammissione potrà essere negata con decreto ministeriale non motivato e insindacabile».

Concorso bandito dal Ministro di grazia e giustizia, Togliatti, il quale all’articolo 6 dice: «Il Ministro può negare, con provvedimento non motivato e insindacabile, l’ammissione al concorso». Qui andiamo anche oltre, perché nella formula usata dal bando del Ministero della pubblica istruzione, si può escludere per demerito un candidato; qui, addirittura, si arriva a negare l’ammissione al concorso stesso.

Concorso bandito dal Ministero delle finanze, Ministro Scoccimarro, articolo 3: «Il Ministro delibera sull’ammissione dei singoli aspiranti al concorso». Anche qui, nessuna garanzia specifica è resa esplicita.

Così il concorso del Ministro Cattani; così l’ultimo concorso del Ministro Del Vecchio, di alcuni giorni fa: «L’ammissione potrà inoltre essere negata con decreto ministeriale non motivato e insindacabile».

Si tratta, quindi, di una cosa talmente ovvia che mi sembra inutile insistere ulteriormente su di essa.

Però qualcuno ha detto: perché non si fa cenno alla possibilità del ricorso al Consiglio di Stato, cui si faceva cenno dalla legislazione fascista (con quanta sincerità e con quanto senso di rispetto della legge, ognuno può facilmente comprendere!)?

Questo non è detto per una ragione molto semplice; non solo nei bandi del Ministero della pubblica istruzione, ma anche in tutti gli altri bandi che ho citato, di Ministri appartenenti a tutti i partiti, non si è mai fatto cenno alla possibilità del ricorso al Consiglio di Stato per una ragione molto ovvia: e cioè che il ricorso, vale a dire la possibilità di ricorrere, è sottintesa. Tanto è vero che c’è il testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato del 1924, il quale dice che l’interessato può sempre impugnare un provvedimento per vizio di legalità, violazione di potere, incompetenza, ecc., poiché è evidente che l’insindacabilità di un atto non esclude l’impugnabilità dell’atto stesso.

D’altra parte abbiamo discusso per quasi un anno con la Corte dei conti sugli aspetti formali di un così complicato bando di concorso, e la stessa Corte dei conti avrebbe certamente fatto presente se si fosse ricorso a leggi che non sono vigenti o se vi fossero state delle infrazioni, delle irregolarità o delle imprecisioni in queste norme finali.

Quindi, dico sinceramente, a meno che l’onorevole interrogante me lo dimostri con argomenti, che io forse non ho potuto prendere in considerazione, che non so quali siano quelle lesioni del buon diritto di ogni cittadino che egli crede di vedere nel bando del concorso.

PRESIDENTE. L’onorevole Di Gloria ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

DI GLORIA. Prima di tutto ringrazio l’onorevole Ministro per le spiegazioni alquanto diffuse che ha voluto dare alla mia interrogazione. Devo però dichiarare la mia insoddisfazione per quanto egli ha detto.

È naturale che l’onorevole Ministro citi tutte quelle leggi cui si è ispirato per poter giustificare certe clausole e certe disposizioni che sono state introdotte nel bando di concorso e per suffragare anche il criterio in base al quale saranno formate le commissioni esaminatrici dei concorrenti a cattedre nelle scuole medie. Ma se anche l’onorevole Ministro si ritiene giustificato, io ho tutto il diritto, per lo meno, di fargli una raccomandazione, e cioè questa: che delle commissioni esaminatrici vengano a far parte uomini che seguono notoriamente i più svariati indirizzi filosofici, perché solo in tal modo si potranno dare ai concorrenti serie garanzie circa la valutazione dei loro meriti e delle loro insufficienze. Se domani i concorrenti si dovessero trovare dinanzi a commissioni esaminatrici composte da uomini di un solo colore e che seguono un solo indirizzo filosofico, è ovvio che potrebbe nascere in essi la presunzione di una certa ingiustizia compiuta a loro danno.

Mi permetto quindi di insistere su questa raccomandazione.

D’altra parte non ritengo una giustificazione plausibile quella di riferirsi a determinate leggi, specialmente a quelle fasciste (Interruzione dell’onorevole Tonello), perché penso che il Consiglio dei Ministri, ed anche il Ministro della pubblica istruzione, abbia la facoltà di modificare, sia pure con norme transitorie od eccezionali, tutto ciò che reputa lesivo dei principî democratici. È possibile infatti, a parte il dire che la facoltà del ricorso è sottintesa, è possibile infatti che il Ministro domani, utinam falsus vates sim, possa motu proprio escludere dal concorso anche tutti quegli individui i quali, a norma del concorso stesso, avevano tutto il diritto di parteciparvi.

Che egli poi non ritenga una lesione del buon diritto dei cittadini la facoltà concessa agli ecclesiastici ed ai religiosi, sprovvisti di laurea, di partecipare a questi concorsi, mentre tale possibilità è negata ai laici, qualunque corso di studi questi ultimi abbiano compiuto, mi sembra veramente inammissibile.

Afferma l’onorevole Ministro che questi religiosi, una volta conseguita l’abilitazione, non hanno la possibilità di insegnare nelle scuole laiche. Ma si può domani, con una disposizione complementare, autorizzare sempre questi ecclesiastici ad insegnare nelle scuole statali, mentre la possibilità di conseguire l’abilitazione all’insegnamento e di insegnare poi nelle scuole è tassativamente negata a tutti i laici, quale che sia il corso di studi da essi compiuto, se sprovvisti di laurea.

Dire che per questi ecclesiastici si richiede l’abilitazione al solo fine di dare maggiore decoro e consistenza alle scuole religiose, significa soltanto spostare i termini della questione controversa senza volerla risolvere in modo giusto.

Nei riguardi del comma d) del paragrafo VI e del comma 6° del paragrafo IX non trovo giustificante la spiegazione dell’onorevole Ministro, in quanto che mi sembra che un’amministrazione democratica non possa e non debba concedersi il potere di assumere informazioni nei riguardi dei concorrenti in modo insindacabile e con tutti i mezzi, e di riservarsi poi la possibilità di escludere dal concorso, anche dopo l’inizio delle prove o l’espletamento del concorso stesso, il candidato che non risultasse degno di parteciparvi.

Io domando: con quali mezzi l’Amministrazione richiederà queste informazioni? Non sono sufficienti le informazioni dei carabinieri e del sindaco? Evidentemente sarà necessario interrogare qualche altra ben nota persona! II certificato penale non sarà pure sufficiente?

Ma il più bello viene adesso. Il comma 6° del paragrafo IX dice testualmente: «Anche fuori dei casi previsti nei precedenti commi il Ministro può negare l’ammissione al concorso con decreto non motivato e insindacabile».

Tali parole non hanno bisogno di commenti!

Il Ministro ci dice: ma hanno fatto così anche Togliatti, Morandi e tutti gli altri Ministri quando si è dato luogo ad altri concorsi. In fondo non si fa che ispirarci a leggi ancora vigenti!».

Io credo che sarebbe molto più opportuno da parte di ogni Ministro, che vive nell’odierno clima democratico, di correggere, via via che se ne presenta l’occasione, tutte le disposizioni che sono chiaramente lesive del buon diritto del cittadino. Ora, il vederle accettate quelle disposizioni, così come sono, potrebbe corroborare il legittimo sospetto di coloro che affermano che nulla oggi è cambiato, rispetto al passato prossimo, tranne qualche elemento di pura forma governativa.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Guardi, però, che è del 1908; non è dall’epoca del fascismo che esiste questo principio.

DI GLORIA. Ma è una disposizione fortemente antidemocratica, e perciò il Consiglio dei Ministri o il Ministro interessato avrebbe potuto farsi parte diligente per modificare questo principio che urta in modo così evidente la nostra sensibilità politica.

Comunque, ringrazio l’onorevole Ministro per la spiegazione che ha voluto concederci e lo prego di fare di tutto perché almeno le nostre scuole di Stato, mi si perdoni la scherzosa iperbole, non diventino dei seminari.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Codacci Pisanelli, al Ministro della pubblica istruzione, «per conoscere quali provvedimenti intenda adottare per restituire il dovuto prestigio all’Istituto orientale di Napoli, riportandolo alla sua missione di custode, diffusore e incrementatore del patrimonio di cultura e civiltà, merito degli orientalisti italiani».

L’onorevole Ministro ha facoltà di rispondere.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. L’onorevole Codacci Pisanelli certamente conosce la complicata storia dell’Istituto orientale, che risale al 1727 e che aveva la finalità di educare i giovani cinesi i quali venivano a contatto con la civiltà europea e dovevano poi farsi banditori della civiltà europea nell’Estremo Oriente.

Ora, tenendo presenti sia l’origine storica sia l’orientamento che l’Istituto orientale ha avuto negli anni anteriori alla guerra, si deve considerare, per venire immediatamente sull’argomento posto dall’onorevole interrogante, che l’attuale consistenza numerica della popolazione scolastica dell’Istituto orientale di Napoli è tale da farci pensare che sia particolarmente urgente un radicale riordinamento dell’Istituto stesso in base ad una chiara visione delle finalità che l’Istituto deve avere. Ed in particolare è da vedere se per raggiungere tale scopo, occorrerà una riforma istituzionale, che riconduca l’Istituto alle sue tradizioni unicamente orientalistiche, poiché l’Istituto orientale di Napoli praticamente al giorno d’oggi è soprattutto un istituto occidentale, per il fatto che invece di insegnarsi in esso le lingue orientali, l’insegnamento fu da prima semplicemente limitato ad alcune lingue occidentali e poi questo insegnamento è venuto sempre più aumentando fino ad assorbire tutta l’attività della scuola stessa.

Il Ministero della pubblica istruzione si è già interessato della questione, che è stata portata all’esame del Consiglio Superiore. Una volta conosciuto il parere dell’Alto consesso potranno essere messi allo studio i singoli provvedimenti da attuare. Nel frattempo il Ministero, al solo scopo di venire in possesso degli elementi per l’esame della situazione, ha sottoposto la questione ad un’apposita commissione nella quale figurano anche, oltre gli insegnanti universitari, un funzionario amministrativo e vari professori. La relazione predisposta da tale commissione contiene fra l’altro le seguenti proposte.

Questa è la parte positiva e costruttiva, poiché sulla critica facilmente potremmo spaziare in recriminazioni che lascerebbero il tempo che trovano. La parte costruttiva proposta dalla Commissione è:

1°) inclusione di un esame di ammissione ai corsi di laurea dell’Istituto, analogo a quello previsto dalle vigenti disposizioni per l’accesso ai corsi di laurea delle facoltà di magistero. Attraverso l’esame di ammissione si intende restringere la possibilità di inflazione studentesca dell’Istituto orientale. Con ciò si potrebbe raggiungere il duplice scopo di fronteggiare il preoccupante fenomeno della pletora di studenti e migliorare dal punto di vista qualitativo la preparazione e le attitudini della massa degli studenti stessi. A tal riguardo l’esame, se informato a criteri di serietà, potrebbe dare sicuro affidamento;

2°) aumentare al numero massimo possibile i lettori stranieri appartenenti ai Paesi le cui lingue vengono insegnate nell’Istituto. Si è notata una progressiva diminuzione di insegnanti stranieri di quelle lingue che vengono insegnate nell’Istituto; mentre l’esperienza di questi insegnanti stranieri è stata una esperienza veramente positiva;

3°) aumento delle cattedre di ruolo. Presentemente sono in organico solo sette posti, assolutamente inadeguati per la vastità dei compiti di questo Istituto universitario e per il numero della popolazione stessa;

4°) mantenimento della sospensione delle nuove iscrizioni al corso di laurea in scienze coloniali, che fu istituito per far fronte a esigenze che oggi risultano, per lo meno, sensibilmente ridotte.

A tal proposito è da tener presente che, su conforme avviso della Presidenza del Consiglio, è stata messa allo studio delle varie amministrazioni – e in alcune è già stata risolta in senso affermativo – l’ammissione ai varî impieghi statali dei portatori di questo titolo di laurea (scienze coloniali). Ciò appunto perché i laureati in scienze coloniali – se non fosse positiva la nostra proposta – non potrebbero trovare assorbimento in altre attività analoghe, perché non si vede un’analogia diretta in altri impieghi con questi particolari studi coloniali.

Con la soppressione dell’iscrizione a questo scopo, si potrebbe arrivare alla graduale soppressione del corso stesso.

Per quanto attiene l’aspetto finanziario della questione, la predetta commissione non ha fatto pervenire le sue conclusioni. Una volta a conoscenza di queste, sarà possibile esaminare se e quale maggior contributo potrà essere dato al bilancio dell’Istituto, naturalmente con l’assenso del Ministero del tesoro, in aggiunta al contributo annuo in atto, la cui misura, tenuto conto della quintuplicazione sancita da un provvedimento legislativo di recente applicazione, è di lire 750.000.

PRESIDENTE. L’onorevole interrogante ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

CODACCI PISANELLI. Ringrazio l’onorevole Ministro per l’esauriente risposta e per la dimostrazione dell’interessamento che egli ha per l’Istituto orientale di Napoli, dalle belle tradizioni e dal bel patrimonio!

Purtroppo, oggi, l’Istituto lascia a desiderare quanto a serietà di studi e a rigore di amministrazione. D’altra parte, come lo stesso onorevole Ministro ha osservato, esso si sta trasformando da istituto orientale in istituto occidentale!

Quanto alla serietà degli studi, si è potuto constatare, specialmente nel periodo bellico, allorché gli studenti dell’Istituto orientale erano ammessi a sostenere esami in altre università, come la loro preparazione fosse inadeguata e insufficienti i testi ad essi consigliati per lo studio delle varie discipline.

Come altro indice della poca serietà degli studi ricorderò l’episodio di un candidato alla laurea, ammesso a sostenere tale esame con deliberazione della Facoltà, benché non avesse sostenuto gli esami del quarto anno. Discusse una tesi di amarico. I membri della Commissione furono scelti in modo che nessuno di essi conoscesse l’amarico. Il relatore dichiarò di non conoscere tale lingua. Il candidato conseguì la laurea con pieni voti e la lode e con la pubblicazione della tesi, che fu pubblicata effettivamente con discredito dell’Istituto.

Aggiungerò, tuttavia, che si trattava del periodo bellico.

Ho accennato anche a scarso rigore nella amministrazione. L’Istituto è fornito di un patrimonio non indifferente, specie se paragonato ad altri istituti, con possibilità, quindi, di intensa attività. Qualche dubbio sorge, però, sulla economica gestione dei fondi.

Per esempio, negli anni trascorsi si è ricorso al «comando» anche per insegnamenti per i quali non sarebbe stato necessario. Faccio presente che, dal punto di vista amministrativo, il comando implica un onere notevole per l’Istituto: affidando l’insegnamento di una disciplina per incarico si spendevano in quel periodo dalle diciotto alle venti mila lire annue; viceversa, il comando veniva a costare dalle 200 alle 250 mila lire. Notevole, perciò, l’aumento dell’onere per il bilancio dell’Istituto.

Vi sono stati «comandi» relativi al tedesco, all’inglese ed all’italiano, mentre nella Facoltà di lettere dell’Università di Napoli vi sono professori insigni, cui l’incarico avrebbe potuto essere conferito con perfetta tranquillità, così come si era già fatto in passato.

Il richiamo di uno fra i sintomi di poco rigore amministrativo conferma l’opportunità dell’azione svolta dal Ministero, nominando una commissione incaricata di occuparsi in particolare dell’Istituto orientale di Napoli.

Preoccupa, finalmente, il fatto che esso sta perdendo il suo carattere originario, che è bene riprenda: quello di diffusione della cultura italiana in Oriente e di propulsione degli studi orientali. L’Istituto va perdendo il suo carattere orientale perché si dà speciale importanza allo studio dell’inglese, del tedesco e del francese, tutte lingue occidentali. Vi è, sì, la tesi di coloro, i quali sostengono che, siccome la missione dell’Italia verso l’Oriente sarebbe praticamente finita, è molto meglio profittare dell’Istituto orientale per servirsene allo scopo di dare opportuna preparazione ai nostri emigranti. È cosa, senza dubbio, importante dare una preparazione agli italiani che devono recarsi all’estero. Ben pochi, però, dei destinati all’emigrazione avranno la possibilità di passare attraverso un Istituto universitario! Se alla preparazione degli emigranti vorremmo provvedere, dovremmo farlo con altri mezzi. Non possiamo distruggere l’ottimo strumento di cui disponiamo per diffondere la nostra civiltà in Oriente e per assimilarne la cultura, agevolando quegli scambi e quei traffici sempre riusciti particolarmente fecondi.

Tengo soprattutto a fare presente quale ascendente goda ancora oggi l’Italia nei Paesi orientali. Sono continue le affermazioni di stima e di devozione verso il nostro Paese. Abbiamo avuto un esempio veramente toccante, come quello dei Karamanli in Libia, i quali hanno voluto dimostrare la loro fedeltà all’Italia, anche a costo della vita di un membro dell’illustre famiglia, recentemente sacrificata per questo ideale.

 Sono frequenti le richieste di coloro che desiderano vedere e conoscere gli istituti annessi all’Istituto orientale di Napoli, come quello, assai rinomato, di turcologia, ma purtroppo oggi praticamente non esistono. Concludo affermando che è molto importante tenere conto dell’Istituto orientale partenopeo dal punto di vista della nostra politica estera. E la deliberazione della Commissione ministeriale relativa all’aumento del numero di lettori stranieri è senza dubbio da incoraggiare.

Purtroppo, questo numero si è andato assottigliando perché essi sono stati osteggiati dai nostri stessi connazionali. Così per quanto riguarda una professoressa tigrina di nascita, ma fiera della cittadinanza italiana conquistata da suo padre. La professoressa, compiuti gli studi in Italia, ha insegnato nell’Istituto orientale di Napoli, ma recentemente, dato l’inadeguato trattamento usatole, è stata costretta ad accettare l’invito del Governo Abissino di recarsi a insegnare ad Addis Abeba, dove fa onore alla cultura orientalistica italiana. Un altro docente straniero, che ci lega la Libia, ha dimostrato nella maniera più efficace il suo attaccamento all’Italia, anche a costo di sacrificare tutti i propri beni, benché il trattamento a lui riservato non sia stato dei più convenienti.

Termino ringraziando l’onorevole Ministro e dicendo che mi compiaccio dei lavori della Commissione da lui nominata. Mi auguro che essa provveda soprattutto per quanto riguarda la parte amministrativa e mi auguro soprattutto che nel Consiglio di Facoltà dell’Istituto orientale di Napoli vengano inclusi, come nel passato, un rappresentante del Ministero degli esteri ad un rappresentante del Ministero dell’Africa italiana; con questa intesa mi dichiaro soddisfatto, convinto dell’importanza che il Ministro annette all’Istituto Orientale di Napoli per continuare a diffondere verso oriente quella cultura e quella civiltà che l’Italia vi irradia, ricambiata da irradiazioni non meno feconde, fin dai tempi gloriosi di Amalfi, di Genova, di Venezia, di Pisa!

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Vernocchi, al Ministro della pubblica istruzione, «per conoscere quali provvedimenti intenda prendere nei riguardi di quei dipendenti dell’Università di Perugia (siano essi professori, aiuti, assistenti, ecc.), i quali, in base alle risultanze delle inchieste tecnico-sanitarie, amministrativa ed universitaria, a suo tempo disposte dalle superiori autorità e già concluse, risultino gravemente compromessi nelle malversazioni compiute a danno dell’Amministrazione degli Ospedali riuniti e Policlinico della su nominata città».

Il Ministro della pubblica istruzione ha facoltà di rispondere.

GONELLA, Ministro della pubblica istruzione. Il Ministero della pubblica istruzione non ha mancato di disporre indagini sulle accuse mosse al personale universitario di Perugia circa malversazioni che si sarebbero compiute a danno dell’amministrazione ospedaliera e del Policlinico di Perugia.

Tali indagini sono tuttora in corso e pertanto il Ministero non è ancora in grado di riferire se e quali provvedimenti siano da adottare a carico del predetto personale.

D’altra parte il Ministero della pubblica istruzione non ha mancato d’interessare quello dell’interno perché facesse conoscere l’esito delle indagini da esso disposte; ma sinora non ha avuta alcuna comunicazione in merito.

In base ad apposita convenzione, che deve essere rinnovata, l’ospedale di Perugia, che è un ente morale sotto la tutela del prefetto e del Ministero dell’interno, ha messo a disposizione dell’università le sue cliniche.

L’anno scorso fu nominato presidente dell’ospedale il professor Lucio Severi, membro della Facoltà di medicina.

Sorsero contrasti non pochi tra alcuni membri della Facoltà di medicina e l’amministrazione dell’ospedale. Vi furono accuse di ogni genere degli uni contro gli altri.

Il Ministro dell’interno, l’Alto Commissario per la sanità e il Ministro dell’istruzione disposero indagini e accertamenti in proposito, a mezzo di ispettori che si recarono sul luogo.

Le accuse contro i clinici e contro l’amministrazione dell’ospedale furono portate anche in pubblico e se ne occuparono i giornali.

Gli accertamenti e le indagini da esperire erano complessi.

Di recente ii Ministero dell’interno ha disposto lo scioglimento dell’amministrazione dell’ospedale e la nomina di un commissario nella persona di un prefetto a disposizione.

Intanto vi sono due procedimenti giudiziari in corso, uno che riguarda l’amministrazione dell’ospedale per mancata denunzia di grano all’ammasso ed altra, sorta in seguito a querela per diffamazione del professor Dominici, titolare della cattedra di clinica medica, contro un giornalista locale a proposito di accuse di malversazioni e di profitti illeciti del Centro dei datori di sangue, presieduto dallo stesso Dominici. Questo Centro, a norma di legge, dipende dall’Alto Commissario per la sanità e dalla prefettura.

Qualche giorno fa la stessa prefettura ha posto alla direzione del Centro di datori di sangue il direttore sanitario dell’ospedale, riconoscendo non legittima a norma di legge la nomina già fatta a presidente di quel Centro del professor Dominici.

Un ispettore generale del Ministero dell’istruzione è stato incaricato di completare le indagini e gli accertamenti del caso per ciò che riguarda l’attività dei professori e assistenti universitari.

Tra breve, conosciute le ultime e definitive risultanze dell’inchiesta disposta, si potrà dirimere ogni questione e si potranno adottare i provvedimenti necessari e non si mancherà, se del caso, di procedere contro coloro che risulteranno responsabili.

Occorre, tuttavia, per logiche ragioni, aspettare che siano definiti i due procedimenti penali, di cui ho già fatto cenno, prima di adottare gli altri necessari provvedimenti amministrativi.

Per la definizione della vertenza non si mancherà di procedere d’accordo con il Ministero dell’interno e con l’Alto Commissariato per la sanità, che sono anch’essi direttamente interessati alla vertenza e il cui ausilio, ad ogni modo, è indispensabile per assicurare, con il rinnovamento della convenzione, i servizi sanitari di Perugia e l’attività stessa della Facoltà di medicina e chirurgia.

PRESIDENTE. L’onorevole Vernocchi ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

VERNOCCHI. Ringrazio l’onorevole Ministro della sua risposta, pur non potendomi dichiarare sodisfatto.

L’inchiesta che è stata disposta dal suo Ministero ha già avuto qualche conclusione; tanto è vero che io conosco queste conclusioni. Ma vi è un’altra inchiesta, ed è quella disposta dall’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, che è arrivata a conclusione. Quindi, l’onorevole Ministro, dato che, nella mia interrogazione, mi riferivo particolarmente a tutte le inchieste, anche a quella amministrativa, avrebbe potuto prendere visione dei risultati delle altre due inchieste amministrative e tecnico-sanitarie ed avrebbe constatato come emergano dati positivi di responsabilità nei confronti di alcuni clinici che hanno rapporto con gli ospedali di Perugia.

Non vorrei annoiare l’Assemblea, ma devo dichiarare che il mio temperamento è un po’ originale; quando io ho la convinzione di difendere una causa giusta, vado fino in fondo, a costo di qualunque cosa, a costo anche di annoiarvi, onorevoli colleghi. Perché le ragioni per le quali ho presentato quasi sullo stesso argomento una prima interrogazione al Ministro dell’interno che ho già svolta, una seconda al Ministro della pubblica istruzione che sto svolgendo in questo momento, ed una terza ancora al Ministro dell’interno che dovrò svolgere in avvenire, più complessa e più completa perché tende a stabilire le cause che hanno determinato lo scioglimento dell’amministrazione dell’Ospedale di Perugia, sono di ordine morale.

Onorevole Ministro, io posso capire che, quando si giudica una questione che è determinata dall’elemento politico e dall’interesse di parte, ci si possa trovare contrari; ma quando non vi è elemento politico, quando non vi è interesse di parte, ma vi è solo un elemento di natura morale, noi, a qualsiasi partito apparteniamo, dobbiamo essere concordi nella valutazione e nel giudizio.

Orbene, che cosa è accaduto? È accaduto che un’inchiesta del suo Ministero ed un’altra dell’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità stabiliscono, in modo preciso, delle responsabilità di ordine morale a carico di alcuni clinici. Responsabilità di ordine morale che si riferiscono a speculazioni nella vendita di prodotti farmaceutici di grande necessità, assegnati dall’Alto Commissariato per la sanità, a disordine amministrativo, ad abusi nelle prestazioni, a falsi nell’affermare il diritto di procedere alla fabbricazione di autovaccini per una pretesa concessione ad personam che invece è proibita dalla legge, ad irregolarità che riguardano il Centro datori di sangue e il centro antidiabetico. Questo risulta con la indicazione di nomi e cognomi e con precisazione di fatti dalla relazione tecnico-sanitaria che è in mie mani.

Non faccio nomi perché non voglio dare a questo mio intervento sapore di significato scandalistico.

Ma pensate che uno di questi clinici è rappresentato in una maniera così grave da far pensare seriamente alla necessità di un immediato intervento dell’autorità da cui dipende. Si dice di lui che non vive coi proventi della professione, che conduce una vita dispendiosa superiore alle sue possibilità, che ha il vizio di giocare d’azzardo e, permettetemi di dirlo con un eufemismo, di correggere la fortuna quando gli è avversa. (Commenti).

Quando vi sono elementi di questo genere a carico di clinici che dipendono dal vostro Ministero, voi avete il dovere di intervenire ed anche il dovere di eliminare questo mal costume che a tempo si è manifestato negli ospedali di Perugia, e non per colpa degli amministratori, i quali, a cominciare dal presidente professore Severi, sono uomini di integrità morale ineccepibile. La mancata consegna del grano all’ammasso, cui avete accennato, onorevole Ministro, è una accusa puerile, determinata dalla campagna scandalistica iniziata per ragioni che oramai l’Assemblea conosce e che verrà subito chiarita.

Ed insieme al professore Severi vi sono altri cittadini probi sui quali neanche un sospetto può essere elevato. Vi è stata una campagna scatenata contro costoro, ma da chi? Proprio e particolarmente da quei tali medici che non volevano controlli di alcuna specie, che volevano invece perpetuare ancora il disordine e gli abusi e vi è stata una campagna che è associata, come ho dimostrato nella precedente mia interrogazione, a quella famosa vendita delle due grandi tenute che si allacciano, nella tradizione, a San Francesco e che sono di proprietà dell’ospedale.

Ecco quel che c’è sotto. Onorevole Ministro, io vi prego – nelle indagini che farete – di tener conto di quello che ho detto, perché la questione va posta in questi termini precisi: o la relazione di inchiesta è veritiera, le risultanze sono giuste e basate su fatti e vi sono quindi dei colpevoli, ed allora occorre punire, o non è veritiera, e allora si puniscano coloro che hanno fatto l’inchiesta, che non hanno visto il giusto od hanno interpretato il giusto come il non giusto.

Ecco perché io vi prego di associarvi a noi in questa opera che tentiamo svolgere per elevare il costume morale del nostro Paese. Credo che ci siano molti motivi nella nostra vita politica che dividono oggi i nostri partiti, ma deve esservi un punto su cui tutti noi dobbiamo concordare, e devono concordare tutti i partiti dell’Assemblea, ed è il risanamento morale del nostro popolo. Dovunque vi è una dimostrazione di disonestà, dobbiamo intervenire; e dovete intervenire voi particolarmente che siete al Governo e che avete la responsabilità dell’onestà e della rettitudine della burocrazia che da voi dipende. (Applausi).

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Moscatelli, al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri della difesa e del tesoro, «per sapere se abbiano sentore del vivissimo sdegno col quale i combattenti della guerra 1915-18 hanno accolto le disposizioni riguardanti il pagamento della polizza ad essi rilasciata al momento del loro congedo e che, avendo anche potuto costituire in quei tempi lontani un dono dignitoso, si è trasformato oggi, per la svalutazione della moneta, in una elemosina umiliante che gli interessati da ogni parte dichiarano di respingere con indignazione; e se non ritengano doveroso e urgente sospendere provvisoriamente il corso legale della disposizione emanata, per disporre una congrua rivalutazione dell’ammontare del premio».

L’onorevole Sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

PETRILLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Ritengo opportuno esporre anzitutto gli elementi della situazione di fatto.

Per i combattenti della guerra 1915-18 furono emesse n. 3.101.461 polizze da lire 1000 ciascuna, in 5 gruppi, a favore di militari di truppa e sottufficiali per un complesso di lire tre miliardi, 101 milioni, 461 mila; n. 49 mila polizze di lire 5000, in due gruppi, a favore di ufficiali per un complesso di lire 245 milioni. Numero 1500 polizze da lire 1500 a favore di ufficiali invalidi e mutilati durante il periodo 1915-18, per un complesso di 2.250.000 lire.

L’ammontare complessivo delle polizze ascendeva a lire tre miliardi trecentoquarantotto milioni settecentoundicimila.

Per effetto dell’ammortamento anticipato e di quello ordinario, fino al 31 agosto 1947 sono state tolte dalla circolazione polizze per complessive lire 727 milioni 661 mila. Sono state, poi, donate all’Erario polizze per complessive lire 25 milioni 139 mila. L’ammontare delle polizze attualmente in circolazione è di 2 miliardi 595 milioni 911 mila lire.

Al Ministero del tesoro è finora pervenuta una sola proposta di rivalutazione delle polizze, da parte di un titolare umbro, il quale ha chiesto che, in conseguenza della svalutazione della lira, l’importo di ciascuna polizza sia moltiplicato per il coefficiente 30. L’accoglimento di siffatta proposta importerebbe, ovviamente, l’aumento dell’onere dello Stato da lire 2 miliardi 595 milioni 911 mila, a lire 77 miliardi 877 milioni 330 mila.

Questa conseguenza, di per sé grave, assume una portata di gravità ancora maggiore ove si consideri che la svalutazione monetaria, la quale influisce a rendere minimo il valore delle polizze concesse ai combattenti della prima guerra mondiale, agisce anche in tutti gli altri settori in cui esistono titoli di credito vincolati al loro valore legale, con l’impossibilità per i loro titolari di chiederne il ragguaglio col valore corrente della lira. Tra questi sono, in prima linea, i possessori di titoli di Stato, specie quelli di emissione di antica data.

La questione, per la generalità dei casi che involgerebbe e per le ripercussioni che non mancherebbe di suscitare in altri settori, non può attualmente trovare la su prospettata soluzione, cioè la moltiplicazione del valore nominale della polizza per trenta o per altro simile coefficiente, e ciò in special modo per l’impossibilità da parte dell’erario di sostenere l’aggravio notevolissimo che ad esso ne deriverebbe.

Assicuro peraltro gli onorevoli interroganti che la questione stessa non è archiviata, ma forma oggetto di studio per una soluzione compatibile – e quanto più possibile sollecita – con la capacità finanziaria dello Stato.

PRESIDENTE. L’onorevole Moscatelli ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MOSCATELLI. Ringrazio l’onorevole Sottosegretario per il tesoro, soprattutto per le sue ultime parole, per la dichiarazione che la pratica relativa alle polizze non è archiviata, ma è anzi allo studio, allo scopo di cercare di andare incontro alle giuste richieste dei combattenti della guerra del 1915-18. Però, io lo ringrazierei ancora di più, e potrei anche dichiararmi sodisfatto, se egli, in conseguenza di questa sua dichiarazione, sospendesse ora la liquidazione delle polizze; perché è inutile dire che il problema delle polizze non è archiviato, è allo studio, mentre nello stesso tempo si autorizza la liquidazione delle polizze stesse. Occorre sospendere fin da ora questa liquidazione e tranquillizzare così una numerosa categoria di benemeriti della Patria.

È vero che, se andiamo sul piano tecnico, il Governo può avere ragione dato che, sotto il profilo tecnico, la burocrazia riesce sempre a dimostrare di aver ragione; ma il problema delle polizze dei combattenti della guerra 1915-18 non è solamente un problema tecnico: è soprattutto un problema morale; e lo è particolarmente in questo momento, perché è soprattutto merito dei combattenti di allora se noi oggi abbiamo i titoli che legittimano la nostra richiesta di revisione del Trattato di pace. Essi combatterono per cacciare l’invasore al di là dei confini della Patria. Verso di essi si deve andare con provvedimenti che non suonino irrisione. Parliamoci chiaro: dare loro mille lire, significa dare tre pacchetti di sigarette. Passando, giorni sono, dinanzi alla vetrina di un negozio, ho visto una cintura, che non era di cuoio, la quale costava ben 900 lire. Ebbene, o signori, liquidando oggi le polizze secondo il valore nominale di 30 anni fa, noi daremmo ai combattenti della guerra 1915-18 una cintura, nemmeno buona, per tirarsela fino in fondo.

So bene che ci sono tanti problemi, ma questo è saliente sul piano morale. Io non ho cifre mie da poter contrapporre a quelle dell’onorevole Sottosegretario e pertanto non posso contestare le sue; ma certamente non è esatta la cifra di 77 miliardi. Non è esatta prima di tutto perché molti degli interessati hanno perduto le loro polizze, il che evidentemente si risolve in un beneficio per lo Stato. Non è esatta, in secondo luogo, perché moltissime altre di queste polizze sono state riscattate dagli interessati e sono ora nelle mani delle banche, alle quali è consigliabile che non sia dato nulla, perché, in fin dei conti, esse hanno già realizzato il loro guadagno.

Se quindi noi togliamo le polizze che si sono disperse e in pari tempo ci asteniamo dal rimborsare quelle che si trovano attualmente nelle mani degli istituti di credito, rimborsando soltanto quelle che sono tuttora in possesso dei loro legittimi proprietari, questa cifra di 77 miliardi risulterà evidentemente di molto ridotta.

È inoltre da notarsi che i combattenti hanno chiesto, in fondo, molto meno; essi hanno chiesto precisamente, a mezzo delle loro associazioni, qualcosa che è certamente di assai minor rilievo. Mi stupisco perciò che l’onorevole Sottosegretario dichiari di avere ricevuto una sola richiesta pervenutagli da un singolo interessato mentre le associazioni combattentistiche hanno espresso la loro giusta indignazione per questo provvedimento, che irride ai loro sacrifici, con centinaia di ordini del giorno votati nelle loro assemblee generali.

Se vi sono difficoltà di natura tecnica, cerchiamo di superarle. Se non è possibile, per motivi tecnici di carattere generale, rivalutare le polizze, si potrà almeno stabilire un premio di rivalutazione limitatamente coloro i quali sono in possesso ancora oggi della polizza. Per non creare poi un precedente ingiusto nei confronti di coloro che sono deceduti, si potrebbe, almeno dal 1940, liquidare le polizze agli eredi con l’aggiunta dello stesso premio di rivalutazione.

Le dichiarazioni dell’onorevole Sottosegretario non mi hanno sodisfatto. Mi conforta tuttavia il pensiero che egli stesso riconosca che la pratica non deve essere archiviata; soprattutto mi auguro che si provveda a sospendere – esigenza veramente fondamentale richiesta da tutti i combattenti – il provvedimento, in attesa che lo studio venga portato a termine, altrimenti sarebbe inutile farlo.

PRESIDENTE. Lo svolgimento delle altre interrogazioni all’ordine del giorno è rinviato ad altra seduta.

La seduta termina alle 13.10.

POMERIDIANA DI MERCOLEDÌ 24 SETTEMBRE 1947

ASSEMBLEA COSTITUENTE

CCXXXI.

SEDUTA POMERIDIANA DI MERCOLEDÌ 24 SETTEMBRE 1947

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI

INDICE

Congedo:

Presidente

Domande di autorizzazione a procedere in giudizio:

Presidente

Progetto di Costituzione della Repubblica italiana (Seguito della discussione):

Presidente

Nitti

Lami Starnuti

Preti

Carpano Maglioli

Laconi

Condorelli

Colitto

Mortati

Lussu

Nobili Tito Oro

Perassi

Zuccarini

Rubilli

Caronia

Conti

Alberti

Votazione segreta sul disegno di legge: Norme per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione annuale delle liste elettorali:

Presidente

Chiusura della votazione segreta:

Presidente

Risultato della votazione segreta:

Presidente

Interrogazioni (Svolgimento):

Presidente

Andreotti, Sottosegretario di Stato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri

Valiani

Pella, Ministro delle finanze

Chatrian, Sottosegretario di Stato per la difesa

Dugoni

Grassi, Ministro di grazia e giustizia

Bonomi Paolo

Interrogazioni con richiesta d’urgenza (Annunzio):

Presidente

Andreotti, Sottosegretario di Stato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri

Grassi, Ministro di grazia e giustizia

Morini

Interrogazioni (Annunzio):

Presidente

La seduta comincia alle 16.

MATTEI TERESA, Segretaria, legge il processo verbale della precedente seduta pomeridiana.

(È approvato).

Congedo.

PRESIDENTE. Comunico che ha chiesto congedo il deputato Carboni Angelo.

(È concesso).

Domande di autorizzazione a procedere in giudizio.

PRESIDENTE. Comunico che il Ministro di grazia e giustizia ha trasmesso le seguenti domande di autorizzazione a procedere in giudizio:

contro i deputati Patrissi e Treves per il reato di cui agli articoli 394 e 396 del Codice penale;

contro il deputato Motolese per il reato di cui all’articolo 559 del Codice penale.

Saranno inviate alla Commissione competente.

Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Ricordo che nella seduta di ieri sono stati votati il primo comma dell’articolo 52, e gli articoli 53 e 54. Passiamo ora all’esame dell’articolo 55. Se ne dia lettura.

MATTEI TERESA, Segretaria, legge:

«La Camera dei senatori è eletta a base regionale.

«A ciascuna Regione è attribuito, oltre ad un numero fisso di cinque senatori, un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila. La Valle d’Aosta ha un solo senatore. Nessuna Regione può avere un numero di senatori maggiore di quello dei deputati che manda all’altra Camera.

«I senatori sono eletti per un terzo dai membri del Consiglio regionale e per due terzi a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età».

PRESIDENTE. A questo articolo sono stati presentati vari emendamenti. Il primo è quello dell’onorevole Nitti.

«Sostituire gli articoli 55 e 56 col seguente:

«Il Senato è eletto sulla base di un senatore per 200 mila abitanti.

«Il territorio della Repubblica è diviso in circoscrizioni elettorali, che eleggono un solo senatore ciascuna.

«A ogni Regione è inoltre attribuito un numero fisso di tre senatori.

«Sono elettori i cittadini che hanno compiuto 25 anni e sono eleggibili quelli che hanno compiuto 40 anni.

«Del Senato fan parte, salvo la loro rinunzia, gli ex Presidenti della Repubblica e gli ex Presidenti del Consiglio dei Ministri!

«Alla costituzione del Senato entrano a farne parte gli ex deputati che hanno appartenuto alla Camera dei deputati per cinque legislature, senza che però questo fatto costituisca alcun precedente per l’avvenire.

«Fanno parte del Senato il Presidente della Corte di cassazione di Roma, il Presidente del Consiglio di Stato, il Presidente della Corte dei conti e 6 professori di Università designati per elezione dal Consiglio superiore della pubblica istruzione.

«I senatori di nomina elettiva durano in carica sei anni e sono rinnovabili per un terzo ogni due anni».

Questo emendamento, però, riguarda anche l’articolo 56. L’onorevole Nitti ha facoltà di svolgerlo nel suo complesso o, se lo ritenga più opportuno, trattando la sola parte che si riferisce all’articolo 55.

NITTI. Se l’Assemblea mi consente, desidero dire le ragioni in generale delle proposte che ho l’onore di presentare all’Assemblea. Mia idea è che il Senato deve essere efficiente e deve essere espressione nazionale, cui partecipino tutti gli elettori. Deve essere il più che possibile selezionato, ma nello stesso tempo si deve evitare ogni cosa che costituisca privilegi inutili e, quindi, io son contrario a ogni idea di ridurre il Senato ad un’Assemblea. Le fonti della sovranità devono essere le stesse: il popolo intero, tutti devono essere elettori se si trovano nelle condizioni generali richieste. Quindi, nessun privilegio.

Bisogna, quindi, prima di tutto, fissare l’idea del Senato. Il Senato e la Camera dei deputati sono due cose diverse, come sono nei Paesi dove il Senato ha funzionato, come negli Stati Uniti d’America, come era in Francia. Non è che la Camera e Senato devono essere soggetti alle stesse disposizioni. Il Senato non cade mai, il Senato non finisce; la Camera dei deputati può essere sciolta; il Senato, in nessun Paese, può essere sciolto. Perciò l’America ha trovato la maniera semplice di tenere la consultazione popolare sempre in movimento, in modo che si possa sapere ciò che il popolo pensa. In America dunque la Camera dei deputati dura due anni; il Senato dura sei anni; il Presidente della Repubblica dura quattro anni. Non è che queste istituzioni devono essere sincrone; possono e devono essere del tutto diverse, durare diversamente. Il Senato in America è una grande Assemblea, che regola, essendo poco numerosa, soprattutto la politica estera. La Camera dei deputati in America dura due anni, di modo che la Nazione sappia sempre ciò che il popolo vuole perché è consultato a brevi intervalli e ciò mette in condizioni di comprendere i mutamenti delle correnti popolari. Il Senato dura sei anni ed il Presidente della Repubblica dura quattro anni. Noi pretendiamo di fare queste istituzioni sincrone, cioè il Senato e la Camera dei deputati durano allo stesso modo cinque anni.

Il Senato può essere sciolto come la Camera dei deputati. In nessun Paese serio, dove esiste un Senato, il Senato può essere sciolto. Così è in America, così è stato sempre in Francia dopo la costituzione del 1875. Il Presidente della Repubblica dura quattro anni in America; durava sette anni in Francia. Periodo troppo lungo in Francia. In ogni modo, dunque, queste tre basi della vita costituzionale hanno una funzione e durata diverse. Prima di tutto bisogna raffigurare queste tre basi della vita nazionale e considerarle nella loro stessa essenza, di tal guisa che ci spieghiamo la distinzione. Noi pretendiamo l’uniformità. L’uniformità non ci può essere, perché l’uniformità soffoca.

In America il Senato dura sei anni ed è rinnovabile per un terzo ogni due anni; in Francia è durato finora nove anni (troppo lunga durata) rinnovabile per un terzo ogni tre anni.

Quindi prendiamo, come esempio da considerare, i tipi di Costituzione più interessanti per la loro serietà e durata e non già quei Paesi in cui vi sono o vi sono state Costituzioni durate solo qualche anno o che non hanno più di qualche anno e che hanno solo incerta esistenza. Ed allora la prima questione che viene è il numero dei senatori.

Io credo – e non vi nascondo il mio dispiacere nel considerare la decisione adottata riguardo alla Camera dei deputati – che più si aumentano le Assemblee di numero e più si rendono disordinate e inefficaci. Non è possibile che un’Assemblea numerosa di 600-700 membri sia efficiente, se non ha soprattutto una tradizione lunga e rispettata. E però fui molto dolente quando la Camera adottò quella decisione dannosissima di aumentare il numero dei suoi componenti. Più aumenta il numero e maggiori sono le probabilità di disordine è di incompetenza. Per il Senato sarebbe ancora più grande errore essere in grande numero. Il Senato deve essere una Assemblea che – siccome ha una durata più lunga – deve avere la maggiore solidità.

Bisogna però che le fonti delle elezioni siano le stesse; ma che le elezioni si presentino in forma più appropriata secondo che si tratti dell’una o dell’altra Assemblea. La prima cosa, dunque, è il numero dei rappresentanti: un rappresentante al più per ogni 200 mila abitanti. Su questo non vi può essere difficoltà grave, tanto più che si ammettono nel Senato elettivo, altri, sia pure poco numerosi, che non risultano da elezioni.

Ma la cosa essenziale è la forma di elezione. Noi abbiamo già adottato la proporzionale. Non vi scandalizzate: i fatti mi daranno ragione. Voi vedrete i risultati disastrosi tra qualche anno – forse solo fra un anno – di questa aberrazione della Costituzione che è la proporzionale, non solo per lo Stato ma per gli enti locali, e nella pratica perfino per il Governo. Voi stessi vi pentirete di molte cose. Noi abbiamo difficoltà a far funzionare tutte le Assemblee elette con la proporzionale: fra poco moltissime saranno in paralisi.

Ma ora siamo ad un fatto nuovo: quale deve essere la formula che dobbiamo adottare per il Senato? La proporzionale è una cosa che, a quelli stessi che l’hanno voluta estendere, dà ora un’intima tristezza. Quando si parla serenamente si vedono tutti i pericoli: tra poco non funzionerà la maggior parte delle amministrazioni municipali italiane e fra poco lo sconvolgimento sarà generale. Attendete e constaterete il disordine dovunque.

Ora, per verità, ovunque, nei paesi vincitori e nei paesi seri, esiste il collegio uninominale. Si tratti dell’Inghilterra, dell’America, della Russia, è dovunque il collegio uninominale. Tutto è fatto sulla base di un solo nome, si vota un solo nome, il collegio uninominale è garanzia di serietà e di durata. Questo esiste dovunque fra i paesi vincitori e pare che sia il triste privilegio nostro di concederci un lusso che i vincitori non si sono ancora concessi e forse non si concederanno mai.

Vogliamo eleggere il Senato con la proporzionale? Io credo che questo sarebbe uno spaventoso errore, tanto più data la natura dell’istituzione e dato il fatto che la durata deve essere lunga, perché non può esistere un Senato breve. Un Senato deve durare tanto che possa approfondirsi nel costume politico, vivere nel fondo della vita del Paese. Senati di durata breve non ne esistono. «Senato» già vuol dire durata. I senatori erano in origine i discendenti dei fondatori della città. Ciò non spiega l’aberrazione e l’assurdo di questo progetto di Costituzione, di mettere una disposizione per cui i candidati senatori devono essere nati o dimoranti nel Paese; errore cui è necessità rinunziare, perché questa servitù della gleba politica non può riguardare una nazione moderna. Chi aspira al Senato deve essere candidato dovunque crede. Nella stessa America, dove sono 48 Stati che hanno legislazioni diverse, codici diversi, bisogni, territori enormi – di cui qualcuno, come il Texas, è tanto più grande dell’Italia – nella stessa America il Senato, pure regolato da leggi ferree, è costituito in tal modo che si può essere candidati in qualunque Paese del territorio nazionale.

Si aggiunga che l’Italia è un Paese talmente piccolo di estensione, in proporzione ai grandi Paesi moderni, e i mezzi di locomozione e di scambio e di viaggio sono talmente progrediti che si può andare da una estremità all’altra del territorio nello stesso giorno, per cui inserire una norma di carattere così antiquato sarebbe assurdo. Con quale sistema fare le elezioni? Credo che noi dobbiamo, per il Senato, andare al collegio uninominale; dobbiamo andare al collegio uninominale che prevale ovunque nel regolare la vita dei popoli civili. Il Senato non può essere eletto che con il collegio uninominale.

L’uniformità delle due Camere non è necessaria ed è dannosa. Infatti, in tutti i Paesi dove esiste il sistema del bicameralismo, le due Camere rispondono ciascuna a una propria funzione. Anche in America. Io vi parlo dell’America molto spesso: non lo faccio per feticismo, né per simpatia politica soltanto, ma perché la Costituzione americana ha ispirato tutte le altre migliori. L’America sola ci ha dato questo tipo di civiltà che noi chiamiamo democrazia. Vi erano state in passato piccole democrazie sul tipo dei Cantoni svizzeri, sul tipo delle città anseatiche, sul tipo delle piccole repubbliche italiane dei medioevo. Ma queste non erano ancora la vera democrazia; la democrazia è un prodotto dell’America.

Tutti i grandi fatti sociali nascono prima nella vita e poi si trasformano in legge. Non è che gli studiosi inventino nuove società: sono spontanee trasformazioni o innovazioni che si producono. Faust aveva ben ragione di dire: in principio era l’azione.

La democrazia americana è nata dai profughi, è nata dai perseguitati della religione e della politica che fuggivano le persecuzioni del re d’Inghilterra e le persecuzioni della chiesa ufficiale. Che cosa dovevano fare allora questi perseguitati per vivere insieme in un nuovo territorio? Dovevano darsi la loro legge. Le istituzioni politiche non nascono ex novo; nascono dalla realtà dei fatti. E nasce prima la cosa e poi la legge che la regola.

I perseguitati che andarono nella Virginia crearono poi il primo statuto: era il modo per vivere insieme. Questa è la grande origine delle democrazie moderne.

Non è dunque per preferenza politica che io parlo sempre dell’America, ma ne parlo perché la Costituzione concepita in senso veramente democratico è nata in America.

Ora, in America, cioè nella realtà, voi trovate le cose che sembrano più inverosimili: trovate il Senato che dura in carica sei anni e che ha immensi poteri, in cui tutti gli Stati hanno solo due rappresentanti per ciascuno, siano essi piccoli Stati, come il Vermont, che hanno una popolazione la quale si aggira intorno ai 300 mila abitanti, sia lo Stato di New York che si avvia ai 20 milioni di abitanti.

Ora, l’America ha sempre concepito che il Governo centrale e il Presidente della Repubblica, il quale assomma in sé tutti i poteri efficienti e che ha anche il potere esecutivo, si trovino in condizioni di essere a contatto del Senato e della vita pubblica. Vi sono disposizioni che a noi sembrano inspiegabili, eppure sono risultate pratiche e utili. Il Senato è presieduto dal Vicepresidente della Repubblica, che non ha diritto di voto e non è senatore.

Noi vogliamo dovunque l’architettura della uniformità. Come ci rassegneremmo a una aspirazione simile?

Non dobbiamo meravigliarci se avremo due sistemi elettorali differenti: uno per la Camera e l’altro per il Senato. Si vedranno tutte e due le forme elettorali. E poi in avvenire, come è inevitabile, si tornerà in tutto al collegio uninominale. Introduciamo ora per il Senato il collegio uninominale senza nessuna difficoltà, dividendo il territorio nazionale in tante circoscrizioni di 200.000 abitanti. La nomina di un senatore è facile, perché non richiede nessuna complicazione. Non vi sono liste; vi sono candidati. Cadrà così anche l’accusa che si è fatta finora (e che è la profonda verità) che la Camera dei deputati – quale l’abbiamo avuto nella nostra Costituente – è fatta da partiti di massa che non concedono a individui di attitudini elevate di affermare la loro personalità. Se noi abbiamo, agli effetti della elezione del Senato, il territorio diviso in circoscrizioni di 200.000 abitanti, ogni individuo che ne ha le attitudini può essere candidato, senza che occorrano i mezzi poderosi come per le grandi liste delle grandi circoscrizioni. Anche un individuo isolato può arrivare al Senato; non vi è persona notevole che, almeno nel suo paese o dove esercita la sua attività, non possa essere candidato. Noi, dunque, col collegio uninominale del Senato potremo dare la possibilità ad ogni grande personalità di manifestarsi; e ogni individuo potrà aspirare alla vita legislativa, senza per questo aver bisogno di sottomettere la sua attività intellettuale all’inevitabile dominio di un grande partito, cui deve appartenere se vuol fare della politica.

Ora, nella forma nella quale era stato concepito il Senato, si ammetteva che ogni Regione potesse disporre di cinque senatori: io credo che questo numero fisso si possa ridurre, senza alcun inconveniente, a 3.

Ma chi devono essere gli elettori? Ritengo che tutti coloro che abbiano i requisiti richiesti per l’elettorato politico della Camera dei deputati devono essere elettori del Senato, con una sola differenza: cioè che, mentre per la Camera dei deputati le condizioni per l’elezione sono, fra l’altro, di ventun anni di età e di venticinque per l’eleggibilità, per il Senato devono cambiare, nel senso che l’età per l’elettorato attivo venga fissata a 25 anni e per l’elettorato passivo a 40 anni, come in altri Paesi dove l’età minima per i senatori è di 40 anni. All’impulso che vi può essere nella prima Camera legislativa – che in America dura solo due anni – deve corrispondere la gravità, la serietà e anche la continuità del Senato. Dunque, io vorrei che tutti potessero essere candidati. Senza limitazioni territoriali e senza alcun sistema di elezioni a doppio grado, che ci condurrebbero alla confusione e alla corruzione.

Vi sono poi alcune obiezioni. Non vi saranno, dunque, si dice, manifestazioni del pensiero, dell’arte, non vi saranno senatori, i quali sfuggano inevitabilmente alla pressione di una selezione attraverso il partito o attraverso l’organizzazione?

Io mi sono permesso di proporre che del Senato debbano e possano far parte coloro i quali hanno di fronte al pubblico il privilegio di rappresentare la cultura, mediante l’elezione – fatta dal Consiglio Superiore della pubblica istruzione – di sei senatori, che vengano dagli studi e dalle ricerche. Ed ho parlato di sei senatori, nel pensiero che le facoltà universitarie essenziali possano ognuna avere (se ne hanno) le attitudini, e siano in condizioni di averne la fiducia, affinché vi possano essere sei senatori che vengano dagli studi.

La Costituzione del Senato non può essere fatta che in una forma libera, senza privilegi.

Ho sentito che qui si parla di elezioni in secondo grado.

Per il Senato, alcuni vogliono non l’elezione in primo grado, ma in secondo grado, come esiste negli Stati Uniti e come esisteva in Francia.

Ciò negli Stati Uniti non era cosa difficile, perché nel Senato degli Stati Uniti – essendovi due senatori per ognuno dei 48 Stati della Federazione – l’elezione non poteva essere fatta in forma diretta. Si capisce che in un Paese di estensioni così enormi, dove le intese erano difficili, si dovevano adottare delle forme che consentissero la scelta senza pregiudicare i cittadini nelle loro manifestazioni politiche. L’elezione in secondo grado era una necessità e non ha dato cattivi risultati.

In Francia l’elezione di secondo grado ha dato risultati non apprezzabili, almeno in alcuni dipartimenti. Rare volte vi è stata tanta corruzione come nella nomina dei rappresentanti di coloro che dovevano eleggere i senatori.

Sono rimasti celebri alcuni scandali, come lo scandalo Coty in Corsica, come di altri candidati nello stesso dipartimento. Si compravano ad alti prezzi gli elettori per l’elezione di secondo grado. Ogni persona che voleva diventare senatore, siccome ogni senatore era eletto in fondo dai comuni (cioè un certo numero per ogni comune), si preoccupava soprattutto di fare la scelta degli individui sicuri. E allora non vi era prezzo. Coty non si chiamava Coty, ma soltanto Spoturno. Era italiano di origine. Francesco Spoturno, ma con nome di Coty era conosciuto in tutto il mondo: François Coty. Voi tutti forse non lo conoscete, ma le signore a cui avete l’onore di rendere omaggio vi diranno che lo conoscono certamente. Egli ha creato la profumeria di lusso e di grandi spese. Prima, anche la profumeria d’Orsay non fabbricava in grandi quantità le bottiglie di profumo al di là dei cento franchi; Coty l’ha portata assai in alto, a prezzi fino allora ignoti. Ad un certo momento è stato uno degli uomini più potenti di Francia: ha comprato quanto poteva per miliardi, ha avuto insieme quella forza formidabile della stampa, quando si manifesta nelle più opposte correnti. Coty ha posseduto insieme il Figaro e l’Ami du Peuple e tutti gli altri giornali che erano aderenti a quei movimenti. Ha speso centinaia di milioni, ed in quei tempi i milioni valevano veramente qualche cosa, ed ha potuto, attraverso la stampa, avere una enorme influenza sull’opinione pubblica. Quando egli voleva essere deputato o senatore, nessuna spesa era eccessiva. Egli volle essere senatore della Corsica e non badò a spese. Si pagavano gli elettori a quei tempi, coloro che dovevano eleggere il senatore (in Corsica era abitudine il pagamento in natura) due cavalli o quattro buoi, o cinquanta o centomila lire per un voto solo. Dopo Coty, gli stessi sistemi sono stati applicati in Corsica e in qualche altro dipartimento. Quando si va alle elezioni con questi criteri, in paesi non ricchi, non vi è nessuna sorpresa dei risultati che si ottengono.

Io desidero quindi che non vi siano elezioni a doppio grado, dato che il nostro Paese non ha ancora una struttura politica, dopo tante vicende, che assicuri contro le cattive influenze e contro la corruzione. Credo quindi che si debba escludere ad ogni modo l’elezione a doppio grado. Del resto non vedo proposte da nessuna parte in questo senso.

Come dunque dovrebbe essere composto il Senato? Il senatore deve essere eletto in ogni circoscrizione a collegio uninominale di almeno 200 mila abitanti.

Siamo così abituati a parlare di uniformità e a concepire l’assurdo che tutti i voti devono essere rappresentati, che non pochi dicono: vi sono tanti voti che si perdono, ed allora riuniamo i resti e facciamo un polpettone e da tutti questi resti facciamo senatori, come ora i deputati che non si sa da chi sono nominati. Io ho avuto l’onore di essere eletto in tre circoscrizioni, benché non appartenga a nessun partito di massa. Faccio ora parte della lista nazionale. Io mi domando spesso chi rappresento. Quando tanti anni fa ero deputato e rappresentavo un collegio, sapevo chi mi eleggeva. Adesso invece non so niente. Non so chi mi fa stare qui dentro, nel senso che io ho abbandonati i miei elettori e credo che essi mi abbandoneranno.

Il Senato deve rappresentare la continuità e deve avere lunga durata. Il Senato che sia eletto sulla base del collegio uninominale è una necessità politica. Si dice che vi sono ingiustizie, ma è naturale che vi siano ingiustizie. Quando voi vedete i collegi inglesi o americani e notate la differenza di voti tra coloro che sono eletti e coloro che non sono eletti, e notate che coloro che sono eletti hanno avuto qualche volta meno voti di coloro che non sono eletti, vi sembra che ciò sia una grande ingiustizia. Ma l’ingiustizia apparente si compensa, perché in un collegio è a danno di un partito mentre in un altro collegio è a danno di un altro collegio di avverso partito e quindi si stabilisce quel compenso delle ingiustizie che si trasforma in giustizia, perché tutti quanti hanno gli stessi vantaggi e gli stessi danni. Quindi credo che l’idea del collegio uninominale è non solo una necessità, ma una convenienza per tutti e non vedo perché non possa essere adottata senza resistenza.

Nel progetto era già preveduto che un certo numero di Senatori dovesse essere attribuito a ciascuno dei collegi elettorali; naturalmente a ciascuna delle circoscrizioni che avrebbero avuto la forma attuale richiesta dalla proporzionale. Ora, siccome la proporzionale non verrebbe a funzionare, si possono attribuire tre collegi senza nessuna difficoltà a tutto l’insieme della circoscrizione; e si può stabilire che il voto per questi tre nuovi rappresentanti sia dato poi a tutta la Regione sempre con votazione per un sol nome, cioè con il collegio uninominale. Comunque, ho cercato di semplificare la cosa come meglio potevo. Vi è un fatto nuovo che già vedevo annunziato dovunque ed è: cosa ne è di coloro che formano il Senato? Chi forma il Senato? Prima di tutto i senatori eletti. Ma vi è un fatto nuovo nella coscienza generale di cui bisogna tener conto: che vi devono essere anche dei senatori non eletti. Senatori non eletti con votazione, ma che sono nella generale coscienza. Il Senato ha avuto una lunga fase in cui non ha funzionato, mentre la Camera dei deputati è stata per molti anni attiva. Ora è naturale che quelli che furono deputati onorevolmente, prima del fascismo, che stettero in Parlamento prima di quella lunga crisi costituzionale che fu il fascismo, possano venire in certo numero là dentro a rappresentare non solo la tradizione ma il buon nome del Parlamento. È giusto che deputati, i quali servirono lungamente il loro Paese e poi furono messi fuori, e si trovarono in condizioni di essere isolati dalla vita pubblica, possano venir là dentro in un certo numero; possano venire nella prima nostra legislatura del Senato, a riprodurre ancora il sistema libero. E sono uomini di ogni partito. Ve ne sono qui dentro che erano dei partiti più avanzati e che anche all’estrema sinistra avevano notevole rappresentanza e notevole partecipazione. Ora ciò può bene essere ammesso. Noi discuteremo dopo il dettaglio; ma ammettiamo il principio che essi possano rappresentare il Parlamento libero per la prima legislatura. Ora, per la prima legislatura del Senato come e in quale misura occorre che questo fatto avvenga?

I deputati che hanno appartenuto alla Camera per un certo numero di legislature – compresa naturalmente la Costituente attuale, questa che io considero la prima espressione di Camera perché eletta a suffragio universale – e anche, quindi, coloro che qua dentro fanno parte dell’Assemblea Costituente devono poter unire le legislature che noi crediamo necessarie per formare il numero di legislature atto per entrare nel Senato. Noi dobbiamo tener conto anche della Costituente come di un’Assemblea politica, ma non della Consulta che fu solamente Camera consultiva e non venne da elezioni, ma da scelta e che quindi non può esser considerata come Camera legislativa.

Avremo, dunque, una Camera di senatori, cioè una Camera composta di senatori e che si chiamerà solamente «Senato» e non Camera del Senato e ancor meno Camera del Senato della Repubblica.

Sarebbero denominazioni stravaganti, come se si indicasse nella Costituzione la Camera dei deputati della Repubblica, quasi potesse essere Camera dei deputati di un altro Paese o di un altro regime.

Basta dire semplicemente Camera dei deputati e Senato. Queste due Camere, elette col suffragio in forma diversa, dovranno essere la base della Costituzione.

Durata: negli Stati Uniti il Senato dura sei anni, ed è rinnovabile per un terzo ogni due anni; in Francia durava 9 anni, periodò troppo lungo, che deprimeva spesso la serietà dell’azione. Ma bisogna ricordare che il Senato di Francia ha salvato il Paese molte volte dalla dittatura, a cominciare dalla dittatura militare di Boulanger e da tutte le altre che furono concepite e si tentò di realizzare. Fu solo la resistenza del Senato, il cui Presidente osò affrontare personalmente il minaccioso generale, a salvare la dignità del Parlamento. Il Senato ha salvato per molto tempo la Francia dai tentativi fascistizzanti e fascisti di Tardieu e di Laval, i quali, in forma diretta o indiretta, sognavano il fascismo in Francia.

Questa istituzione è stata più giovanile della stessa Camera dei deputati nei momenti più critici per la Francia. Mentre io non ammiro tutta l’azione politica della Repubblica francese degli ultimi anni, devo dire che il Senato, nonostante tutto, si è comportato assai spesso meglio della Camera dei deputati. Questa Assemblea di vecchi è stata, in molte occasioni, più giovanile che la Camera dei deputati. Spero che noi faremo un’Assemblea anche migliore, perché vi entreranno forze diverse, a cominciare dai vecchi parlamentari fino a quelli che verranno eletti per suffragio, col collegio uninominale; sistema col quale ciascun candidato viene conosciuto e valutato dai suoi elettori e finisce col conoscerli e coll’interessarsi di loro; la reciproca simpatia prelude sempre alla reciproca fedeltà.

Ora, io vorrei che nel primo Senato non mancassero uomini di esperienza e vi fossero i rappresentanti delle tre grandi magistrature dello Stato: uno per ogni grande magistratura, la Suprema Corte di cassazione di Roma, il Consiglio di Stato, la Corte dei conti. Suppongo che tutti abbiamo la dottrina necessaria in un’Assemblea politica, ma non tutti abbiamo la pratica. La presenza nella nuova Assemblea del Senato di un certo numero di uomini sperimentati, quali i rappresentanti delle tre grandi magistrature, è a vantaggio di tutti. Si dice che essi, non essendo eletti, possano costituire pericolo o disordine. Quale disordine? Quale pericolo? Credete che si diventi Presidente di cassazione a 50 o a 40 anni? Non credete che uomini di così lunga esperienza portino piuttosto elementi di equilibrio? Dunque, questa modifica mi pare necessaria: ammettere i deputati che hanno avuto un certo numero di legislature.

In quale proporzione? Io ho indicato la proporzione che mi è parsa necessaria ed utile. Vi prego soltanto di non esagerare.

Ieri si dovette discutere il numero dei deputati di questa Assemblea e la fiera dichiarazione dell’onorevole Conti, a cui mi sarei volentieri unito, proponeva un deputato per centocinquantamila abitanti. Io avevo proposto un termine medio nella soluzione, centomila abitanti per ogni deputato. Si tornò con la votazione a ottantamila e se ci fosse stata una proposta di cinquanta mila o non più di quarantamila, io credo che sarebbe stata accolta. (Commenti), tanto fu l’entusiasmo che notai tra alcuni colleghi (che pure parevano e che dovevano essere contrari) per questa assicurazione sulla vita data agli onorevoli membri di questa Assemblea.

CONTI. Anche i discepoli si sono ribellati! Ne ha anche uno vicino.

NITTI. Ora accetterete, io spero, questa indicazione, di ammettere nella nostra Assemblea un certo numero di ex deputati che rispondano per la loro condotta, per il loro passato, alle condizioni di stima che deve avere ogni grande Assemblea alla sua costituzione.

In quanto al numero, vi prego di essere moderati, perché più allargherete il numero, più renderete la cosa difficile, se non impossibile.

Io debbo limitarmi a queste brevissime dichiarazioni e delucidazioni, nella speranza che ne ternate conto. Se vi saranno obiezioni io sarò lieto di rispondere. Non mi muove nessuna idea di parte, nessuna d’interesse di ceto o di classe, nessun movimento che possa essere dichiarato al servizio di una parte o dell’altra della Camera. Perciò attendo le vostre osservazioni. (Applausi).

Ricordo, comunque, di aver proposto di sostituire gli articoli 55 e 56 con il seguente:

«Il Senato è eletto sulla base di un Senatore per 200 mila abitanti.

«Il territorio della Repubblica è diviso in circoscrizioni elettorali, che eleggono un solo Senatore ciascuna.

«A ogni Regione è inoltre attribuito un numero fisso di tre Senatori.

«Sono elettori i cittadini che hanno compiuto 25 anni e sono eleggibili quelli che hanno compiuto 40 anni.

«Del Senato fan parte, salvo la loro rinunzia, gli ex Presidenti della Repubblica e gli ex Presidenti del Consiglio dei Ministri.

«Alla costituzione del Senato entrano a farne parte gli ex Deputati che hanno appartenuto alla Camera dei Deputati per cinque legislature, senza che però questo fatto costituisca alcun precedente per l’avvenire.

«Fanno parte del Senato il Presidente della Corte di cassazione di Roma, il Presidente del Consiglio di Stato, il Presidente della Corte dei conti e 6 professori di Università designati per elezione dal Consiglio superiore della pubblica istruzione.

«I Senatori di nomina elettiva durano in carica sei anni e sono rinnovabili per un terzo ogni due anni». (Applausi).

Votazione segreta sul disegno di legge: Norme per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione annuale delle liste elettorali.

PRESIDENTE. Secondo le decisioni prese stamane dall’Assemblea, pongo in votazione a scrutinio segreto il disegno di legge sulle norme per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione annuale delle liste elettorali.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Avverto che le urne restano aperte e si proseguirà nella discussione dell’ordine del giorno.

Si riprende la discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

All’articolo 55 gli onorevoli Lami Starnuti, Rossi Paolo, Carboni Angelo, Di Giovanni, hanno presentato il seguente emendamento:

«Sostituirlo col seguente:

«La Camera dei Senatori è eletta, per circoscrizioni regionali, a suffragio universale diretto con sistema proporzionale in ragione di un senatore ogni 120.000 abitanti o frazione superiore a 60.000».

L’onorevole Lami Starnuti ha facoltà di svolgerlo.

LAMI STARNUTI. Onorevoli colleghi, noi dobbiamo insistere nelle proposte contenute nell’emendamento da noi presentato all’articolo 55 del progetto di Costituzione; ma poiché ieri, a proposito della Camera dei deputati, l’Assemblea Costituente deliberò che il sistema elettorale di formazione della Camera non dovesse essere contenuto nella Costituzione della Repubblica italiana, pensiamo che lo stesso ordine di idee debba valere per la formazione del Senato.

Modifico in questo senso l’emendamento da noi proposto, riservandomi però di trasferire, proprio come si è fatto ieri, in un ordine del giorno quelle che sono le affermazioni e le proposte di portata puramente elettorale. Corretto, il nostro emendamento verrebbe a suonare così:

«La Camera dei Senatori è eletta a suffragio universale diretto in ragione di un senatore per ogni 120.000 abitanti o frazione superiore ai 60.000 abitanti».

Nell’ordine del giorno noi trasferiremo il concetto della circoscrizione regionale e l’affermazione che il Senato della Repubblica deve essere eletto col sistema proporzionale, eletto nella sua interezza, senza quelle particolari porzioni (e mi libero dalle questioni minute) che il progetto di Costituzione assegna ai Consigli regionali. Se è vero (e lo diceva testé l’onorevole Nitti) che la fonte della rappresentanza politica deve essere unica, non si vede perché una quota-parte dei senatori dovrebbe essere eletta dai Consigli regionali.

Il nostro emendamento non è molto dissimile dall’emendamento dei compagni dell’altro Gruppo socialista, per quanto essi rinviino alla legge elettorale il sistema di formazione; rinvio che però appare inopportuno al punto in cui siamo arrivati.

Il problema della formazione del Senato è stato il problema il quale ha assillato di più la Commissione per la Costituzione, per le questioni d’ordine politico che la formazione del Senato portava con sé e per le difficoltà d’ordine tecnico insite in molti degli espedienti che erano stati suggeriti alla Commissione.

Oggi, l’onorevole Nitti, con l’autorità che a lui deriva dal suo passato, dalla sua dottrina e dalla sua esperienza politica, si è fatto paladino della elezione dei senatori a collegio uninominale, tesi che troverà consensi in altri settori della Camera, anche in settori molto distanti dal suo, ma che non ci ha persuasi, non perché noi disconosciamo gli elementi di bontà che sono insiti nel sistema del collegio uninominale, non perché noi crediamo in modo assoluto alla perfezione del sistema proporzionale, ma perché, nella realtà politica italiana attuale e davanti alla decisione di ieri, secondo la quale la Camera dei deputati dovrà formarsi col sistema proporzionale, noi riteniamo inopportuno e, sotto certi aspetti, pericoloso, introdurre questo differente sistema per la formazione della seconda Camera.

Il sistema del collegio uninominale viene sostenuto perché, si dichiara, è necessario differenziare la seconda Camera dalla prima, concetto che da un punto di vista astratto potrebbe tessere anche accolto, ma che dobbiamo respingere quando lo esaminiamo sotto il punto di vista della concretezza.

Il sistema del collegio uninominale è un sistema di maggioranza, che potrebbe diventare un sistema di minoranza se venisse attuato – di questo non è stata fatta parola né nelle proposte scritte, né dall’onorevole Nitti nel suo discorso – se venisse attuato senza il correttivo del ballottaggio. Noi affideremmo in tal modo l’elezione dei senatori non alla maggioranza di un determinato collegio elettorale, ma al gruppo politico di minoranza più forte e noi andremmo a creare una seconda Camera che potrebbe rappresentare la minoranza del Paese, in contrasto, forse stridente, con la prima Camera.

Chi ricorda i risultati elettorali del nostro vecchio sistema a collegio uninominale sa che in pochissimi collegi l’elezione a primo scrutinio dava risultati positivi. Anche nelle elezioni del 1909 e del 1913, che sono le ultime elezioni italiane (Commenti) a collegio uninominale, i ballottaggi hanno superato di molto il numero delle elezioni in primo scrutinio…

Voce al centro. No, no.

LAMI STARNUTI. Ad ogni modo, sono stati così numerosi i ballottaggi, da porre il problema così come io lo ponevo poc’anzi, e cioè che il collegio uninominale, se non è corretto dal ballottaggio, può creare una Camera in rappresentanza di forze politiche agguerrite e numerose ma costituenti la minoranza del Paese.

Se così è, la formazione del Senato a collegio uninominale potrebbe portare inevitabilmente ad un conflitto permanente tra la prima Camera e la seconda Camera, che nessun uomo politico può augurarsi e che nessun uomo politico può contribuire a creare, anche perché i rimedi per il componimento dei conflitti non sono né facili né sicuri, e noi vedremo quando discuteremo l’articolo 70 del progetto di Costituzione, la disparità delle idee fra i vari settori della Camera su questo problema che pure è un problema fondamentale. Per questo, pur riconoscendo, dicevo, che il collegio uninominale ha anche i suoi pregi, noi non possiamo aderire all’emendamento dell’onorevole Nitti né all’emendamento dell’onorevole Laconi.

Data la distribuzione delle forze dell’Assemblea, dato lo schieramento dei partiti rispetto a questo problema, credo che il collegio uninominale non sarà accolto. E allora l’Assemblea si troverà necessariamente costretta ad adottare il sistema proporzionale e si troverà di fronte a due proposte diverse dello stesso sistema proporzionale. Alla nostra proposta infatti di proporzionale a suffragio diretto, si contrappone la proposta dell’amico onorevole Perassi, per un sistema proporzionale di secondo grado, in cui la nomina effettiva dei senatori sia fatta non più dal corpo elettorale nella sua spontaneità e nella sua sincerità, ma da un collegio più o meno ristretto…

UBERTI. Filtrato.

LAMI STARNUTI. Ristretto, anche se filtrato: ad un collegio dunque più o meno ristretto, il quale in definitiva creerà il Senato.

Ora, l’onorevole Nitti ha già fatto presente all’Assemblea Costituente quali sono i pericoli di affidare ad un ristretto gruppo di elettori una nomina tanto importante come quella del Senato della Repubblica.

Quando vi sono in gioco interessi politici così notevoli e così cospicui, un ristretto collegio di elettori può subire tutte le influenze e tutte le tentazioni e può dare di conseguenza all’elezione una fisionomia non rispondente ai sentimenti e al pensiero del Paese.

Se l’Assemblea Costituente – questo voglio dire a conclusione – se l’Assemblea Costituente non accoglierà, come io ritengo, la proposta dell’onorevole Nitti per il collegio uninominale, se l’Assemblea Costituente si troverà costretta a decidere che anche la seconda Camera sia eletta con il sistema della proporzionale, io penso e spero che tra il sistema di secondo grado, proposto dall’onorevole Perassi, e il nostro sistema a suffragio universale diretto, preferirà questo secondo metodo di votazione, per la maggiore spontaneità, per la maggiore sincerità e – consentite ch’io lo dica – per la maggiore onestà di esso. (Approvazioni).

PRESIDENTE. Gli onorevoli Preti, Ruggiero e Persico hanno presentato il seguente emendamento:

«Sostituirlo col seguente:

«La Camera dei Senatori è eletta, con sistema proporzionale, dalla Camera dei Deputati in ragione di 1 senatore ogni 120.000 abitanti».

L’onorevole Preti da facoltà di svolgerlo.

PRETI. Ho presentato questo emendamento d’accordo con l’onorevole Lami Starnuti, all’emendamento del quale il mio è subordinato. È sembrato al nostro Gruppo che nella democrazia parlamentare moderna – che è assai diversa da quella ottocentesca – sia fuor di strada chi va a cercare nel Senato una specie di correttivo della Camera dei deputati, cioè un correttivo del suffragio universale abbinato al sistema proporzionale, nell’illusione di poter dare, per questa via, stabilità ai regimi politici. Esista pure il Senato, visto che tanta parte dell’Assemblea lo ritiene necessario. Esso, peraltro, non deve alterare l’equilibrio politico della Camera dei deputati. Anche il Senato deve esprimere il più genuinamente possibile la volontà popolare.

Io temo d’altronde che i «filtri», che tanto piacciono all’onorevole Uberti, in particolare il «filtro» del collegio dei grandi elettori, di cui alla proposta dell’onorevole Perassi, finiscano in pratica per generare proprio le complicazioni alle quali ha accennato l’onorevole Lami Starnuti. D’altra parte, questi «filtri», in fondo, non modificano quello che è il dato fondamentale, cioè che anche il Senato risulti espressione del suffragio universale abbinato al sistema proporzionale. Perché dunque insistere su di essi?

Ho espresso in sede di discussione generale le ragioni che mi fanno ritenere più democratica di ogni altra la elezione del Senato da parte della Camera. Il mio Gruppo è pure di questo avviso. Ma subordiniamo questa proposta, che non facilmente sarebbe accolta in quanto apparentemente troppo radicale, a quella dell’onorevole Lami Starnuti.

PRESIDENTE. Segue l’emendamento degli onorevoli Targetti, Amadei, Carpano Magliai, De Michelis, Fedeli Aldo e Malagugini:

«Sostituirlo col seguente:

«La Camera dei senatori è eletta a base regionale, con suffragio universale e diretto.

«A ciascuna Regione è attribuito un senatore per 150.000 abitanti o per frazione superiore a 75.000. La Valle d’Aosta ha un solo senatore».

L’onorevole Carpano Maglioli ha facoltà di svolgerlo.

CARPANO MAGLIOLI. Onorevoli colleghi, prima di tutto il nostro emendamento deve essere così modificato:

«La Camera dei senatori è eletta con suffragio universale e diretto in ragione di un senatore per 150.000 abitanti o per frazione superiore a 75.000. La Valle d’Aosta ha un solo senatore».

Corretto così, il nostro emendamento, come bene osservava il collega onorevole Lami Starnuti, di poco si differenzia dal suo; e perciò io non ripeterò quello che già è stato detto bene, nel senso che noi riteniamo che a fondamento di ogni formazione di assemblea legislativa deve sempre concorrere il sistema del suffragio universale diretto, perché noi pensiamo che le elezioni di secondo grado presentino pericoli di deviazioni attraverso interferenze, che allontanano l’eletto dalla volontà diretta degli elettori.

E su questo punto io credo non sia più il caso di spendere una sola parola per sostenere l’opportunità e la necessità che anche la Camera dei senatori sia eletta a suffragio universale diretto. Noi abbiamo eliminato quanto è indicato nel progetto, e cioè che a ciascuna Regione sia attribuito un numero fisso di 5 senatori; e ciò per impedire sproporzioni, nel senso che Regioni con piccolo numero di abitanti vengano ad avere una rappresentanza uguale ad altre con una popolazione maggiore e territorio più vasto. Pare a noi che fissare il numero dei rappresentanti in rapporto agli abitanti sia un criterio preciso, nel senso che consente di formare un collegio legislativo di proporzioni razionali.

Abbiamo fissato il numero di 150 mila abitanti (un numero che si differenzia di poco dal numero dell’emendamento Lami Starnuti), appunto perché pensiamo che il Senato debba essere meno numeroso della Camera dei Deputati; assegnando un senatore per ogni 150 mila abitanti, noi avremmo un Senato composto di circa 300 unità.

Non crediamo, in conformità a quanto già si è accennato ieri, che si debba e si possa inserire nella Costituzione una norma per il sistema elettorale, né che sia opportuno parlare di proporzionale, di circoscrizione regionale o di collegio uninominale. Questo problema formerà tema della legge sull’elettorato passivo, perché noi pensiamo che la Costituzione debba avere una durata, direi, indefinita contenendo direttive di principio e si debba rinviare i particolari alle leggi, le quali possono subire tutte le modifiche imposte dal mutare dei bisogni e delle necessità. Perciò, poiché modalità relative alle elezioni sono certamente costrette a mutamenti assai più frequenti che non la Costituzione, queste modalità devono essere fissate da leggi speciali e non dalla Carta costituzionale.

Noi abbiamo fiducia che il nostro emendamento possa trovare accoglimento da parte della Camera per la chiarezza e l’opportunità dei concetti in esso presentati e cioè: il Senato della Repubblica deve essere eletto a suffragio universale diretto in ragione di un senatore per 150 mila abitanti

Per quanto riguarda il sistema elettorale, proporzionale o collegio uninominale, questo problema, come già ho accennato, formerà oggetto della legge elettorale; su questi due temi il nostro Gruppo si riserva di esprimere il suo pensiero tempestivamente.

Riteniamo, solo, che sia inopportuno inserire una norma che rifletta il sistema elettorale nella Costituzione, perché – ripeto – la Costituzione è legge fondamentale e durevole mentre le norme elettorali sono mutevoli e devono conformarsi alle esigenze del tempo in conformità delle circostanze anche momentanee e degli uomini e delle cose.

Per quanto sopra esposto abbiamo fiducia che la Camera possa aderire al nostro emendamento.

PRESIDENTE. Gli onorevoli Laconi, Grieco e Gullo Fausto hanno presentato un emendamento, del seguente tenore:

«Sostituirlo col seguente:

«La Camera dei senatori è eletta a suffragio universale, diretto e segreto, secondo il sistema uninominale, in ragione di un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila».

L’onorevole Laconi ha facoltà di svolgerlo.

LACONI. Il nostro gruppo parlamentare non è stato fra quelli che hanno sostenuto la necessità di una seconda Camera. Non abbiamo assunto questa posizione in quanto non crediamo che la creazione di una seconda Camera risponda ad una esigenza funzionale ed organica del regime democratico di tipo parlamentare.

Respingiamo infatti due delle motivazioni principali che vengono addotte a questo proposito; e cioè respingiamo la tesi secondo cui un’Assemblea politica non costituirebbe una rappresentanza integrale del Paese, e respingiamo anche la tesi secondo la quale l’Assemblea politica, per sua natura avventata e irriflessiva, avrebbe necessità di un secondo organo che le faccia da freno e da correttivo.

Se abbiamo acceduto alla proposta di creazione di una seconda Camera, l’abbiamo fatto perché abbiamo riconosciuto che esiste un motivo, secondario, ma che è accolto dalla pubblica opinione e largamente condiviso da questa Assemblea. Questo motivo secondario consiste nell’esigenza che la legge trovi, attraverso il vaglio di una seconda Camera, una sua maggiore elaborazione e un maggiore suo perfezionamento.

A questa stregua mi pare evidente che noi sul problema del come debba essere organizzata questa seconda Camera non abbiamo una posizione di principio. Esaminiamo serenamente tutte le proposte che vengono presentate e ci studiamo di scegliere fra esse quella che meglio si inquadri nella tradizione italiana e meglio risponda all’esigenza di una maggiore elaborazione della legge.

Le proposte che sono state presentate, almeno le principali, si muovevano originariamente su due linee: la linea della rappresentanza di interessi, che è stata ieri eliminata attraverso un voto contrario della Assemblea, e la linea della rappresentanza a carattere territoriale, che ha trovato in parte un accoglimento nel progetto di Costituzione e che è variamente echeggiata in diverse proposte che vengono poste in discussione attraverso gli emendamenti.

Ieri l’Assemblea ha respinto la prima di queste proposte e penso che abbia concorso in questo voto anche la considerazione che io ho avuto l’onore di fare ieri e cioè che la proposta dell’onorevole Piccioni presupponeva tutta una Costituzione diversa da quella che invece noi siamo andati elaborando.

Io penso che queste medesime considerazioni valgano anche per tutte le proposte che delineano una formazione della seconda Camera su base territoriale. Le proposte di una rappresentanza su base regionale, o comunque su base locale, conferiscono in sostanza alle Regioni, in quanto tali, un loro diritto di partecipazione alla direzione politica del Paese e muovono quindi da una concezione dello Stato che non è quella che ha trovato accoglimento nel titolo delle autonomie regionali. Le Regioni non sono state da noi configurate come organi di potere politico. Noi non abbiamo creato uno Stato federale per cui oggi debba discenderne naturalmente una rappresentanza delle Regioni nella seconda Camera. Noi abbiamo creato la Regione come ente puramente autonomo ed incluso nell’unità politica dello Stato.

Si dirà che nel progetto attuale si è ricorso ad un compromesso, contemperando la rappresentanza regionale con altre forme di rappresentanza, ma io penso che proprio da questo compromesso scaturiscano i maggiori pericoli. Se noi ci trovassimo in uno Stato federale e dinanzi ad unità territoriali storicamente determinate ed organiche, che hanno una tradizione storica, probabilmente nell’accogliere anche integralmente il principio della rappresentanza regionale nella formazione della seconda Camera non ci sarebbero dei pericoli; ma qui in Italia, dove nascono delle Regioni con tutt’altra configurazione, io penso che corriamo un grande pericolo a concedere una rappresentanza fissa alle Regioni, corriamo cioè il pericolo di dare la stura domani a tutta una serie di movimenti regionalistici i quali altro scopo non avrebbero se non quello di conquistare a determinate Regioni o talvolta anche a determinati gruppi politici prevalenti in quelle Regioni le rappresentanze senatoriali. Io vorrei che questo punto che è stato così scarsamente toccato da questa discussione, e mi pare sia ancora largamente accettato in questa Assemblea, venisse sottoposto ad una discussione particolareggiata.

Io vorrei far notare ai colleghi che questo premio concesso gratuitamente ad ogni Regione, è un incentivo alla creazione di nuove Regioni, incentivo che può essere favorito anche dal fatto che in determinate zone di certe Regioni possono prevalere determinati gruppi politici interessati ad ottenere questo premio.

È ben noto che in ogni Regione esistono particolari zone in cui un partito è in prevalenza. Chi potrà escludere che questo partito si faccia promotore della costituzione di una Regione la quale domani avrà, per il fatto che si costituisce, il premio gratuito di cinque senatori? Noi verremmo a trovarci inermi di fronte a questo pericolo: quello di vedere da un lato la Regione trasformata in un semplice strumento di competizione politica, e dall’altro lato di veder trasformato il Senato in una Camera che rappresenti unicamente, e nel modo più ristretto, degli interessi locali di piccoli gruppi configurati territorialmente e politicamente.

A nostro avviso il Senato deve rappresentare la nazione in modo indiscriminato. Abbiamo ieri escluso che vi fosse una rappresentanza di gruppi sociali in quanto tali. Io penso che dobbiamo escludere che vi sia una rappresentanza di gruppi territorialmente configurati in quanto tali. La sovranità appartiene al popolo nella forma più indiscriminata. Non possiamo ammettere che nel quadro dello Stato unitario italiano vi siano enti di qualsiasi natura, sia sociale che territoriale, i quali detengano un determinato diritto per il fatto che esistono, e in nome della loro esistenza e della loro costituzione. Rappresentanza, quindi, indiscriminata. Ma è evidente che se vogliamo che questa rappresentanza indiscriminata, risponda a quelle esigenze – che sono state riconosciute anche da noi, e credo dalla maggioranza della Camera – di una maggiore elaborazione della legge; se vogliamo che la seconda Camera risponda a queste esigenze, è evidente che dovremmo avere una rappresentanza opportunamente selezionata.

Ci è stata presentata tutta una serie di proposte. Si è presentata la proposta della scelta dall’alto; si è presentata la proposta dei membri di diritto. Si sono presentate proposte di elezioni indirette e proposte di elezioni a suffragio universale. Quale scegliere tra queste?

La corrente che io rappresento ed il mio Gruppo parlamentare sono nettamente contrari alla prima di queste soluzioni, e cioè ad una qualsiasi investitura dei senatori dall’alto. Mi sembra che non sia necessario soffermarci su questo punto: contrasta con qualsiasi esigenza della democrazia qualsiasi forma di designazione che affidi la scelta dei senatori a persone o organi, che possono essere i più qualificati del mondo, ma che non rappresentano in questa funzione, in alcun modo, la totalità del Paese.

Per quanto riguarda i membri di diritto, la questione si pone altrimenti. È evidente che vi sono uomini che per il fatto di essersi trovati a capo dello Stato o di una formazione governativa vengono a rappresentare direi, quasi un periodo della storia. Le proposte che si muovono in questo senso possono dar luogo ad una discussione e possono esser prese in considerazione.

Per quanto riguarda le proposte di elezione indiretta, che sono state formulate da diversi colleghi, io stesso sono stato il presentatore di un ordine del giorno in questo senso durante i lavori della Commissione dei Settantacinque, o, se non erro, della seconda Sottocommissione. Questo ordine del giorno rappresentava un’opinione che aveva qualche seguito nel mio Gruppo. Noi non siamo quindi contrari per principio ad una soluzione di questo genere.

Solo, nessuno di noi può esserne contento. Se domani il Paese fosse chiamato ad eleggere la seconda Camera secondo questo sistema, rimarrebbe in ciascuno di noi un senso di insoddisfazione perché ciascuno sentirebbe che è una soluzione provvisoria, adottata allo scopo di eludere il problema. Non v’è alcuna ragione, che gli elettori debbano eleggere delle persone unicamente allo scopo che queste, riunite, eleggano i loro rappresentanti. Nessuno in Italia potrebbe comprendere un tale sistema in questo momento. È vero che in Francia esso è stato adottato, ma è anche vero che in Francia perdura la sensazione che questo sistema sia stato un rimedio dell’ultim’ora.

Una voce al centro. Chi lo dice?

LACONI. La soluzione alla quale penso si debba giungere è la soluzione più semplice…

PICCIONI. …e la più vecchia.

LACONI. Se l’onorevole Piccioni mi ha fatto l’onore di ascoltarmi fin dalle prime mosse del mio intervento, ha avuto modo di notare che io son partito determinatamente dalla tradizione. Io penso che questa tradizione italiana si continua oggi in qualche modo. In larghi strati della popolazione italiana vi è una diffusa simpatia per il collegio uninominale, che merita di essere presa in considerazione. Se l’onorevole Piccioni guarda a certi strati del popolo italiano, che seguono anche il suo partito, avrà modo di avvertire questa esigenza, largamente sentita.

Io parlavo però delle soluzioni che si muovono entro il suffragio universale e che sono evidentemente due: quella che mantiene anche per la seconda Camera il sistema della rappresentanza proporzionale e quella che, invece, innova attraverso l’introduzione del collegio uninominale. Io penso che questa soluzione, la quale ha il pregio di differenziare la seconda Camera dalla prima e, contemporaneamente, di rispondere all’esigenza funzionale – cioè, l’esigenza di creare una seconda Camera capace di dare una maggiore elaborazione ed un maggiore perfezionamento alla norma – penso che questa soluzione sia la più accettabile, anche perché verso di essa si dirigono le simpatie di taluni strati del popolo italiano e di correnti politiche tradizionali che hanno il loro peso.

Dal 1848 al 1913, con una breve interruzione, l’Italia ha avuto il collegio uninominale. Penso che sia stato un decisivo passo in avanti della democrazia italiana l’atto con cui a questo sistema elettorale è stato sostituito il sistema della proporzionale.

Non condivido quindi il pensiero dell’onorevole Nitti su questo punto.

NITTI. Sono stato io a introdurre quel sistema.

LACONI. Penso che sia stato il progresso a introdurre quel sistema di formazione della prima Camera. Ma penso anche che il dar luogo al sistema che più si lega alle tradizioni del passato, nella formazione della seconda Camera, sia cosa saggia e meritevole di trovare accoglimento nella nostra Assemblea.

Con questo intento ho presentato l’emendamento in discussione. (Applausi a sinistra).

PRESIDENTE. Gli onorevoli Macrelli e De Vita hanno presentato il seguente emendamento:

«Sostituire alle parole: La Camera dei senatori, le altre: Il Senato della Repubblica».

Dopo l’approvazione dell’articolo 52, lo si deve ritenere assorbito; salvo a tenerne conto in sede di coordinamento.

L’onorevole Russo Perez ha presentato il seguente emendamento:

«Al primo e secondo comma, sostituire alle parole: La Camera dei senatori è eletta a base regionale. A ciascuna Regione è attribuito, le parole: La Camera dei Senatori è eletta a base territoriale, attribuendo a ciascuna Regione».

CONDORELLI. In assenza dell’onorevole Russo Perez, faccio mio il suo emendamento pur rinunziando a svolgerlo.

PRESIDENTE. L’onorevole Caronia ha presentato il seguente emendamento:

«Sostituire il secondo comma col seguente:

«A ciascuna Regione è attribuito un senatore per 200.000 abitanti o frazione superiore a 100.000».

Non essendo presente l’onorevole Caronia, si intende che abbia rinunziato a svolgerlo.

L’onorevole Colitto ha presentato il seguente emendamento:

«Al secondo comma sopprimere le parole: che manda all’altra Camera, e, al terzo comma, le parole: e diretto».

Ha facoltà di svolgerlo.

COLITTO. L’articolo 55 del progetto di Costituzione stabilisce che nessuna Regione può avere un numero di senatori maggiore di quello dei deputati. A mio avviso non occorre aggiungere altro perché il pensiero del legislatore traluce più che chiaro da queste parole. Perciò io ho proposto la soppressione delle parole che si leggono nel progetto: «che manda all’altra Camera». Penso che tali parole trovansi nel testo perché in una prima edizione di esso anche i senatori erano qualificati deputati e si distinguevano i senatori dai deputati chiamandosi questi deputati alla prima e gli altri deputati alla seconda Camera. Esattamente, quindi, la seconda Sottocommissione aveva proposto questo testo: «Nessuna Regione può eleggere un numero di deputati alla seconda Camera superiore al numero che essa manda alla prima Camera». Ma è evidente l’inutilità di queste ultime parole ora che i componenti la seconda Camera sono nel progetto qualificati senatori e non più deputati.

PRESIDENTE. Gli onorevoli Mortati, Fuschini, Ferrarese, De Palma, Sullo, Dominedò, Carignani, Bubbio, Balduzzi, Salizzoni e Viale, hanno proposto di sopprimere al secondo comma l’ultimo periodo:

«Nessuna Regione può avere un numero di senatori maggiore di quello dei deputati che manda all’altra Camera».

L’onorevole Mortati ha anche proposto di sospendere la determinazione del numero fisso di senatori fino a quando non sia stabilito il numero delle Regioni.

Ha facoltà di svolgere gli emendamenti.

MORTATI. A illustrazione del primo emendamento devo richiamare il concetto che il numero fisso stabilito dal secondo comma dell’articolo 55 ha una ragion d’essere in quanto il Senato sia costituito in funzione dell’ordinamento regionale. Sull’esigenza di questo collegamento non insisto, avendone ampiamente trattato pochi giorni fa, in occasione del mio intervento in qualità di relatore. È errata l’opinione secondo cui l’attribuzione di un numero fisso di senatori ad ogni Regione, indipendentemente della sua popolazione, importi l’affermazione di un principio federalistico. Essa ha invece la funzione di attenuare, sia pure in limiti molto ristretti, la sproporzione di rappresentanza regionale, che si verifica in Italia, tenuto conto dell’enorme differenza di peso demografico fra alcune Regioni ed altre. Ciò premesso è ora di esaminare questo punto, se cioè si possa in questo momento procedere alla determinazione della entità di questa aliquota fissa da assegnare ad ogni complesso regionale. Sostengo con questo emendamento che la Camera debba limitarsi ad affermare il principio della assegnazione del numero fisso, rinviando ad un secondo momento la fissazione del numero complessivo. Questo rinvio è reso necessario in base a due considerazioni.

Anzitutto dal fatto che determinare il numero fisso in un modo od in un altro porta a modificare l’entità numerica complessiva del Senato. Evidentemente il numero dei componenti di un organo costituzionale è un elemento che influisce sulla natura che questo viene a rivestire e sul suo funzionamento, sicché assume una evidente rilevanza costituzionale. Quindi mi pare che non possiamo determinare questo numero fisso fin quando non sapremo quante saranno le Regioni.

È, in secondo luogo, necessario attendere di sapere come sarà regolata la formazione di nuove Regioni. L’onorevole Laconi adduceva, poco fa, un’obiezione a questo punto, cioè l’allettamento che la determinazione di un numero fisso di senatori può esercitare nel senso di incitare singoli gruppi di popolazione a richiedere la costituzione di Regioni autonome al solo scopo di aumentare il numero dei rappresentanti di queste al Senato. Ad evitare un siffatto, possibile inconveniente, sarebbe bene attendere che siano conosciute le modalità per la formazione delle nuove Regioni, in quanto se fra tali modalità vi sia quella (già proposta) che consiste nel richiedere un numero cospicuo di abitanti (di un milione e mezzo o due milioni) perché possa essere consentita la formazione di una nuova Regione, il pericolo rappresentato dall’onorevole Laconi viene ad essere evitato. Analogamente si deve affermare, l’opportunità di sospendere la determinazione di questo punto fino quando non saranno approvate le altre condizioni per la formazione di nuove Regioni. Secondo la proposta del progetto, non basterebbe a tale scopo la semplice volontà delle popolazioni interessate, ma occorrerebbe quella dello Stato, emessa con legge costituzionale: ciò che evidentemente varrebbe ad eliminare le formazioni artificiose, di cui si è parlato. Pare quindi che la proposta fatta di sospendere la determinazione del numero fisso, pur affermando il principio, trovi un valido fondamento nelle considerazioni che ho esposte.

Per quanto riguarda l’altro emendamento di soppressione dell’inciso dell’articolo 55, che preclude la possibilità per le Regioni di avere un numero di senatori maggiore del numero dei deputati ad esse assegnati, osservo che tale inciso, che fu approvato in Sottocommissione a debole maggioranza, non trova alcuna giustificazione ed anzi contrasta con quella esigenza che ha portato a dare base regionale al Senato. Ed è causa di sorpresa constatare che sia stato proprio l’onorevole Lussu, cioè un convinto regionalista, a farsi sostenitore della disposizione criticata.

Se il numero fisso tende a meglio determinare il carattere regionalistico della composizione della seconda Camera, cioè a consentire di dare anche alle piccole Regioni una rappresentanza tale da riflettere in modo quanto più possibile adeguato la loro composizione economico-sociale, non si comprende come debba influire nel senso di limitare la esplicazione del principio, la considerazione del numero dei deputati assegnati alla stessa Regione. Il fatto che le piccole Regioni possano avere più senatori che deputati trova la sua giustificazione nella funzione specifica attribuita al Senato di rafforzare la voce delle Regioni, ed in particolare delle minori, in seno agli organi centrali dello Stato. Anche questa mia proposta mi pare che rimanga così giustificata.

LUSSU. Onorevole Presidente, vorrei pregarla di darmi modo di parlare sulle questioni prospettate dall’onorevole Mortati.

PRESIDENTE. Onorevole Lussu, presenti un emendamento anche solo di poche parole e le do la facoltà di parlare.

LUSSU. Non posso presentare emendamenti perché il testo è mio e quindi se non lo difende l’onorevole Ruini – e non mi pare che egli parta con entusiasmo alla difesa di questo emendamento – chi lo difenderà mai?

PRESIDENTE. Io non ho la possibilità di darle la parola se lei non ne crea le condizioni. Intanto, non sappiamo ancora che cosa dirà l’onorevole Ruini. E poi, lei ha sempre la possibilità di parlare per dichiarazione di voto.

Segue l’emendamento dell’onorevole Nobili Tito Oro, che è del seguente tenore:

«Sostituire il terzo comma col seguente:

«I senatori sono eletti per metà a suffragio universale, per l’altra metà, in parti eguali, dal Consiglio regionale e dai Consigli comunali di ciascuna circoscrizione».

Ha facoltà di svolgerlo.

NOBILI TITO ORO. Questo emendamento, onorevoli colleghi, non è contrapposto, ma subordinato all’emendamento già svolto per il nostro Gruppo dal collega Carpano, con il quale l’elezione dei senatori viene per intero rivendicata al suffragio universale, come unica, legittima espressione della sovranità popolare. Io confido che questo principio raccoglierà i più larghi consensi dell’Assemblea, e pertanto questo mio emendamento deve considerarsi proposto solo in contemplazione della eventualità che, rigettate tutte le altre proposte concorrenti, l’Assemblea sia chiamata a pronunciarsi sul testo del progetto di Costituzione, che la elezione dei senatori solo in parte riserva al suffragio universale segreto e diretto e per il resto attribuisce al Consiglio regionale della circoscrizione.

L’Assemblea ha già compresala portata che va attribuita alla intrusione della Regione nella consultazione elettorale, il risalto che per essa la Regione stessa verrebbe ad acquistare, unico fra gli enti locali, anche nell’ordinamento politico della Repubblica, le caratteristiche che deriverebbero al Senato medesimo dal fatto che la Regione possa presentarsi nel firmamento parlamentare, e specialmente nella progettata Assemblea Nazionale, nella figura di suo grande elettore. Ecco perché, di ciò preoccupato, nella prudente previsione della ipotesi anzidetta, ho proposto che alla duplice forma di elezione se ne aggiunga, come correttivo, una terza: nel senso che la elezione di una parte dei senatori sia riservata anche ai Consigli comunali della circoscrizione. I senatori di ciascuna Regione dovrebbero, a tenore dell’emendamento, essere eletti per metà a suffragio popolare diretto, col sistema che stabiliremo con la legge speciale, l’altra metà in parti eguali dai Consigli comunali e dal Consiglio regionale della circoscrizione. Il rapporto nella ripartizione non ha carattere essenziale e può formare oggetto di facile accordo.

L’idea non è originale: essa ha avuto già una notevole manifestazione in sede di Commissione per iniziativa di parecchi colleghi e ha avuta testé un’eco autorevole anche in questa Assemblea.

Quale è la giustificazione di questa mia formale proposta, che credo di aver giustamente chiamata «correttiva»? Voi avete udito or ora, attraverso la convincente parola del collega Laconi, alcune delle principali critiche che si rivolgono al progetto di Costituzione nella parte riflettente il Parlamento, per il ruolo che vi si attribuisce alla Regione; e risuonano ancora ai vostri orecchi quelle che una parte notevole dell’Assemblea ha portato contro l’ordinamento amministrativo nel suo caposaldo.

Quelle critiche interpretavano il pensiero del Paese; lo ha dimostrato la risonanza che hanno trovata nell’anima popolare, nei consensi dei cittadini di ogni ceto, dalle personalità dell’alta coltura al più modesto manuale. L’audace riforma trasvalicava i limiti logici e politici delle reclamate autonomie locali pienamente realizzabili attraverso gli enti locali di già esistenti; essa erra immatura e assolutamente carente di quel requisito etico che consiste nel riconoscimento della sua necessità e della sua maturità da parte della coscienza popolare; e fu comunque «avventata», in quanto i suoi sostenitori non vollero riconoscere nemmeno la necessità prudenziale di attendere, a regolamentarla, il risultato degli esperimenti delle autonomie regionali speciali già deliberate dal Governo e ormai quasi tutte in corso. E tutto il Paese la teme come una minaccia alla unità nazionale, come l’affermazione – per lo meno – di una tendenza federalistica destinata soltanto a dar soddisfazione al tradizionale spirito antiunitario del guelfismo; vero fenomeno di panico, quanto meno determinato dalla immeritata sciagura del Paese, dalla mancata reazione al timore del peggio, dalla preoccupazione egoistica di sovrapporre l’interesse del proprio ambiente locale e quello dello Stato.

Orbene tutte queste critiche, tutte queste preoccupazioni si riaffacciano oggi al nostro spirito, e si riaffacceranno nel Paese: perché il progetto della Commissione, nella parte relativa alla seconda Camera (che noi ritenevamo assolutamente superflua e alla quale finimmo per non opporci solo per spirito di concordia e per desiderio di raccogliere i più larghi consensi attorno all’attesa Costituzione), non fa che colorire il proposito di attribuire alla Regione anche una funzione politica, iniziando il tentativo d’infeudare ad essa, quale «grande elettore», il Senato della Repubblica. La Regione dovrebbe, in altri termini, sostituire, almeno in parte, il potere regio nella partecipazione alla costituzione del Senato; e gli accorgimenti completivi sarebbero affidati all’avvenire.

Considerate l’obbligo imposto dall’articolo 56 di trarre i senatori dall’ambito della Regione, limitandone la eleggibilità agli elettori che in essa siano nati o abbiano residenza: chi non vi legge il proposito di staccare sempre più i nuovi ordinamenti dall’indirizzo unitario di quelli precedenti, di fare della Regione un campo sempre più lontano dalla rimanente parte della nazione, uno staterello nello Stato, coll’affidare ad essa la nomina dei rappresentanti obbligatoriamente locali al progettato Senato, che sorgerebbe subito in funzione embrionale di federazione delle Regioni. Voi avete udite testé le critiche rivolte dal collega Laconi alla proposta di assegnare ad ogni Regione, indipendentemente dal numero di senatori che possano spettarle in base al numero degli abitanti, un numero fisso di cinque senatori, indistintamente per le Regioni grandi e per le piccole; e quelle critiche io non ripeto. Mi limito a concludere che il proposito di dar risalto alla Regione a scapito dello Stato, di sostituire allo spirito unitario del nostro Risorgimento la preoccupazione regionalista, particolarista e – perché no? – a poco a poco separatista, è ormai anche troppo colorito: i senatori dovrebbero rappresentare, territorialmente, non più l’intiera Nazione, ma la propria Regione, dovrebbero difendere non più gl’interessi generali dello Stato e del Paese, ma quelli particolaristici della Regione; così come ieri si tentava di attribuire al Senato, funzionalmente, non più la rappresentanza dei supremi interessi di tutto il Paese, ma quella d’interessi particolari di gruppi e di categorie, nostalgico rimpianto del crollato corporativismo.

Come evitare che a tanto si arrivi, quando, respinto ogni altro emendamento, che abbia diritto a precedenza, si rendesse necessario votare sul testo del progetto, di questa parte del progetto? Come disperdere queste avvisaglie, questi germi di federalismo avanzante, come impedire che il Senato sorga in funzione di incipiente federazione delle Regioni? Non si sorrida e non si protesti: è un principio, ma questo è: e a certi principî bisogna reagire. Poniamo comunque che si tratti soltanto di un timore ingiusto, in altri termini di un semplice sospetto; nessuno potrà contestare che come sospetto sia giustificato. E a mettere le nostre coscienze in pace, io penso che nella ipotesi che si pervenga alla ibrida forma di elezioni presa in esame, gioverebbe attribuire anche ai comuni il diritto di eleggere un numero di senatori pari a quello che eleggerebbe il Consiglio regionale. Questa introduzione del Comune nella vita politica italiana, mediante la sua partecipazione alla nomina di rappresentanti al Senato della Repubblica, avrebbe indiscutibilmente un’alta risonanza: anzitutto dimostrerebbe che lo Stato considera alla stessa stregua gli enti locali minori e più periferici e quelli maggiori; attenuerebbe il sospetto delle particolari finalità che si attribuiscono alla Regione; accrescerebbe l’autorità del Senato per la più capillare diffusione dei consensi dai quali derivano le nomine dei suoi membri; accrescerebbe in pari tempo l’autorità di costoro, in quanto ripeterebbero la elezione non da quelle oligarchie che inevitabilmente si formeranno in seno ai Consigli regionali, ma dalla maggioranza di tutti i Comuni, compresi i più lontani dal capoluogo regionale, con una investitura che per larghezza di base e per espressione di consensi non diversificherebbe troppo da quella del suffragio popolare diretto. E avrebbe risalto maggiore la stessa funzione dei senatori; il loro contatto coi Comuni e con le popolazioni gioverebbe a stringere vincoli di simpatia e di collaborazione, che mentre conferirebbero maggiore lustro alla dignità senatoria, si risolverebbero in un’assistenza più assidua agli enti locali, specie nei loro rapporti con l’amministrazione centrale, e in un più costante interessamento per le necessità delle popolazioni. Il Senato ne acquisterebbe in popolarità; i Comuni e i bisogni delle popolazioni sarebbero meno ignorati; le popolazioni stesse sentirebbero maggiormente la presenza dello Stato.

Si sono levate obiezioni per il preteso scompenso che si verificherebbe fra piccoli e grandi Comuni nella influenza sul risultato delle elezioni. Ma la preoccupazione è ingiustificata, perché i grandi Comuni, che del resto godono normalmente di una più assidua assistenza di parlamentari, hanno un numero di consiglieri molto attenuato in proporzione di quello dei Comuni minori. Comunque, qual’ora si volesse raggiungere una condizione di proporzionalità, in rapporto alle popolazioni anche in questa forma di elezione, non mancano i sistemi più rispondenti a tal fine, e potrà essere compito della legge elettorale stabilire quello che si riterrà più rispondente.

Si è obiettato pure che questa triplice forma di elezione crea un sistema troppo eclettico: ma l’eclettismo è la già constatata conseguenza delle numerose correnti di pensiero che operano in questa Assemblea; è la situazione che ha eliminato ogni residuo pregiudizio contro il compromesso parlamentare e che lo ha esaltato come strumento necessario del sistema elettorale proporzionale che impedisce il formarsi di maggioranze decisive. Anche il collega Gullo, nello svolgimento del suo ordine del giorno, si è ieri l’altro occupato di questo fenomeno in forma appassionata; e ha constatato che questa nostra opera deve, per necessità, svolgersi sul terreno del compromesso; e troppo spesso occorre negoziare concessioni contro concessioni. Purtroppo – egli ha concluso – in questa negoziazione coloro che perdono siamo sempre noi.

Una critica del genere partì proprio all’inizio della discussione generale, anche dall’onorevole Calamandrei; chi non ricorda quel suo caustico discorso pieno di garbato sarcasmo fiorentino? Dopo aver lamentato, fra l’altro, che il testo del progetto sentisse troppo della diversità di stile e di terminologia, egli avvertì che in esso v’era ben altro di peggio: esso rivelava di frequente un lavoro di mosaico, talvolta ben dissimulato, talvolta troppo appariscente, di pensieri politici diversi. Il Presidente della Commissione, dopo avere assicurato che nella ulteriore elaborazione si sarebbe certamente ottenuta, presso a poco, la stesura «monostile» vagheggiata dal preopinante, saggiamente rispose che l’incolpato mosaico di pensieri politici diversi non era un difetto, ma costituiva proprio il pregio principale di questa Costituzione. Per questo difetto e per questo pregio la Costituzione italiana, da patto fra principe e popolo che prima era, diventava patto fra le varie correnti di pensiero del popolo stesso. Questa era veramente la caratteristica più bella per la funzione di «contratto sociale» che questa Carta costituzionale avrebbe potuto, nelle presenti contingenze, acquistare. Disgraziatamente, non tutti i partiti hanno sentito il dovere di uniformarsi a questa necessità, e bene spesso, quando ad essi ha fatto comodo, noi ci siamo trovati di fronte a votazioni che non potranno non diminuire l’autorità della Carta costituzionale di fronte al popolo.

Non si dimentichi che le questioni fondamentali sono state votate con venti, dieci, e anche con due soli voti di maggioranza; e rifletta ognuno che lo stesso pericolo incombe sulla votazione finale.

Oggi, in occasione dello svolgimento di questo emendamento, nel momento più critico, più delicato della formazione di questa Costituzione, giacché si tratta proprio della parte nucleare di essa, noi dobbiamo sentire una responsabilità maggiore. Dobbiamo ricordare la rievocazione che il Presidente della Commissione, nella sua Relazione scritta, ha fatto di quel simpatico amico della Roma del primo Ottocento e dell’Italia tutta che fu Henry Beyle, alias Stendhal, che vi è definito «spirito lucido» (e sarebbe il caso di aggiungere «illuminato»): egli diceva, ricorda la Relazione, che avvicinandosi ad una Costituzione, provava un vero senso religioso. Per tale senso religioso, che diventa paura religiosa in noi che a quest’opera attendiamo in momenti così calamitosi per il nostro Paese e per l’intiera umanità, io mi permetto – e non so se la sede sia opportuna, e se l’onorevole Presidente me lo consentirà – di rivolgere una calda preghiera al Presidente della Commissione perché, prima che si vada in votazione, faccia quello sforzo che da una parte dell’Assemblea era stato invocato ieri: convochi i presentatori degli ordini del giorno e degli emendamenti e cerchi di trovare un accordo fra loro, in modo che quelle qualsiansi soluzioni, quelle qualsiansi formule che saranno concordate, poste in votazione, abbiano a riportare una maggioranza tale da conquistare una imponente autorità di fronte al popolo, tanto imponente da restituirgli la fiducia nell’opera nostra, anche per tutta la parte di lavoro in precedenza compiuta.

Io mi auguro che in tal modo noi possiamo dare tutto il pregio che intensamente desideriamo a questa Costituzione, che oltre a completare l’ordine democratico, repubblicano che è stato raggiunto, è destinata a consolidare nello sforzo per la rinascita e nel trionfo della ricostruzione raggiunta, la durevole pace sociale dell’Italia nostra. (Applausi a sinistra).

Chiusura della votazione segreta.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione a scrutinio segreto sul disegno di legge: Norme per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione annuale delle liste elettorali.

Invito gli onorevoli Segretari a numerare i voti.

(Gli onorevoli Segretari numerano i voti).

Si riprende la discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

PRESIDENTE. L’onorevole Perassi ha presentato il seguente emendamento:

«Sostituire il terzo comma col seguente:

«I senatori sono eletti per un terzo (in via subordinata: per un quarto), col minimo di tre, dal Consiglio regionale e per il resto da delegati eletti a suffragio universale fra gli elettori iscritti nei comuni della circoscrizione elettorale di primo grado, in proporzione degli abitanti, secondo le modalità determinate dalla legge».

Ha facoltà di svolgerlo.

PERASSI. L’emendamento da me proposto riguarda il terzo comma dell’articolo che stiamo esaminando; non entro quindi in merito ai primi due commi, partendo dal presupposto che essi così come sono, o con qualche ritocco, restino.

Il terzo comma ha per oggetto di regolare in che modo si procede all’elezione dei senatori assegnati a ciascuna Regione. L’emendamento che ho proposto si allontana dal testo della Commissione in tre punti di diversa importanza.

Il primo punto concerne l’elezione dei senatori da parte del Consiglio regionale. Nel testo proposto dalla Commissione si dice: «I senatori sono eletti per un terzo dai membri del Consiglio regionale». In primo luogo, dal punto di vista formale, è opportuno dire «dal Consiglio regionale» e non «dai membri», perché l’elezione è fatta dall’organo collegiale come tale.

Per quanto concerne il numero dei senatori la cui elezione sarebbe assegnata al Consiglio regionale, nel mio emendamento si mantiene il terzo, ma con un piccolo correttivo, cioè con un minimo di tre. A me pare che questo correttivo sia opportuno, anche per la considerazione che, se un Consiglio regionale è chiamato a fare l’elezione di almeno tre senatori, è possibile applicare il voto limitato, assicurando così una certa rappresentanza delle minoranze.

Il secondo punto è di carattere esclusivamente formale: in luogo di dire, cioè, «gli altri due terzi», nel testo da me proposto è detto: «il resto». La ragione di tale modificazione è semplice ed è che non sempre il numero totale assegnato a ciascuna regione è divisibile per tre. Conseguentemente, quella che sarà la quota da eleggersi diversamente potrà, in concreto, risultare maggiore o minore di due terzi. Dal punto di vista tecnico è quindi preferibile dire «il resto».

Il terzo punto è quello che presenta maggiore importanza dal punto di vista pratico e politico. Esso riguarda il modo con cui dovrebbe procedersi all’elezione del maggior numero di senatori assegnati a ciascuna Regione. Come è stato già rilevato, nell’emendamento proposto si accoglie l’idea dell’elezione di secondo grado, idea che, come giustamente ricordava l’onorevole Laconi, è stata diverse volte e sotto diverse forme prospettata in seno alla seconda Sottocommissione.

Io non voglio, onorevoli colleghi, entrare in discussioni teoriche sulla preferibilità dell’elezione diretta, rispetto a quella di secondo grado. Mi limito a constatare che, contro l’elezione di secondo grado sono state portate, così in sede di Sottocommissione, come qui in Assemblea, delle critiche che mi sembrano nettamente contrastanti.

Vi fu infatti, da un lato, qualche membro della Commissione il quale osservò che, in fondo, le elezioni di secondo grado sono – per usare l’espressione da esso adoperata – una farsa. Perché? Perché gli elettori di secondo grado si possono paragonare a macchine automatiche che non fanno se non eseguire quella che è stata la designazione di primo grado. Certo, questa critica riassunta nell’espressione molto drastica da me ora ricordata si può fino ad un certo punto ritenere fondata, quando si pensa all’elezione di secondo grado che ha per oggetto la designazione di una persona: esempio tipico l’elezione di secondo grado del Presidente degli Stati Uniti d’America. È evidente infatti che il giorno stesso in cui si chiudono le elezioni di primo grado, si sa già qual è la persona del Presidente che sarà eletto, cosicché l’elezione effettiva del Presidente si riduce in realtà ad un’operazione quasi meccanica.

Ma qui non siamo di fronte all’elezione di uno; qui siamo di fronte all’elezione di un numero variabile, ma sempre abbastanza elevato di persone. Conseguentemente, quell’inconveniente dell’elezione puramente meccanica, qui non c’è. In realtà i «grandi elettori» hanno la possibilità di fare una scelta, e quindi, di far giocare anche elementi personali.

Da parte dell’onorevole Nitti è stata fatta un’altra osservazione, ed egli ha ritenuto anche di appoggiarla a qualche esempio storico. Ma anche qui, mi pare che lo stesso onorevole Nitti sia caduto in qualche contradizione. Egli, in particolare, si è riferito all’esperienza del Senato francese, il quale in realtà, dal 1875 in poi, era una seconda Camera eletta col sistema delle elezioni di secondo grado. E l’onorevole Nitti ha ricordato che ci sono stati dei casi in cui qualche senatore, molto ben provvisto, è riuscito ad esplicare, con mezzi molto persuasivi, una particolare influenza sul gruppo dei «grandi elettori».

Io non contesto l’esattezza storica di questa osservazione per qualche caso; però mi limito a constatare che lo stesso onorevole Nitti, nello stesso suo discorso, ad un certo punto rilevava l’importanza che il Senato francese ebbe nella vita della Terza Repubblica, e giustamente ricordò che in certi momenti fu il Senato francese che difese la Repubblica contro qualche atteggiamento di partiti o di uomini indirizzati su altre vie. Quindi, anche qui mi pare vi sia un po’ di contradizione.

In conclusione, con una semplice osservazione di buonsenso, io constato che le critiche opposte al sistema sono nettamente contrastanti; e, quindi, si può dire in un certo senso che si elidono.

Ciò premesso, e senza insistere ancora su concetti generici, vengo rapidamente a spiegare il meccanismo della elezione quale è proposto nel mio emendamento. In esso si dice che il resto dei senatori assegnati a ciascuna Regione è eletto «da delegati eletti a suffragio universale fra gli elettori iscritti nei comuni della circoscrizione elettorale di primo grado, in proporzione degli abitanti, secondo le modalità determinate dalla legge».

Ciò che caratterizza questo emendamento per quanto riguarda la parte tecnica è che esso lascia un notevole margine alla legge elettorale, limitandosi a fissare i principî fondamentali; e sotto questo punto di vista è correlativo al sistema che è stato seguito per la Camera dei deputati. L’articolo già adottato, limitandosi a dire che la Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, rinvia alla legge elettorale politica tutti gli altri problemi tecnici e politici relativi all’elezione dei deputati. Così per il Senato della Repubblica la Costituzione, secondo l’emendamento proposto, si limiterebbe ad indicare il criterio sopra enunciato al quale la legge elettorale dovrebbe informarsi. La legge elettorale determinerà le circoscrizioni di primo grado (le quali potranno essere, mettiamo, mandamentali o circondariali). Ogni elettore del suffragio universale nell’eleggere i cosiddetti «grandi elettori», dovrà sceglierli fra coloro che sono iscritti nelle liste elettorali della circoscrizione. La legge determinerà una certa proporzione, cioè quanti saranno i «grandi elettori», rispetto alla massa degli abitanti: se 1 per 1.000, 1 per 2.000, od 1 per 500. La questione è rimessa alla legge. Il gruppo dei «grandi elettori» così eletti, viene ad essere, in sostanza, una riproduzione ridotta del corpo elettorale di primo grado. Poi la legge dovrà fare un’altra precisazione tecnica: cioè, dovrà stabilire qual è il collegio elettorale chiamato a fare l’elezione vera e propria dei senatori, raccogliendo gli elettori usciti dal suffragio universale in un collegio che sarà necessariamente più ampio di quello in cui è avvenuta l’elezione in primo grado; per esempio, un collegio provinciale. È questo collegio elettorale che dovrà compiere l’elezione.

È evidente che questo meccanismo è tale da permettere l’applicazione della rappresentanza proporzionale, sia nell’elezione di primo grado, sia nell’elezione definitiva. Quindi, esso va incontro ad una esigenza che – in quanto sia sentita – può esser soddisfatta dalla legge.

D’altra parte esso è un sistema che in larga misura tiene conto di quello che è considerato un carattere a favore del sistema uninominale, cioè il maggiore apprezzamento dei valori individuali. I grandi elettori, per quanto siano in numero abbastanza cospicuo, potranno esercitare una notevole libertà di scelta nelle persone che in concreto saranno elette.

Mi pare dunque che il sistema sia tale da andare incontro alle diverse esigenze; e, sotto questo punto di vista, credo che potrebbe essere una soluzione che ci permetta di uscire da questi contrastanti punti di vista.

È con questo spirito, è soprattutto con questa idea di trovare una formula che vada incontro a queste diverse e contrapposte concezioni, che noi abbiamo proposto questo emendamento.

Mi si permetta di aggiungere una breve osservazione. Sarà svolto ora un emendamento dell’onorevole Zuccarini, nel quale vi è una idea che non c’è nel mio, ed alla quale – per quanto mi concerne – non ho difficoltà ad aderire. La proposta dell’onorevole Zuccarini è di introdurre una limitazione nella libertà di scelta dei grandi elettori, stabilendo che il suffragio universale dovrà cadere non soltanto sugli iscritti nella circoscrizione, ma sugli iscritti aventi una certa età, cioè un’età superiore ai 25 anni.

È un’idea interessante che potrebbe essere aggiunta alle altre che sono indicate qui e all’insieme delle altre che servono a differenziare – in quanto opportuno e in quanto necessario – la formazione del Senato dalla formazione della Camera dei deputati.

Risultato della votazione segreta.

PRESIDENTE. Comunico il risultato della votazione a scrutinio segreto sul disegno di legge: Norme per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione annuale delle liste elettorali:

Presenti e votanti          373

Maggioranza                187

Voti favorevoli            342

Voti contrari                 31

(L’Assemblea approva).

Hanno preso parte alla votazione:

Abozzi – Adonnino – Alberganti – Alberti – Allegato – Amadei – Ambrosini – Amendola – Andreotti – Angelucci – Arcaini – Arcangeli – Assenato – Avanzini – Ayroldi.

Bacciconi – Baldassari – Balduzzi – Baracco – Barbareschi – Bargagna – Barontini Ilio – Bazoli – Bei Adele – Bellato – Bellusci – Belotti – Benedettini – Bennani – Bergamini – Bernamonti – Bernini Ferdinando – Bertola – Bertone – Bettiol – Biagioni – Bianchi Bianca – Bianchi Bruno – Bianchini Laura – Bibolotti – Binni – Bitossi – Bocconi – Bolognesi – Bonino – Bonomi Paolo – Bordon –Borsellino – Bosco Lucarelli – Bovetti – Bozzi – Braschi – Brusasca – Bubbio – Bucci – Burato.

Caccuri – Caiati – Calamandrei – Camangi – Camposarcuno – Canevari – Caporali – Cappa Paolo – Cappelletti – Cappi Giuseppe – Cappugi – Carbonari – Carboni Enrico – Carignani – Caristia – Caroleo – Carpano Maglioli – Carratelli – Caso – Cassiani – Castelli Edgardo – Castelli Avolio – Cavallari – Cavalli – Cavallotti – Cerreti – Cevolotto – Chatrian – Chiarini – Chieffi – Ciampitti – Cianca – Ciccolungo – Cifaldi – Cimenti – Clerici – Coccia – Codacci Pisanelli – Colitto – Colombi Arturo – Colombo Emilio – Colonna di Paliano – Colonnetti – Conci Elisabetta – Condorelli – Conti – Coppa Ezio – Coppi Alessandro – Corbi – Corbino – Corsanego – Corsi – Corsini – Cortese – Costantini – Cotellessa – Cremaschi Carlo – Cremaschi Olindo – Crispo.

De Caro Gerardo – De Filpo – De Gasperi – Del Curto – Delli Castelli Filomena – De Martino – De Michele Luigi – De Michelis Paolo – De Palma – De Unterrichter Maria – De Vita – Di Fausto – Di Giovanni – Di Gloria – Di Vittorio – Dominedò – Donati – D’Onofrio – Dugoni.

Ermini.

Fabbri – Fabriani – Facchinetti – Faccio – Fantuzzi – Faralli – Farina Giovanni – Farini Carlo – Fedeli Armando – Ferrarese – Ferrari Giacomo – Ferrario Celestino – Ferreri – Fietta – Filippini – Finocchiaro Aprile – Fiore – Fiorentino – Fioritto – Firrao – Flecchia – Foa – Fogagnolo – Foresi – Franceschini – Froggio – Fuschini – Fusco.

Galati – Gallico Spano Nadia – Garlato – Gasparotto – Germano – Gervasi – Ghidini – Giacchero – Giacometti – Giolitti – Giordani – Giua – Gonella – Gorreri – Gortani – Gotelli Angela – Grassi – Grazi Enrico – Grazia Verenin – Grieco – Gronchi – Guariento – Guerrieri Emanuele – Guerrieri Filippo – Guidi Cingolani Angela – Gullo Fausto.

Iotti Leonilde.

Jervolino.

Labriola – Laconi – Lagravinese Pasquale – Lami Starnuti – Landi – La Pira – La Rocca – Leone Francesco – Leone Giovanni – Lettieri – Lizier – Lombardi Carlo – Lombardi Riccardo – Longhena – Lozza – Luisetti.

Macrelli – Maffi – Maffioli – Magnani – Maltagliati – Malvestiti – Mannironi – Marchesi – Mariani Enrico – Marina Mario – Marinaro – Martinelli – Martino Gaetano – Marzarotto – Massola – Mastino Gesumino – Mastrojanni – Mattarella – Mattei Teresa – Matteotti Carlo – Matteotti Matteo – Mazza – Mazzoni – Merighi – Merlin Angelina – Mezzadra – Micheli – Minio – Molinelli – Momigliano – Montagnana Rita – Monterisi – Monticelli – Morandi – Morelli Luigi – Morelli Renato – Morini – Mortati – Moscatelli – Mùrdaca – Murgia – Musolino.

Nasi – Negro – Nenni – Nicotra Maria – Nobile Umberto – Nobili Tito Oro – Novella – Numeroso.

Pallastrelli – Paolucci – Paratore – Paris – Pastore Giulio – Pastore Raffaele – Pat – Pecorari – Pella – Pellegrini – Pera – Perassi – Perrone Capano – Persico – Perugi – Pesenti – Piccioni – Piemonte – Pistoia – Platone – Pollastrini Elettra – Ponti – Pratolongo – Pressinotti – Preti – Priolo – Pucci.

Quarello – Quintieri Quinto.

Raimondi – Rapelli – Ravagnan – Reale Vito – Recca – Restagno – Restivo – Ricci Giuseppe – Riccio Stefano – Rivera – Rodi – Rodinò Mario – Rodinò Ugo – Romano – Romita – Roselli – Rossi Giuseppe – Rossi Maria Maddalena – Rossi Paolo – Rubilli – Ruggeri Luigi – Ruini – Rumor.

Saccenti – Saggin – Salerno – Salizzoni – Salvatore – Sampietro – Sansone – Santi – Sapienza – Scalfaro – Scarpa – Schiavetti – Schiratti – Scoca – Scotti Alessandro – Scotti Francesco – Secchia – Sicignano – Siles – Silipo – Silone – Simonini – Spallicci – Spano – Spataro – Stella – Storchi – Sullo Fiorentino.

Tambroni Armaroli – Targetti – Taviani – Tega – Terranova – Tessitori – Titomanlio Vittoria – Tomba – Tonello – Tonetti – Tosato – Tosi – Tozzi Condivi – Treves – Trimarchi – Turco.

Uberti.

Valenti – Valiani – Varvaro – Venditti – Vemocchi – Veroni – Viale – Vicentini – Vigna – Vigorelli – Vilardi – Villabruna – Villani – Vinciguerra – Volpe.

Zaccagnini – Zanardi – Zerbi – Zuccarini.

Sono in congedo:

Arata.

Campilli – Canepa – Carboni Angelo – Carmagnola – Codignola.

Geuna – Gullo Rocco.

Jacini.

La Malfa.

Mastino Pietro – Montemartini.

Parri – Pellizzari – Pignatari.

Tremelloni.

Vischioni.

Si riprende la discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

PRESIDENTE. L’onorevole Zuccarini ha presentato il seguente emendamento:

«Sostituire il terzo comma col seguente:

«I senatori sono eletti, per la quota fissa attribuita a ciascuna Regione, dal Consiglio regionale, e, per il resto, da delegati eletti a suffragio universale fra gli elettori che abbiano superato i 25 anni di età, iscritti nei Comuni della circoscrizione elettorale di primo grado, in proporzione degli abitanti, secondo le modalità determinate dalla legge».

Ha facoltà di svolgerlo.

ZUCCARINI. Il mio emendamento porta appena due modificazioni all’emendamento presentato dall’onorevole Perassi, che è stato abbondantemente illustrato.

Io tengo ad accentuare il carattere di questi due nostri emendamenti, i quali si preoccupano soprattutto di conservare al Senato quel carattere col quale esso fu inserito nella Costituzione. Il Senato deve rappresentare per noi un correttivo degli interessi locali e regionali alla legislazione ordinaria della prima Camera. Non si comprenderebbe il Senato, se il Senato non avesse una propria caratteristica, e questa caratteristica gli è data proprio dalla forma della sua composizione. Non è vero che la Regione, dal momento che l’abbiamo costituita, non rappresenti nulla nella vita nazionale; anzi noi l’abbiamo costituita perché essa rappresenti un organismo chiamato a risolvere per suo conto i suoi particolari problemi e a portare nella seconda Assemblea la voce di questi interessi particolari perché si armonizzino con gli interessi generali. Quindi è necessario, secondo noi, nella composizione della seconda Camera, cioè del Senato, di accentuare il carattere regionale e locale della sua composizione. Ciò può essere ottenuto (come nella discussione della Commissione dei Settantacinque fu deciso) a mezzo di una rappresentanza diretta del Consiglio regionale, il quale per se stesso, prendendo delle deliberazioni, facendo una legislazione propria nell’ambito regionale, ha tutto l’interesse ad avere una voce sua nella legislazione nazionale. Non si capirebbe l’ente Regione se l’ente Regione non potesse far pesare anche il proprio particolare punto di vista nella legislazione generale, ciò che è possibile attraverso il Senato. Ecco perché fu pensato di assegnare un numero fisso di senatori ad ogni Regione. Non per incoraggiare la tendenza verso la creazione di nuove Regioni. Non credo che per avere un senatore di più o di meno si costituiranno nuove Regioni. Se fu stabilito il numero fisso, fu fatto con criterio equilibratore. Noi non dimenticammo e non dimentichiamo il contrasto che si è sempre verificato nella vita nazionale fra Nord e Sud, fra Regioni ricche e regioni povere, fra Regioni meglio trattate dalla legislazione generale e dallo Stato e Regioni peggio trattate. Volevamo superare tale contrasto. E, l’avere stabilito un numero fisso, serve appunto ad equilibrare il peso fra il Mezzogiorno e il sud d’Italia, delle Regioni meridionali, e le Regioni del Settentrione. Si è voluto dare insomma un maggior peso alle Regioni che hanno maggiori bisogni e maggiori diritti da rivendicare. Che poi questo numero fisso sia di cinque o di tre, ciò è perfettamente indifferente ed è in relazione a questo numero fisso che io ho proposto il mio emendamento. Non credo invece che all’Assemblea regionale debba spettare addirittura la nomina di un terzo o di una quarta parte od anche della metà dei propri rappresentanti in Senato.

Nella Commissione dei Settantacinque si pensò di fare eleggere il resto dei senatori ad una rappresentanza dei Comuni. Senonché di fronte a questa proposta si trovarono una infinità di difficoltà di attuazione pratica. Si osserva che c’erano Comuni di 100 mila-200 mila ed anche di oltre un milione e due milioni di abitanti e Comuni con poche centinaia o migliaia di abitanti; e allora si pensò che dare ai consiglieri comunali di una grande città un peso, che in base al numero dei consiglieri sarebbe soverchiato da un piccolo numero di piccoli Comuni che hanno un minimo di 15 consiglieri, creasse una ingiustificata sproporzione. I Comuni piccoli avrebbero finito col determinare essi l’elezione dei senatori. Come si poteva ovviare a tale inconveniente? C’è un modo solo ed è quello proposto dall’onorevole Perassi e sostenuto anche da me. Esso, non è affatto complicato; è semplicissimo. Si tratta di una elezione di secondo grado che può svolgersi normalmente e senza nessuna difficoltà. Invece di essere i consiglieri comunali a votare per il Comune, sarebbe nominato per ciascun Comune un numero di elettori di secondo grado in proporzione degli abitanti; e in tal modo la città grande non peserà diversamente dal piccolo Comune, cioè ogni gruppo di cittadini si troverà ad avere lo stesso peso nelle elezioni dei senatori. È in questo senso che è fatta la nostra proposta, che non è affatto complicata nella sua attuazione. Può essere infatti attuata con una grande semplicità ed anche con una procedura molto precisa e chiara che non lascia dubbi. Male è stato, secondo me, il non averla proposta in sede di Commissione dei Settantacinque; ma riproponendola qui oggi crediamo di avere semplificato in questo senso il problema. E badate, che la elezione che parte dagli enti locali, anche con l’elezione così come l’abbiamo proposta, non è vero che non abbia il suo peso e non contribuisca alla caratterizzazione della seconda Assemblea. Solo per il fatto che l’elezione avviene in rappresentanza di interessi locali, solo per il fatto che gli elettori saranno rappresentanti dei Comuni, si sentiranno investiti della rappresentanza di quei particolari interessi per quello che di essi rientra nella generale vita della Nazione.

C’è una seconda modificazione introdotta dal mio emendamento, e cioè che gli elettori di primo grado per la nomina dei senatori abbiano compiuto almeno 25 anni di età. Perché questo? Perché io penso che sia pure esso un modo per differenziare e migliorare ancora la seconda Assemblea, la quale, avendo un compito – e non credo di dover insistere su questo – di revisione, di miglioramento e di perfezionamento delle leggi che possono partire anche affrettatamente dalla prima Camera è necessario che, pure essendo meno numerosa, abbia una maggiore capacità e competenza. Gli amici democristiani hanno cercato il miglioramento del corpo rappresentativo attraverso la rappresentanza degli interessi: problema molto difficile da risolvere. Invece, con la differenza dell’età, noi avremo già una selezione negli elettori: avremo intanto elettori che, avendo alcuni anni di più, sono evidentemente più posati e più capaci. Con la elezione di secondo grado, avremo poi una seconda selezione fatta dagli elettori stessi. Non si tratterebbe più di una massa elettorale indifferenziata, anche se i partiti partecipano con gli stessi diritti e gli stessi risultati alla votazione. Evidentemente, nel formare la lista dei candidati i partiti si preoccuperanno di scegliere i loro migliori e si sarà ottenuto un corpo elettorale più selezionato e più capace. Ciò può dare una maggiore garanzia che a comporre il Senato saranno nominate persone all’altezza del loro compito.

Con questo intento ho proposto il mio emendamento e lo raccomando all’approvazione dell’Assemblea.

PRESIDENTE. L’onorevole Rubilli ha presentato il seguente emendamento:

«Sostituire il terzo comma col seguente:

«I senatori sono eletti per un quarto con nomina del Presidente della Repubblica e per tre quarti con elezioni a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età, col sistema del collegio uninominale».

Ha facoltà di svolgerlo.

RUBILLI. Il mio emendamento consta di due parti.

Per la prima parte insisto nel ritenere che per lo meno una esigua frazione dei membri del Senato sia da nominare dal Presidente della Repubblica; non sto a ripetere le ragioni già esposte in sede di discussione generale, esigenze di giustizia, da una parte, e di utilità, dall’altra, per potere usufruire anche del contributo che uomini preclari, ma estranei ai partiti ed alla competizione elettorale, possono dare alla formazione delle leggi. Tengo a chiarire, però, che io non intendo che questa nomina debba essere a vita, ma che vada limitata alla legislatura del Senato, salvo riconferma. Aggiungo che questo criterio non inficia in alcun modo il concetto fondamentale che le Assemblee legislative debbano essere espressione della volontà popolare: sia perché sarebbe molto limitato il numero dei senatori a nomina presidenziale, sia perché non si tratta più di nomina regia, ma di nomina da parte del Presidente della Repubblica, che di per se stesso e per le sue origini rappresenta la più alta espressione del popolo intero; si avrebbe così quasi una forma di suffragio indiretto.

Altri due emendamenti, a questo riguardo, collimano col mio: quello dell’onorevole Russo Perez e quello dell’onorevole Nitti.

Ora io mantengo l’emendamento nei limiti nei quali l’ho segnato. Non credo che si possa eccedere nella frazione che dovrebbe entrare per nomina presidenziale, come vorrebbe il collega Russo Perez con il suo emendamento, portandola ad un terzo. Sarebbe troppo. Io mi accontenterei di un quarto e sarei disposto a ridurre ancora, purché non si precluda a persone, che per i loro meriti e la loro utilità possono contribuire alla tutela degli interessi nazionali, un ingresso per via di nomina da parte del Presidente della Repubblica; mi accontenterei persino di un quinto, purché vi sia comunque questa frazione riserbata a coloro che non vogliono o non possono correre l’alea elettorale, pur meritando di far parte dell’Assemblea legislativa. Insomma sui limiti potrà meglio deliberarsi con criteri di maggiore o minore opportunità, ma un’affermazione del concetto espresso nel mio emendamento mi pare assolutamente indispensabile.

Tanto meno posso condividere l’idea dell’onorevole Nitti, il quale giunge a riduzioni eccessive ed inaccettabili, perché secondo lui dovrebbero entrare nel Senato, e di diritto, soltanto 9 persone: 9 persone disperse nel Senato. Tre giureconsulti (i capi delle grandi Magistrature) e sei professori (letterati o scienziati) nominati dal Consiglio superiore della pubblica istruzione. Ora, una simile proposta eliminerebbe ogni collaborazione utile ed efficace. Nove persone, di diversa origine, di diversa mentalità ed attitudine politica non potrebbero nemmeno formare un piccolo gruppo. Quest’idea servirebbe solo a portare scompiglio nella classe dei professori. (Commenti). Già sono in perenne lotta tra loro: sono tali e tante le reciproche gelosie che non ce n’è uno che parli bene dell’altro. (Rumori). Immaginate cosa avverrà, se noi stabiliremo questa gara tra i professori universitari, ed in quale imbarazzo metteremmo il Consiglio dell’istruzione. Mi pare che non si dovrebbe tener conto né degli eccessi in più – che vengono da una parte – né di quelli in meno, che vengono dall’altra parte. Tra un quarto ed un quinto dei componenti si potrebbe decidere meglio ed utilmente sulla opportunità di immettere nel Senato persone che meritano e la cui opera può essere veramente efficace.

Nel caso in cui il mio emendamento non passasse così come è redatto, cioè sotto forma di norma permanente, io sarei disposto a ridurlo ancora e verrei – come si dice nel gergo giudiziario – ad una subordinata: per lo meno, direi, ammettiamolo per la prima costituzione del Senato. Veniamo da un ventennio in cui ogni libertà, ogni senso di democrazia ed ogni attività politica sono stati completamente soffocati. Almeno per questa prima formazione di una nuova Assembla politica e legislativa facciamo in modo che possano entrare, come guide, delle forze pratiche ed esperte che valgano a dare veramente un indirizzo serio ed utile al funzionamento del Senato.

Si può dire del resto che il mio concetto venga anche avvalorato da parecchie parti. Non soltanto gli emendamenti da me presentati sono in discussione, ma anche altri emendamenti (sui quali l’Assemblea deciderà come crede, e sui quali mi astengo, per delicatezza, di dire anche una parola soltanto) si occupano di questo argomento, e vorrebbero almeno mandare al Senato dei vecchi parlamentari coi quali si potrebbe raggiungere lo stesso scopo. Insomma, c’è una corrente che sotto una forma o sotto l’altra, perlomeno per la prima costituzione del Senato, vuole immettere nell’Assemblea forze vive ed efficaci, che possono veramente essere utilizzate in una compagine nuova che non si sa come possa essere configurata. Perciò anche se non volete accettare la mia proposta come norma permanente per la costituzione del Senato, vi prego di accettarla per lo meno in linea transitoria per la prima volta in cui si costituisce la seconda Camera, salvo a vedere meglio se debba essere mantenuta in seguito.

Per quello che riguarda poi la seconda parte dell’emendamento, in relazione al collegio uninominale…

PRESIDENTE. Onorevole Rubilli, ha già parlato tanto a lungo sul collegio uninominale!

RUBILLI. Signor Presidente, non è che voglia parlarne ancora, ma desidero avere la semplice soddisfazione di togliermi una curiosità…

PRESIDENTE. Se è legittima.

RUBILLI. Sì, una legittima curiosità. Su questo concetto del collegio uninominale io conosco benissimo quale è il pensiero del Partito democratico cristiano, che rispetto ampiamente e doverosamente, pur non condividendolo. Abbiamo sentito oggi quale è il pensiero autorevole dell’onorevole Nitti; poi abbiamo sentito quello dell’onorevole Laconi in rappresentanza del Gruppo comunista; ma non sono riuscito ancora a capire bene il pensiero del Partito socialista.

Una voce. È riservato!

RUBILLI. Finora hanno sviato; fino a questo momento non hanno voluto affrontare la questione.

NOBILI TITO ORO. Si è detto che spetta alla legge speciale.

RUBILLI. Ho sentito due oratori: Nobili Tito Oro e Carpano. Per quello che riguarda Nobili Tito Oro, egli non si è pronunciato per niente. Dal suo ordine del giorno, come è redatto, mi pare di dedurre che egli propenda per il collegio uninominale, perché quando dice che la metà soltanto dei senatori sarebbe eletta a suffragio universale diretto, come può mai a questa metà, che si prevede presso a poco sulle trecento persone in tutta l’Italia, applicare la proporzionale?

Quindi se non l’ha detto esplicitamente, in sostanza non si può dire sul serio che egli voglia affidarsi ad un metodo proporzionale. Il collega Carpano ha detto che bisognava riservare questo argomento alla legge elettorale, ed ha detto cosa giustissima. Amico mio, lo avrei detto pure io. Anzi ho di già detto nella discussione generale sul progetto che la legge costituzionale si è voluta occupare di troppe cose e pensa ora perfino di includere ed assorbire la legge elettorale. Ma che ci possiamo fare se così si vuole? Io ho osservato persino che la Costituzione è diventata quasi un’enciclopedia giuridica! Giustamente, ripeto, diceva Carpano che bisognava rinviare questo argomento alla legge elettorale politica e che in quella sede si doveva stabilire quali metodi elettorali fossero da applicare sia per la Camera dei deputati, sia per il Senato. Intanto, la proporzionale è passata quasi inosservata, in cinque minuti, senza discussione. L’Assemblea ha adottato la proporzionale per la Camera dei deputati, assumendoci così una non lieve responsabilità, senza nemmeno approfondire l’argomento. Purtroppo è così, caro Carpano. Noi abbiamo ragione, ma non siamo l’Assemblea. L’Assemblea è sovrana, come qui si ripete sempre, ma non credo che essere sovrana significhi che può fare quello che vuole. Intanto quasi senza che nessuno se ne accorgesse, nella seduta di ieri, immediatamente dopo una votazione a scrutinio segreto, quando di solito si verifica un certo sbandamento, una certa confusione, in quest’Aula si approvò per alzata e seduta un ordine del giorno per la proporzionale nella elezione alla Camera dei deputati.

Ora, se si è stabilito il metodo elettorale per la Camera dei deputati, bisogna farlo pure per il Senato. Non se ne può fare a meno. Si doveva prima stabilire il rinvio alla legge elettorale, come io ho sostenuto sempre; ma giacché si è seguito un sistema diverso, non possiamo fare a meno di ammetterlo anche per il Senato.

PRESIDENTE. Onorevole Rubilli, c’è a questo proposito un ordine del giorno che impegnerà i colleghi socialisti a votare.

RUBILLI. Ma sino a questo momento non si sono affatto espressi in modo chiaro e preciso, mentre occorre che ognuno si pronunci su di una questione che senza dubbio è di non lieve importanza. Nulla di serio ho mai sentito contro il collegio uninominale, di cui non voglio ora ricordare tutte le benemerenze (è argomento questo del quale ci siamo occupati altre volte). Ora ho sentito fare una sola obiezione: se abbiamo stabilito, si dice, per la Camera dei deputati la proporzionale, come possiamo non stabilirla anche per il Senato? Come si potrebbe giustificare la difformità?

Appunto per questo anzi vogliamo il collegio uninominale; appunto perché avete stabilito la proporzionale per i deputati, vogliamo il collegio uninominale pel Senato, perché occorre che il Senato non sia un doppione, non sia una riproduzione precisa e fedele della Camera dei deputati, ma da questa si diversifichi, per essere efficiente, altrimenti, come è stato riconosciuto da ogni parte, sarebbe una istituzione onerosa e senza utilità di sorta. Quindi la vostra obiezione, o colleghi, si riduce ad un argomento a favore, e se non vi fossero altre ragioni, appunto per quello che voi opponete, noi insistiamo nel collegio uninominale ed aspettiamo che il terzo dei partiti forti, dei partiti di massa, nella sua duplice forma, si pronunzi tra qualche giorno sulla scelta della proporzionale o del collegio uninominale per l’elezione del Senato. (Applausi).

PRESIDENTE. L’onorevole Caronia ha presentato il seguente emendamento:

«Sostituire il terzo comma col seguente:

«I senatori sono eletti dai membri del Consiglio regionale con il sistema maggioritario».

Ha facoltà di svolgerlo.

CARONIA. Mi duole che in mia assenza sia stato dichiarato decaduto il mio primo emendamento, con cui proponevo che ad ogni Regione fosse assegnato un senatore per 200.000 abitanti, perché questo secondo è in rapporto col primo.

Partendo da quanto ha proposto la Commissione, che il Senato è eletto a base regionale, ritengo che sia logico dare una parte notevole, nella scelta dei senatori, alle Assemblee regionali.

Mi si obietta che le Assemblee regionali sono costituite da un numero molto limitato e che affidare la elezione dei senatori a un numero ristretto di elettori sarebbe cosa assurda e darebbe eccessivi poteri a tali Assemblee. Ma qui è questione di numero. In sostanza, secondo quanto propone l’onorevole Perassi, viene affidata per delega ad un numero limitato di elettori la scelta dei senatori. E non è preferibile che questa delega sia data ai componenti le Assemblee regionali, che sono in fondo l’espressione della totalità degli elettori, essendo stati eletti a suffragio universale? Bisogna piuttosto, secondo quanto ho espresso nel primo emendamento, ridurre quanto più è possibile il numero dei senatori, escludendo anche l’assegnazione di un numero fisso di senatori per ogni Regione e lasciando, con l’assegnazione di un senatore per ogni 200.000 abitanti, la rappresentanza proporzionale. Questo anche per prevenire l’obiezione che si potrebbe avanzare da chi si preoccupa del fatto che dare un numero fisso di senatori alle singole Regioni possa portare queste al rango di sovranità, come avviene nelle Nazioni federali. La proporzionalità dei rappresentanti al Senato da parte delle Regioni è più consona al nostro concetto di Stato unitario a struttura regionale. Mantengo pertanto la mia proposta di assegnare un senatore per ogni 200.000 abitanti, senza il di più di un numero fisso e di affidare alle Assemblee regionali la elezione dei senatori assegnati alle singole Regioni. Verrebbe così semplificato il procedimento elettorale e nello stesso tempo meglio differenziato il carattere del Senato.

Dichiaro infine che ove i miei emendamenti dovessero essere respinti, aderirò all’emendamento Perassi che più ai miei si avvicina.

PRESIDENTE. Segue l’emendamento proposto dall’onorevole Russo Perez, del seguente tenore:

«Al terzo comma, alle parole: I senatori sono eletti per un terzo dai membri del Consiglio regionale e per due terzi a suffragio universale e diretto, sostituire le parole: I senatori sono per un terzo nominati a vita per libera scelta del Capo dello Stato e per due terzi eletti col sistema del collegio uninominale».

CONDORELLI. In assenza dell’onorevole Russo Perez faccio mio l’emendamento e rinuncio a svolgerlo.

PRESIDENTE. Segue l’emendamento proposto dall’onorevole Conti, del seguente tenore:

«Al terzo comma, alle parole: il venticinquesimo anno di età, sostituire le altre: il ventunesimo anno di età».

Ha facoltà di svolgerlo.

CONTI. Lo mantengo, ma rinunzio a svolgerlo.

PRESIDENTE. Segue l’emendamento proposto dall’onorevole Alberti, del seguente tenore:

«Aggiungere il seguente comma:

«Cinque senatori sono nominati a vita dal Capo dello Stato fra coloro che, con meriti insigni, nel campo sociale, scientifico, artistico, letterario, hanno illustrata la Patria».

Ha facoltà di svolgerlo.

ALBERTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la discussione generale sui temi che ora stiamo trattando, insigne per valenti oratori di ogni parte dell’Assemblea, ha avuto però – soprattutto a causa dell’ecatombe degli iscritti – una andatura piuttosto spedita che, su qualche punto, è stata persino un po’ troppo succinta.

Ora qui, in sede di emendamenti, non è certo il caso di interrompere questo ritmo, che è opportunamente veloce. Soltanto, vorrei dire al Signor Presidente che io, avendo presentato – e la Commissione me lo perdoni! – quattro emendamenti, vorrei, col consenso del Signor Presidente, rubare qualche minuto sul tempo regolamentare per i primi, promettendo di restituire questi minuti, e con larghi interessi, nel trattamento degli altri due.

Il concetto che ispira l’emendamento che io vado trattando è un concetto che non ha trovato né favore né aperta ostilità fra la maggior parte degli oratori, sia in sede di Commissione che di Assemblea; soltanto da parte dei colleghi della sinistra estrema è venuta qualche critica vivace. Oggi stesso l’onorevole Laconi ha avuto accenti quasi sdegnosi contro questa investitura dall’alto, che offenderebbe gravemente la sovranità popolare, che farebbe parte anch’essa dell’armamentario di equilibri, di contrappesi, di freni, che sono ritenuti ormai muffe e rottami del passato.

A proposito di sovranità popolare, viene in mente la frase celebre: «la sovranità popolare non ammette confine che l’arresti, ragione che la costringa, forza che le si sovrapponga». Chi, onorevoli colleghi, non si inchina alla sovranità popolare? Chi non la saluta come una grande conquista umana? Si può polemizzare fra sacerdoti, ma tutti venerano la dea. Dea veramente; poiché il popolo, il popolo in tutti i suoi ordini che ascende nel lavoro, armato di diritti, di esperienze e, via via, sempre più anche di sapere, non è solo il protagonista ma è la realtà viva della storia.

Però, onorevoli colleghi, neanche la sovranità popolare è un assoluto: l’assoluto non esiste in natura; non esiste – vi direbbe il mio amico Clerici che è uno squisito cultore d’arte, oltre ad essere, come ne avete avuto conferma pochi giorni fa, un politico ed un giurista di alto valore – non esiste, dicevo, neanche in arte, l’assoluto: il senso del limite è anzi uno dei suoi attributi essenziali.

Non esiste in politica; non è esistito nemmeno nelle monarchie assolute, perché è stato giustamente osservato che anche le monarchie assolute trovavano la loro limitazione nella nobiltà feudale di provincia o di corte, nel papato e nelle chiese nazionali, o nelle città libere, o nei corpi autonomi: limitazioni di carattere ora feudale, giurisdizionale, ora popolare, secondo i tempi.

Ma, onorevoli colleghi, qui non si tratta di limitazione bensì di integrazione. La parola integrazione è affiorata in questi ultimi giorni sulle labbra di molti colleghi che hanno parlato su questi temi. L’onorevole Clerici, parlando della rappresentanza degli interessi che egli, con molti altri, ed io fra essi, avrebbe auspicato, ha avuto una frase felice; ha detto: si tratta di fotografare la nazione sotto un altro profilo.

Io avrei aggiunto una parola sola; avrei detto: come si fa con le persone a cui si vuol bene. E noi tutti vogliamo bene al Paese. Anche qui, onorevoli colleghi, si tratta di fotografare – di scorcio – il Paese nelle più alte manifestazioni della cultura e dell’arte. Si è detto, a proposito di questo emendamento, nello stesso modo come ci si era opposti a Clerici e agli altri che patrocinavano la rappresentanza degli interessi, si è detto: sono nascoste manovre di carattere conservatore. A me anzi si è detto in anticipo: si vuole spingere anche così il Senato a destra. È una vera profanazione: lo ha detto, se con queste precise parole, con questo concetto, l’onorevole Laconi. Ma perché siano manovre conservatrici non si è detto. Si è però insistito su questo concetto, che il criterio unico, il metodo unico, l’unico strumento della vita politica debba essere la volontà della maggioranza espressa dal popolo indiscriminatamente nel suffragio universale.

Ora, da quando i greci hanno fornito, perfezionandolo, allo svolgimento della vita politica, questo strumento della volontà, della maggioranza, il mondo non ne ha trovato – e probabilmente non ne troverà mai più – uno migliore. Ma, badate bene, onorevoli colleghi; si tratta di un concetto empirico. Prima di essere vero in politica, questo concetto era vero nello scontro delle forze fisiche: nella legge della foresta, come ora si dice. Ora, la democrazia (ossia la civiltà) deve tendere a conquistare, attraverso il trionfo del numero, il trionfo della razionalità.

La maggioranza e la razionalità molte volte concordano e si identificano. E guai se non fosse così. Ma sarebbe un po’ temerario ritenere che si identifichino sempre. Se questo fosse vero, onorevoli colleghi, non sarebbe vera la sentenza che voi, onorevoli colleghi dell’estrema, certamente non ripudiate: sono le minoranze quelle che anticipano i tempi e fanno la storia.

Nella Commissione, quando si è trattato – sempre fugacemente tutte le volte che è venuto in discussione questo tema – della possibilità dell’investitura dall’alto, ossia della nomina da parte del Capo dello Stato, è risuonata una parola energica, intensiva, quasi spietata: «mostruosità».

Perdonatemi, illustre e amato Presidente, la breve battuta polemica. Honor et onus, direbbe anche in questo caso – e giustamente – il mio amico Cappi. Ma si tratta anche qui di una specie di deificazione, come è stato detto. Una volta si deificava la ragion di Stato, che poi, nella maggior parte dei casi, era soltanto l’interesse delle case regnanti; più tardi – in tempi, purtroppo, a noi vicini – si è deificato lo Stato, considerato ed elevato non solo a «primo» politico, ma a «primo» etico insieme. Ed ora… Ma badate bene, onorevoli colleghi, con questa proposta noi riteniamo, però, di muoverci nell’ambito della più ortodossa democrazia.

In Commissione si è detto: «L’opinione di quanti pensano che, in sostanza, la stessa designazione dall’alto potrebbe in certa guisa considerarsi come un’elezione di forma indiretta, non è accettabile, perché la designazione del Capo dello Stato sorge da un’elezione di secondo grado, e coloro che da lui fossero designati come membri della seconda Camera, trarrebbero la propria investitura da una elezione di terzo grado. E a questo punto, parlare ancora di volontà e di scelta popolare sarebbe puro artifizio, perché il tramite tra gli pseudo-eletti e la volontà degli elettori di primo grado sarebbe del tutto evanescente».

Perfettamente accettabile questa osservazione, se noi considerassimo il mandato che il Presidente riceve dal popolo attraverso l’Assemblea (Assemblea Nazionale, il cui parto si preannunzia piuttosto difficile, ma che almeno in questo, penso, avrà vita: nella designazione e la nomina del Capo dello Stato) soltanto come un mandato di rappresentanza, nel senso che ogni gesto del Capo dello Stato non debba compiersi se non in relazione esatta, e vorrei dire matematica, con un impulso elettorale. Invece esso è anche un mandato di fiducia.

L’onorevole Tosato, in sede di Commissione, aveva osservato che, con l’elezione, il popolo compie un atto di fiducia verso la Camera. Questo stesso atto di fiducia, attraverso l’Assemblea, compie il popolo anche nei riguardi del Presidente.

Pochi giorni or sono l’onorevole Nitti ha parlato (su un’interruzione, se non sbaglio, dell’onorevole Lussu) con commossa riverenza del ricordo di Roma. Ebbene, lasciate, amici, ch’io ricordi a me stesso che la grandezza di Roma è consistita soprattutto in questo: nel pieno e perfetto congiungimento del principio democratico, onde aveva libera espansione la volontà della massa, e la fiducia – d’onde il prestigio di autorità – delle magistrature elette.

A proposito dei poteri che il progetto di Costituzione vorrebbe conferire al Presidente, alcuni dicono che sono eccessivi, altri che sono scarsi; il mio caro amico La Rocca ne è addirittura sgomento; e quando parla del potere che il progetto vorrebbe affidare al Presidente, di sciogliere le Assemblee, adopera una parola veemente, dice che è un potere «tremendo»!

Ebbene, onorevoli colleghi, se a questo modestissimo gregario è consentito esprimere il suo parere, io vorrei che la funzione del Presidente fosse quanto più è possibile spoliticizzata (scusate la barbara parola); vorrei che il Presidente della Repubblica fosse soprattutto una grande forza morale. Si dice una grande forza morale: ed ecco che subito si aderge davanti ai nostri occhi l’alta figura di Enrico De Nicola! – grande forza morale che non contraddice alla sua funzione politica, se è vero – come indubbiamente è vero – che la politica è (o dovrebbe essere) la morale nella vita pubblica.

Questa grande forza morale dovrebbe essere quella che non soltanto fa da moderatrice, ma quella che impersona e simboleggia la nazione in tutte le sue manifestazioni più alte. Ecco perciò che a questa grande forza morale dovrebbe essere commessa la scelta dei cinque rappresentanti della Nazione nel campo della cultura, dell’arte e della scienza. La scelta sarebbe fatta con criteri morali, nel senso più alto della parola; l’altezza del costume nell’intelletto e nel sentimento.

Ma – incalzano – nell’Assemblea questi sommi, non servono a niente. C’è stato Manzoni, c’è stato Verdi, c’è stato Marconi. Raramente hanno varcato la soglia dell’Assemblea.

Ebbene, quando parliamo di Manzoni – questa sovrana grandezza morale e intellettuale che non si finirebbe mai di ammirare – bisogna tener conto, nei riguardi della sua partecipazione ai lavori dell’Assemblea legislativa, che notoriamente egli era affetto da una non grave balbuzie, che certamente non è qualità che sospinga a prendere parte alle discussioni di un’Assemblea.

Comunque, per essere completamente sinceri, occorre anche dire che questa sovrana grandezza ha avuto, come tutte le cose umane – anche le migliori – qualche sua menda. Il dire che Manzoni abbia partecipato nella misura in cui avrebbe potuto alle vicende della resurrezione nazionale sarebbe irriverente verso questo grande morto. Qualcuno di voi tra i meno giovani ricorderà l’invettiva di Cavallotti: «Ma quando i fati italici – penso ed i giorni bui – e le inutili folgori – che stetter chiuse in lui – penso che a tal silenzio – Dio non l’avea sortito!», con quel che segue.

Verdi: qui abbiamo sentito da qualcuno che Verdi non aveva mai varcato le soglie del Senato se non per prestare giuramento. L’onorevole Rubilli ha evocato invece giorni fa non so se la storia o la leggenda di un Verdi che si dilettava di costellare di note musicali sui resoconti parlamentari le polemiche fra i senatori.

MICHELI. Nella Camera dei deputati.

ALBERTI. La ringrazio della correzione. Ad ogni modo, nella vecchiezza Verdi era più che mai rapito nelle sue melodie e soprattutto turbato dai suoi dolori.

Ma di Marconi, per esempio, i suoi colleghi di Assemblea mi hanno detto che la sua frequenza alle sedute del Senato era piuttosto notevole.

Comunque sia, onorevoli colleghi, queste sono contingenze. La ragione pratica – perché c’è la ragione pratica – che mi ha spinto o che mi ha suggerito la proposta di questo emendamento è un’altra: assicurare ai sommi, ai geni tutelari della Patria (consentitemi la fugacissima scorribanda nel linguaggio retorico) una tribuna che essi non hanno, che non hanno più. Occorre un angolo luminoso in cui si possa collocarli e dove le moltitudini possano sempre vederli…

Una voce a destra. Ci sono le accademie…

ALBERTI. Quali accademie? Quella dei Lincei? È certamente un’accolta di illustri personaggi, ma non è una tribuna dalla quale si possa parlare al Paese nelle ore solenni della Patria. Questa ragione pratica non mi pare vada ad urtare con i principî. Il principio, si dice, non deve essere mai infirmato. Siamo d’accordo. Ma quando la pratica può contemperarsi con il principio, ossia quando effettivamente non lo compromette, mi pare che anche la pratica possa essere accettata. Si è fatto altrove? Non so e non voglio sapere. So che un giorno l’onorevole Porzio, in seduta di Commissione, con bella fierezza, ha detto: abbiamo titoli storici sufficienti per fare una Costituzione italiana senza modellarci su Costituzioni straniere.

Vi dicevo che il contemperare la pratica con il principio effettivamente non compromette niente. Perché? perché sarebbero non più di cinque i personaggi illustri che il Presidente dovrebbe nominare. Cinque, perché? Cinque, perché l’esperienza, mi dicono, dimostra che in media una generazione non dà più di cinque geni. Non facciamo commenti sfavorevoli a questa che stiamo attraversando… (Si ride). Speriamo nella prossima.

La seconda ragione è questa: cinque, perché nessuno possa sospettare che qui vogliamo foggiare uno strumento per dare dei passaporti falsi a genî e a fame di princisbecco. Ad ogni modo, questi cinque non potranno mai in nessun modo spostare il centro di gravità di una situazione politica al Senato. Capisco che è stato detto che anche lo spostamento di un atomo ha la sua influenza sul corso degli astri; ma qui vaghiamo nell’inafferrabile, mentre noi dobbiamo invece trattare cose concrete.

Anche a questo punto si dice che l’alta cultura ha delle tendenze conservatrici.

Onorevoli colleghi; non è vero – e basta a dimostrarlo questa Assemblea, nella quale le celebrità scientifiche, letterarie ed artistiche sono distribuite equanimemente su tutti i banchi – non è vero… ma se fosse vero, onorevoli colleghi, se fosse vero che l’alta cultura ha delle tendenze conservatrici, quale tema di meditazione per tutti noi, e specialmente per voi, colleghi ed amici della estrema sinistra! (Applausi al centro).

Noi, dunque, vorremmo che nel Senato fosse costituito un piccolo limbo dei saggi e dei sapienti: un piccolo limbo (senza che con questo il mio pensiero corra al cono infernale, il che sarebbe gratuita irriverenza verso l’Assemblea nascitura).

Ma anche il Senato sarà un’Assemblea come tutte le Assemblee, e, se non vedrà scatenarsi fra i suoi banchi la «bufera infernale», qualche volta potrà accadere che si determini anche nel suo seno qualche ritmo incomposto.

Ad ogni modo, giova sempre a tutti gli istituti avere l’assistenza della sapienza e della saggezza. Certo, le parole del presidente del tribunale rivoluzionario che, al Lavoisier, il padre della chimica moderna condannato a morte nel 1794 e invocante una breve proroga all’esecuzione della sentenza per aver modo di portare a compimento certi suoi esperimenti, rispondeva: «la Republique n’a pas besoin de savants», non sono certo parole che possano trovare eco, non dico qua dentro, ma in tutta la vita moderna. Onorevole Presidente e onorevoli colleghi, un’ultima considerazione ed ho finito.

È stato detto che la democrazia non deve essere il raduno dei mediocri, ma l’aspirazione di ognuno di noi verso l’alto; deve essere il terreno adatto per il fiorire delle individualità. È certo però che nel corso della sua evoluzione non sempre la democrazia – e in tutti i luoghi – ha tenuto fede a questo superbo programma. Qualche critico arcigno ha potuto dire che la democrazia è sembrata qualche volta l’incoraggiamento alla mediocrità. Ebbene, noi domandiamo che anche da questi banchi e con questo modestissimo provvedimento, noi smentiamo questa che è una oltraggiosa leggenda. Noi chiediamo modestamente che da parte di questa Assemblea la votazione – siccome spero che essa sarà favorevole all’emendamento – significhi omaggio al genio dell’Italia. Scusate se insisto su questa nota che è stata toccata e modulata da tanti, e così bene, qua dentro. Vi insisto perché essa ci canta nel cuore, perché è il canto della nostra speranza. Il nostro genio, il genio italiano, è il solo patrimonio che nessun trattato iniquo può depredarci o comprimere. Veramente il suo primato invitto sovrasta e risplende sui lutti e sulle rovine. Per questo, onorevoli colleghi, noi domandiamo che voi dichiariate che l’alta cultura, i sommi geni della Patria, saranno ospiti del nostro Senato; perché anche di là essi ricorderanno al mondo immemore quello che siamo stati e faranno presente al mondo ingiusto quello che ancora, malgrado tutto, saremo. (Vivi applausi al centro – Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. L’onorevole Alberti ha proposto anche il seguente articolo 55-bis, aggiuntivo:

«Sono senatori di diritto e a vita gli ex Presidenti della Repubblica.

«Sono pure senatori di diritto e a vita gli ex Presidenti del Consiglio e gli ex Presidenti delle Assemblee legislative, i quali abbiano coperto la carica almeno per un anno anche se non continuativamente.

«A tale diritto si può rinunziare, purché la rinunzia sia fatta prima della firma del decreto di nomina da parte del Capo dello Stato».

Ha facoltà di svolgere la sua proposta.

ALBERTI. Con l’emendamento, che ho testé finito di illustrare, proponevo che si immettesse nel Senato un piccolo numero di personaggi insigni, i quali preferiscono gli ameni paesi della letteratura e dell’arte o gli austeri panorami della scienza agli scoscesi e tribolati sentieri della politica.

Con quest’altro emendamento, dovrei dire, all’opposto: vi propongo di includere i personaggi più cospicui della politica.

Intanto, per disarmare le diffidenze, devo farvi riflettere che si tratta anche qui di un numero esiguo di persone, per legge di natura e per necessità di cose.

Devo anche fare una premessa. Io ho posto la firma ad un altro emendamento, che segue immediatamente questo, col quale si propone un provvedimento eccezionale, che sistemi la posizione di alcune persone insigni, facenti parte di questa Assemblea, in questo eccezionale momento. Tale emendamento ha avuto già sostanzialmente l’appoggio dell’onorevole Nitti e di altri.

Mi soffermo soltanto sul mio emendamento, che riguarda il tempo futuro.

Propongo che a fare parte del Senato siano chiamati, di diritto, gli ex Presidenti della Repubblica e gli ex Presidenti del Consiglio e delle Assemblee legislative, i quali abbiano tenuto l’ufficio almeno per un anno, anche se non continuativamente.

Per quel che riguarda il Presidente della Repubblica, mi pare che occorra breve discorso. Si tratta di collocare nel Senato personaggi, i quali non solo hanno simboleggiato, ma hanno sintetizzato dei periodi politici. Ora, il Presidente della Repubblica mi pare che sia veramente il tipico rappresentante riassuntivo di questa sintesi.

Sul Presidente della Repubblica, l’altro giorno l’onorevole Condorelli – in un discorso notevole, come sempre, e, come sempre, meritevole della maggiore meditazione – si esprimeva in termini che ci hanno un po’ sconcertato. Egli negava al Presidente, al Presidente anonimo si capisce, non dirò il prestigio, ma il prestigio sufficiente a rappresentare una forza unificatrice nel paese. Voglio rispondergli con le bellissime parole contenute a questo proposito nella prima relazione dell’onorevole Ruini: «Egli (il Presidente) rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze. È il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica». Quella forza morale a cui facevo riferimento poc’anzi.

Ma anche per i Presidenti del Consiglio ed i Presidenti dell’Assemblea, gli eletti degli eletti, questi ultimi, si può dire che sintetizzano periodi politici e che qualche volta sintetizzano un periodo storico. Viene alle labbra il nome di Giovanni Giolitti. Noi non possiamo dimenticare che i consoli a Roma davano il nome all’anno. Si dice: lasciamo stare la storia di Roma; non c’è nulla in comune tra l’antica storia romana e noi. Potrà essere vero; anzi… è vero soltanto in una qualche misura. Onorevoli colleghi, penso per esempio che la storia di Roma, dopo Canne, potrebbe essere utilmente riletta e rimeditata dagli italiani dopo la loro catastrofe. Ma – si obbietta dall’estrema sinistra e da qualche amico, in private conversazioni – volete ricominciare secondo la moda dello Statuto albertino a popolare anche il Senato di «ex»? Ebbene, giacché la parola mi ha portato a Roma antica, non posso non ricordare che il Senato di Roma – il più alto consesso politico che la storia abbia mai avuto, «il consesso dei re», come diceva il Ministro di Pirro – era un consesso di «ex:» ex consoli, che erano poi i ministri degli interni è degli esteri, ex questori, ecc.: era veramente una «élite». Parola questa un po’ sospettata in questi tempi, eppure, attraverso l’esperienza dei secoli, una parola che ha ed avrà sempre una grande risonanza nella storia e nella scienza politica. Si tratta proprio di costituire anche nel Senato una piccola «élite» di uomini illustri per prestigio di autorità e per preziosa esperienza. Guardate che saranno uomini di ogni fede. Sono già uomini di molte fedi, se ci guardiamo intorno, quelli che potrebbero fruire di questa disposizione, attualmente. Potranno essere di tutte le fedi in avvenire. Accettate queste parole, amici dell’estrema sinistra, come una possibilità, come una previsione o come un augurio, come meglio vi piace.

Noi diciamo che non soltanto dovrebbe essere conferito questo seggio in Senato a questi personaggi, in omaggio alla loro autorità, che in fondo è un concetto tutt’altro che incompatibile con la democrazia, ma anche perché essi dovrebbero andare là dentro a rappresentare la continuità della vita nazionale, quella continuità della vita nazionale, che nei decenni si chiama continuità, e che nei secoli diventa la tradizione.

Un grande rappresentante della idea democratica ha scritto: «La sovranità popolare si estrinseca attraverso una serie di singoli atti che riguardano il momento attuale, mentre la vita della Nazione e dello Stato si svolge indefinitivamente nel tempo. Un grande albero, si è detto, che profonda le sue radici nel passato e protende i rami nell’avvenire. Al di sopra del principio della sovranità popolare sta quello ancora più vasto e più armonico della solidarietà, il quale stringe insieme le generazioni che furono a quelle che sono ed a quelle che saranno».

Si tratta, vi dicevo, di uomini di ogni fede, e la loro assunzione a quel seggio non può certo rappresentare offesa alla democrazia, in quanto che proprio nella pratica della democrazia hanno operato e nella pratica della democrazia sono diventati eminenti. Dunque, la sovranità popolare non contrasta con questo senso della solidarietà fra generazioni ma soltanto si assomma. È qualcosa che non si aggiunge alla sovranità popolare, e qualcosa di cui bisogna tener conto perché è un «dato» della vita, e della storia da cui non si può prescindere. Onorevoli colleghi, quando la storia deve subire, contro la sua legge, delle fratture troppo violente, se ne vendica.

Voi certo condividete con me il pensiero che Robespierre non prevedeva certamente Napoleone, e molto meno Luigi XVIII e Carlo X. Ecco la ragione per la quale noi siamo per l’evoluzione!

«La vita incomincia domani» è il titolo di un romanzo che ha avuto una qualche fortuna, ma non è la legge della storia. Se voi guardate gli avvenimenti storici per trasparenza, avrete delle impressioni curiose. Ricordo di aver letto un giorno, proprio in Salvemini, che è un uomo non certo sospetto, che Diderot e Voltaire erano dei conservatori in tutto, tranne che in religione. E questo passo mi ritornava alla mente un giorno in cui Nenni, con molta franchezza e da par suo, rivendicava l’origine illuminista della dottrina socialista.

Con questo, onorevoli colleghi, io non voglio certo negare la legge della storia, la quale procede in una sola direzione (è un articolo di fede, e guai se non fosse così), in quella direzione che è sintetizzata nella formula mirabile: «Diffondere sempre più il benessere sul maggior numero dei consociati». Ciò vuol dire che qualche volta, quando la storia vede violata troppo bruscamente la sua legge, il suo pendolo incomincia a fare dei sobbalzi che sono veramente strani. Ecco, vi dicevo, la ragione per la quale siamo per l’evoluzione.

PRESIDENTE. Onorevole Alberti, forse è giunto il momento di fare il calcolo del tempo dal quale ha preso la parola.

ALBERTI. Ho svolto due emendamenti. Avrei quaranta minuti a disposizione.

PRESIDENTE. Lei moltiplica per due i suoi diritti. Due emendamenti significano venti minuti e lei ha parlato più di quaranta minuti.

ALBERTI. Ho finito, onorevole Presidente, e mi scusi.

Noi vorremmo che questi personaggi illustri entrassero nel Senato anche per rappresentarvi il passato prossimo, il passato prossimo di questi tempi vertiginosi e di tempi a venire, che spero siano meno burrascosi di questi. Gli illustri colleghi che sono in quest’Assemblea, e che fruirebbero di questa disposizione, ci mostrano che con la rettitudine, con il sapere e con l’ingegno sanno anche abbracciare il presente e presentire l’avvenire.

Ho finito, onorevole signori. Soltanto vi facevo osservare che la limitazione di un anno almeno all’esercizio della potestà è una necessità a cui non si può venir meno.

Certo, se un Presidente dell’Assemblea legislativa appena eletto se ne va o lo mandano via, se un Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica e si presenta all’Assemblea e non riesce ad avere la fiducia, vengono a mancare e agli uni e agli altri tutti gli attribuiti che sono venuto elencando.

Per questa ragione è bene che si dica: è necessario che abbiano coperto la carica almeno per un anno.

Ed ho finito davvero e domando scusa. Nelle mie previsioni sono stato un cattivo calcolatore. Lo sono stato anche in tante cose della mia vita. Soltanto vorrei che l’Assemblea mi desse almeno atto di questo: che non sono venuto meno ai canoni della democrazia, di quella democrazia che secondo uno dei suoi più illustri commentatori, che del resto ha rubato la frase all’Apostolo, è «l’atmosfera» nella quale ormai noi viviamo e ci moviamo, quella democrazia che anche per questo modesto gregario è e resterà il credo fondamentale ed insostituibile della sua fede politica.

PRESIDENTE. Vi sarebbero ancora due emendamenti, dei quali uno, già stampato nel fascicolo, è stato presentato dall’onorevole Giovanni Leone, mentre il secondo mi è stato consegnato in questo momento dall’onorevole Martino Gaetano. Ambedue gli emendamenti si riferiscono a norme valide soltanto per la prima elezione del Senato. Mi pare pertanto che debbano essere considerati e decisi non in questa sede, ma in sede delle disposizioni transitorie. D’altra parte se immettessimo queste norme nell’articolo 55, che dovrebbe comprendere eventualmente anche la materia dell’articolo 55-bis, lo appesantiremmo troppo. E pertanto ritengo che per il momento possiamo accantonare gli emendamenti in questione salvo a riprenderli dopo deciso l’articolo 55; a meno che i membri dell’Assemblea non ritengano che essi costituiscano norme di carattere transitorio, ché allora dovremmo esaminarli quando esamineremo tutte le norme di tale carattere.

Il seguito della discussione sopra il progetto di Costituzione è rinviato a domani, per udire l’avviso del Presidente del Comitato di redazione sopra gli emendamenti e successivamente per procedere alle relative votazioni.

È stato presentato il seguente ordine del giorno, a firma degli onorevoli Lami Starnuti, Binni, Morini, Rossi Paolo, Treves, Longhena, Bennani, Canevari, Bocconi, Caporali, Villani, Zanardi, Momigliano e Filippini:

«L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei componenti il Senato della Repubblica debba avvenire a suffragio universale e diretto, con sistema proporzionale e per circoscrizioni regionali».

Quest’ordine del giorno è stato già di fatto largamente svolto nel corso della discussione e pertanto ritengo che non abbia più bisogno di particolare trattazione.

Potrà essere posto in votazione prima che si passi alla votazione degli emendamenti sull’articolo 55.

Interrogazioni.

PRESIDENTE. Comunico che il Ministro di grazia e giustizia, il Sottosegretario di Stato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministro delle finanze risponderanno a tre interrogazioni che sono state presentate con carattere di urgenza.

La prima è quella degli onorevoli Valiani, Pacciardi, Magrini, Treves, Lombardi Riccardo e Facchinetti, al Presidente del Consiglio dei Ministri, «per conoscere il motivo per il quale – dopo che il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha riconosciuto il diritto del quotidiano Corriere Lombardo di Milano, edizione del mattino, di cambiare la propria testata in quella di Corriere di Milano – il prefetto di Milano rifiuta di autorizzare il cambiamento medesimo e procede al sequestro del giornale».

Ha facoltà di rispondere il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio.

ANDREOTTI, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio. Agli inizi di settembre il prefetto di Milano comunicava alla Presidenza del Consiglio l’avvenuto cambiamento di proprietà del quotidiano milanese Il Corriere Lombardo, dando insieme notizia della richiesta di cambiamento di direzione responsabile in favore del dottor Filippo Sacchi per il quale si chiedeva il dovuto benestare. La comunicazione indicava inoltre la volontà dei nuovi proprietari di mutare la testata da Il Corriere Lombardo, edizione del mattino, in Corriere di Milano.

Il benestare per il dottor Sacchi veniva senz’altro comunicato a Milano, mentre per quanto si atteneva al cambiamento di testata la Presidenza del Consiglio si limitava a dichiarare che il titolo Corriere di Milano risultava libero e che ai sensi della legge vigente l’autorizzazione al cambiamento di testata rientra nella specifica competenza dell’autorità prefettizia, alla quale spettava ogni decisione.

Il 21 settembre un telegramma del direttore e dell’amministratore del Corriere Lombardo avvertiva la Presidenza del diniego opposto dal prefetto di Milano al mutamento di testata motivato dalla confusione che sarebbe derivata con altri giornali locali. La Presidenza del Consiglio chiedeva al prefetto di Milano una relazione sui fatti ed apprendeva così che, essendo stato stampato il giornale col nuovo titolo nonostante il diniego prefettizio, si era ricorsi al sequestro del quotidiano ai sensi dell’articolo 5 del decreto 14 gennaio 1944. Il sequestro veniva ripetuto al mattino del 23 settembre.

Va notato che situazioni del genere non sorgerebbero probabilmente se si avesse una disciplina meno transitoria in materia di stampa. Ritenendo pertanto difficile, e forse anche inopportuno, che si discuta in questo scorcio di Costituente l’intero testo di legge da tempo presentato dal Governo all’Assemblea, saranno sottoposti nei prossimi giorni pochi articoli di stralcio, i quali regolino in maniera incontrovertibile la registrazione delle testate e le minime procedure necessarie per l’edizione dei giornali. Allo stato attuale la materia è retta dal regio decreto-legge n. 13 del 14 gennaio 1944 che contempla l’obbligo della richiesta di autorizzazione, per poter pubblicare giornali od altri scritti periodici, da farsi al prefetto della provincia in cui il foglio si debba pubblicare. Tra le indicazioni richieste vi è «il nome e la località della pubblicazione».

Le disposizioni del detto decreto venivano prorogate al 31 luglio 1946 e successivamente a dopo l’approvazione della legge sulla stampa.

Circolari ministeriali davano ai prefetti istruzioni esplicative, mentre si creava in un primo momento una apposita Commissione presso il Sottosegretariato per la stampa e le informazioni la quale restava in vita sino a che non veniva trasferito alle Unioni editori giornali il compito di assegnazione della carta.

Alcune delle disposizioni contenute nelle circolari dei miei predecessori sono pertanto superate, altre hanno un valore puramente interno, altre ancora sono andate in disuso. In queste condizioni non è facile pretendere dai prefetti una immediata conoscenza di tutte le norme esistenti.

In punto di fatto il prefetto di Milano, di fronte alla opposizione di due aziende editoriali, le quali si sentivano danneggiate dal mutamento di testata del Corriere Lombardo, ha ritenuto di dover negare il mutamento stesso.

Presa visione degli atti ho ritenuto peraltro che l’indagine sulla eventuale illecita concorrenza esuli dai compiti deferiti all’autorità amministrativa e debba quindi nel caso essere portata all’esame del Magistrato. Ho pertanto invitato il prefetto di Milano a rivedere il provvedimento preso, lasciando appunto all’autorità giudiziaria l’eventuale esame delle conseguenze di carattere privato derivanti dal cambiamento di testata.

Ritengo, quindi, che a quest’ora sia venuta a mancare la causa del sequestro e che l’incidente possa considerarsi chiuso.

Concordo con quei colleghi che pensano che debba essere in materia evitata ogni possibile interferenza degli organi amministrativi, all’infuori della stretta tutela di quel minimo di disciplina formale che non intacca la sostanza di quello che giustamente è considerato l’aspetto più delicato delle libertà civili e politiche.

PRESIDENTE. L’onorevole Valiani ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

VALIANI. Prendo atto delle dichiarazioni dell’onorevole Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Evidentemente il pensiero di tutta l’Assemblea è quello di tutelare la libertà di stampa. Vorrei soltanto osservare che, a parte la questione specifica – oggetto della mia interrogazione –, in cui si trattava veramente del reclamo di un’azienda concorrente, di una sola, perché la seconda azienda che fece il reclamo è un periodico di pubblicità che esce soltanto il mercoledì e il sabato e non può avere quindi alcun interesse di fronte a un quotidiano politico, a parte, dicevo, questa questione, in linea generale, i prefetti, a mio giudizio, dovrebbero considerare come cadute in disuso tutte le disposizioni restrittive della libertà di stampa, a meno che non si tratti di patenti casi di turbamento dell’ordine pubblico.

Il prefetto è caduto in errore valutando la competenza sua rispetto ad una questione di concorrenza commerciale. È deplorevole il fatto stesso che un giornale politico, per poter mutare testata, per poter comunque iniziare o sviluppare la pubblicazione, debba dipendere dal Governo: il che genera confusione, genera incertezza, genera malessere.

Non è assolutamente ammissibile che un giornale si debba trovare nella situazione in cui si è trovato, con la venuta disposizione, il Corriere Lombardo, oggi Corriere di Milano, di dover cioè affrontare il sequestro affinché la Presidenza del Consiglio esamini la situazione e intervenga: ed erano due mesi che aveva chiesto il cambiamento della testata e non otteneva risposta, e poi il Sottosegretario alla Presidenza comunicava al prefetto che la testata era libera, il che dovrebbe equivalere ad una autorizzazione, ma di fatto non equivale, in quanto resta il giudizio discrezionale del prefetto, il quale ci pensa su ancora un’altra settimana; poi, un giorno, comunica il sequestro, contro il quale non è possibile il ricorso se non attraverso procedure complicate al Consiglio di Stato.

Questa situazione di incertezza dei giornali è già qualche cosa che può costituire un attentato alla libertà di stampa o che, quanto meno, può mettere in difficoltà la libertà di espressione politica dei giornali medesimi. Io vorrei perciò prendere in parola l’onorevole Andreotti quando dice che esistono delle disposizioni cadute in disuso. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che questo decreto del gennaio 1944 è stato promulgato quando ancora vigeva lo stato di guerra, in una situazione quindi del tutto speciale. Non è ammissibile che i giornali debbono avere paura di questo decreto quando svolgono semplicemente un’azione politica ed un’operazione commerciale.

Con questa constatazione, cioè con questa interpretazione estensiva delle dichiarazioni dell’onorevole Sottosegretario, io prendo atto della sua risposta.

PRESIDENTE. Segue l’interrogazione dell’onorevole Dugoni, ai Ministri delle finanze, del tesoro e della difesa, «per conoscere quali azioni abbiano intrapreso per determinare e riassorbire gli illeciti profitti realizzati da persone ed enti sia in occasione del decreto del commissario ministeriale Liguori del 14 settembre 1943, sia per finanziamenti, crediti ed assegnazioni di materie prime disposti posteriormente a tale data dal governo di Salò e risoltisi in definitiva in un incremento patrimoniale privato non guadagnato».

L’onorevole Ministro delle finanze ha facoltà di rispondere.

PELLA, Ministro delle finanze. Chiedo agli onorevoli colleghi che mi consentano di far precedere una premessa che servirà ad illustrare i termini esatti del problema, principalmente in relazione a recenti e non troppo recenti polemiche giornalistiche sopra questo argomento. La materia del pagamento delle materie prime che dallo Stato sono trapassate a singole ditte private, la materia del recupero di eventuali finanziamenti che lo Stato possa aver fatto ad aziende private, evidentemente non è di competenza del Ministero delle finanze. Ed è su questo punto che interloquirà il collega della difesa e che potrà interloquire il collega del tesoro.

La materia del Ministero delle finanze è un’altra, ed è questa: l’Amministrazione finanziaria, nei mesi scorsi, si è preoccupata di quel che poteva essere il risultato economico dopo il pagamento di queste materie prime, fatto naturalmente a prezzo legale, perché lo Stato non può vendere in borsa nera; le quali materie prime possono essere state utilizzate o possono essere state immagazzinate e non ancora utilizzate, dando luogo ad un profitto più o meno lecito. Questa è la seconda parte del problema, di cui si è fatto carico il Ministero delle finanze. Perciò, ogni qual volta si parla di pagamento di materie prime e di rimborso di finanziamenti, non è il mio dicastero che è in discussione. Il mio dicastero rivendica il merito di aver visto l’aspetto successivo del problema, cioè il lucro che poteva ancora restare agli industriali, ed anche eventualmente ad altri intermediari, nonostante l’avvenuto pagamento delle materie prime o nonostante l’avvenuto rimborso dei finanziamenti.

Ed è in questo secondo, successivo ordine di idee, nell’ordine logico delle cose, che deve essere inserito l’esame del decreto del 28 aprile 1947, n. 330. La genesi di questo decreto non si trova soltanto nel desiderio di intervenire con lo strumento finanziario in questo lucro anormale, se non illecito, ma si trova anche nella considerazione di ciò che era avvenuto in altri settori. E poiché si è parlato in particolare di settori tessili, voglio proprio dire che uno dei punti di partenza per l’emanazione di questo decreto è stato un altro fenomeno, di cui non si è parlato, ma del quale voglio parlare qui, ed è l’importazione di materie prime – materie prime tessili, anche – fatta attraverso a licenze di importazione con Paesi coi quali vi sono rapporti di clearing, importazione effettuata con dollari a prezzo legale, quindi potenzialmente con dei margini di utili che certamente dovevano richiamare l’attenzione dello Stato.

Il terzo fenomeno che ha richiamato l’attenzione del Ministero delle finanze è stato quello dell’utile, più o meno normale, derivante ai detentori di manufatti, di prodotti e di merci a prezzi bloccati, ogni qual volta, con successivo provvedimento legislativo, vi fosse uno spostamento di prezzo legale.

Da questo triplice ordine di fenomeni trae la genesi il decreto del 28 aprile,