{"id":2054,"date":"2023-09-10T22:29:41","date_gmt":"2023-09-10T20:29:41","guid":{"rendered":"https:\/\/comenascelacostituzione.it\/?p=2054"},"modified":"2023-10-21T21:26:59","modified_gmt":"2023-10-21T19:26:59","slug":"pomeridiana-di-venerdi-25-luglio-1947","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/comenascelacostituzione.it\/?p=2054","title":{"rendered":"POMERIDIANA DI VENERD\u00cc 25 LUGLIO 1947"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"2054\" class=\"elementor elementor-2054\" data-elementor-post-type=\"post\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-01ba120 elementor-section-full_width elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"01ba120\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-a2c6007\" data-id=\"a2c6007\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-77b0dda elementor-align-right elementor-widget elementor-widget-button\" data-id=\"77b0dda\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"button.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-button-wrapper\">\n\t\t\t\t\t<a class=\"elementor-button elementor-button-link elementor-size-sm\" href=\"https:\/\/comenascelacostituzione.it\/wp-content\/uploads\/2023\/09\/19470725_2.pdf\" target=\"_blank\">\n\t\t\t\t\t\t<span class=\"elementor-button-content-wrapper\">\n\t\t\t\t\t\t<span class=\"elementor-button-icon\">\n\t\t\t\t<i aria-hidden=\"true\" class=\"icon icon-view\"><\/i>\t\t\t<\/span>\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<span class=\"elementor-button-text\">Versione PDF<\/span>\n\t\t\t\t\t<\/span>\n\t\t\t\t\t<\/a>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-bc23f0d elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"bc23f0d\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<p>ASSEMBLEA COSTITUENTE<\/p><p>CCII.<\/p><p>SEDUTA POMERIDIANA DI VENERD\u00cc 25 LUGLIO 1947<\/p><p>PRESIDENZA DEL PRESIDENTE <strong>TERRACINI<\/strong><\/p><p><strong>INDICE<\/strong><\/p><p><strong>Disegno di legge <\/strong>(<em>Seguito della discussione<\/em>)<strong>:<\/strong><\/p><p>Approvazione del Trattato di pace fra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. (23).<\/p><p>Presidente<\/p><p>Russo Perez<\/p><p>Treves<\/p><p>Pecorari<\/p><p>Spano Velio<\/p><p>Cevolotto<\/p><p>Adonnino<\/p><p>Valiani<\/p><p>La seduta comincia alle 17.<\/p><p>VISCHIONI, <em>ff. Segretario<\/em>, legge il processo verbale della precedente seduta pomeridiana.<\/p><p>(<em>\u00c8 approvato<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Seguito della discussione sul disegno di legge: Approvazione del Trattato di pace tra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. (23).<\/p><p>PRESIDENTE. L\u2019ordine del giorno reca il seguito dell\u00e0 discussione sul disegno di legge: Approvazione del Trattato di pace tra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.<\/p><p>\u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Russo Perez. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>RUSSO PEREZ. Onorevoli colleghi, quando l\u2019altra sera un amico venne a portarmi la notizia che la proposta degli onorevoli Orlando e Giannini non era stata accolta, mi disse: \u00abSiete stati battuti\u00bb. Io ho risposto: \u00abSei in errore; \u00e8 stato battuto il Governo\u00bb, perch\u00e9, nella nostra intenzione, la proposta dell\u2019onorevole Orlando, se accettata, sarebbe stato un bene per il Governo. Altri ci hanno detto: \u00abMa voi, cos\u00ec, fate causa comune con i comunisti!\u00bb. Io ho risposto: \u00abAnzitutto, non \u00e8 detto che i comunisti abbiano sempre torto; non \u00e8 detto che Nenni abbia sempre torto. In secondo luogo \u00e8 strano \u2013 dissi \u2013 che questa accusa venga da quelli che hanno collaborato per due, tre anni al Governo coi comunisti, mentre la nostra era una casuale convergenza di idee sopra un voto\u00bb. Ed ecco che, respinta la proposta Orlando, si \u00e8 venuti alla discussione, che, naturalmente, involge tutta la politica estera del Governo, e non soltanto di questo, ma specialmente dei Governi precedenti. E io avrei amato che in questa materia si fosse lasciata piena libert\u00e0 di atteggiamento ai deputati; avrei sperato, avrei osato sperare, che i dirigenti, nella questione che oggi ci occupa e ci preoccupa, avessero avuto il pudore di non chiedere e i gregari la fierezza di non dare alcun affidamento; perch\u00e9 la materia \u00e8 cos\u00ec alta, \u00e8 cos\u00ec impegnativa per la nazione, che sarebbe veramente un bene per tutti se a ciascuno fosse lasciata piena libert\u00e0 di ubbidire, nel voto, soltanto ai dettami della propria coscienza.<\/p><p>Il Governo, secondo noi, quando si \u00e8 deciso per la firma del Trattato, ed amo ricordare che il solo Gruppo parlamentare che ha tenuto sempre un atteggiamento costante di avversione alla firma e alla ratifica \u00e8 stato il nostro, e che noi siamo riusciti, con uno strattagemma procedurale, a pronunciare la nostra protesta nella seduta dell\u20198 febbraio di quest\u2019anno&#8230;<\/p><p>CONDORELLI. Io l\u2019ho gridata!<\/p><p>RUSSO PEREZ. &#8230;\u00c8 vero, l\u2019onorevole Condorelli l\u2019ha gridata; ma non siete riusciti parlamentarmente ad esprimerla&#8230; Dicevo che il Governo, quando si \u00e8 deciso per la firma, ha commesso un errore. Ma imperdonabile \u00e8 il secondo errore: quello di non aver voluto, non dico seguire, ma sentire il parere dell\u2019Assemblea.<\/p><p>Dico perdonabile il primo, perch\u00e9 commesso certamente per amore degli altri, per amore del Paese; ma dichiaro imperdonabile il secondo, perch\u00e9 commesso per amore di s\u00e9, per orgoglio, per aver creduto di avere il possesso della verit\u00e0 e di potere quindi sdegnare il parere di questa Assemblea.<\/p><p>Io credo potersi dimostrare storicamente che una parte della durezza del Trattato di pace (chiamiamolo Trattato, tanto per intenderci, ma, quando pronunciamo la parola \u00abTrattato\u00bb, supponete sempre che ci siano le virgolette da una parte e dall\u2019altra; cos\u00ec eviteremo di pronunciare quella brutta parola: Diktat), \u00e8 senza dubbio da attribuirsi alla sciagurata guerra perduta, ma una parte (non so se maggiore o minore, ma certo notevole) alla insufficienza dei nostri Governi e specialmente di coloro che hanno tenuto nelle loro mani non capaci le leve della politica estera, cominciando da Badoglio, da Bonomi a De Gasperi, ed anche un pochino a Nenni ed a Sforza, in ordine decrescente, perch\u00e9 probabilmente il demerito segue la cronologia.<\/p><p>L\u2019uomo saggio non sdegna il consiglio, anche dei minori. Io ricordo che esattamente un anno fa in questa Assemblea ebbi l\u2019onore di pronunciare, sulla cobelligeranza, un discorso \u2013 il 18 luglio \u2013 in cui chiedevo qualche cosa al Governo, e il mio pensiero, sintetizzato anche in un ordine del giorno. Dissi altre cose, che alla pace preliminare promessaci a Potsdam come un privilegio avremmo dovuto rinunciare. Quell\u2019ordine del giorno non fu votato, perch\u00e9 il Governo, nella persona dell\u2019onorevole De Gasperi, disse che l\u2019accettava come raccomandazione. Ma la raccomandazione non fu tenuta in conto e niente fu fatto di quello che io chiedevo che si facesse. E oso dire (non per orgoglio), oso dire che, se mi si fosse ascoltato, forse un gran bene sarebbe venuto all\u2019Italia, come dimostrer\u00f2 fra poco.<\/p><p>Inquadriamo, intanto, il problema della ratifica.<\/p><p>\u00c8 facile inquadrarlo. Vi sono tre questioni da discutere. Prima: il Trattato nella sua obiettivit\u00e0. Qui siamo tutti d\u2019accordo. Si tratta di un pessimo Trattato. La parola pi\u00f9 gentile e pi\u00f9 parlamentare che \u00e8 stata pronunciata per qualificarlo \u00e8 stata \u00abiniquo\u00bb. Quindi, su questo punto, c\u2019\u00e8 poco da discutere.<\/p><p>Secondo punto del problema: ratificare o non ratificare E qui le correnti sono due: una grande maggioranza \u00e8 per la ratifica; un\u2019infima minoranza \u00e8 per la non ratifica.<\/p><p>Ma vi \u00e8 un terzo problema che \u00e8 il pi\u00f9 importante: ratificare oggi? Perch\u00e9 ratificare oggi? Amici, io potrei essere un po\u2019 orgoglioso della seconda formula escogitata dal Governo, quella della \u00abesecuzione\u00bb, perch\u00e9 fui io a proporla nella tornata della Commissione dei Trattati, del giorno 8. Per\u00f2 io dicevo: questa deliberazione noi dovremo prenderla quando il momento sar\u00e0 venuto, non adesso; perch\u00e9, se prendiamo subito la nostra decisione, sia pur rimandandone a quel tempo l\u2019effettiva attuazione, noi comunque oggi facciamo una manifestazione di volont\u00e0. \u00c8 perfettamente la stessa cosa. O in forma di ratifica o in forma di incarico dato al Governo di attuare pi\u00f9 tardi quanto noi oggi avremo deciso, una nostra manifestazione di volont\u00e0 attuale ci sar\u00e0 stata sempre. Quindi il problema \u00e8 vedere se sia necessario, o anche semplicemente opportuno, che tale manifestazione sia fatta. Poi, come problema connesso, vi \u00e8 tutta la politica estera del Governo.<\/p><p>Vi sono state recentemente tre riunioni alla Commissione degli Esteri. Essendo non pi\u00f9 giovane, penso spesso alla possibilit\u00e0 dell\u2019errore: del mio errore, prima che degli errori altrui, e, quindi, ho temuto di essermi troppo appassionato alla mia tesi. Vi assicuro, onorevoli colleghi, che da 15 giorni io vado cercando affannosamente \u2013 vorrei dire spasmodicamente \u2013 gli argomenti per convincermi che ho torto; e, naturalmente, questi argomenti li ho chiesti anzitutto alla persona pi\u00f9 indicata per darli: il Ministro degli esteri, conte Sforza. Nelle riunioni della Commissione dei Trattati io e gli altri colleghi abbiamo chiesto pi\u00f9 volte al Ministro che ci spiegasse perch\u00e9 dobbiamo procedere alla ratifica oggi, perch\u00e9 l\u2019Italia deve fare oggi questa manifestazione di volont\u00e0; che \u00e8 enormemente impegnativa, come vedremo in seguito, onorevoli colleghi. Gli argomenti sono stati questi. In primo luogo, sia pure in forma di suggerimento garbato, Bevin e Bidault hanno accennato all\u2019opportunit\u00e0 della ratifica. Recentemente, per\u00f2, il signor Bevin ha detto cos\u00ec (lo ha riportato la stampa italiana, credo nei giornali di ieri mattina): \u00abPersonalmente io penso che, avendo firmato il Trattato, esso debba essere ratificato, perch\u00e9 possiamo metterlo in atto\u00bb. Questo avrebbe detto Bevin: niente altro che questo. Dunque, onorevoli colleghi, \u00e8 storicamente certo che pressioni vere e proprie non ce ne sono state n\u00e9 da parte della Francia, n\u00e9 da parte dell\u2019Inghilterra, n\u00e9 tanto meno, quello che pi\u00f9 importa, da parte dell\u2019America. V\u2019\u00e8 stato uno scambio, direi, di cortesie; noi saremmo lieti che voi firmaste. Orbene, per ricambiare una cortesia, si pu\u00f2 regalare una copia in bronzo della lupa capitolina, anche fatta da un buon artista, ma non firmare un trattato di quel genere.<\/p><p>Altri argomenti: gli accordi economici e commerciali conclusi con varie potenze, con l\u2019Inghilterra, con la Cecoslovacchia, potrebbero cadere. Pericolo di perdere garanzie per certe categorie di beni italiani all\u2019estero. La Jugoslavia, l\u2019Albania, la Bulgaria, la Grecia potrebbero chiedere un aumento della cifra delle riparazioni.<\/p><p>Amici miei, io vi prego di esaminare se vi sia uno solo di questi argomenti, il quale, pur essendo utile a sostenere la tesi che in un dato momento occorrer\u00e0 ratificare il Trattato, serva a dimostrare l\u2019opportunit\u00e0 di ratificarlo oggi. Notate che, tranne, forse, per gli accordi con l\u2019Inghilterra, per gli altri accordi non c\u2019\u00e8 mai stata alcuna subordinazione alla ratifica. Ma, comunque, questa reazione delle altre Potenze, quando potrebbe venire? Evidentemente soltanto dopo che le quattro Grandi Potenze avessero ratificato e avessero depositato a Parigi la loro ratifica.<\/p><p>Poi vi \u00e8 quell\u2019altra terribile minaccia che ieri \u00e8 stata tanto accentuata dall\u2019onorevole Ministro Sforza: noi perderemo al possibilit\u00e0 di entrare in quel paradiso, in quel regno delle fate che \u00e8 l\u2019O.N.U, Organizzazione delle Nazioni Unite. La domanda \u00e8 in corso, ci si dice: se la nostra ratifica non sar\u00e0 intervenuta, noi, nonostante abbiamo fatto la domanda, non potremo entrare nella Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma il conte Sforza prevede la facile obiezione che, senza la ratifica della Russia, non potremmo entrarvi ugualmente, e allora, per consolarci, ci dice che, in base alle informazioni che egli possiede, la ratifica russa potrebbe aversi nei prossimi giorni, al che anche un bambino risponderebbe: e allora aspettiamo lo scorrere dei prossimi giorni, cosicch\u00e9, invece di affidarci a quel futuro incerto, che \u00e8 sempre sulle ginocchia di Giove, noi vedremo la realt\u00e0.<\/p><p>Dunque: ingresso all\u2019O.N.U. Io personalmente \u2013 e in ci\u00f2 credo di avere dalla mia parte qualcuno dei maggiori, dei vecchi parlamentari, che onorano, non soltanto con la loro canizie, ma con il loro senno, questa Assemblea \u2013 penso che, di questo ingresso all\u2019O.N.U, non ce ne importa niente o, perlomeno, molto poco. Ce ne importerebbe molto se non ci fosse il diritto di veto delle Grandi Potenze. Ma, onorevoli colleghi, col diritto di veto delle Grandi Potenze, che cosa significa l\u2019appartenenza all\u2019O.N.U? Anzitutto, anche ammessi in quel nobile consesso, noi saremmo considerati come l\u2019ultima delle Potenze, e non soltanto in ordine cronologico. Che cosa avrebbe di diverso la nostra sorte da quella dei vassalli, che, nel medioevo, dovevano apprestare al signore un certo numero di fanti e cavalieri onde aiutarlo nelle sue imprese ed in cambio essere dal signore protetti contro la reazione dei pi\u00f9 deboli da loro spogliati?! Ma noi non abbiamo spogliato nessuno. Sono gli altri che tengono le nostre misere spoglie, e le conserveranno all\u2019ombra dei sacri ideali ridicolizzati e oltraggiati da questa rediviva Lega delle Nazioni, alla quale non so come abbiano potuto brindare in buona fede gli uomini, se non \u00abgrandi\u00bb certo notevoli, che l\u2019hanno tenuta a battesimo.<\/p><p>Comunque, su questo risponde anche Don Luigi Sturzo. Egli ha detto: voi mi parlate di revisione, che potremmo ottenere attraverso l\u2019O.N.U. Ebbene; se noi chiediamo questa revisione prima di essere entrati nell\u2019O.N.U, la Russia potrebbe opporsi. Se la chiediamo dopo, non soltanto la Russia, ma anche la Cina pu\u00f2 opporsi. Il diritto di veto \u00e8 stato gi\u00e0 esercitato in parecchie occasioni e noi chiederemmo sempre invano.<\/p><p>Vi \u00e8 un altro argomento, che si fa a favore della ratifica, che \u00e8 il pi\u00f9 appariscente di tutti. E questo argomento il popolo lo sente. Uscire dal provvisorio per entrare nel definitivo; uscire dal regime armistiziale per entrare nel regime di pace. Se fosse vero! Ma, amici miei, con la nostra manifestazione di volont\u00e0 questa allettante prospettiva non \u00e8 affatto avvicinata. Notate questo, che, anche se noi non ratificassimo domani; se noi, quando fossero gi\u00e0 depositate a Parigi le ratifiche delle quattro grandi Potenze, ci rifiutassimo, in forma garbata, come propongo io, non offensiva, n\u00e9 minacciosa, e manifestando la nostra decisione di non opporci in alcun modo alla esecuzione di esso, ci rifiutassimo, dico, di ratificarlo, anche in quel caso non avremmo fatto alcunch\u00e9 per prolungare il regime armistiziale, perch\u00e9 esso automaticamente, quando siano depositate le ratifiche delle quattro Grandi Potenze, cessa ed entra in vigore il regime di pace.<\/p><p>\u00c8 questo il punto che non \u00e8 stato ancora tenuto presente quando ci si parla dei pericoli della non ratifica. L\u2019argomento reggerebbe soltanto se fosse detto nel Trattato di pace, in quel famoso articolo 90, che tutti conosciamo: Se l\u2019Italia non ratifica, vi saranno delle sanzioni, per esempio, vi sar\u00e0 un regime armistiziale inasprito. Ma questo non \u00e8 detto. La nostra ratifica \u00e8 facoltativa; e questo \u00e8 stato fatto di proposito. E dir\u00f2 che l\u2019unico passo del Trattato, in cui le Potenze Alleate hanno mostrato di rispettarci ancora, \u00e8 questo. Probabilmente l\u2019hanno fatto perch\u00e9 nessun russo, nessun francese, nessun inglese avrebbe ratificato un Trattato di quel genere. Essi ci hanno voluto lasciare la possibilit\u00e0 di questa piccola ribellione formale senza conseguenze. E se noi, in tali condizioni, ratificassimo, ci porremmo al disotto del giudizio morale che di noi hanno fatto gli Alleati.<\/p><p>Quando ci si dice: ratifichiamo, non domani, ma subito, per uscire dal provvisorio, si dice \u2013 per essere cortesi \u2013 per lo meno una cosa inesatta, perch\u00e9 noi, anche dando subito la nostra approvazione al Trattato, non usciremo dal regime armistiziale nel quale ci troviamo.<\/p><p>Poi vi \u00e8 qualche altra cosa detta dal conte Sforza in cui non posso concordare, e me ne dispiace. Io vorrei con quell\u2019egregio gentiluomo essere sempre d\u2019accordo. E cos\u00ec obbligante nelle sue maniere, che si vorrebbe sempre contentarlo. Ma sono sempre in disaccordo.<\/p><p>Ci ha detto questo: Vi \u00e8 una ostilit\u00e0 della Francia e dell\u2019Inghilterra a qualunque proposta di revisione, se prima non abbiamo ratificato.<\/p><p>A questo argomento, onorevoli colleghi, risponder\u00f2 pi\u00f9 tardi, quando parler\u00f2 della ragione che hanno gli italiani di non credere pi\u00f9 alle promesse e di volere veramente iniziare una politica degna del grande segretario fiorentino. Non siamo stati, sinora, altro che il trastullo delle altre Nazioni.<\/p><p>Il machiavellismo lo hanno imparato a memoria gli altri e lo hanno applicato nel Trattato di pace, che ci si chiama a ratificare.<\/p><p>Un solo argomento ci si fece in Commissione dei trattati per dimostrare la necessit\u00e0 dell\u2019immediata ratifica.<\/p><p>Permettetemi che apra una parentesi. Il Governo ha gi\u00e0 dimostrato che la ratifica immediata non era necessaria, perch\u00e9 ha convertito la vecchia formula nella seguente \u00abl\u2019Assemblea autorizza il Governo a ratificare, quando sar\u00e0 venuto il momento\u00bb. Quindi, il Ministro degli esteri ci ha implicitamente dimostrato che chiedeva, esponendo a gravi pericoli la nostra Nazione, qualcosa che non era necessario accordare. Chiudiamo la parentesi.<\/p><p>L\u2019argomento \u00e8 questo: noi saremmo stati ammessi in condizioni di parit\u00e0 a Parigi soltanto se avessimo ratificato. Argomento appariscente. Il pensiero di presentarsi veramente pari fra pari in un Congresso internazionale era qualcosa che poteva commuovere le viscere di noi altri italiani, ormai usi ad essere trattati come l\u2019ultima delle Nazioni.<\/p><p>Ha un\u2019importanza questo convegno di Parigi e quegli altri che verranno? Sicuramente s\u00ec. La nostra partecipazione al Congresso di Parigi sicuramente \u00e8 stata un bene. Il rappresentante dell\u2019Italia \u00e8 stato ammesso a far parte di quello che potremmo chiamare l\u2019esecutivo di questo aereo piano Marshall; ci\u00f2 \u00e8 stato un bene. E facciamo parte anche \u2013 mi pare \u2013 delle Commissioni dell\u2019agricoltura e dei combustibili. S\u00ec, sono delle buone cose, ma non bisogna esagerare.<\/p><p>Che cos\u2019\u00e8 il piano Marshall? L\u2019onorevole Nitti, tanto caustico, ha detto che neanche Marshall lo sa. E, in fondo \u2013 non so da chi prendo a prestito questa frase \u2013 il detto: \u00abaiutati che io ti aiuto\u00bb. L\u2019America, prima di continuare ad aiutarci, vuole che noi ci mettiamo d\u2019accordo, che stabiliamo di scambiarci le nostre stesse risorse e che presentiamo, quindi, un piano concreto di aiuti integrativi.<\/p><p>Amici miei, mettersi d\u2019accordo! Dunque, la base di questo futuro aiuto sar\u00e0 l\u2019accordo delle nazioni europee. Ma, se non sono d\u2019accordo, neanche in questo momento, la Francia, l\u2019Inghilterra e gli Stati Uniti, per esempio, a proposito della Germania, a proposito della sistemazione della Ruhr?! Non sono d\u2019accordo neanche le tre Potenze vincitrici! E dovremmo metterci d\u2019accordo tutti!<\/p><p>Non soltanto questo. Onorevoli colleghi, la politica, specialmente la politica estera \u2013 \u00e8 una frase dell\u2019onorevole Sforza \u2013 non \u00e8 governata dai sentimenti e dai risentimenti; \u00e8 governata dagli interessi.<\/p><p>Perch\u00e9 ci hanno voluto nel Congresso di Parigi per il piano Marshall? Perch\u00e9 finalmente il loro cuore si \u00e8 intenerito? Credete che ci sia tanta gente che piange in Francia e, specialmente, in Inghilterra per la nostra sorte? Sapete che gli inglesi sono notoriamente cos\u00ec sensibili: hanno perfino abolito il tiro al piccione.<\/p><p>In America, s\u00ec. Bisogna dirlo alto e forte: se non fosse stato per gli aiuti delle nobili Nazioni americane e, soprattutto, degli Stati Uniti, quanti bambini in Italia, in questo dopoguerra, sarebbero morti di fame e quanti vecchi non avrebbero avuto di che coprirsi! (<em>Applausi a destra<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Dunque, ci hanno invitato non soltanto per simpatia verso di noi, ma \u2013 diciamolo pure \u2013 perch\u00e9 hanno un po\u2019 bisogno di noi.<\/p><p>Guardate la cartina geografica, intelligentissima, pubblicata giorni fa dal <em>Giornale d\u2019Italia<\/em> e vedete se \u00e8 possibile creare ed applicare un piano Marshall senza la Spagna, che \u00e8 gi\u00e0 esclusa, e facendo a meno, lasciatemelo dire, senza che ci\u00f2 abbia un significato politico, facendo a meno dell\u2019asse Roma-Berlino, senza l\u2019Italia e senza la Germania. Difatti adesso si dice che la somma di venti miliardi \u2013 che era stata promessa o, per lo meno, annunciata \u2013 sarebbe stata ridotta a 10 miliardi e di questi 10 miliardi il 40 per cento sarebbe destinato alla Germania ed il 60 per cento a tutte le altre nazioni. Ma la Germania non ha un conte Sforza come Ministro degli esteri, che deve andare a Parigi, n\u00e9 un Trattato di pace da ratificare, e tuttavia si \u00e8 sentito il bisogno di aiutare la Germania, perch\u00e9, amici miei, il mondo \u00e8 diventato troppo piccolo e, se noi abbiamo bisogno degli altri, \u00e8 altrettanto vero che gli altri hanno bisogno di noi. C\u2019\u00e8 qualcosa, che ha detto il Ministro Togni \u2013 non ho qui l\u2019appunto \u2013 recentemente, affermando che il nostro apporto, a questo che siamo ormai usi a chiamare \u00abpiano Marshall\u00bb, potrebbe essere costituito, per quanto riguarda l\u2019Italia, dalla nostra esuberante mano d\u2019opera ed anche dai nostri impianti industriali che, se riforniti opportunamente di materie prime, potrebbero dare il doppio della produzione che danno ora e che \u00e8 gi\u00e0 abbondante.<\/p><p>E il signor Harriman, Ministro del commercio degli Stati Uniti d\u2019America, ha parlato anch\u2019egli della enorme importanza che nel piano Marshall avrebbero l\u2019Italia e la Germania. Ecco perch\u00e9, onorevoli colleghi, la partecipazione al Congresso di Parigi \u00e8 stata certamente un bene, ma che sia una cosa enormemente importante noi certamente non possiamo dirlo. Comunque siamo stati ammessi a Parigi, senza che ci fosse la ratifica; e dobbiamo dire che il Ministro degli esteri ha errato \u2013 non voglio dire che ci ha ingannati, usando una parola forte, n\u00e9 che si \u00e8 ingannato \u2013 dichiarando che fosse necessaria la nostra ratifica immediata perch\u00e9 intervenissimo al Congresso di Parigi.<\/p><p><em>Una voce a sinistra.<\/em> Meglio la speranza&#8230;<\/p><p>RUSSO PEREZ. S\u00ec \u00e8 vero, la speranza \u00e8 l\u2019ultima a lasciarci, ma se, invece della speranza, potessimo avere delle certezze, sarebbe anche meglio! E noi non abbiamo mai fatto nulla per avere cose concrete e \u2013 questo \u00e8 il nocciolo della mia critica \u2013 ci siamo sempre pasciuti di speranze e nulla pi\u00f9. Abbiamo dato la cobelligeranza, abbiamo rinunciato al Dodecanneso e c\u2019\u00e8 stata la rinuncia allo statuto di Tunisi, senza nessuna contropartita, e vogliamo continuare a far cos\u00ec: mentre crediamo di non aver pi\u00f9 carte per il nostro giuoco, il destino ce ne offre alcune. (<em>Rumori al centro<\/em>)<em>.<\/em> Giuochiamole, amici miei, non buttiamole via, non regaliamole all\u2019avversario, e se, alla fine, saremo costretti a dire: nutriamoci di speranze, ci nutriremo di speranze.<\/p><p>Sul problema della revisione, nella relazione di maggioranza dell\u2019onorevole Gronchi, \u00e8 detto:<\/p><p>\u00ab&#8230;segni non dubbi, che \u00e8 lecito rilevare in manifestazioni ripetute ed autorevoli, consentono di confidare in una migliore giustizia per l\u2019Italia\u00bb. Per\u00f2, quando poi si scorre ancora la relazione, si trova quest\u2019altro passo: \u00abIl ratificare \u2013 o il promettere la ratifica, che \u00e8 lo stesso nella nuova forma \u2013, vale anche a segnare una linea di arresto sul pericoloso piano inclinato di patteggiamenti rinnovantisi senza di noi e contro di noi\u00bb.<\/p><p>Ed allora, dove sono i segni non dubbi? Se ci fossero i segni non dubbi, non si reggerebbe il secondo periodo, cio\u00e8 che i patteggiamenti si sono rinnovati senza di noi e contro di noi.<\/p><p>L\u2019amico mi invita alla speranza. Entriamo qui nel campo di quella che l\u2019acuto spirito di Vittorio Emanuele Orlando, alla Commissione dei Trattati, chiam\u00f2 \u00abmistica\u00bb. Ebbene, nessuno vi pu\u00f2 impedire di avere fede e fiducia, e di questa fede si sente una traccia anche nella relazione dell\u2019onorevole Gronchi, che ad un certo punto esprime la speranza che \u00abin un mondo che si indirizza ad attuare, in una sintesi pi\u00f9 alta ed umana, le concezioni universali del cristianesimo (questo mondo che voi vedete, che \u00e8 il mondo della bomba atomica, quell\u2019ordigno per cui il male, che, sino allora, per quanto grande, era umano, \u00e8 diventato diabolico) &#8230;i problemi che tormentano il nostro spirito, di fronte alla iniquit\u00e0 del Trattato, dovranno trovare inevitabilmente una ben diversa soluzione\u00bb. Onorevoli colleghi, voi sapete se io non sia tra quelli che anelano l\u2019avvento di quel giorno da noi tutti cristiani sognato, in cui regner\u00e0 la pace fra gli uomini di buona volont\u00e0; ma ditemi anche se si possano oggi riscontrare nel mondo i segni di questa rinascita cristiana. Bisogna dire allora che l\u2019onorevole Gronchi somiglia molto a Candido, che fu, nella fantasia di Voltaire, cos\u00ec ottimista da vedere il bene anche nell\u2019essere impiccato, squartato e condannato a remare nelle galere!<\/p><p>Convinciamoci di una cosa, onorevoli colleghi: la politica si fa per interesse e non per sentimento. Un uomo pu\u00f2 essere un martire, un santo, un eroe, ma uno Stato non \u00e8 mai eroico, non \u00e8 mai altruistico, ed \u00e8 sempre governato dagli interessi.<\/p><p>La revisione verr\u00e0 se e quando saranno nate nel mondo le condizioni storiche e politiche perch\u00e9 la revisione avvenga, quando cio\u00e8 sar\u00e0 nato l\u2019interesse della controparte ad accordare la revisione. Ed allora, ammissione all\u2019O.N.U. o esclusione, ratifica o non ratifica, la revisione avverr\u00e0. In caso diverso, questa revisione mai non avverr\u00e0.<\/p><p><em>Una voce a sinistra.<\/em> Vinceremo! (<em>Si ride<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>RUSSO PEREZ. Come vedete, ragioni per cui possa apparire, non dico necessaria, ma semplicemente opportuna, la ratifica del Trattato, non ve ne sono.<\/p><p>Ma \u00e8 opportuno dare uno sguardo fugace a questo Trattato. \u00c8 opportuno darlo, perch\u00e9 gli italiani sono di memoria labile e perch\u00e9 si \u00e8 creata una situazione di spirito per cui molti credono che il Trattato sia una cosa finita, gi\u00e0 scontata, gi\u00e0 sofferta, mentre implica ancora tanti dolori, per tanti anni di l\u00e0 da venire.<\/p><p>Inutile esaminarlo dettagliatamente. Ormai tutti lo conosciamo quasi a memoria ed ognuno, secondo la sua sensibilit\u00e0 e la sua particolare <em>forma mentis<\/em>, avr\u00e0 notato piuttosto la crudezza di una che di un\u2019altra clausola di esso. Ma \u00e8 bene che io guardi a qualcuna di queste clausole.<\/p><p>Vi sono le mutilazioni occidentali, di cui si \u00e8 parlato ieri, cio\u00e8 Briga e Tenda e il Moncenisio. Noi non vogliamo mandare l\u2019onorevole Pacciardi alla conquista del Moncenisio (egli ha detto che vincer\u00e0)&#8230; Noi non vogliamo affidare la revisione di questi problemi, mai pi\u00f9, alla sorte delle armi. Noi diciamo soltanto questo: il torto fatto alla Francia nel 1940 sicuramente fu grave, ma i francesi avrebbero dovuto pensare che solo un italiano lo volle: il morto senza sepoltura; 40 milioni di italiani dissentirono. Avrebbero dovuto ricordarsi, piuttosto, ritornando un poco indietro nella storia, che 40 milioni di italiani nel 1915 resero impossibile, col loro sentimento, l\u2019aggressione della Francia, e per la nostra neutralit\u00e0 fu possibile la vittoria della Marna. Con gli amici francesi abbiamo un\u2019arte e una storia in comune; le arti francesi ammiriamo come arti nostre; noi ammiriamo le glorie di Napoleone, non perch\u00e9 egli fosse un italiano, ma perch\u00e9 il nostro spirito \u00e8 anche francese.<\/p><p>Noi siamo certi che quando un po\u2019 di comprensione ci sar\u00e0 tra queste due Nazioni \u2013 perch\u00e9 le nostre controversie sono originate pi\u00f9 da una somiglianza di carattere che da dissonanze \u2013 quando questa comprensione sar\u00e0 venuta, anche le questioni di Briga e Tenda potranno trovare la loro soluzione.<\/p><p>Ma ben diversa \u00e8 la situazione che riguarda il confine orientale, questione della quale bisogna parlare con un notevole senso di misura.<\/p><p>Onorevoli colleghi, tutti noi della mia generazione, che abbiamo vissuto la nostra fanciullezza, la nostra infanzia e la nostra giovent\u00f9 sognando la liberazione di Trieste, tutti noi che per ricongiungerla alla madre Patria abbiamo versato il nostro sangue, non possiamo, senza rinnegare i 600 mila fratelli morti, ratificare quelle clausole del Trattato che ci privano di Trieste italiana.<\/p><p>Noi non vogliamo minacciare alcuno (del resto la nostra minaccia oggi farebbe semplicemente sorridere), e non minacciamo soprattutto perch\u00e9 non intendiamo affidare alla forza le nostre rivendicazioni; per\u00f2 la soluzione che \u00e8 stata data alle questioni di Trieste, Fiume e Zara (e a quelle generose ed infelici popolazioni mando il mio saluto a nome del nostro Gruppo, come lo mando ai nostri fratelli esuli da Pola) non pu\u00f2 essere accettata da noi. Noi non possiamo che negare la ratifica a queste disposizioni del Trattato. Certamente bisogna trovare una via per intenderci. Voi ricordate che, alla Commissione dei Trattati, quando l\u2019onorevole Togliatti fece una non richiesta gita in Jugoslavia e torn\u00f2 con una serie di proposte, qualcuno present\u00f2 un ordine del giorno di deplorazione per quanto aveva fatto il <em>leader<\/em> comunista.<\/p><p>Ma noi non abbiamo voluto approvare quell\u2019ordine del giorno, perch\u00e9 il passo dell\u2019onorevole Togliatti, per quanto personale, per quanto di dubbia finalit\u00e0, lasciava uno spiraglio aperto verso la possibilit\u00e0 di una intesa fra i due popoli; e se un giorno noi potessimo intenderci \u2013 e per intenderci non \u00e8 necessario fare, come fecero dei colleghi, degli elogi al maresciallo Tito, che sar\u00e0 un grande soldato, ma lo sar\u00e0 per la Jugoslavia \u2013 e ci\u00f2 va detto alla Skupcina \u2013 mentre qui, all\u2019Assemblea Costituente Italiana, vanno ricordati i nostri 50 generali caduti alla testa delle nostre gloriose truppe \u2013 se un giorno potremo intenderci con la Jugoslavia, sar\u00e0 certamente un bene, cos\u00ec come \u00e8 stato a suo tempo fatto con gli alto-atesini per mezzo dell\u2019accordo De Gasperi-Gr\u00fcber; se un giorno gli italiani in Jugoslavia si potessero sentire come in casa loro e gli Jugoslavi in Italia si potessero sentire anch\u2019essi in casa loro, la gravissima controversia sarebbe in molta parte appianata. Ma \u00e8 possibile ci\u00f2?<\/p><p>Bisognerebbe avere fede nella leale esecuzione dei patti; bisognerebbe aver fede nello spirito con cui questi patti dovrebbero essere fatti ed applicati. Ma l\u2019esodo delle nostre popolazioni non ci d\u00e0 molto affidamento su questo! Altro non voglio dire.<\/p><p>Speriamo che un giorno, poich\u00e9 Iddio ci ha creati contermini, poich\u00e9 sventuratamente dobbiamo vivere a contatto di gomito, speriamo \u2013 e verso questa meta vorrei si avviasse la politica estera del nostro Paese \u2013 speriamo che si possa creare una distensione fra i due popoli e che essi possano vivere in pace, dimenticando ogni rivalit\u00e0.<\/p><p>Vi \u00e8 una piccola questione che vorrei ricordare. Sembra una piccola questione; ma quando si dice \u00abratificare il Trattato\u00bb, bisogna pur ricordare la questione dell\u2019oro, del vile metallo, quello che S. Francesco chiamava lo \u00absterco del demonio\u00bb (<em>Commenti<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Secondo l\u2019articolo 78, dobbiamo restituire l\u2019oro di cui eventualmente avessimo spogliato le altre nazioni. Ma \u00e8 detto in questo articolo 78 che ci\u00f2 non implica un corrispettivo dovere da parte delle potenze alleate, le quali, quindi, non devono restituirci quelle povere settanta tonnellate d\u2019oro che ci sono state rubate dai tedeschi e che sono state rinvenute: questo poco oro non deve esserci restituito.<\/p><p>Amici miei, come si pu\u00f2 ratificare una norma di questo genere? Come si potrebbe reagire? Un giornalista di spirito potrebbe proporre una nuova raccolta dell\u2019oro, per racimolarne ancora qualche grammo nei taschini dei nostri panciotti, al polso delle nostre donne, e fabbricarne tre o quattro lingotti da un chilo da offrire in omaggio ai generosi inventori di questa clausola del Trattato. Ma non potendo rispondere cos\u00ec, rispondiamo almeno col rifiuto del nostro consenso.<\/p><p>C\u2019\u00e8, poi, la questione della flotta.<\/p><p>Voi sapete, amici miei, ed \u00e8 stato ricordato, che la nostra flotta e il nostro esercito furono gloriosi: ma, mentre l\u2019esercito ebbe vittorie e sconfitte, la nostra flotta non \u00e8 stata mai battuta. Voi sapete che, obbedendo all\u2019ordine del Re, con un grande senso di abnegazione, ma con non meno grande dolore, la nostra flotta il 23 settembre invert\u00ec rotta e nemico e si consegn\u00f2 a Malta. In base all\u2019accordo De Courten-Cunningham, negoziato all\u2019infuori dell\u2019armistizio, fu stabilito che i nostri equipaggi, in uno Stato non pi\u00f9 sovrano, conservassero la propria sovranit\u00e0 sugli scafi; le nostre navi continuarono a combattere con la bandiera tricolore sui loro pennoni. Qualche giorno dopo ci fu il cosiddetto \u00ablungo armistizio\u00bb del 29 settembre.<\/p><p>Evidentemente, quando l\u2019esercito ha consegnato le armi perch\u00e9 non pu\u00f2 pi\u00f9 combattere ed ha, all\u2019uopo, firmato un armistizio, tutte quelle altre norme che possono venire in seguito dettate dalle potenze vincitrici non possono avere n\u00e9 il sapore n\u00e9 il contenuto giuridico e morale di un armistizio, ma costituiscono un\u2019imposizione. Di modo che quelle aggiunte del 29 settembre che seguono il \u00abbreve armistizio\u00bb e vanno sotto il nome di \u00ablungo armistizio\u00bb non sono un \u00ablungo armistizio\u00bb ma una grossa prepotenza. Le nostre navi non possono essere considerate bottino di guerra, non debbono essere consegnate alle potenze vincitrici; e bene ha fatto l\u2019Ammiraglio De Courten a dimettersi da Capo di Stato Maggiore della marina in segno di protesta.<\/p><p>Pensate che vi sono delle norme che offendono, pi\u00f9 dei nostri interessi, il nostro spirito, la nostra sensibilit\u00e0, la nostra dignit\u00e0 tranne quella dell\u2019onorevole Pacciardi, poich\u00e9 egli, come vedo, sorride.<\/p><p>Voi ricordate, perch\u00e9 conoscete il Trattato, che certe navi che gli Alleati non vogliono per loro e non vogliono che noi conserviamo, devono essere affondate; e le navi affondate, qualora costituiscano ostacolo alla navigazione, devono essere ripescate e riaffondate di nuovo in fondali da 100 braccia, invece di essere trasformate, ad esempio, come proponeva una madre italiana, in carrozzelle per bambini, apparecchi ortopedici ed aratri. E noi dovremmo ratificare questo Trattato; e noi dovremmo ratificarlo in anticipo!<\/p><p>Vi \u00e8 poi anche il preambolo, che \u00e8 offensivo per il popolo italiano: il preambolo dove si parla della guerra di aggressione. Lo nota pure, del resto, l\u2019onorevole Sforza nella sua relazione. Che cosa hanno guadagnato i nostri uomini politici a cospargersi il capo di cenere e a riconoscere le gravi colpe del popolo italiano nella guerra di aggressione?<\/p><p>Entriamo qui in un campo difficile. Che cosa \u00e8 stata la guerra della Russia alla Finlandia? Molti mesi prima che l\u2019America venisse attaccata, F.D. Roosevelt annunci\u00f2 che essa sarebbe divenuta l\u2019\u00abarsenale della democrazia\u00bb, e subito dopo fece approvare la legge \u00abprestiti ed affitti\u00bb.<\/p><p>Nessun allarme, onorevole Sforza, nessun allarme, onorevoli colleghi; io non sono un diplomatico di carriera, ma so quello che va detto e quello che non va detto. Non sono parole mie, queste: sono parole del sottosegretario di Stato americano Byrnes. Del resto, se la nostra soltanto, di tutte le guerre combattute dai tempi omerici ad oggi, fosse stata la guerra tipica di aggressione, che vantaggio avevano da ritrarre i nostri governanti dal cospargersi il capo di cenere e riconoscere le nostre colpe? Essi pensavano forse che ne sarebbe venuto lustro all\u2019Italia antifascista, oppure che se ne sarebbero sollevati in gloria la loro incolpevole personalit\u00e0 o i loro partiti?<\/p><p>Errore, errore! Pur ieri, il Ministro Byrnes rispondeva \u2013 ed \u00e8 un nostro amico, perch\u00e9 gli americani sono nostri amici \u2013 pur ieri dunque il Ministro Byrnes rispondeva all\u2019onorevole De Gasperi: il popolo italiano deve convincersi che deve pagare per la guerra fascista. E non era facile prevedere questa obiezione? E allora sarebbe stato pi\u00f9 nobile, oltrech\u00e9 pi\u00f9 intelligente, non insistere sul tema delle nostre colpe, non assumere l\u2019atteggiamento del colpevole pentito, pronto a ogni riconoscimento, pronto a ogni rinunzia, come si \u00e8 fatto per le colonie.<\/p><p>Prima ancora infatti che ce le togliessero, alcuni uomini politici, come l\u2019onorevole Nenni ed altri, dissero che le colonie costituiscono un peso per noi. Pi\u00f9 tardi per\u00f2 l\u2019onorevole Nenni ha ripiegato in un\u2019altra trincea&#8230; egli non era pi\u00f9 Ministro degli esteri&#8230; ma pu\u00f2 essere stata un\u2019evoluzione del suo spirito. Nel Congresso di Firenze non si prov\u00f2 a ripetere che le colonie non ci sono necessarie, ma disse che l\u2019istituto coloniale \u00e8 un istituto in declino e che la nostra rinuncia \u00e8 destinata a precedere analoghe rinunce da parte dei vincitori.<\/p><p>Onorevoli colleghi, noi siamo qui nel campo delle speranze. Il regime coloniale \u00e8 in declino? Sar\u00e0: ma il tramonto di questo regime non \u00e8 come quello del sole che avviene in ventiquattr\u2019ore; esso pu\u00f2 avvenire anche in ventiquattro anni e in duecentoquaranta anni; e intanto \u00e8 bene che chi ha molte colonie ne ceda qualcuna a chi non ne ha, a noi che dobbiamo, in un territorio che pu\u00f2 appena nutrire trenta milioni di abitanti, nutrirne invece quarantacinque.<\/p><p>Noi abbiamo bisogno imprescindibile delle nostre colonie. E del resto ci sono state promesse quelle prefasciste. Che cosa vogliono? Che impazziamo nel nostro angusto territorio? O vogliono che sbattiamo la testa nei muri dei nostri confini, a rischio di rompercela o di romperla anche agli altri?<\/p><p><em>Voci al centro.<\/em> No!<\/p><p>RUSSO PEREZ. Le nostre colonie ci sono necessarie e questo bisognava pur dirlo. E che poi la nostra rinuncia preceda nel tempo analoghe rinunce dei vincitori mi sembra assai difficile. Comunque, chi ha vita lunga, aspetter\u00e0 che gli inglesi abbandonino le loro colonie e la nostra Tobruk.<\/p><p>Questo, dunque, \u00e8 il Trattato che noi dovremmo ratificare!<\/p><p>Ma vi sono due altre disposizioni su cui io faccio perno e su cui richiamo la vostra attenzione, perch\u00e9 \u00e8 un punto basilare del problema che ci occupa: sono gli articoli 77 (n. 4) e 18. Me ne occuper\u00f2 pi\u00f9 tardi; ma ricordate questi due articoli: sono quelli per cui, mentre da una parte noi rinunciamo a tutti i nostri diritti in confronto della Germania, dall\u2019altro ci obblighiamo a riconoscere come validi i trattati che le potenze Alleate e Associate faranno domani con quella Nazione.<\/p><p>Ma finora non vi ho parlato dell\u2019argomento principe contro la ratifica intempestiva: argomento che io trattai nella tornata della Commissione degli esteri del giorno 8, e che poi ebbi l\u2019orgoglio di vedere ripreso in pieno dal Maestro di diritto costituzionale e di vita parlamentare, Vittorio Emanuele Orlando. Che cosa ci pu\u00f2 giustificare dinanzi alla nostra coscienza, ai nostri figli, alla storia? La coazione, l\u2019aver agito in stato di necessit\u00e0: questo solo pu\u00f2 giustificarci. Ma, amici miei, noi non saremmo in stato di coazione, ma soltanto in stato di opportunit\u00e0, se mai, quando i Quattro avessero ratificato e depositato la loro ratifica, perch\u00e9 \u2013 come vi ho ricordato poc\u2019anzi \u2013 la nostra ratifica non \u00e8 elemento imprescindibile per l\u2019esecutivit\u00e0 del Trattato; il Trattato viene eseguito lo stesso. Quindi, in quella occasione, noi ci troveremmo in uno stato di opportunit\u00e0. Ma, anche se vogliamo chiamarlo di necessit\u00e0, il momento non \u00e8 ancora venuto. Ora, se viceversa noi oggi ratifichiamo il Trattato, oppure facciamo questa manifestazione di volont\u00e0 \u2013 che \u00e8 la stessa cosa \u2013 cio\u00e8 deleghiamo il Governo a ratificare il trattato, noi non ci siamo trovati in stato di necessit\u00e0; noi siamo stati liberi di regolare la nostra condotta, e quindi la ratifica oggi, la ratifica intempestiva, significa adesione della coscienza del popolo italiano a questo trattato, che tutti siamo concordi nel ritenere iniquo. Qualche cosa di simile dice l\u2019onorevole Gronchi nella sua relazione.<\/p><p>In un altro punto siamo stati tutti concordi, ed \u00e8 nella necessit\u00e0 di una protesta e che la protesta sia solenne.<\/p><p>Ora, la nostra protesta, fatta oggi, non solenne sarebbe, ma addirittura poco seria, perch\u00e9 noi protesteremmo contro un atto che liberamente compiamo, che nessuno ci obbliga a compiere. Essa sarebbe fuori di luogo, vana, inutile.<\/p><p>Un altro argomento \u00e8 stato portato ieri dall\u2019onorevole Sforza: voi che non volete ratificare \u2013 ci ha detto \u2013 sperate forse, per avere una revisione, in una futura conflagrazione mondiale? Ma neanche per sogno! Su questo punto siamo tutti d\u2019accordo. Gli \u00e8, onorevole Sforza, che noi siamo del parere che questo atto nostro, fatto oggi, invece di essere l\u2019atto pi\u00f9 neutrale \u2013 come si espresse l\u2019onorevole De Gasperi \u2013 sarebbe l\u2019atto pi\u00f9 partigiano dal punto di vista internazionale e pi\u00f9 impegnativo (<em>Commenti al centro<\/em>) che si poteva fare oggi. Ditemi, perch\u00e9 \u00e8 sollecitata, sia pure in forma garbata, la nostra adesione, la nostra ratifica? Perch\u00e9 il mondo sventuratamente \u00e8 diviso in due blocchi.<\/p><p>Sembra che siamo d\u2019accordo anche in questo: che non bisogna schierarsi n\u00e9 con gli uni n\u00e9 con gli altri. Fare la politica equidistante \u2013 lo so \u2013 \u00e8 molto difficile, perch\u00e9 il blocco di ferro che sta fra l\u2019incudine e il martello vuole essere equidistante, ma finisce col prendere e le martellate del fabbro e le sollecitazioni dell\u2019incudine.<\/p><p>Ma noi dobbiamo cercare di far s\u00ec che la nostra neutralit\u00e0, in una eventuale futura conflagrazione europea (che deprechiamo con tutte le nostre forze), possa esserci garantita. Ora, se noi ratificheremo il Trattato quando i Quattro avranno depositato le loro firme, la nostra ratifica e la nostra adesione non avranno il carattere impegnativo che avrebbero oggi. Ratificare in questo momento significherebbe scegliere la nostra via, subito e liberamente. E, se la nostra via saremo un giorno costretti a scegliere, sar\u00e0 bene negoziare il dono che di noi stessi faremo. Se il destino ci d\u00e0 qualche carta, negoziamola. Cominciamo a dire: voi volete che ratifichiamo? Ma \u00e8 proprio necessario, oggi, che vi consegniamo le nostre corazzate, che affondiamo i nostri sommergibili, che rinunciamo a tutte le nostre colonie? Si potr\u00e0 fare qualche cosa in questo senso.<\/p><p>E torniamo all\u2019articolo 78. Onorevoli colleghi, nel mio discorso del 18 luglio io dicevo: rinunciamo al privilegio di Potsdam. Che cosa significa la pace preliminare? A Potsdam ci si promise una pace di giustizia. Quando ci siamo accorti che alla pace di giustizia veniva sostituita una pace duramente punitiva, noi dovevamo rinunciare a questo privilegio e dire: vogliamo trattare insieme e la pace con voi, potenze vincitrici, e la pace con la Germania sconfitta: anche per avere una visione unitaria delle sorti d\u2019Europa e per potere in conformit\u00e0 decidere il nostro atteggiamento.<\/p><p>Si pu\u00f2 rispondere: non ci avrebbero ascoltato!<\/p><p>Ma c\u2019\u00e8 la contro risposta. Voi, onorevole De Gasperi, a Parigi, avete sempre, con senso diplomatico, subordinalo le vostre proposte e le vostre accettazioni all\u2019accettazione dell\u2019Assemblea Costituente. Qualunque proposta, che faceva la nostra delegazione (ma non direttamente, perch\u00e9 non era consentito: si faceva attraverso delegazioni di Stati vincitori, nell\u2019orbita delle Nazioni Associate, delle Nazioni Unite) veniva sempre subordinata all\u2019approvazione dell\u2019Assemblea Costituente. Ebbene, per ci\u00f2 che riguardava le colonie prefasciste, per ci\u00f2 che riguardava il Trattato di Pace con la Germania, voi non avreste dovuto fare nessuna controproposta. Avreste dovuto dire: io vi avverto che a queste condizioni il Trattato non sar\u00e0 mai n\u00e9 firmato n\u00e9 ratificato. (<em>Commenti<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Non sar\u00e0 mai ratificato! E avevamo tutte le ragioni, e nessuno che abbia senno e saggezza pu\u00f2 dissentire da quello che io dico.<\/p><p>Amici miei, qual \u00e8 la sola, la vera giustificazione delle Potenze che ci hanno imposto questo trattato? \u00abSiamo i vincitori!\u00bb. La spada di Brenno! Ma, riguardo alla nostra cobelligeranza, questo argomento non pu\u00f2 essere usato. Quindi, se noi avessimo detto: siamo pronti ad accettare il Trattato in tutte le sue clausole, tranne in quelle che vogliono regolare i nostri rapporti con la Germania, perch\u00e9 nei confronti di quella non siamo gli sconfitti e quindi non avete il diritto d\u2019imporci di rinunciare ai nostri crediti e alle nostre rivendicazioni nei suoi confronti, allora pu\u00f2 darsi che il Trattato si sarebbe maturato in una nuova atmosfera.<\/p><p>Perch\u00e9, ricordate: in maggio dell\u2019anno scorso, come ci fu detto alla Commissione dei Trattati, Trieste era nostra, era sicura. Si discuteva solo di Pola; e quando i nostri rappresentanti, quando l\u2019onorevole De Gasperi insisteva patriotticamente per Pola, gli si rispose: Volete che facciamo la guerra per Pola?<\/p><p>Pi\u00f9 tardi gli si rispose: Volete che facciamo la guerra per Trieste?<\/p><p>Perch\u00e9 era quello il periodo in cui l\u2019America riteneva opportuno d\u2019incassare, in cui l\u2019Inghilterra e l\u2019America pensavano che una politica di cessioni, una politica dolce in confronto alla Russia, avrebbe potuto finalmente portare la distensione, avrebbe potuto finalmente interrompere le pretese sempre nuove, sempre risorgenti di quella Nazione.<\/p><p>Ma venne l\u2019ora in cui gli Stati Uniti di America compresero che questa politica era sbagliata; e questo mutamento della politica estera americana fu annunciato con il discorso di Truman del 12 marzo di quest\u2019anno. Ebbene, non pensate voi, che, se la nostra pace fosse stata decisa dopo il 12 marzo, in questa nuova atmosfera che si \u00e8 creata, in questo nuovo spirito che orienta adesso la politica degli Stati Uniti, gli Stati Uniti non avrebbero preferito che il nostro confine fosse alla displuviale delle Alpi, conservando a noi Trieste e quella parte dell\u2019Istria che \u00e8 andata alla Jugoslavia? Quindi, non sono orgoglioso, ma sono soltanto storicamente nel vero quando dico che, se si fosse tenuto conto della mia proposta, se si fosse insistito in essa, se si fosse detto che un trattato, per quanto duro fosse, tra le Potenze alleate, che ci hanno battuto, e noi, lo avremmo accettato, ma un Trattato che codificasse anche i nostri rapporti, imponendoci una completa rinuncia, con la Germania, non lo avremmo firmato mai, probabilmente avremmo trattato insieme la pace con le Potenze vincitrici e la pace con la Germania, e le condizioni di pace sarebbero state ben diverse; forse non avremmo perduto Trieste. Questo io penso e penso anche che nessuno possa dissentire da me. Quindi la nostra politica estera \u00e8 stata sbagliata, sia per quanto ho detto, sia per la nostra cobelligeranza non negoziata.<\/p><p>Secondo l\u2019accordo di Quebec (Roosevelt, Churchill), il nostro intervento armato non era previsto. Noi, all\u2019atto dell\u2019armistizio, potevamo rimanere con le armi al piede; quindi consegnarle al nemico e astenerci dal partecipare a qualsiasi altra operazione di guerra. \u00c8 scritto nel preambolo dell\u2019accordo di Quebec. Dunque, la nostra cobelligeranza doveva essere un atto negoziato. Ci fu richiesta: l\u2019abbiamo accordata; e appena fatta la nostra dichiarazione di guerra alla Germania, le Potenze Alleate, nella stessa data (il giorno successivo alla dichiarazione di guerra), hanno fatto il riconoscimento esplicito della nostra qualit\u00e0 di cobelligeranti. \u00c8 del resto riconosciuto anche dal preambolo del Trattato. Si trattava di dare gli ultimi nostri figli, le ultime nostre navi, i velivoli, il nostro sangue migliore; e noi non li abbiamo negati. Ma non abbiamo negoziato il supremo dono, nutrendoci solo di speranza. Questo \u00e8 un errore imperdonabile. Quella cobelligeranza doveva essere negoziata in patti scritti; invece non lo si \u00e8 fatto.<\/p><p>E voi, onorevole conte Sforza, avete un altro peccato sulla coscienza. Voi, nel settembre 1942, avete scritto al re d\u2019Italia dicendogli, come suo antico ministro: \u00abVi assicuro sul mio onore che gli americani e gli inglesi sono pronti a concludere con noi una pace di giustizia, una pace generosa\u00bb. Onorevole Sforza, o il vostro onore o la vostra capacit\u00e0 sono in giuoco; e siccome io, da gentiluomo, devo riconoscere che siete un gentiluomo, sono costretto a proclamare la vostra incapacit\u00e0. E quando oggi volete la ratifica intempestiva, promettendoci ancora qualche cosa in cui non \u00e8 alcunch\u00e9 di concreto, noi dobbiamo pensare che anche questa volta vi sbaglierete. Questo \u00e8 il mio pensiero, onorevoli colleghi. Non pretendo di avere il possesso della verit\u00e0; ma vi posso assicurare che, come voi tutti e come sicuramente il Presidente del Consiglio \u2013 perch\u00e9 sono convinto che in tutte le sue azioni egli non pu\u00f2 essere guidato che dalla visione del bene della Patria \u2013 anch\u2019io ho avuto di mira l\u2019interesse supremo del Paese. Nelle notti insonni, meditando sul problema del Trattato, mi sono convinto che questa \u00e8 la soluzione giusta; perch\u00e9 quando noi neghiamo la ratifica, ma offriamo di eseguire il Trattato, incanaliamo per una via pacifica la nostra ribellione.<\/p><p>Ci sono molti che dicono: facciamo come fecero i tedeschi a Compi\u00e8gne: firmiamo, lo avvenire decider\u00e0. Ma tutti coloro che dicono codesto, che cosa pensano? Pensano quello che pensavano i tedeschi. I tedeschi firmarono la pace ma prepararono la guerra. Noi no. Noi non minacciamo reazioni prossime o lontane, anzi vogliamo che nel nostro cuore non resti questo rancore, quest\u2019ira, questa indignazione, perch\u00e9 la giustizia offesa non si adira, ma si indigna. E quindi questo nostro rifiuto di firmare deve essere lo sfogo e l\u2019esaurirsi del nostro risentimento: che eseguano pure il Trattato. La nostra ratifica non \u00e8 necessaria, perch\u00e9 lo han detto nell\u2019articolo 90: basta la ratifica della 4 grandi Potenze. Quindi la protesta del nostro buon diritto offeso non impedisce alla forza, di avere la sua attuazione e al Trattato di essere eseguito.<\/p><p>Noi non minacciamo; e non minacciamo, con purezza di cuore, alcuna reazione, n\u00e9 prossima, n\u00e9 lontana. Di che cosa dovrebbero dolersi gli Alleati?<\/p><p>C\u2019\u00e8 qualcuno che pensa ai pericoli del piroscafo carico di grano che inverte la rotta. Ma coloro che pensano cos\u00ec offendono la nobile Nazione americana, che non sar\u00e0 mai capace di simili bassezze e continuer\u00e0 ad esserci sorella come \u00e8 stata per noi nei tempi durissimi del dopoguerra. Quindi non credo che vi siano dei pericoli. Quando con un ordine del giorno, che io non intendo presentare, perch\u00e9 probabilmente non sarebbe approvato (si sa ormai come vanno le votazioni; ed \u00e8 doloroso che, in materia cos\u00ec alta e nobile, si debba conoscere in anticipo l\u2019esito di esse), si proclamasse questo principio, che la mancata ratifica non significa ribellione, anzi implica la nostra volont\u00e0 che il Trattato sia eseguito; che non si minacciano reazioni prossime o lontane; io non vedo perch\u00e9 il nostro gesto dovrebbe, potrebbe avere conseguenze nocive; avremmo invece salvato la nostra dignit\u00e0, e questa Assemblea potrebbe ricordarsi di essere erede, per quanto molto lontana, di quel Senato di Roma, quando quel tale ambasciatore straniero che vi fu ammesso, disse, tornando al suo paese, che gli era sembrato di essere in un consesso di re.<\/p><p>Ho detto. (<em>Applausi \u2013 Congratulazioni<\/em>)<em>. <\/em><\/p><p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Treves. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>TREVES. Onorevoli colleghi, questo dibattito \u00e8 giunto all\u2019Assemblea preceduto da 15 giorni di appassionate polemiche, che attraverso la stampa si sono diffuse nel Paese e hanno agitato in un senso o nell\u2019altro l\u2019opinione pubblica. E questo fatto non poteva non ripercuotersi in modo sfavorevole sulla nostra discussione.<\/p><p>Noi abbiamo voluto questo dibattito, siamo stati favorevoli a che il dibattito ci fosse, perch\u00e9 ci sembrava contrario a quelli che sono veramente gli interessi del Paese, che una questione di tanta importanza, su cui si esercitano le passioni, ma che dovrebbe invece essere considerata con pi\u00f9 freddo giudizio, fosse sottratta in quest\u2019ora alla Assemblea Costituente.<\/p><p>Il rinvio \u2013 e lo abbiamo detto \u2013 sarebbe stato un errore, come sarebbe adesso un errore snaturare il dibattito, che ha un suo scopo preciso. Siamo di fronte ad un problema definito ed \u00e8 problema sufficientemente solenne, sufficientemente importante nella vita del Paese, perch\u00e9 non venga adulterato con passioni meno pure, non venga distolto da quello che \u00e8 il suo vero fine.<\/p><p>\u00c8 stato anche detto che questo deve essere un dibattito su tutta la politica estera del Governo.<\/p><p>Noi, il Gruppo a nome del quale mi onoro di parlare, non siamo sospettabili di eccessiva tenerezza per questo Governo. Noi manteniamo tutti i nostri motivi di critica per la sua politica estera, ma non pensiamo che sia questa la sede, che sia questo il momento di esercitare tale critica, perch\u00e9 qui si tratta di prendere delle responsabilit\u00e0 precise: si tratta di chiudere un capitolo della storia del nostro Paese, poich\u00e9 veramente di fronte a questo documento, di fronte a questo che si chiama trattato di pace sarebbe (forse pi\u00f9 esatto chiamarlo dettato) abbiamo l\u2019impressione di essere giunti all\u2019epilogo, all\u2019epilogo logico, anche se terribilmente doloroso, all\u2019epilogo inevitabile del periodo storico che si \u00e8 iniziato col tradimento di un monarca e la complice e folle politica suicida di una cosiddetta classe dirigente.<\/p><p>Siamo giunti all\u2019epilogo. Ma io credevo di dire una cosa banale, dubitavo anzi se avessi dovuto dirla in questa Assemblea, affermando che il trattato di pace che ci sta davanti dev\u2019essere considerato lo sbocco di venti anni di mal governo fascista, e non, come pure in certi settori del Paese si tende a credere, di quattro anni di governo antifascista. Io credevo che questa banalit\u00e0 non avrei dovuto dire in questa Assemblea, e mi dispiace che l\u2019onorevole Russo Perez non sia presente in questo momento nell\u2019Aula, perch\u00e9 questa banalit\u00e0 a me sembra di dover ripetere e riaffermare dopo il suo discorso, dopo tutta l\u2019intonazione del suo discorso. Infatti, dinanzi a questa grande tragedia italiana, dinanzi a questo trattato imposto come conseguenza della inevitabile sconfitta di un regime, non \u00e8 stato trovato che motivo di critica per il nuovo reggimento repubblicano e democratico che ha preso il posto di quel regime che ci ha condotto a questi estremi.<\/p><p>Questo, io credo, \u00e8 significativo dall\u2019attuale discussione e in quest\u2019Assemblea dobbiamo essere molto precisi su questo punto; perch\u00e9 gi\u00e0 una volta, dopo l\u2019altra guerra \u2013 una guerra che pur avevamo vinta, una guerra, quindi, che ci poneva in una situazione estremamente diversa ed estremamente migliore in Europa \u00e8 stato proprio da un trattato di pace che \u00e8 sorta la speculazione nazionalistica, che ci ha poi condotto al fascismo, alla sconfitta, a questo trattato di pace. (<em>Approvazioni al centro<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Voglio riaffermare che noi ci troviamo qui, personalmente incolpevoli, a dover onorare una cambiale, che non \u00e8 stata tratta da noi. Questo bisogna dire in questa sede, e bisogna dire che noi accettiamo di pagare tale cambiale, perch\u00e9 pur esiste una continuit\u00e0 storica delle nazioni, esiste una responsabilit\u00e0 legale, se non una responsabilit\u00e0 morale.<\/p><p>La storia intera ci mostra che i popoli di maggiore civilt\u00e0 non hanno avuto paura di fronte a trattati di pace anche pi\u00f9 ingiusti e pi\u00f9 duri, anche pi\u00f9 dolorosi del nostro. Si sono risollevati ed hanno continuato sulla strada segnata. N\u00e9 ho bisogno di fare della retorica per dire che la nostra fiducia nelle possibilit\u00e0 del nostro popolo non conosce esitazioni. \u00c8 per ci\u00f2 che noi assumiamo questa posizione di fronte al trattato di pace.<\/p><p>Quindi, non intendo di esaminare i particolari di esso, di scendere al dettaglio. Certo \u00e8 banale di dire che non vi \u00e8 stato \u00abnegoziato\u00bb, che non vi \u00e8 quindi un vero \u00abtrattato\u00bb. Se la filologia ha un senso, trattato \u00e8 il risultato di trattative, \u00e8 un contratto. Ma non vi \u00e8 stato contratto: siamo di fronte a un documento estremamente doloroso, per noi. Anche senza entrare nei particolari delle sue clausole, basta ricordare Tenda e Briga, Trieste, le Colonie, la flotta, tutte ferite che incidono profondamente sull\u2019anima del nostro Paese.<\/p><p>Ripeto che non voglio fare qui un\u2019analisi della politica estera del Governo. Bisogner\u00e0 farla un giorno, ed allora potremo anche dire che non sempre, pur nei limiti imposti dalla situazione di assoluta inferiorit\u00e0 in cui ci siamo trovati sul piano diplomatico, non sempre forse \u00e8 stato impostato giustamente il nostro problema, non sempre in questi anni \u2013 lo documenteremo a suo tempo \u2013 si \u00e8 compreso che bisognava toccare soprattutto il fattore psicologico, il punto pi\u00f9 rispondente, su cui imperniare la nostra battaglia.<\/p><p>Un\u2019altra analisi io credo si debba fare in questo momento ed in questa sede, cio\u00e8 rendersi conto del perch\u00e9 di questo trattato, della sua genesi, dei motivi che hanno condotto a questa pace, alla redazione finale del documento che ci sta di fronte.<\/p><p>\u00c8 una storia che pu\u00f2 essere \u2013 ma io non lo far\u00f2 \u2013 analizzata in modo diffuso ed \u00e8, in fondo, la storia dolorosa dell\u2019Europa di questi ultimi anni, perch\u00e9 non era ancora cessato il conflitto armato, non era ancora finito il fragore delle armi, che gi\u00e0 si iniziava, con molta pi\u00f9 difficolt\u00e0 nel campo dei vincitori, la strada che doveva condurre alla pace. \u00c8 anche banale (questo mio discorso \u00e8 una collezione di banalit\u00e0), dire che \u00e8 pi\u00f9 facile fare la guerra che fare la pace. Ma ne abbiamo una prova nella lunga strada, le cui tappe sono le conferenze internazionali di questi anni, le conferenze dei vincitori da Potsdam a Yalta, a Mosca, a Parigi, quando, ogni giorno di pi\u00f9, dolorosamente noi constatavamo e tutti potevano constatare quella spaccatura profonda, quella lacerazione che si andava producendo in Europa, il dissidio che piano piano si andava cristallizzando, sino a formare i due aggruppamenti, che si chiamano ormai comunemente blocchi.<\/p><p>Noi socialisti abbiamo assistito con l\u2019angoscia nell\u2019animo al prodursi di questa situazione, perch\u00e9 noi non siamo di quelli che, in questi anni, compiaciuti ammiccavano ad ogni indizio di dissenso tra i \u00abGrandi\u00bb e ad ogni prova di sfiducia reciproca, sperando furbescamente di guadagnare qualcosa da questo dissidio. Noi siamo sufficientemente internazionalisti per sapere che solo dall\u2019accordo altrui pu\u00f2 venire il bene anche del vinto. Solo dall\u2019accordo dei \u00abGrandi\u00bb i piccoli, o i \u00abnuovi piccoli\u00bb, hanno qualcosa da guadagnare, non dal disaccordo.<\/p><p>Ed allora, ecco questa pace. Ecco anche, da una conferenza internazionale all\u2019altra, la nostra sempre maggiore esclusione dall\u2019elaborazione di questa pace, proprio, direi, per la impossibilit\u00e0 dei vincitori di discutere con i vinti, documentata dalla impossibilit\u00e0 dei vincitori di raggiungere un accordo tra di loro. Perch\u00e9 non si poteva evidentemente giungere ad una diversa conclusione per quanto riguarda i vinti, quando tristemente maturava e cresceva il disaccordo tra i vincitori.<\/p><p>Cos\u00ec, questa pace \u00e8 un compromesso; \u00e8 l\u2019unico accordo, che direi negativo, possibile fino ad oggi tra i vincitori e, naturalmente, a nostre spese. Questa, credo, \u00e8 la ragione, la storia, la diagnosi di questo documento che si chiama trattato di pace.<\/p><p>Se si \u00e8 detto, con frase abusata, che la pace di Versailles era la pace del capitalismo, di questa pace credo si possa dire che \u00e8 la pace dell\u2019imperialismo, una cosa leggermente diversa; \u00e8 pace che rispecchia purtroppo la preoccupazione e la sfiducia reciproca di due gruppi di potenze perseguenti una politica di imperialismo uguale e contraria, perseguenti quindi una politica in cui era estremamente difficile trovare un accordo. Soprattutto, diveniva impossibile di seguire un principio, ed una delle ragioni di condanna di questa pace \u00e8 che essa non si fonda su nessun principio logico, anche se per noi negativo.<\/p><p>Abbiamo veduto ciascuno dei vincitori disposto a lasciarci quello che l\u2019altro voleva toglierci nella reciproca contraddizione, per cui una potenza non aveva nessuna obiezione a che l\u2019Italia tenesse Trieste, ma un\u2019altra esigeva che l\u2019Italia non tenesse Tenda e Briga, senza che fosse possibile di armonizzare le vane pretese in un sistema logico e unitario.<\/p><p>Tale \u00e8 lo sfondo di questa pace. Io non vorrei ricordare una frase del Clausewitz, una volta famosa, e cio\u00e8 essere la guerra una politica che continua con altri mezzi. Ma temo si potrebbe parodiarla in questo momento, di fronte alla realt\u00e0, dicendo: che per i vincitori questa pace \u00e8 una guerra che continua tra loro con altri mezzi.<\/p><p>\u00c8 in questa situazione che si presenta per noi il problema della ratifica. Potrebbe forse sembrare a persone o a partiti politici aderenti ad una visione antitetica alla nostra, che la sommaria delineazione che ho fatto dovesse condurre a conclusioni opposte a quelle che noi abbiamo raggiunto. Ma \u00e8 proprio perch\u00e9 l\u2019Europa ed il mondo sono in questa situazione, che noi sempre pi\u00f9 sentiamo la necessit\u00e0 di ritornare all\u2019Europa, di ritornare al mondo, per il bene nostro e di tutti, per riaffermare nell\u2019Europa e nel mondo quegli ideali e quelle ragioni di giustizia cui l\u2019Italia non ha mai rinunciato.<\/p><p>Ecco, signori, il problema della ratifica. Ed \u00e8 qui che si inserisce la discussione che appassiona queste sedute. Ecco l\u2019articolo 90, il cui contenuto del resto, \u00e8 gi\u00e0 nell\u2019ultimo paragrafo del Comunicato finale della Conferenza di Mosca alla fine del 1945. Ma vorrei superare questo punto, non immiserire il problema in una discussione cavillosamente giuridica, come da troppe parti \u00e8 stato fatto. Restituiamo al dibattito il suo carattere.<\/p><p>Benedetto Croce (non dico l\u2019onorevole Croce, perch\u00e9 quando ci si chiama Benedetto Croce non vi \u00e8 appellativo, anche di etichetta parlamentare, che aggiunga qualche cosa al prestigio del nome), Benedetto Croce e qualche altro venerabile e venerando membro di questa Assemblea hanno sostenuta una tesi che io comprendo perfettamente. Posso non condividerla, ma non posso non ammetterla.<\/p><p>\u00c8 la tesi che direi eroica. In sostanza Benedetto Croce ci ha detto: \u00ab<em>Pereat mundus<\/em>, ma non piegarsi all\u2019ingiustizia\u00bb. Ma ieri abbiamo anche sentito dal Ministro degli esteri una frase che mi \u00e8 sembrata singolarmente indovinata in questo momento.<\/p><p>Il Ministro degli esteri ha detto, in sostanza, che un uomo ha il diritto, anzi, il dovere, di rimanere prigioniero per attestare la sua fede (ed in questa Assemblea molti hanno avuto questo onore), ma che un popolo non pu\u00f2 e non deve restare prigioniero.<\/p><p>Ebbene, io credo che l\u2019onorevole Ministro degli esteri abbia espresso le ragioni profonde, le ragioni ideali, per cui dalla sfera del dover essere noi dobbiamo dolorosamente discendere nella sfera dell\u2019essere. Ed allora non resta che una posizione, quella della ratifica, anche se, nella passione di queste settimane si \u00e8 dovuto fare dell\u2019accessorio il principale, cio\u00e8 la disputa sulla sua \u00abtempestivit\u00e0\u00bb.<\/p><p>In fondo, favorevole alla posizione di non ratifica (che \u00e8 una posizione logica ed eroica) \u00e8 solo una minima percentuale di questa Assemblea.<\/p><p>L\u2019altra posizione raccoglie, dovrebbe raccogliere, una maggioranza amplissima, direi quasi la totalit\u00e0 dell\u2019Assemblea. Ma rimane e domina la \u00abtempestivit\u00e0\u00bb, rimane appunto la disposizione formale dell\u2019articolo 90, rimane in sostanza un problema politico che non dovrebbe, secondo noi, entrare in questa sede ed in questo dibattito.<\/p><p>Io non voglio nemmeno nominare quella grande Potenza che non ha ancora ratificato il Trattato di pace, perch\u00e9 non fa assolutamente nessuna differenza al mio ragionamento quale delle quattro grandi Potenze possa essere. Nella fattispecie tutti sappiamo quale \u00e8, ma questo non ha nessuna importanza. Non voglio, infatti, commettere l\u2019impertinenza di entrare a discutere delle ragioni, dei motivi, degli scopi che informano la politica di una grande nazione sovrana. Qualsiasi nazione ha il diritto, e direi il dovere, di perseguire la sua politica con i mezzi, i sistemi che crede migliori ai suoi interessi ed ai suoi scopi.<\/p><p>Non discuter\u00f2 quindi perch\u00e9 l\u2019Unione Sovietica non abbia ancora ratificato il Trattato di pace: non entrer\u00f2 in questo ginepraio di congetture e di ipotesi.<\/p><p>Il Ministro degli esteri ci ha detto che nulla ci lascia supporre \u2013 in base alle informazioni che egli ha \u2013 che la ratifica russa non venga. Ma certo sarebbe un errore, se noi rinunciassimo a quella che \u00e8 la caratteristica prima di uno Stato indipendente e sovrano, e cio\u00e8 di attuare quella politica che esso reputa la migliore per il bene del suo popolo. Quella medesima indipendenza, quella medesima assoluta sovranit\u00e0 che io \u2013 sarebbe ridicolo dire non contesto, ma che non tocco neppure per la grande nazione sovietica \u2013 su questo punto e su questo problema voglio rivendicare in pieno anche all\u2019Italia.<\/p><p>Quindi, il problema si pone soltanto in questi termini: di scegliere ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 confacente agli interessi del nostro Paese, in questo determinato momento storico; di vedere dove sia il suo bene, o almeno \u2013 poich\u00e9, purtroppo siamo costretti a scegliere tra un male ed un altro e i mali ci affliggono da ogni parte dell\u2019orizzonte europeo \u2013 il minor male.<\/p><p>La nostra conclusione l\u2019Assemblea sa quale \u00e8 stata. Noi, con molto dolore, con molta angoscia, di fronte a questo problema veramente terribile, eravamo anche favorevoli ad una ratifica immediata; anche quello ci sembrava, in questa determinata situazione, un male minore, piuttosto che contribuire noi stessi ad escluderci dalle grandi correnti dell\u2019Europa e del mondo.<\/p><p>Ma noi non siamo dei mistici, dei fanatici dell\u2019autoflagellazione. La nuova formula escogitata dal Governo, evidentemente, \u00e8 stata proposta perch\u00e9 il Governo \u00e8 persuaso, in base alle sue informazioni, in base a quello che gli risulta della situazione internazionale, che anche con questa formula si ottiene per il Paese almeno quel male minore che si sarebbe ottenuto con una ratifica immediata. Ed \u00e8 per questo che noi non faremo una questione giuridica. Noi ci domandiamo soltanto, dal punto di vista politico, dove sono i vantaggi che il nostro Paese avrebbe a non ratificare.<\/p><p>Abbiamo sentito la parte opposta, abbiamo seguito in questi giorni le polemiche della stampa, e devo confessare che non una sola ragione mi sembra seria sugli ipotetici vantaggi che noi avremmo a non ratificare, mentre molte ragioni mi sembrano fondate per reputare che noi avremo degli svantaggi, prendendo oggi una posizione diversa.<\/p><p>In sintesi, il nostro punto di vista si pu\u00f2 riassumere cos\u00ec: la nostra non ratifica si risolverebbe, fatalmente, in una politica di speculazione sui dissidi altrui, n\u00e9 ci potrebbe essere, mi sembra, nessun\u2019altra giustificazione logica, se non proprio di cadere nella posizione di chi dall\u2019altrui dissidio spera possa derivare a noi qualche vantaggio. \u00c8 la posizione che abbiamo gi\u00e0 condannato in partenza, che abbiamo gi\u00e0 abbandonato e quindi, innegabilmente, la non ratifica si risolverebbe, in certo modo, in una politica di blocchi, che \u00e8 proprio la politica che noi respingiamo.<\/p><p>La non ratifica significa contribuire non all\u2019unit\u00e0, ma alla divisione dell\u2019Europa, non all\u2019armonia, ma all\u2019approfondimento di quella lacerazione, che purtroppo esiste, e che con tutto il cuore auspichiamo possa presto venir superata. E allora, signori, allora noi diamo alla nostra decisione il valore di un coraggioso gesto di solidariet\u00e0 europea, nel quadro della necessit\u00e0 di uscire da una situazione per noi intollerabile.<\/p><p>Si dice, si obietta: \u00abma non ne usciamo; ma l\u2019armistizio rimane\u00bb. \u00c8 vero: \u00e8 vero che legalmente non ne usciamo. Ma guardiamo all\u2019orizzonte internazionale, che \u00e8 ben pi\u00f9 vasto di quanto non siano i ferrei limiti di un regolamento: qualche cosa di nuovo, qualche cosa di diverso cresce e fermenta nel mondo. Non ne usciamo? Ma se fossimo cos\u00ec domenicani dell\u2019osservanza dei regolamenti \u2013 come direbbe il mio amico onorevole Mazzoni \u2013 allora, signori, noi dovremmo essere ancora nella condizione in cui eravamo tre anni fa, in cui eravamo due anni fa. Se badiamo solo alla lettera, alle parole scritte, in realt\u00e0 da allora nessun fatto giuridico \u00e8 intervenuto, eppure la situazione \u00e8 quella che \u00e8, e per accorgersene basta volger lo sguardo intorno e fra i molti esempi vi \u00e8 anche il fatto medesimo che siamo qui, in questa Assemblea che siede ed \u00e8 sovrana. Ma io cerco di abbreviare questo gi\u00e0 troppo lungo discorso. Non vi parler\u00f2 dell\u2019O.N.U., di cui molti hanno parlato e su cui ieri il mio illustre e \u00abgiovanissimo\u00bb amico onorevole Canepa ci ha intrattenuti con cos\u00ec viva passione. Ma non posso non rilevare il tono che mi ha davvero agghiacciato dell\u2019onorevole Russo Perez poco fa \u2013 ripeto il mio dispiacere che non sia ora presente \u2013 quel tono in cui mi \u00e8 sembrato di sentire un\u2019eco di tutti gli articoli contro la Societ\u00e0 delle Nazioni che ci hanno deliziato per oltre vent\u2019anni. (<em>Applausi a sinistra<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>La ratifica, dunque, \u00e8 l\u2019inizio, non \u00e8 la fine della nostra politica, e soprattutto della nostra politica estera. La ratifica \u00e8 la porta aperta verso l\u2019avvenire, \u00e8 la possibilit\u00e0 di avere finalmente una politica estera, e fino ad ora non l\u2019abbiamo avuta in Italia, non l\u2019abbiamo potuta avere. Onorevole Sforza, noi certamente faremo la nostra critica alla politica estera del Governo, ma non oggi. Perch\u00e9 abbiamo bisogno di una politica estera, di una politica estera che sia un fattore di pace, un fattore di stabilit\u00e0 in Europa.<\/p><p>Ci\u00f2 emerge dalla stessa situazione geografica in cui siamo posti in Europa, in cui \u00e8 posta questa virgola, questa grande virgola che noi siamo nel Mediterraneo e che segna oggi una specie di confine ideale fra quello che disgraziatamente dobbiamo chiamare est e ovest.<\/p><p>Io credo che, anche se non ci fossero tutte le saggezze della politica le quali ci consigliano a non correre, con immotivate scelte, verso l\u2019uno o verso l\u2019altro campo, basterebbe questa semplice situazione geografica a persuaderci dell\u2019errore che costituirebbe per noi il seguire una politica estera di blocchi. E dico ci\u00f2, alludendo naturalmente a qualunque blocco, sia dell\u2019est che dell\u2019ovest. La nostra scelta, del resto, non servirebbe n\u00e9 all\u2019est n\u00e9 l\u2019ovest, ma soltanto ad accentuare, a rendere pi\u00f9 amare, pi\u00f9 insolubili, le differenze che esistono tra est e ovest. Noi abbiamo qualche cosa di meglio da fare in Europa, che aggiungere fuoco alle polveri, sia dell\u2019est sia dell\u2019ovest. Io credo che il compito nostro, di noi italiani, anche di noi vinti, sia proprio quello di parlare per la ragione, quella ragione che spesso i \u00abgrandi\u00bb, i cosiddetti grandi, non riescono ad intendere. E questa ragione, signori, consiglia all\u2019Europa una diversa giustizia nei nostri riguardi.<\/p><p>Noi non abbiamo paura delle parole, anche se ci sono alcune parole che non ci piacciono. Tra queste vi \u00e8 la parola revisionismo; ma, senza dubbio, il nostro revisionismo, il revisionismo di questa parte dell\u2019Assemblea, non ha nulla del \u00abrevanchismo\u00bb nazionalista, di cui ho sentito, anche un\u2019ora fa, un\u2019eco da quella parte (<em>Accenna alla destra<\/em>) dell\u2019Assemblea. (<em>Applausi a sinistra<\/em>)<em>.<\/em> Noi sosteniamo un principio revisionistico, che \u00e8 lo stesso principio della giustizia per tutta l\u2019Europa, che \u00e8 il principio della giustizia per tutti i popoli. E se fossimo diventati cos\u00ec cinici da credere che queste siano illusioni, abbiamo tuttavia veduto in forma molto pratica che la perdita di queste illusioni, che il contrasto a queste illusioni ha condotto la miseria, la rovina e la strage nel mondo intero. (<em>Applausi a sinistra<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Si profila in questi giorni il tentativo di un nuovo ordine economico in Europa. Non mi diffonder\u00f2 sul piano Marshall, famoso prima di esistere. Tutto \u00e8 stato detto prima che esistesse, su quello che sar\u00e0 e su quello che non sar\u00e0 e sui pericoli che esso rappresenta e sulle possibilit\u00e0 che esso offre. Posso anche condividere le preoccupazioni giustamente espresse ieri sera qui dall\u2019onorevole Ruini, e sono perfettamente d\u2019accordo con lui nel dire che sarebbe un gravissimo errore se noi credessimo che il piano Marshall sia una specie di bacchetta magica, una specie di toccasana, e che col nostro inserimento nel piano Marshall tutti i nostri problemi verranno risolti.<\/p><p>Pure, che cosa \u00e8, in s\u00e9, questo \u00abpiano\u00bb&#8230; che non esiste? \u00c8, in fondo, un primo tentativo, \u00e8 la prima volta che si dice all\u2019Europa: \u00abPianificate, tentate di superare quelli che sono i vostri problemi immediatamente nazionali nella sfera economica in un piano pi\u00f9 vasto, in un piano europeo\u00bb. Io non vedo perch\u00e9 questo invito possa tanto riuscire sgradito, possa tanto spaventare una grande Potenza e altre Potenze che le sono vicine ed amiche. A me pare che la nostra adesione al piano Marshall, non solo non sia in nessun modo uno scivolamento verso un blocco, ma sia di vantaggio anche per coloro che non hanno ancora creduto di aderire a questo piano. Quanto pi\u00f9 l\u2019Europa riesce ad organizzarsi, quanto pi\u00f9 l\u2019Europa riesce ad unirsi in una singola unit\u00e0 economica, a vantaggio di tutti i Paesi e di tutti i popoli, tanto meno pericolo vi \u00e8 per l\u2019Europa intera.<\/p><p>Noi sappiamo \u2013 noi socialisti \u2013 che la pace non pu\u00f2 fondarsi sulla miseria umana. La pace non \u00e8 sicura quando la fame domina il mondo, la pace non \u00e8 sicura quando la vita economica non \u00e8 sicura, quando un onesto livello economico di vita non \u00e8 certo per tutti i popoli.<\/p><p>Onorevole Sforza, lei sorride forse giudicando ingenue, giovanili, queste mie opinioni; ma io spero \u2013 anzi ne sono sicuro \u2013 che ella \u00e8 sufficientemente giovane per condividerle.<\/p><p>SFORZA, <em>Ministro degli esteri.<\/em> No, sorridevo, perch\u00e9 mi compiacevo.<\/p><p>TREVES. Allora la ringrazio. E aggiungo che noi socialisti abbiamo un\u2019altra ragione per essere favorevoli a questa grande esperienza, per essere favorevoli a che l\u2019Italia vi partecipi, non solo a vantaggio suo, ma a vantaggio della collaborazione economica europea. Noi abbiamo spesso insistito (e il Governo lo sa) sulla necessit\u00e0 della pianificazione anche e soprattutto all\u2019interno, ed evidentemente non potremmo essere contrari ad una pianificazione europea, aperta a tutti, sia ad est che ad ovest. N\u00e9 vediamo come noi potremmo non parteciparvi; anche se ad alcuni ci\u00f2 possa dispiacere.<\/p><p>Signori, ho finito. La ratifica \u00e8 un passo avanti verso la pace, verso la pace nostra e verso la pace del mondo. Io non far\u00f2 nessuna chiusa retorica, che in questo momento sarebbe un\u2019offesa al sentimento profondo del popolo italiano. Ma voglio dire soltanto che \u2013 secondo noi \u2013 questa dura strada, questa decisione dolorosa che dobbiamo prendere \u00e8 un grande atto di fede nelle possibilit\u00e0, nel valore, nel lavoro, nel divenire del nostro popolo. E quando dico popolo italiano, penso soprattutto alle classi lavoratrici nostre, che sono state le vittime prime del regime che ci ha condotti a questi dolori e che sono adesso gli esempi primi del nostro desiderio di resurrezione e di catarsi.<\/p><p>Signori, mai come adesso, io credo, sono state vere le parole di Mazzini, non solo quelle che dicono che il martirio non \u00e8 sterile mai, ma anche le altre, secondo cui l\u2019ora pi\u00f9 buia della notte (forse quella che viviamo) \u00e8 quella che precede l\u2019aurora. (<em>Applausi \u2013 Congratulazioni<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Pecorari. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>PECORARI. Come giuliano, \u00e8 ben comprensibile lo stato d\u2019animo mio e dei miei confratelli di fronte a questo Trattato di pace. In questi ultimi giorni ho ricevuto vari messaggi e ordini del giorno provenienti dalla Venezia Giulia o da associazioni di giuliani sparsi in Italia, e tutti protestano per questo Trattato di pace. Voglio ricordarne almeno uno, quello delle Associazioni Giuliane riunite. In esso, nella certezza di interpretare il sentimento di tutti i giuliani e di tutti i dalmati, si riafferma l\u2019inalienabile diritto dell\u2019Italia sulla Venezia Giulia e su Zara, e si rivolge un appello all\u2019Assemblea Costituente perch\u00e9 respinga l\u2019iniquo Trattato imposto all\u2019Italia in aperta violazione del principio dell\u2019autodecisione dei popoli.<\/p><p>Questo stato d\u2019animo \u00e8 ben comprensibile: non si pu\u00f2 pretendere da un condannato che firmi la propria sentenza. Noi che viviamo in uno stato tutto particolare, che non \u00e8 n\u00e9 quello armistiziale, n\u00e9 quello del vinto, noi che siamo abituati a rinunziare ad ogni cosa pur di poter vivere civilmente in ambiente nostro, comprendiamo la posizione difficile e delicata della Nazione. Ma non possiamo non levare la nostra protesta pi\u00f9 fiera contro questo Trattato, che incide nelle nostre carni e che \u00e8 stato fatto senza consultarci, e anzi mettendo nel preambolo che tutto viene fatto secondo giustizia ed equit\u00e0.<\/p><p>Il tempo, galantuomo, ha fatto s\u00ec che della situazione della Venezia Giulia ormai tutti siano pi\u00f9 o meno edotti. Eppure non \u00e8 cambiato niente. L\u2019esodo degli italiani dalle zone destinate ad essere cedute ad un altro Stato continua ancora; e s\u00ec che i documenti fotografici e cinematografici fatti di qua e anche di l\u00e0, fatti per le foibe, ma anche per dimostrare le condizioni in cui vengono a trovarsi gli esuli in Italia, avrebbero dovuto scoraggiare quelli che, secondo una certa propaganda, spinti da un nazionalismo eccessivo, abbandonavano le loro terre per rifugiarsi nella madre patria.<\/p><p>No, signori, io credo di poter affermare con tutta tranquillit\u00e0 di coscienza che noi non siamo nazionalisti. Saranno nazionalisti quelli che favoleggiano una revisione di patti, che noi sappiamo troppo bene che non potranno essere revisionati. Noi non desideriamo la guerra, e sappiamo che i confini purtroppo non si spostano che con le guerre. Noi tutti siamo compresi dell\u2019importanza della nostra regione. Sappiamo che nella nostra regione pu\u00f2 sorgere un affratellamento dei popoli, una comprensione di nazionalit\u00e0 diverse, che pu\u00f2 portare a quella unione di stati e di interessi che pu\u00f2 consolidare la pace.<\/p><p>Ma non possiamo dimenticare il modo e la maniera nella quale veniamo tagliati e divisi fra noi e soprattutto dalle nostre terre.<\/p><p>Qualcuno si domanda come mai ancora ci siano di questi giuliani che abbandonano le loro terre. Io stesso ho avuto occasione di avvicinare un mio collega abitante in una cittadina istriana. Egli si sta preparando per abbandonare la sua casa, il suo campicello, i suoi beni per venire \u2013 non pi\u00f9 giovane \u2013 a crearsi un\u2019altra esistenza in Italia. Egli \u00e8 un vecchio antifascista iscritto ad un partito di sinistra fin dall\u2019altra guerra, benvisto dalle autorit\u00e0 jugoslave, appoggiato, solleticato, invitato a restare, al punto che gli hanno offerto anche di optare per l\u2019Italia e di rimanere al suo posto.<\/p><p>E gli ho chiesto: \u00abAllora perch\u00e9 vuoi venirtene via?\u00bb. Egli mi descrisse la situazione della sua cittadina, la vita che deve condurre: una vita nella quale non entra la calma, la quiete, la fiducia, la tranquillit\u00e0, ragioni tutte che gli rendono impossibile resistere nella sua terra. Sappiate quindi \u2013 e questo \u00e8 opportuno prima che voi decidiate di un voto cos\u00ec importante e decisivo \u2013 che con il vostro voto, salvo miracoli \u2013 nei quali sempre crederemo e spereremo \u2013 con questo Trattato la civilt\u00e0 italiana della sponda orientale e dell\u2019Adriatico sparir\u00e0: sparir\u00e0 come \u00e8 sparita in Dalmazia; sparir\u00e0 come \u00e8 sparita a Nizza.<\/p><p>Si dice che con il Trattato si difender\u00e0 meglio l\u2019italianit\u00e0 del territorio libero di Trieste. Ma chi crede alla funzionalit\u00e0, alla capacit\u00e0 di sopravvivere di questo staterello? Vi ricordo che della Venezia Giulia un decimo di territorio va all\u2019Italia, un altro decimo al territorio libero e gli otto decimi alla Jugoslavia. La densit\u00e0 della popolazione sar\u00e0 nel territorio libero superiore a quella dell\u2019Italia di quasi il doppio. Questo vi dimostra gi\u00e0 la impossibilit\u00e0 di vita di questa popolazione. Ma oltre a questo noi abbiamo un\u2019esperienza gi\u00e0 vissuta di due anni di Governo alleato, di governo neutrale; ed abbiamo visto che in questi due anni l\u2019italianit\u00e0 di Trieste non ha progredito affatto, anzi ha regredito. Eppure i triestini sono oggi pi\u00f9 italiani che mai, pi\u00f9 fervidamente italiani ancora del \u201918; ma l\u2019invasione, la pressione delle genti orientali si fa sempre pi\u00f9 opprimente e, soprattutto, la ricchezza di mezzi con la quale questa gente arriva nei nostri territori \u00e8 tale che \u00e8 vano, illusorio, ingenuo pensare che l\u2019Italia potr\u00e0 controbattere efficacemente questa pressione che tende a snazionalizzare la citt\u00e0 di Trieste.<\/p><p>Eppure siamo in condizioni cos\u00ec diverse da quelle nelle quali si trovava, per esempio, la citt\u00e0 di Nizza. Ricordo che nel 1860 si svolse nel Parlamento italiano un dibattito che ha strane analogie con questo dibattito odierno.<\/p><p>Ci furono vari interventi di grandi personalit\u00e0 che io, per brevit\u00e0, tralascio di citare. Eppure, pur trovandosi di fronte una nazione sorella, latina, la citt\u00e0 di Nizza, staccata dalla madre Patria, non seppe mantenere la sua italianit\u00e0. Non potr\u00e0 purtroppo avvenire diversamente della nostra Citt\u00e0.<\/p><p>Ed \u00e8 per questo che con una protesta serena ma obiettiva \u2013 obiettiva, perch\u00e9 sentita, perch\u00e9 vissuta, perch\u00e9 suffragata da una esperienza \u2013 noi protestiamo contro questo Trattato, invocando il sorgere di un\u2019altra era di pace nel mondo che faccia s\u00ec che i confini non dividano pi\u00f9 le genti e siano liberi i popoli di comunicare fra loro in un nuovo clima di pace, di tranquillit\u00e0, di concordia, senza barriere, senza saracinesche che aizzino i popoli l\u2019uno con l\u2019altro in una lotta fratricida e dannosa per tutti quanti, e soprattutto per la pace del mondo.<\/p><p>Con queste brevi, brevissime considerazioni termino, implorandovi a riflettere con tutta seriet\u00e0 sul tremendo voto che state per dare. Pensate alle responsabilit\u00e0 che vi assumete e pensate anche agli obblighi, se questo voto sar\u00e0 sfavorevole per la Venezia Giulia, che verranno a voi, a tutta la Nazione, di aiutare questi fratelli italiani, che pagano innocenti una colpa che non \u00e8 loro e caso mai una colpa collettiva, di tutta la Nazione. Fate questo gesto, fate questo esame di coscienza e questo proponimento di solidariet\u00e0 verso questi poveri fratelli italiani. (<em>Applausi \u2013 Congratulazioni<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Spano Velio. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>SPANO VELIO. Io non sarei intervenuto in questo dibattito, nel quale il mio Gruppo avr\u00e0 modo di esporre ampiamente le sue opinioni, se non fossi stato spinto da una esperienza personale e da una conoscenza diretta a porre dinanzi a voi, onorevoli colleghi, e soprattutto dinanzi a voi, signori del Governo, un problema che \u00e8 insieme uno degli aspetti pi\u00f9 dolorosi della situazione internazionale dell\u2019Italia e uno dei punti maggiormente indicativi dell\u2019orientamento che deve seguire la nostra politica internazionale. Parlo del problema degli italiani in Tunisia, del problema di quella collettivit\u00e0 italiana, che \u00e8 particolarmente cara al nostro cuore di italiani di tutti i partiti e di tutte le correnti, perch\u00e9 essa ha fornito uno degli esempi pi\u00f9 luminosi delle virt\u00f9 creative del lavoro italiano.<\/p><p>La collettivit\u00e0 italiana in Tunisia \u00e8 composta essenzialmente di viticultori e operai agricoli, pescatori, minatori, operai dell\u2019industria.<\/p><p>Il giornalista francese De Montety cos\u00ec la descriveva, gi\u00e0 nel 1937: \u00abA parte un centinaio di imprenditori, mugnai, grossi proprietari, viticultori e medici, la colonia italiana \u00e8 costituita da piccoli benestanti, che traggono sussistenza dai loro 4 o 5 ettari di terra, e da una gran massa di salariati al servizio di imprese francesi; essa (la colonia italiana) fornisce la pi\u00f9 gran parte della mano d\u2019opera europea\u00bb.<\/p><p>Ora, l\u2019interesse fondamentale di questa gente laboriosa era la conquista di quel modesto benessere che essi, operai o contadini, non erano riusciti a conquistare nelle loro regioni di origine, i minatori in Sardegna, i contadini siciliani al servizio dei loro feudatari. E alla conquista di quel benessere erano in certa misura pervenuti, sia per virt\u00f9 personale del loro lavoro, sia per la forza delle organizzazioni sindacali.<\/p><p>Senonch\u00e9, le preoccupazioni fondamentali di questa nostra gente laboriosa non erano le preoccupazioni del fascismo. Il fascismo aveva altre preoccupazioni: il fascismo era essenzialmente preoccupato di mettere le mani sui fosfati e sui minerali di ferro per conto della Terni, vale a dire del gruppo Ciano-Mussolini, e per conto della Montecatini.<\/p><p>Da qui una politica di oscuri intrighi e di provocazioni che talvolta marciavano parallelamente, talvolta si alternavano. Una grande calma era sopravvenuta in Tunisia nei primi mesi del 1938, fino a quel mese di giugno nel quale la Corte internazionale dell\u2019Aja respinse come infondati i reclami di un certo Tassara, agente del gruppo Ciano-Mussolini, il quale protestava contro il monopolio che esercitava nell\u2019Africa del Nord l\u2019\u00abOffice ch\u00e9rifien des phosphates\u00bb. Subito dopo, nel novembre, dilagarono, partendo da quest\u2019Aula, i clamori della rivendicazione territoriale sulla Tunisia.<\/p><p>Tutto ci\u00f2 ha provocato le conseguenze che sono note. Ma forse meno nota, non dico ai servizi del Ministero degli esteri, ma all\u2019opinione generale italiana \u00e8, almeno nei particolari, l\u2019odissea che hanno dovuto vivere in questi anni gli italiani della Reggenza di Tunisi.<\/p><p>Nel 1940, quando il fascismo scaten\u00f2 la guerra, la repressione necessariamente si abbatt\u00e9 sugli italiani in Tunisia, una parte di provocatori fascisti, di quelli che erano maggiormente responsabili localmente della situazione che ora si creava, una parte di costoro era scappata in Italia. Un\u2019altra parte di essi si era naturalizzata francese, trovando modo cos\u00ec di sfuggire definitivamente alla repressione, che si abbatteva sulla grande massa degli italiani. Ceravamo noi, c\u2019erano i fascisti minuti, c\u2019era la grande massa degli italiani; e prendemmo la strada dei campi di concentramento: Sbeitla, Casseime, dove passammo nel deserto, in mezzo agli scorpioni, il mese di giugno e buona parte del luglio del 1940. Poi venne l\u2019armistizio e con l\u2019armistizio ricominciarono immediatamente le provocazioni dei fascisti. Questi ritornarono subito in Tunisia, e l\u2019azione di provocazione fu allora meglio organizzala. Finch\u00e9 nel 1943, quando le truppe naziste e fasciste furono cacciate dalla Tunisia, si scaten\u00f2 implacabile sulla nostra colonia tutta un\u2019azione che non era pi\u00f9 soltanto di repressione, ma era anche di rappresaglia.<\/p><p>Gli operai furono inviati ai lavori forzati, con un salario uguale ad un decimo del salario normale degli altri operai. Abbiamo visto in quell\u2019epoca nelle strade di Tunisi dei giovani studenti, di 18-20 anni, costretti a scopare le strade. Buona parte di italiani furono internati nei campi di internamento. Le requisizioni implacabilmente colpirono i beni degli italiani e furono requisite case, appartamenti, mobili, suppellettili. Fu perfino requisita una biblioteca, con tutti libri italiani, appartenente a Giuseppe Miceli, giovane nostro compagno comunista, che era stato assassinato nel settembre del 1937 dai cadetti fascisti nella sede del circolo Garibaldi. Tutti i beni italiani furono messi sotto sequestro, e soltanto pochissimi riuscirono a svincolarne una parte. Fu fatta una lista di espulsione, e molti italiani furono espulsi dalla Reggenza, senza tener conto se andavano via con le loro famiglie o senza di esse. Una lista di \u00abnemici della Francia\u00bb fu stabilita e pubblicata in Tunisia e contemporaneamente furono prese misure che interdicevano l\u2019esercizio professionale ai medici, farmacisti, avvocati e a tutti gli altri professionisti italiani. Molti furono costretti allora a vendere i loro beni acquistati con il loro sudore. Ma anche qui si fece una distinzione di classe; infatti i pochi che sono riusciti in parte a salvare i loro beni sono i grossi possidenti, perch\u00e9 essi hanno potuto accettare il ricatto che veniva loro fatto, hanno cio\u00e8 potuto vendere una parte di beni alla \u00abCooperativa d\u2019acquisto dei beni nemici\u00bb creata in Tunisia in quel tempo, per poter conservare il resto. Questo regime \u00e8 durato fino ai primi mesi del 1947, con quali conseguenze e con quali effetti di disgregazione economica e morale \u00e8 facile immaginare: migliaia di famiglie sono state disperse o sono cadute preda della miseria; migliaia di italiani di Tunisia si trovano oggi disoccupati in Italia.<\/p><p>Oggi, il lavoro obbligatorio \u00e8 cessato, i campi di concentramento sono chiusi. Ma le case sono rimaste requisite, i sequestri sono mantenuti; i malati italiani sono tuttora esclusi dall\u2019ospedale Garibaldi, che si chiama oggi <em>H\u00f4pital de la Lib\u00e9ration<\/em>, con la scusa addotta da un funzionario del Gabinetto del Residente generale che \u00abbisogna eliminare quella atmosfera di italianit\u00e0 che vi aleggia ancora\u00bb. E per di pi\u00f9 una decisione recente elimina dal beneficio della propriet\u00e0 commerciale tutti gli industriali e commercianti italiani, i quali si trovano cos\u00ec sottoposti al doppio pericolo di uno sfratto immediato e di ogni sorta di ricatti. Si dice loro infatti: \u00abse non vuoi lo sfratto immediato, paga subito tale somma o paga di nascosto tale esorbitante aumento di affitto\u00bb.<\/p><p>In questo modo, onorevoli colleghi, gli italiani di Tunisia pagano oggi le malefatte, le provocazioni, le prepotenze del fascismo, le bombe del console Barduzzi, l\u2019odio antifascista e tutti i germi dell\u2019antitalianit\u00e0 seminati a piene mani dal fascismo.<\/p><p>\u00c8 avvenuto quello che doveva avvenire.<\/p><p>Noi, comunisti, abbiamo l\u2019orgoglio di potere dire oggi che gi\u00e0 da tempo avevamo messo in guardia le nostre colonie italiane di Tunisia contro quello che oggi sta avvenendo.<\/p><p>In un suo proclama il Comitato centrale del Partito comunista, subito dopo le rivendicazioni scoppiate a Montecitorio nel novembre del 1938, dopo avere rilevato quale grado di benessere erano riusciti ad ottenere con il loro lavoro gli italiani in Tunisia, affermava che tutte le conquiste, frutto di sacrificio e di decenni di lavoro, erano messe in pericolo dalla politica provocatrice di Mussolini, e che i lavoratori perdevano la possibilit\u00e0 di continuare a guadagnare pacificamente un discreto salario.<\/p><p>Cosa accadr\u00e0 degli italiani di Tunisia \u2013 dicevamo \u2013 che si saranno inconsciamente prestati a questa politica?<\/p><p>Essi saranno costretti ad abbandonare per sempre la Tunisia ed a condurre la vita di miseria e di disperazione del nostro popolo, della nostra Sicilia, per colpa della dispendiosa e brigantesca politica del regime fascista. \u00abNel corso di pochi giorni potr\u00e0 scatenarsi un uragano, che spazzer\u00e0 il frutto di 50 anni di lavoro e di sacrifici degli italiani di Tunisia\u00bb: questo noi dicevamo.<\/p><p>Ebbene, l\u2019uragano \u00e8 venuto. Oggi si tratta per noi di rimediare alle conseguenze di questo uragano e di ricostruire sulle devastazioni. Non vale oggi ricorrere a spiegazioni parziali, n\u00e9 parlare della xenofobia dei funzionari francesi, i quali, dopo essere stati talvolta complici dell\u2019azione provocatrice del fascismo ed essere stati pi\u00f9 tardi agenti di Hitler, al servizio di Vichy, fanno oggi sfoggio di antitalianit\u00e0. Non vale parlare della capacit\u00e0 degli industriali francesi. Questa xenofobia e questa rapacit\u00e0 esistono; ma non possiamo far niente per eliminarle. Questo \u00e8 problema che concerne la democrazia francese, non quella italiana. Ma noi possiamo e dobbiamo agire per eliminare o attenuare gli effetti di questa rapacit\u00e0 e di questa xenofobia; noi possiamo e dobbiamo agire, per affermare vittoriosamente, nella misura in cui \u00e8 possibile, le rivendicazioni degli italiani di Tunisia: abolizione del sequestro dei beni e ripristino della libera gestione degli stessi, con relativa libert\u00e0 di vendita e di acquisto dei beni mobili ed immobili \u2013 ristabilimento delle libert\u00e0 di associazione, di riunione e di espressione, tutte libert\u00e0 di cui sono ancora privi i democratici italiani in Tunisia \u2013 riconoscimento dei diritti acquisiti al 10 giugno del 1940, data da cui viene fatta decorrere l\u2019abolizione delle Convenzioni del 1896, ci\u00f2 che significa, in particolare, il ripristino della libert\u00e0 di esercizio pei professionisti, farmacisti, medici, avvocati, che si erano stabiliti laggi\u00f9, in virt\u00f9 delle condizioni che venivano fatte loro in base alle Convenzioni del 1896, e il diritto di pesca per i pescatori italiani, diritto che fu loro riconosciuto ancor prima della suddetta data.<\/p><p>Mi si obietter\u00e0 che il problema \u00e8 stato gi\u00e0 posto dal Ministro degli esteri e dal nostro Ambasciatore in Francia, Quaroni. Lo so. Tanto l\u2019onorevole Sforza che l\u2019Ambasciatore Quaroni mi hanno dato personalmente, in privato, assicurazioni in proposito. Forse non sarebbe stato male che il problema fosse stato posto in pubblico nelle dichiarazioni del Governo. Difatti \u00e8 certo che noi comunisti e senza dubbio tutta l\u2019Assemblea, abbiamo molto apprezzato al loro giusto valore le espressioni di benevolenza che ci sono state trasmesse dalle Repubbliche Sud Americane di Cuba, per esempio, e del Guatemala, ma la Assemblea forse avrebbe amato conoscere in quale stadio si trovano le trattative concernenti il regolamento della situazione degli italiani di Tunisia. Si obietter\u00e0 anche che poco si pu\u00f2 fare oggi per gli italiani di Tunisia, soprattutto poco si pu\u00f2 fare sul terreno delle trattative particolari. \u00c8 vero. Ma appunto per questo bisogna intensificare lo sforzo per arrivare ad una distensione dei rapporti tra l\u2019Italia e la Francia e per fare, in generale, una politica estera di amicizia e di collaborazione con le altre Nazioni.<\/p><p>Bisogna, in altri termini \u2013 noi comunisti lo stiamo ripetendo da anni e cogliamo l\u2019occasione per ripeterlo ogni volta che abbiamo potuto esprimere pubblicamente il nostro giudizio sulla politica estera del Governo italiano \u2013 fare di tutto per evitare che la responsabilit\u00e0 della politica fascista ricada interamente sul popolo italiano. Sappiamo perfettamente che non possiamo evitare tutte le responsabilit\u00e0 e respingerle interamente da noi, ma possiamo fare in modo che esse, interamente su di noi non ricadano. So che la corresponsabilit\u00e0 tra l\u2019Italia del passato e l\u2019Italia del presente \u00e8 considerata come fatale e inevitabile da alcuni, per esempio dall\u2019onorevole Croce, il quale ci ha espresso questa sua personale convinzione al Congresso di Bari dei Comitati di liberazione, ella lo ricorda, onorevole Sforza, nel gennaio del 1944, e ci ha ripetuta questa sua personale convinzione qui ieri. Ed \u00e8 logico che, partendo da questa premessa, l\u2019onorevole Croce versi poi lagrime sulla sorte dei criminali di guerra giustiziati e ritenga quasi invidiabile, al confronto, la sorte di Vercingetorige, e lodi quasi Giulio Cesare per aver fatto strozzare il suo nemico in carcere. Ma \u00e8 proprio questa corresponsabilit\u00e0 che noi neghiamo, e bisogna negarla concretamente, coi fatti, affinch\u00e9 non ricadano interamente sull\u2019Italia le terribili responsabilit\u00e0 del fascismo. Anche per questo noi abbiamo reclamato, durante la guerra, l\u2019intensificarsi dello sforzo di guerra a fianco degli alleati. Anche per questo non abbiamo mai pensato che si potesse negare o negoziare la nostra cobelligeranza ed anche per questo, per salvaguardare l\u2019avvenire del nostro Paese, consacrammo tutte le nostre energie alla guerra partigiana.<\/p><p>Ma per trarre tutte le conseguenze da questo sforzo tendente ad evitare che le responsabilit\u00e0 ricadano interamente su di noi, possiamo dire di aver fatto, sul piano della politica estera, tutto quel che potevamo fare? Possiamo dire di aver fatto tutto il nostro dovere? Credo di no. Noi non abbiamo sufficientemente mutato l\u2019orientamento, il tono, i sistemi della nostra politica estera, anche perch\u00e9, onorevole Sforza, non abbiamo sufficientemente cambiato l\u2019apparato. \u00c8 evidente che il Ministro degli esteri e gli Ambasciatori, almeno in generale, parlano oggi un linguaggio diverso da quello che parlavano il Ministro degli esteri e gli Ambasciatori sotto il regime fascista, quando esprimevano apertamente la loro criminalit\u00e0 nazionalista. Ma \u00e8 anche evidente che i funzionari, che non sono cambiati, molto spesso parlano oggi lo stesso linguaggio che parlavano prima ed adoperano gli stessi sistemi. Io vorrei citare alcuni esempi, restando nel quadro della situazione tunisina.<\/p><p>C\u2019era in Tunisia, fino al 1943, ad eccezione della breve interruzione giugno-luglio 1940, un avvocato, un noto provocatore fascista fortemente indiziato per essere stato iscritto nell\u2019elenco dell\u2019O.V.R.A., il quale dopo il 1938 rinneg\u00f2 perfino la sua religione, a seguito della campagna razziale, pur di seguire fino in fondo il fascismo.<\/p><p>C\u2019era un medico fazioso e provocatore, noto e inviso a tutta la Tunisia.<\/p><p>C\u2019era un diplomatico, infine, che era stato console generale di Tunisi e che poi, durante il periodo dell\u2019occupazione italo-tedesca, divise col ministro nazista Rahn il potere. Ebbene, quando l\u2019Italia \u00e8 stata liberata ed anche prima ch\u2019essa fosse interamente libera \u2013 e mi dispiace che non sia presente l\u2019onorevole Morelli, il quale potrebbe darmi testimonianza di quello che affermo \u2013 questi tre signori ce li siamo trovati tra i piedi, insediati con importanti funzioni direttive a Palazzo Chigi e al palazzo della Consulta. E credo che ci siano ancora.<\/p><p>E cos\u00ec \u00e8 nei Consolati all\u2019estero, dove i nostri connazionali e gli altri incontrano le stesse facce che vedevano nel periodo repubblichino, e per questo si verificano talvolta incresciosi incidenti. Costoro parlano lo stesso linguaggio di prima, adoperano gli stessi sistemi di prima, sono \u2013 come prima \u2013 lontani dagli interessi dei nostri lavoratori emigrati. Bisogna fare uno sforzo per eliminare quei funzionari che si sono troppo compromessi col fascismo. So che un tale sforzo \u00e8 particolarmente difficile in un momento nel quale le sciarpe littorio e gli ex ufficiali della milizia siedono perfino nei Consigli del Governo. E infatti oggi, se le mie informazioni son\u00f2 esatte, una oscura minaccia sembra gravare non soltanto sugli impiegati dei Consolati all\u2019estero, particolarmente in Francia, che sono stati assunti per indicazione delle organizzazioni democratiche, ma anche su quei funzionari di carriera mandati da Roma, i quali si sono resi colpevoli di aver stabilito delle relazioni amichevoli con le loro colonie e di aver dato prove di sentimenti veramente democratici e repubblicani. Parlo particolarmente di uno dei nostri consoli generali, il caso del quale mi consta essere stato segnalato al Ministro degli esteri.<\/p><p>Capisco dunque che oggi \u00e8 difficile, specie nel clima che il governo attuale ha creato, eliminare dal nostro apparato del Ministero degli esteri quei funzionari che costituiscono un ostacolo all\u2019applicazione di una politica di collaborazione e di amicizia con gli altri popoli, ma questo sforzo bisogna farlo. Cambiate l\u2019aria di Palazzo Chigi, signori del governo, se volete davvero realizzare quella politica di amicizia e di collaborazione che proclamate di voler realizzare.<\/p><p>Il giuoco vale la candela, signori, perch\u00e9 da esso dipendono sul piano generale, gli interessi dell\u2019Italia e sul piano pi\u00f9 modesto, sul quale io mi sono tenuto, gli interessi dei lavoratori e di centinaia di migliaia di connazionali onesti e laboriosi, ai quali bisogna ridare oggi una prospettiva di vita.<\/p><p>Permettetemi, onorevoli colleghi, di rievocare un ricordo personale: un vecchio minatore sardo di Redeyef, miniera di fosfati nel Sud della Tunisia, parlando del progresso che i lavoratori italiani avevano realizzato dal 1936 al 1938 attraverso le lotte sindacali, si esprimeva cos\u00ec: \u00abPrima vedevamo il sole una volta alla settimana, giacch\u00e9 scendevamo in miniera prima dell\u2019alba e risalivamo a notte, oggi vediamo il sole ogni giorno\u00bb.<\/p><p>Si tratta proprio di questo, onorevoli colleghi, si tratta di impostare e realizzare una politica estera di vera amicizia, di vera collaborazione, estendendo i nostri rapporti amichevoli con i paesi esteri e creando una situazione per cui i nostri lavoratori \u00abtornino a vedere il sole ogni giorno\u00bb. (<em>Applausi a sinistra<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>PRESIDENTE. Secondo l\u2019intesa di ieri sera, sospendiamo la seduta. La riprenderemo alle 21.30, per proseguire la discussione che \u00e8 stata incominciata oggi nel pomeriggio.<\/p><p>Risultano iscritti a parlare gli onorevoli Cevolotto, Adonnino, Ambrosini, Crispo, Valiani, Jacini, Cicerone, Bassano ed altri.<\/p><p>Incomincer\u00f2 a dare la parola nell\u2019ordine, agli iscritti, considerando come volontariamente rinuncianti alla iscrizione a parlare coloro che non saranno presenti alla seduta. (<em>Approvazioni<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>Con questa intesa, sospendo la seduta per riprenderla alle ore 21.30.<\/p><p>(<em>La seduta, sospesa alle 19.50<\/em> \u00e8 <em>ripresa alle 21.30<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Cevolotto. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>CEVOLOTTO. Onorevoli colleghi, il Trattato di pace non \u00e8 soltanto iniquo, non \u00e8 soltanto in contrasto con i princip\u00ee della Carta Atlantica \u2013 e a questo proposito ricordo che, quando l\u2019onorevole Ruini accenn\u00f2 a non tener molto conto delle parole, il Ministro Sforza gli rispose che non si trattava di parole, ma di dichiarazioni: la Carta Atlantica \u00e8 una solenne dichiarazione, di cui non si \u00e8 tenuto conto \u2013 il Trattato non \u00e8 soltanto dannoso agli interessi della pace del mondo, e agli stessi interessi bene intesi delle potenze vincitrici: \u00e8 anche ineseguibile.<\/p><p>\u00c8 un trattato che, per quanto ci riguarda, noi non possiamo eseguire. Le clausole delle riparazioni, le clausole economiche, se entrassero in vigore e dovessero essere da noi rispettate, metterebbero a terra l\u2019Italia. Da ci\u00f2 la ripugnanza da parte nostra, da parte di tutta l\u2019Italia, da parte del popolo italiano, a consentire e ad accettare quella che noi dobbiamo considerare la nostra rovina, e che sentiamo di dover rifiutare, perch\u00e9 ci appare come una ingiustizia. Il popolo italiano ha sempre, soprattutto, la pronta sensazione di ci\u00f2 che \u00e8 giusto e di ci\u00f2 che \u00e8 ingiusto. Capisco, quindi, l\u2019impulso di coloro che sono spinti a negare, in tutti i casi, la ratifica. Capisco la posizione dell\u2019onorevole Orlando e di Benedetto Croce. Intendo le ragioni che li spingono a rispondere: \u00abNo\u00bb, in ogni caso, a costo di qualunque cosa possa accadere; a negare la firma, pronti a correre qualunque rischio peggiore.<\/p><p>Ma \u00e8 altrettanto plausibile che molti di noi non si sentano di assumere la responsabilit\u00e0 delle conseguenze di un rifiuto di ratifica; delle conseguenze \u2013 cio\u00e8 \u2013 che potrebbero essere gravissime, di un rifiuto dell\u2019accettazione del Trattato di pace. E anche coloro che, come me, pi\u00f9 ripugnano da questo Trattato sconcio, in fondo pensano che in esso vi \u00e8 un punto che ci pu\u00f2 consentire di eseguirlo senza accettarlo, ed \u00e8 quel famoso articolo 90, che \u00e8 stato escogitato contro di noi, col proposito di aggravare la nostra situazione, ma che, in fondo, finisce per giovarci.<\/p><p>L\u2019articolo 90 ci consente, infatti, di dare alla nostra ratifica un carattere e un aspetto tutti particolari, svuotandola (questa volta, s\u00ec, \u00e8 il caso di usare la parola) del suo contenuto. Non deve per\u00f2 mancare la protesta contro l\u2019ingiustizia, non deve mancare in nessun caso la dichiarazione che noi subiamo uno stato di necessit\u00e0, anzi di violenza morale.<\/p><p>L\u2019ordine del giorno proposto dall\u2019onorevole Ruini contiene appunto, nella sua prima parte, questa protesta, ma io credo che la protesta vera, la protesta reale, quella che ha un significato positivo, non pu\u00f2 consistere n\u00e9 in un ordine del giorno, n\u00e9 in una dichiarazione; deve risultare dal nostro atteggiamento di fronte alla ratifica del Trattato.<\/p><p>Che cos\u2019\u00e8 questo articolo 90 del Trattato? L\u2019onorevole Perassi, in una sua precisazione pubblicata ne <em>La Voce Repubblicana<\/em>, ha illustrato l\u2019aspetto giuridico della ratifica ed ha ricordato l\u2019ordine del giorno votato dall\u2019Assemblea Costituente il 25 febbraio 1947 all\u2019unanimit\u00e0. Dice questo ordine del giorno: \u00abL\u2019Assemblea Costituente, preso atto delle comunicazioni del Governo sulle condizioni nelle quali \u00e8 stato firmato il Trattato di pace, afferma che il deposito della ratifica italiana, per la quale \u00e8 costituzionalmente richiesta l\u2019autorizzazione dell\u2019Assemblea Costituente, costituisce, in conformit\u00e0 alle regole del diritto internazionale, un requisito essenziale per la perfezione e l\u2019entrata in vigore del Trattato\u00bb.<\/p><p>Questo ha votato l\u2019Assemblea Costituente. Ma qual \u00e8 il significato di questo voto e di questa dichiarazione? Il significato di questo voto e di questa dichiarazione \u00e8 una protesta, la protesta per quello che dice chiaramente l\u2019articolo 90, per quanto si sia voluto affermare da qualche parte che si tratta di una formula nebulosa ed ambigua. No, non \u00e8 una formula nebulosa ed ambigua: \u00e8 una formula precisa: \u00abIl presente Trattato, di cui il testo francese, inglese e russo fanno fede, dovr\u00e0 essere ratificato dalle Potenze Alleate e Associate. Esso dovr\u00e0 anche essere ratificato dall\u2019Italia. Esso entrer\u00e0 in vigore immediatamente dopo il deposito delle ratifiche da parte dell\u2019Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, del Regno Unito di Gran Bretagna e dell\u2019Irlanda del Nord, degli Stati Uniti d\u2019America e della Francia. Gli strumenti di ratifica saranno, nel pi\u00f9 breve tempo possibile, depositati presso il Governo della Repubblica francese\u00bb.<\/p><p>Il capoverso aggiunge che per quanto concerne ciascuna delle Potenze Alleate o Associate, i cui strumenti di ratifica saranno depositati in epoca successiva, il Trattato entrer\u00e0 in vigore alla data del deposito. Avviene cos\u00ec che, mentre il Trattato, nei confronti delle quattro Grandi Potenze alleate entra in vigore subito dopo il deposito delle quattro ratifiche e per ciascuna delle altre Potenze Alleate e Associate entra in vigore al momento del successivo deposito delle singole loro ratifiche, per l\u2019Italia entra in vigore al momento del deposito delle quattro Grandi Potenze, anche se l\u2019Italia non abbia ratificato.<\/p><p>L\u2019onorevole Perassi dice, ed ha ragione: \u00abLa ratifica dell\u2019Italia \u00e8 sempre necessaria, secondo le regole del diritto internazionale\u00bb. Infatti noi lo abbiamo detto nel nostro ordine del giorno. Nel nostro ordine del giorno c\u2019\u00e8 una protesta a questo riguardo, ed \u00e8 una protesta perfettamente legittima; arrivo a dire che \u00e8 una protesta che non sarebbe neanche necessaria, perch\u00e9 senza la nostra ratifica, qualunque valore si voglia dare a questo termine, senza la nostra dichiarazione che eseguiremo il Trattato, non v\u2019\u00e8 possibilit\u00e0 che esso divenga esecutivo pacificamente. Il Trattato, per forza di cose, se non lo ratifichiamo, non entra pacificamente in esecuzione.<\/p><p>Se noi non diciamo che vi daremo esecuzione, il Trattato non potr\u00e0 entrare in esecuzione se non nell\u2019altra forma, che \u00e8 adombrata nell\u2019articolo 90. Quando in questo articolo si dichiara che il Trattato entrer\u00e0 in vigore dopo il deposito delle ratifiche da parte delle quattro Nazioni, ci si intima in sostanza: o voi ratificate ed eseguite volontariamente questo Trattato, oppure entrer\u00e0 in vigore lo stesso, cio\u00e8 lo faremo entrare in vigore, perch\u00e9 con la coazione vi obbligheremo ad eseguirlo. Il che \u00e8 sempre possibile dal momento che noi siamo una Nazione vinta ed occupata e loro sono i vincitori, e hanno tutti i mezzi per costringerci, dall\u2019uso diretto della forza alla coazione indiretta, facendoci mancare gli aiuti di cui abbiamo necessit\u00e0 per vivere. Noi ci troviamo di fronte ad un dilemma: o accettiamo e diamo la ratifica che ci vien chiesta in questa forma, oppure gli alleati metteranno in esecuzione lo stesso il Trattato, lo metteranno, cio\u00e8, in esecuzione con la forza o con la coercizione.<\/p><p>Ecco perch\u00e9 l\u2019articolo 90 ci consente di ratificare in questa particolarissima condizione, senza in sostanza accettare il Trattato.<\/p><p>Ci si mette di fronte a un dilemma perfetto: o ratificare ed eseguire volontariamente, o noi rendiamo esecutivo il Trattato lo stesso, cio\u00e8 vi imponiamo con la forza l\u2019esecuzione. In altre parole: le navi, se non ce le date, ce le prendiamo; le riparazioni, se non le pagate, pensiamo noi a pagarcele, con quelle forme che possiamo usare, dato che siamo gli occupanti del vostro territorio e possiamo aggravare questa occupazione, anche se, per ora, l\u2019abbiamo allentata e possiamo sempre domarvi affamandovi.<\/p><p>Ci troviamo di fronte ad uno stato di necessit\u00e0, ad uno stato di coercizione, ad uno stato di violenza morale, che non pu\u00f2 essere disconosciuto o negato.<\/p><p>Se noi ratifichiamo in questa situazione, la nostra ratifica non avr\u00e0 certo il valore di una ratifica vera e propria. Perch\u00e9 non \u00e8 neanche una ratifica quella che ci si chiede: non \u00e8 altro che la dichiarazione, da dare in buona fede, che noi eseguiremo o cercheremo di eseguire per quello che sar\u00e0 possibile questo Trattato iniquo. Ci assoggetteremo ad eseguirlo, perch\u00e9 non possiamo fare altrimenti e perch\u00e9 aneliamo ad uscire da questo stato di armistizio che limita la nostra indipendenza.<\/p><p>Questo \u00e8 in sostanza il valore della nostra ratifica; e questa allora \u00e8 la vera protesta che ora possiamo fare, la sola che in qualche modo salva l\u2019avvenire. Ma essa non ha lo stesso valore, se \u00e8 fatta quando lo stato di necessit\u00e0 \u00e8 evidente, \u00e8 in atto, \u00e8 tale da escludere ogni libera forma di adesione o di accettazione da parte nostra. Perci\u00f2 dev\u2019esser fatta quando il Trattato entrerebbe in vigore lo stesso, anche se noi non lo ratificassimo, nelle forme dell\u2019imposizione; quando ci si dir\u00e0, con deposito delle quattro ratifiche: se non ratificate, noi metteremo in vigore lo stesso il Trattato.<\/p><p>Di fronte alla realt\u00e0 inesorabile, l\u2019Italia non avr\u00e0 libert\u00e0 di scelta e potr\u00e0 ratificare senza che tale atto significhi volontaria adesione al Trattato. L\u2019articolo 90 \u2013 che \u00e8 anche esso iniquo nei nostri riguardi \u2013 qualche vantaggio ci pu\u00f2 dare. Perch\u00e9 dobbiamo rinunziarvi?<\/p><p>Il disegno di legge che ci \u00e8 sottoposto ha varie formulazioni. La prima formulazione era quella dell\u2019approvazione esplicita del Trattato. Il disegno di legge all\u2019articolo 1 dice: \u00ab\u00c8 approvato il Trattato di pace fra le potenze alleate e associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi 10 febbraio 1947\u00bb. La Commissione dei Trattati non approv\u00f2 questo schema, e le ragioni sono evidenti. Propose allora una formula diversa: \u00abIl Governo della Repubblica \u00e8 autorizzato a ratificare il Trattato di pace fra le Potenze alleate e associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947\u00bb. Vi era in questo schema l\u2019autorizzazione alla ratifica anche immediata: noi accettavamo di ratificare prima che le condizioni dell\u2019articolo 90 si fossero verificate. In seguito alla discussione che si svolse alla Commissione dei Trattati, venne fuori la terza formula definitiva del testo emendato, accettato, anzi proposto dal Governo: \u00abIl Governo della Repubblica \u00e8 autorizzato a ratificare il Trattato di pace tra le potenze alleate e associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi 10 febbraio 1947, dopo che esso sar\u00e0 divenuto esecutivo a norma dell\u2019articolo 90\u00bb. \u00c8 evidente la grande differenza tra il primo testo del disegno di legge proposto dal Governo, il testo della Commissione e questo terzo testo che viene proposto ora. Anzi, questo testo va al di l\u00e0 anche di una formula che aveva elaborato, in un ordine del giorno che non ho veduto stampato, l\u2019onorevole Perassi, il quale proponeva una forma di ratifica condizionata: \u00abIl Governo della Repubblica \u00e8 autorizzato a ratificare il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, condizionando la ratifica dell\u2019Italia a quella delle potenze firmatarie nominativamente indicate nell\u2019articolo 90\u00bb. Ora, la diversit\u00e0 del testo della proposta Perassi sta in questo, che la proposta Perassi \u00e8 una ratifica condizionata; la proposta del Governo invece, non \u00e8 una ratifica: in sostanza \u00e8 un mandato a ratificare. E questo mandato, se si interpreta in buona fede, dovrebbe essere un mandato irrevocabile e, in quanto accettato, anzi richiesto, obbligatorio in ogni caso per il Governo. Uso delle formule che non sarebbero strettamente giuridiche, ma voglio rendere in qualche modo evidente il mio pensiero. L\u00e0 vi \u00e8 una ratifica condizionata; qui non vi \u00e8 ratifica: vi \u00e8 un mandato a ratificare. Si potrebbe persino pensare e si potrebbe persino sostenere che questa nuova formula del Governo contiene un divieto al Governo, che ha chiesto l\u2019approvazione del Trattato e la ratifica, di ratificare, finch\u00e9 non si saranno verificate le condizioni dell\u2019articolo 90. Cerco di precisare il lato giuridico della questione; non vi nascondo che la questione \u00e8 essenzialmente politica: ma in fondo, i Trattati di pace sono atti di diritto internazionale, atti giuridici. Noi discutiamo una legge: dunque dobbiamo, prima di tutto, delimitare il terreno giuridico nel quale ci moviamo e precisare i punti giuridici della questione, dopo di che potremo prendere quelle decisioni politiche che troveranno la loro base nella situazione giuridica che si sar\u00e0 chiarita.<\/p><p>Proseguo nella mia dimostrazione. \u00c8 innegabile che la formula governativa viene incontro alle critiche di coloro che non vogliono la ratifica immediata, perch\u00e9 la ratifica non c\u2019\u00e8. Mi permetta l\u2019onorevole Sforza \u2013 con tutto il rispetto e l\u2019ammirazione che ho per lui (e non \u00e8 la mia una formula di complimento) \u2013 di dirgli che il suo discorso mi ha stupito. In sostanza io ho avuto l\u2019impressione \u2013 mi perdoni \u2013 che sia stato preparato in relazione alla formula della Commissione, non alla formula ultima del Governo. Perch\u00e9 egli, infatti, si \u00e8 sforzato di dimostrare la necessit\u00e0 della ratifica, mentre il Governo ora rinunzia alla ratifica. Questa \u00e8 la contradizione che mina alla base il suo discorso.<\/p><p>Sorge cos\u00ec un nuovo quesito, e un problema. \u00c8 certo che l\u2019ultima formula dell\u2019emendamento governativo sar\u00e0 accettata da quelle Potenze che ci consigliavano la ratifica immediata, come se la ratifica immediata noi avessimo accettato? Se il Ministro ha delle informazioni, delle sensazioni, o delle presunzioni che gli permettono di credere che realmente questa formula sar\u00e0 accettata come la formula della ratifica immediata, allora non vi \u00e8 forse qui una indicazione \u2013 se non una vera e propria dimostrazione \u2013 che la ratifica immediata non era poi necessaria a tutti gli effetti che si sperava di ottenerne? Ci si \u00e8 detto che la ratifica era necessaria per presentarsi a Parigi degnamente. Il problema \u00e8 importante per tutti coloro che pensano che sia sempre un enorme vantaggio non essere assente da convegni internazionali di quella portata. Ma noi a Parigi eravamo stati chiamati senza condizioni; e l\u2019impressione che si \u00e8 avuta qui, da quelli che non hanno forse tutte le notizie, \u00e8 stata che in fondo, anche senza la ratifica, anche quando la ratifica era contrastata, anche su una semplice indicazione della Commissione dei Trattati, che aveva un valore molto relativo, la nostra situazione a Parigi non ha cambiato sensibilmente. Ora ci si viene a dire \u2013 e questo mutamento di argomento \u00e8 un po\u2019 fastidioso \u2013 che la ratifica \u00e8 necessaria per il nostro ingresso nella Organizzazione delle Nazioni Unite. Qui non vorrei dire cose amare; ma mi si permetta di osservare che l\u2019articolo 23 numero 1 ci fa in ogni caso per ora una posizione subordinata nella Organizzazione delle Nazioni Unite. Inevitabilmente, perch\u00e9 noi non possiamo nemmeno essere chiamati a far parte, come membro non permanente, del Consiglio di sicurezza, in quanto i posti sono riservati, in primo luogo, al contributo dato dalle Nazioni aspiranti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. E l\u2019articolo 23 va poi messo in relazione con l\u2019articolo 107, che pu\u00f2 riservarci qualche sorpresa. Aderendo, in qualunque modo, al Trattato, noi accettiamo anche quel preambolo che ci qualifica come Stato aggressore. L\u2019articolo 23, numero 1, dovr\u00e0 essere modificato, perch\u00e9 ingiusto, specialmente nei nostri riguardi, ma la modifica non potr\u00e0 venire dall\u2019oggi al domani. Ci vorranno dei mesi, ci vorr\u00e0 forse un anno per ottenerne la modifica. Intanto noi saremmo nell\u2019O.N.U. in una posizione che non sar\u00e0 quella che le nostre tradizioni, la nostra realt\u00e0 di Potenza, non oso dire grande, ma che \u00e8 stata grande e che \u00e8 grande sempre per la sua storia, per la sua tradizione, per il suo passato, dovrebbero darci. Ci converr\u00e0 indubbiamente in tutti i casi entrare nell\u2019organizzazione delle Nazioni Unite, senza per\u00f2 farci soverchie illusioni. Per ora, disgraziatamente, questa Organizzazione delle Nazioni Unite non promette tutto quello che \u00e8 nelle nostre speranze, e che potr\u00e0 dare in seguito. Ad ogni modo non dovremo esserne esclusi. Ma non mi pare che sia proprio la formula proposta ora dal Governo a schiuderci quella porta che probabilmente ci sarebbe schiusa lo stesso nella posizione subordinata che per ora lo statuto delle Nazioni Unite ci consente.<\/p><p>UBERTI. E se fosse una illusione?<\/p><p>COSTANTINI. Sarebbe come oggi!<\/p><p><em>Una voce al centro.<\/em> Cos\u00ec parlava Mussolini.<\/p><p>COSTANTINI. Cos\u00ec parlate voi, non Mussolini. Cosa c\u2019entra Mussolini? Lo avete troppo in bocca, perch\u00e9 lo avete troppo amato. (<em>Rumori<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>CEVOLOTTO. Ci si \u00e8 parlato di trattati internazionali che sono stati felicemente e abilmente negoziati e conclusi anche nello stato attuale.<\/p><p>Ora io sono d\u2019accordo che un diniego di ratifica nostra potrebbe peggiorare questa situazione; non sono d\u2019accordo che un semplice rinvio della ratifica potrebbe avere la stessa conseguenza. Per\u00f2, sebbene la formula del Governo sia nella sua sostanza giuridica un vero e proprio rinvio della ratifica a dopo che le quattro grandi Nazioni avranno depositato le loro ratifiche, e sebbene giuridicamente non venga modificato lo stato armistiziale in cui ci troviamo (perch\u00e9 con questa formula, dopo che noi l\u2019avremo votata ci troveremo nella precisa condizione di prima), sebbene questo sia evidente ed indiscutibile, pure fra il rinvio che noi chiediamo e la formula governativa una differenza ci deve essere; ci deve essere, anche perch\u00e9, altrimenti, il Ministro Sforza non sarebbe favorevole alla formula governativa, mentre si \u00e8 opposto al rinvio. \u00c8 proprio una differenza capillare, come ha detto l\u2019onorevole Ruini nel suo discorso? Se fosse una differenza capillare, allora io proporrei una obiezione logica e facile. Dal momento che il Governo non ratifica ora ma gli \u00e8 consentito di farlo solo dopo che saranno depositate le ratifiche delle quattro Grandi Nazioni e poich\u00e9 voi dite che la differenza fra questo e quello che noi chiediamo \u00e8 capillare, non \u00e8 preferibile attendere che la ratifica dei Quattro sia avvenuta?<\/p><p>Non vale, in contrario, opporre che la ratifica della Russia sarebbe vicina; cosa di cui dubito molto (e posso sbagliarmi, perch\u00e9 non ho tutti gli elementi che sono da altra parte acquisiti). Ma anche questa non \u00e8 una buona ragione; se l\u2019evento definitivo \u00e8 cos\u00ec vicino, perch\u00e9 non dobbiamo aspettarlo? La Costituente non avrebbe difficolt\u00e0 a convocarsi in 24-48 ore, sospendendo le sue vacanze, quando la ratifica da parte della Russia fosse avvenuta e apparisse necessario e urgente procedere alla ratifica da parte nostra.<\/p><p>La differenza c\u2019\u00e8 e ci deve essere e non deve essere capillare. Il punto \u00e8 questo: per la mancata o ritardata ratifica da parte della Russia, non siamo ancora in quello stato di necessit\u00e0 e di coazione, in cui ci troveremmo se le quattro ratifiche fossero depositate. Non \u00e8 giunto il momento in cui dobbiamo decidere fra i due mali; tanto \u00e8 vero che la relazione di maggioranza dell\u2019onorevole Gronchi parla di \u00abatto di volont\u00e0\u00bb. Chi ci consiglia la ratifica immediata desidera appunto questo atto di volont\u00e0, probabilmente perch\u00e9 non conosce, non ha potuto valutare, non ha potuto rendersi conto del nostro particolare punto di vista, della nostra particolare situazione, che non sempre \u00e8 capita dall\u2019estero.<\/p><p>Nella discussione in seno alla Commissione dei trattati ho persino sentito dire, con molto stupore, che i signori inglesi credono e sostengono di avere trattato con noi, semplicemente perch\u00e9 hanno sentito una volta la protesta dignitosa ed alta del nostro Presidente del Consiglio, allora Ministro degli esteri. Credono di avere trattato, pretendono di avere trattato. Non si rendono conto, evidentemente, della nostra situazione; ed appunto per questo ci domandano un atto di buona volont\u00e0. Quando ci hanno richiesto o ci hanno consigliato, sia pure nella forma pi\u00f9 garbata e pi\u00f9 ortodossa, di ratificare, il nostro Ministro degli esteri non avr\u00e0 certamente mancato di opporre \u2013 argomento evidente \u2013: \u00abS\u00ec, noi ratificheremo, appena le vostre quattro ratifiche di cui all\u2019articolo 90 saranno depositate\u00bb. Questo, evidentemente, non \u00e8 bastato; si vuole qualcosa di pi\u00f9. E invece il nostro pensiero \u00e8 rettilineo: n\u00e9 ratifica condizionata, n\u00e9 mandato a ratificare; nulla che abbia l\u2019aspetto di adesione volontaria al Trattato. Rinvio, quindi: e solo quando, col deposito delle ratifiche delle quattro grandi Nazioni, il Trattato diverr\u00e0 esecutivo per noi, daremo \u2013 allora \u2013 alla nostra ratifica il significato di una semplice dichiarazione di impegno a eseguire il dettato; come diamo oggi al rinvio il significato di una ferma protesta.<\/p><p>Si diffida di noi; ed anche questo \u00e8 vero. Non c\u2019\u00e8 chi abbia avuto un qualche posto di responsabilit\u00e0 dopo l\u2019armistizio, che non abbia sentito, nel modo pi\u00f9 umiliante, questo senso di diffidenza, ingiustificata, che c\u2019\u00e8 sempre stato verso di noi. Si \u00e8 pensato al nostro machiavellismo, che pi\u00f9 che un luogo comune \u00e8 una fola priva di qualunque base di verit\u00e0, a nostre manovre, che non ci possono essere, nello stato in cui siamo ridotti.<\/p><p>Non \u00e8 esatto suggerirci che \u00e8 opportuno mettere fine allo stato provvisorio, quando la formula ministeriale non vi mette fine, perch\u00e9 non muta la situazione giuridica e non ci consente di uscire dallo stato armistiziale. Se qualcosa muta nella situazione politica, \u00e8 proprio per quell\u2019atto di volont\u00e0 e di adesione, che molti pensano non si possa e non si debba fare; a prescindere da tutto quello che lo farebbe apparire, per un errore di prospettiva, come nostra adesione a uno dei due blocchi, in cui disgraziatamente si va dividendo l\u2019Europa, il che deve essere rigorosamente evitato. L\u2019onorevole Sforza a Parigi ha ben precisato la nostra situazione e l\u2019ha ripetuta nel discorso dell\u2019altro ieri. Noi vogliamo essere equidistanti e, se mai, essere mediatori tra i due blocchi. Il Trattato ci ha disarmato; ma, disarmandoci, ci ha obbligati ad una politica di equidistanza e di amicizia con tutti, di mediazione fra gli eventuali gruppi contrastanti. Questo \u00e8 il nostro pensiero e la nostra volont\u00e0; ma questa \u00e8 anche una necessit\u00e0 per un popolo disarmato, che ha le sue frontiere aperte agli occidentali ed agli orientali.<\/p><p>In una guerra noi, disarmati per volont\u00e0 degli alleati, nella impossibilit\u00e0 di difenderci, cosa potremmo offrire, se non il nostro territorio alle devastazioni di tutti i belligeranti? In tale tragica situazione \u00e8 naturale che dobbiamo difendere la pace prima e poi, se fosse possibile, finch\u00e9 l\u2019illusione fosse possibile, la nostra neutralit\u00e0. Non \u00e8 colpa nostra se il Trattato non garantisce la pace e non facilita le intese con i popoli; nemmeno le intese tra i popoli vicini. Noi vogliamo stendere la mano ai nostri vicini dell\u2019est e vogliamo dimenticare tutto: vogliamo dimenticare qualunque contrasto del passato per l\u2019ideale di avvicinarci gli uni agli altri, di comprenderci e, se possibile, di reciprocamente aiutarci, per arrivare ad uno stesso livello di civilt\u00e0, anche se il nostro \u00e8 un livello di civilt\u00e0 superiore.<\/p><p>Ma, il Trattato lascia aperta, purtroppo, non solo la questione dei nostri confini militari, ma anche la questione della Venezia Giulia, di Trieste, di Pola, di Zara, e favorisce cos\u00ec gli irredentismi ed i nazionalismi, che non sono patriottismo, ma sono la peggiore delle deformazioni del patriottismo: favorisce, in una parola, le pi\u00f9 pericolose dissensioni tra popoli confinanti. Nessun pericolo vi sarebbe stato per le minoranze slave che, per ragioni di confine, fossero rimaste nel territorio italiano; ma il pericolo \u00e8 mortale e la distruzione sicura per le minoranze italiane che restano nel territorio jugoslavo.<\/p><p>Abbiamo noi prospettato, a suo tempo, e documentato all\u2019opinione pubblica mondiale ed alle nazioni che ci hanno imposto l\u2019iniquo trattato, questa verit\u00e0? Anche sotto questo aspetto non dobbiamo, con forme che potrebbero essere interpretate come spontanea adesione al Trattato, rinunciare a quelli che sono i nostri diritti, non dobbiamo rinunciare a quelli che sono i diritti dei nostri fratelli. Non lo dobbiamo per il nostro passato, per la lotta del Risorgimento, che credevamo conchiusa a Vittorio Veneto, non lo dobbiamo per le speranze dell\u2019avvenire, che non si fondano su future guerre, che noi deprechiamo, e non si fondano su irredentismi, che non vogliamo favorire, o su nazionalismi, da cui ripugniamo nella visione di pi\u00f9 alte forme di societ\u00e0 fra le genti, ma si fondano sul nostro diritto, si fondano sulla certezza di questo diritto al quale non possiamo in nessun modo rinunciare. Perch\u00e9 il domani ci dovrebbe riservare l\u2019immenso conforto di vedere restituita la giustizia nell\u2019Europa travagliata, di vedere restituita Trieste all\u2019Italia. (<em>Applausi \u2013 Congratulazioni<\/em>).<\/p><p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Adonnino. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>ADONNINO. Onorevoli colleghi, il problema che ci tiene ih questo momento in grande trepidazione \u2013 tutti, perch\u00e9 certo, qui dentro, tutti da un estremo all\u2019altro di quest\u2019Aula fremiamo del pi\u00f9 ardente e puro amore per questa Patria nostra, che \u00e8 tanto pi\u00f9 degna di immenso amore quanto pi\u00f9 \u00e8 sventurata \u2013 questo problema che qui ci attanaglia e che \u00e8 gravissimo, fra quanti, pur gravi, nel nostro lavoro ci si presentano, pare che adesso si vada avvicinando, in quest\u2019ultima fase della discussione, al suo centro di gravit\u00e0, che \u00e8 l\u2019interpretazione dell\u2019articolo 90 del Trattato. Questo articolo finora \u00e8 stato esaminato da un punto di vista solo politico. Invece io credo che l\u2019indagine preliminare e basilare che su esso deve farsi sia di carattere giuridico: solo sulla base rigida di diritti e di obblighi, cio\u00e8 di attributi giuridicamente fissati, si pu\u00f2 costruire l\u2019indagine flessibile, elastica, dell\u2019opportunit\u00e0 politica. Affermo poi subito senz\u2019altro che il risultato di questa indagine giuridica costituisce la ragione pi\u00f9 solida della necessit\u00e0 di ratificare. Quella ratifica che si \u00e8 sostenuta finora quasi soltanto nel campo politico, trova nel campo giuridico la sua ragione giustificatrice fondamentale.<\/p><p>Finora, tanto i sostenitori della non ratifica, quanto i sostenitori della ratifica, immediata o successiva, si sono basati sulla seguente interpretazione dell\u2019articolo 90: il Trattato si perfeziona e si esegue indipendentemente dalla nostra ratifica. Dicono dunque i sostenitori della non ratifica: siccome la nostra ratifica nulla aggiunge al Trattato, nessuno ha interesse a costringerci a ratificare, e la ratifica del turpe e iniquo strumento sarebbe un atto spontaneo di omaggio contrario alla dignit\u00e0 e agl\u2019interessi di un popolo libero; sarebbe un atto di accettazione che ci legherebbe definitivamente di fronte all\u2019avvenire.<\/p><p>Dicono, per contro, i sostenitori della ratifica: se l\u2019iniquo Trattato si perfeziona e si esegue indipendentemente da ogni nostro intervento, la ratifica nostra nulla aggiunge ad esso, ed in nulla dunque ci nuoce; ma, per converso, ci renderebbe meglio accetti alle grandi Nazioni alleate che anelano a stabilire un ambiente di pace e di ricostruzione; costituirebbe il nostro ingresso in tale ambiente, il nostro contributo alla nuova vita internazionale, su cui, purtroppo, tanto oscure nubi si addensano minacciose.<\/p><p>\u00c8 sempre il concetto della perfezione ed esecuzione indipendente da noi: lo esprime chiaro la relazione di minoranza laddove dice: \u00abSe il Trattato diventer\u00e0 prossimamente perfetto con la ratifica delle quattro grandi potenze&#8230;\u00bb. Dunque solo tali ratifiche perfezionano il Trattato. Anche la relazione di maggioranza a ci\u00f2 accenna, sebbene meno chiaramente, in quanto mette in rilievo l\u2019insufficienza e non l\u2019inutilit\u00e0 della nostra ratifica, laddove dice: \u00ab&#8230;il nostro <em>status<\/em> giuridico non pu\u00f2 essere modificato in forza soltanto della nostra ratifica\u00bb.<\/p><p>Io ritengo che, partendo da tale interpretazione dell\u2019articolo 90, in linea giuridica, si dovrebbe conchiudere per la non ratifica. Perch\u00e9 compiere un atto giuridicamente inutile? In linea politica, invece, la ratifica rappresenterebbe un positivo contributo alla pace e alla collaborazione universale.<\/p><p>Ma \u2013 come ho sopra detto \u2013 a questa argomentazione politica, si aggiunge, una fondamentale giuridica in base alla diversa interpretazione che io do all\u2019articolo 90, e che \u00e8 la seguente.<\/p><p>Nell\u2019articolo 90, come in tutti i contratti, dobbiamo distinguere due fasi: la perfezione e la esecuzione del contratto. Due fasi perfettamente differenti, e tra le quali pu\u00f2 anche intercorrere un lasso di tempo notevole. Vi sono tanti atti giuridici perfetti, ma non esecutivi; ne abbiamo molti esempi in diritto pubblico: durante la <em>vacatio legis<\/em> abbiamo una legge perfetta ma non ancora esecutiva. Vi sono, per converso, tanti atti \u2013 anche e specialmente nel diritto pubblico \u2013 immediatamente esecutivi, ma non ancora definitivi, in quanto, per divenire tali, debbono essere sottoposti alla relativa convalida: ne sono esempio i decreti catenaccio; e, in genere, tutti gli atti amministrativi, i quali sono immediatamente esecutivi.<\/p><p>Anche in diritto privato abbiamo atti perfetti ma non esecutivi, ad esempio: tutti i contratti per scrittura privata, cui occorre una sentenza per aver forza esecutiva; e, per converso, atti esecutivi, ma non ancora perfetti, come i decreti di sequestro. Perfettamente distinti dunque, anche nel Trattato di cui discutiamo, perfezione ed esecuzione.<\/p><p>E, corrispondentemente a tali due concetti, occorre distinguere nell\u2019articolo 90 due diversi gruppi di atti, diversi numericamente, ma non perci\u00f2 meno essenzialmente; cio\u00e8: le ratifiche e correlativo deposito di esse presso il Governo francese da parte di tutti cinque i contraenti, cio\u00e8 le quattro grandi potenze e l\u2019Italia, gruppo di atti al quale corrisponde la perfezione del contratto; e le ratifiche e correlativo deposito da parte delle sole quattro grandi potenze, gruppo di atti al quale corrisponde l\u2019entrata in vigore del Trattato.<\/p><p>L\u2019articolo 90 tiene accuratamente distinti questi due concetti con i correlativi atti e momenti: per la perfezione del Trattato come contratto, richiede cinque ratifiche depositate, per l\u2019entrata in vigore ne richiede solo quattro. Non \u00e8 possibile confonderli oppure unificarli. Dice l\u2019articolo 90: \u00abIl presente Trattato, il cui testo francese, inglese e russo fanno fede, dovr\u00e0 essere ratificato dalle Potenze Alleate ed Associate. Esso dovr\u00e0 anche essere ratificato dall\u2019Italia\u00bb. Dunque sono necessarie cinque ratifiche. Continua poi l\u2019articolo 90: \u00abEsso entrer\u00e0 in vigore immediatamente dopo il deposito delle ratifiche da parte dell\u2019Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, del Regno Unito di Gran Bretagna e dell\u2019Irlanda del Nord, degli Stati Uniti d\u2019America e della Francia. Gli strumenti di ratifica saranno, nel pi\u00f9 breve tempo possibile, depositati presso il Governo della Repubblica francese\u00bb.<\/p><p>Dunque, per l\u2019entrata in vigore sono necessarie quattro (non cinque, quello dell\u2019Italia non occorre) depositi di ratifica. Non \u00e8 possibile confondere o unificare.<\/p><p>Questo ci spiana la via, onorevoli colleghi, ad interpretare che cosa vuol dire l\u2019articolo 90, quando dice che il Trattato \u00abdovr\u00e0 anche essere ratificato dall\u2019Italia\u00bb. Non \u00e8 possibile interpretare questo \u00abdovr\u00e0 anche essere ratificato\u00bb nel senso che l\u2019Italia sia obbligata a ratificare, voglia o non voglia. La formula: \u00abdovr\u00e0 essere ratificato\u00bb \u00e8 perfettamente uguale per l\u2019Italia e per le quattro grandi potenze. E non si pu\u00f2 pensare che le quattro grandi potenze siano obbligate, vogliano o non vogliano, a ratificare.<\/p><p>Altro argomento per quest\u2019affermazione si trova negli articoli 39-42: in essi, volendosi effettivamente obbligare l\u2019Italia ad una data manifestazione di volont\u00e0, si dice: \u00abL\u2019Italia s\u2019impegna ad accettare ogni intesa che sia gi\u00e0 stata o sia per essere conclusa per la liquidazione della Societ\u00e0 delle Nazioni&#8230;\u00bb (art. 39); e \u00abL\u2019Italia accetter\u00e0 e riconoscer\u00e0 ogni accordo che possa essere concluso dalle Potenze Alleate ed Associate&#8230; ecc.\u00bb (art. 42). Dunque, quando l\u2019articolo 90 dice che il Trattato dovr\u00e0 essere ratificato dalle quattro potenze e dovr\u00e0 anche essere ratificato dall\u2019Italia, intende dire che le dette cinque ratifiche sono necessarie per la perfezione del Trattato.<\/p><p>Da tutto ci\u00f2 traggo una prima affermazione che mi pare sicurissima, ed \u00e8 questa: la ratifica dell\u2019Italia \u00e8 necessaria, al pari delle ratifiche delle quattro grandi potenze, per la perfezione del Trattato. Se l\u2019Italia non ratifica, il Trattato non \u00e8 perfetto; \u00e8 inesistente. Malgrado per\u00f2 esso sia inesistente come strumento giuridico, le sue clausole, nella loro materialit\u00e0 obiettiva, saranno applicate immediatamente dopo il deposito delle ratifiche delle quattro grandi potenze a Parigi. Queste quattro ratifiche depositate, non sono, nei riguardi nostri, entit\u00e0 giuridiche, ma condizioni di puro fatto; il Trattato, senza nostra ratifica, non \u00e8 neppure esso entit\u00e0 giuridica, ma \u00e8 l\u2019affermazione di forza di un vincitore, che, nel campo della pura forza materiale, infierisca sul vinto. Non rapporto giuridico, ma rapporto di forze. Questo \u00e8 il meccanismo dell\u2019articolo 90. Altro non pu\u00f2 essere. I due momenti, per il primo dei quali occorrono cinque interventi, e per il secondo dei quali ne occorrono solo quattro, non possono esser confusi.<\/p><p>Se il Trattato non viene ratificato da noi, ma viene ratificato dalle quattro grandi potenze, non sar\u00e0 un contratto, non sar\u00e0 un\u2019entit\u00e0 giuridica per noi, ma potr\u00e0 esserlo nei riguardi interni delle quattro grandi potenze ratificanti.<\/p><p>Le sue clausole saranno a noi applicate come entit\u00e0 di puro fatto di fronte a noi, che, non avendo ratificato, abbiamo reso inesistente nei nostri confronti il Trattato; saranno applicate come norme giuridiche nei riguardi interni dei quattro alleati tra loro, i quali, avendo ratificato, l\u2019hanno reso perfetto.<\/p><p>Questo ci apre l\u2019adito a considerare la condizione giuridica di tutte le Potenze Alleate ed Associate di fronte al Trattato, cio\u00e8 la loro solidariet\u00e0 o meno nel perfezionamento giuridico di esso. Io credo che il sistema dell\u2019articolo 90 sia questo: se una delle quattro grandi potenze non ratifica, il Trattato \u00e8 inesistente di fronte a tutti. Riguardo a ciascuna delle altre potenze alleate ed associaste il Trattato diviene perfetto ed entra in vigore a guisa che la relativa ratifica sia depositata a Parigi.<\/p><p>\u00c8 errato, concludo io dunque, dire, come generalmente si dice, che la ratifica dell\u2019Italia non influisce affatto sulla perfezione del Trattato. Al contrario: se noi non ratifichiamo, il Trattato nei nostri riguardi \u00e8 inesistente.<\/p><p>Nessuno pensi di dirmi: \u00abMa allora, se il Trattato senza la ratifica nostra non esiste, \u00e8 bene che noi non ratifichiamo, e cos\u00ec lo renderemo inesistente, ed eviteremo tutte le sue gravezze\u00bb.<\/p><p>Nulla eviteremo noi, purtroppo! La chiara parola dell\u2019articolo 90 dice che il Trattato entra in vigore e va in esecuzione con il solo deposito delle ratifiche delle quattro grandi potenze, dunque la mancanza della nostra ratifica non impedisce l\u2019esecuzione dell\u2019iniquo Trattato. Ed inoltre, anche a voler considerare la cosa, invece che dal lato dell\u2019esecuzione, dal lato della perfezione del Trattato, \u00e8 chiaro che, inesistente il Trattato per la mancanza della nostra ratifica, i vincitori potenti ed armati resteranno liberi di commettere contro di noi sconfitti ed inermi tutte le iniquit\u00e0 e le atrocit\u00e0 di cui lo stesso Trattato li dimostra capaci.<\/p><p>\u00c8 questa anzi la ragione fondamentale, nel campo giuridico, per la quale noi abbiamo l\u2019interesse, meglio, la necessit\u00e0, di ratificare: per rendere perfetto, col Trattato, il limite massimo delle iniquit\u00e0 che ci si impongono; per acquistare il diritto all\u2019esecuzione di quei minimi benefici che il Trattato ci riconosce; per impedire che i vincitori incrudeliscano contro di noi sempre pi\u00f9. Insomma, noi, negando la ratifica, non evitiamo l\u2019applicazione delle crudeli clausole che cos\u00ec profondamente ci feriscono, e rendiamo, invece, possibile, che i vincitori, liberi da ogni freno, senza il limite di un Trattato, vieppi\u00f9 le inaspriscano. C\u2019\u00e8 sempre da temere il peggio, purtroppo, specialmente in questi tempi torbidi e incerti: ogni lotta interna tra gli alleati si pu\u00f2 risolvere in un aggravio dei nostri danni. \u00c8 necessario che noi facciamo tutto quanto \u00e8 in nostro potere, per mettere ad essi un punto fermo.<\/p><p>Ratifichiamo dunque, non per nostra spontanea libera volont\u00e0, ma piegandoci ad una crudele inesorabile necessit\u00e0. Come tutti gli sconfitti, sempre, hanno ratificato. Infatti, da che mondo \u00e8 mondo, da che il sole risplende sulle sciagure umane, sempre, i vinti, hanno accettato i Trattati loro imposti. Anche i pi\u00f9 duri! Perch\u00e9? Non certo per benedire, con animo lieto, le gravezze che il Trattato loro impone; ma per evitare un facile loro inasprimento, per mettere ad esse un punto fermo! Pu\u00f2 parere un paradosso, onorevoli colleghi, quello che io sto per dirvi, ma \u00e8 una verit\u00e0: i Trattati di pace non sono fatti a beneficio dei vincitori e a danno dei vinti, ma viceversa a beneficio dei vinti e a danno, a limitazione dei vincitori. Col Trattato, lo sconfitto esce dal campo della pura forza materiale, in cui si trova, inerme e impotente, nelle grinfie dell\u2019onnipotente vincitore, ed entra nel campo del diritto, in cui ambedue sono regolati da norme precise; toglie di mano al vincitore la spada fiammeggiante di odio e di vendetta, sfrenata nell\u2019impeto delle sue cupide voglie, e lo costringe nei limiti insormontabili della morale e della civilt\u00e0.<\/p><p>Continuando, se permettete, nella via dei paradossi, si pu\u00f2 forse dire che l\u2019articolo 90 \u00e8 per noi una fortuna: ci pone in una situazione privilegiata con la sua speciale formulazione. I grandi giuristi che l\u2019hanno redatto non so se siano veramente grandi giuristi; pur seguendo un sistema comune nella redazione dei trattati, non hanno sufficientemente riflettuto, essi che tanto danno avevano in animo di fare, alla portata di certe sue conseguenze per noi benefiche. Ponete mente, vi prego, onorevoli colleghi: se non si fosse consacrata esplicitamente nell\u2019articolo 90 l\u2019entrata in vigore, l\u2019esecutivit\u00e0 per l\u2019accettazione delle sole quattro grandi Potenze e senza richiedere alcun nostro minimo intervento, se non si fosse cos\u00ec stabilita la netta inconfondibile distinzione tra perfezione ed esecuzione del Trattato e si fossero invece unificati i due concetti e i due momenti, noi ora ci troveremmo in questa terribile condizione: o ratificare per mettere un limite fermo alle inique persecuzioni contro di noi, e allora implicitamente acconsentiremmo all\u2019esecuzione delle gravi clausole imposteci; o non ratificare per non acconsentire a tale esecuzione e allora rinunzieremmo a mettere il limite fermo che tanto c\u2019interessa. La formula dell\u2019articolo 90 invece ci d\u00e0 agio di mettere il punto fermo che c\u2019interessa, e di non acconsentire all\u2019esecuzione. A raggiungere questi due scopi mirabilmente serve il nuovo testo proposto dal Governo: \u00abIl Governo della Repubblica \u00e8 autorizzato a ratificare il Trattato di pace fra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, dopo che esso sar\u00e0 divenuto esecutivo a norma dell\u2019articolo 90\u00bb. Con la ratifica noi rendiamo perfetto il Trattato nei nostri confronti, ponendo il punto fermo che ci interessa; nel contempo, ratificando dopo che esso \u00e8 gi\u00e0 divenuto, senza alcun nostro intervento, esecutivo, nessun consenso prestiamo a tale esecuzione. Il momento, cio\u00e8, della nostra ratifica e le dichiarazioni esplicite che costantemente abbiamo fatto e facciamo, dimostrano che, pi\u00f9 che parlare di un nostro consenso all\u2019esecuzione coartato e non libero, devesi parlare di consenso inesistente, di assenza di ogni consenso.<\/p><p>Ho detto che perfezionare il Trattato, mediante la nostra ratifica, servir\u00e0 principalmente ad evitare temibili inasprimenti dei nostri guai; e servir\u00e0 in secondo luogo ad assicurarci qualche piccolo beneficio che, pur tra tante iniquit\u00e0, il Trattato contiene.<\/p><p>Di queste iniquit\u00e0, di queste gravezze tutti hanno parlato e parlano tuttavia. Ma mai se ne parler\u00e0 abbastanza! Gli Alleati avevano il dovere sacrosanto di mantenere le loro costanti premesse, e di non dimenticare il grande contributo dato dall\u2019Italia alla loro causa, alla causa comune. Grande, enorme contributo! Basti ricordare schematicamente che, di cinque anni di sua guerra, l\u2019Italia ne combatt\u00e9 tre a fianco della Germania e contro gli Alleati, ma ne combatt\u00e9 due (cio\u00e8 quasi la met\u00e0) a fianco degli Alleati e contro la Germania; che noi siamo stati il primo grosso masso distaccatosi dal blocco tedesco, quando esso era ancora granitico, e noi soli ne abbiamo provocato la disgregazione e la rovina; che l\u2019Italia si schier\u00f2 contro la Germania, essendo ancora questa fortissima, tanto da resistere ancora ben due anni; che nella guerra combattuta dagli Alleati in Italia questa diede un contributo, pi\u00f9 che notevole, enorme: Churchill riconobbe ufficialmente alla Camera dei Comuni il grande apporto della nostra marina in tutti i mari; e lod\u00f2 l\u2019eroico ardimento degli aviatori, dicendo di fare ogni sforzo per dotarli di apparecchi efficienti e moderni; l\u2019alta proporzione del concorso italiano nello sforzo comune innegabile risulter\u00e0 a chi ricordi le lotte partigiane, le azioni clandestine, l\u2019ambiente di inesorabile ostilit\u00e0 di cui erano circondati i tedeschi, il palpito costante di simpatia, di cooperazione, di solidariet\u00e0 di cui beneficiarono gli Alleati, non sempre ugualmente ricambiando!<\/p><p>Promesse ed aiuti, tutto fu dimenticato. Mai dunque sar\u00e0 sufficiente la nostra protesta; che deve essere altissima e solenne, specialmente in questo momento, e deve costituire elemento preponderante ed essenziale della complessa nostra azione di fronte al Trattato e agli Alleati.<\/p><p>In relazione alle promesse altrui e alla azione nostra, mai Trattato imposto e non negoziato fu pi\u00f9 iniquo e grave! Ci martirizza nel nostro orgoglio, nella nostra dignit\u00e0 e in quanto abbiamo di pi\u00f9 sacro; ci mutila nel territorio metropolitano e ci priva delle Colonie fecondate e civilizzate col sangue dei nostri soldati, e col sacrificio dei nostri lavoratori; ci lascia indifesi nei confini e nelle armi; distrugge la nostra potenza marinara ed aerea; ci impone pesi economici, mai praticamente sopportabili.<\/p><p>Ed \u00e8 doveroso ricordare, in queste ore di angoscia, che i termini iniziali proposti per l\u2019iniquo Trattato erano anche pi\u00f9 duri e spietati. Si deve all\u2019azione appassionata ed abilissima dei nostri Governi se qualche \u2013 anche piccolo \u2013 miglioramento s\u2019\u00e8 ottenuto.<\/p><p>Giunti al momento culminante del nostro calvario, sarebbe ingeneroso non ricordare tale azione, che, se raggiunse dei buoni risultati nell\u2019ambito proprio del Trattato, di veramente cospicui ne ha raggiunto nella posizione generale internazionale dell\u2019Italia.<\/p><p>Azione di governo difficilissima quanto altre mai, e, in tanti momenti culminanti, addirittura disperata! Ogni azione diplomatica \u00e8 un problema di equilibrio; questa, vorrei chiamarla un miracolo di equilibrio. Circondata dall\u2019ostilit\u00e0 di tutti, mira delle pi\u00f9 accese cupidigie e delle pi\u00f9 irose vendette, era necessario usare un tono alto e vibrato nel difendere i nostri diritti e nel dolerci di iniquo trattamento, ma nel contempo dimesso e pacato per non acuire le ire e per ottener concessioni; sommamente prudente per mantenerci neutrali nelle contese tra alleati, ma nel contempo giustamente riconoscente verso chi ci aiutava e ci riforniva dei mezzi imprescindibilmente necessari alla nostra vita, e giustamente sostenuto, ma senza ombra di ritorsione, verso chi si mostrava meno benevolo con noi. Questo difficilissimo equilibrio si raggiunse e costantemente si segu\u00ec; si prospettarono sempre gli interessi italiani in funzione dei superiori generali interessi europei e mondiali di ricostruzione e di pace; si svolse un\u2019azione dignitosa, serena, accorata, costante per opera dei grandi partiti rappresentanti nei vari Governi, se pure con qualche inopportuno sbandamento di stampa a scopo interno. Si curarono massimamente i rapporti personali, e gli uomini politici nostri andarono nei luoghi ove era pi\u00f9 opportuno andassero: viaggi\u00f2 il capo e l\u2019ispiratore di tutta la nostri politica onorevole De Gasperi; il Ministro Sforza and\u00f2 nell\u2019America latina; l\u2019onorevole Nenni nei Paesi dell\u2019Europa settentrionale; l\u2019onorevole Togliatti and\u00f2 ove l\u2019azione sua \u2013 per affinit\u00e0 ideologiche \u2013 poteva essere pi\u00f9 utile, e in perfetta buona fede, sebbene senza alcun concerto col Governo responsabile, port\u00f2 delle proposte pur cospicue sebbene non tali da potere essere prese in considerazione.<\/p><p>Di questa azione costante, complessa, equilibrata, tutti i frutti si perderebbero irrimediabilmente se ora non si ratificasse il Trattato, e ci si estraniasse volutamente dalla nascente armonia internazionale.<\/p><p>Ho detto che, a prescindere dallo scopo fondamentale di evitare inasprimenti alla nostra situazione, occorre anche ratificare per vedere attuati i vantaggi \u2013 pur non grandi \u2013 che nel Trattato stesso siamo riusciti a raggiungere, e per conservare e migliorare la nostra posizione internazionale, frutto veramente cospicuo della nostra azione diplomatica.<\/p><p>Esamino brevemente questi due settori. E in primo luogo quello dei punti del Trattato che ci interessa siano eseguiti.<\/p><p>L\u2019articolo 9 del Trattato dispone che \u00abAl fine di garantire all\u2019Italia lo stesso godimento dell\u2019energia idroelettrica e delle acque provenienti dal Lago del Cenisio, come prima della cessione del relativo territorio alla Francia, quest\u2019ultima conceder\u00e0 all\u2019Italia le garanzie tecniche stabilite nell\u2019allegato III\u00bb. E stabilisce inoltre: \u00abAffinch\u00e9 l\u2019Italia non debba soffrire alcuna diminuzione nelle forniture di energia elettrica che essa traeva da sorgenti esistenti nel territorio di Tenda-Briga prima della cessione di tale territorio alla Francia, quest\u2019ultima dar\u00e0 all\u2019Italia, in forza di un accordo bilaterale, le garanzie tecniche stabilite all\u2019allegato III\u00bb. Orbene: se non si perfeziona il Trattato, questi benefici ci saranno negati.<\/p><p><em>Una voce:<\/em> Ma \u00e8 nostra quell\u2019energia.<\/p><p>ADONNINO. Ce l\u2019hanno rubata, ma appunto perci\u00f2 non \u00e8 pi\u00f9 nostra!<\/p><p>L\u2019articolo 13 dispone che \u00abL\u2019approvvigionamento dell\u2019acqua per Gorizia ed i suoi dintorni sar\u00e0 regolato a norma delle disposizioni dell\u2019Allegato V\u00bb. E correlativamente l\u2019Allegato V conferma che la Jugoslavia curer\u00e0 la manutenzione degli impianti e assicurer\u00e0 l\u2019approvvigionamento idrico della parte del territorio di Gorizia che resta all\u2019Italia, e d\u00e0 le relative norme particolari. Orbene: se il Trattato \u00e8 inesistente, non potremo beneficiare di tali disposizioni.<\/p><p>Benefici minimi, certo, di fronte all\u2019enormit\u00e0 dei sacrifici; ma benef\u00ecci cui non si pu\u00f2 rinunciare!<\/p><p>L\u2019articolo 46 dispone: \u00abOgnuna delle clausole militari, navali ed aeree del presente Trattato rester\u00e0 in vigore, finch\u00e9 non sar\u00e0 stata modificata in tutto o in parte, mediante accordo tra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, o, dopo che l\u2019Italia sia divenuta membro delle Nazioni Unite, mediante accordo tra il Consiglio di Sicurezza e l\u2019Italia\u00bb. Non mi pare trascurabile questa clausola. Vi si pu\u00f2 vedere un germe di revisione in atto. \u00c8 possibile mandarle a monte?<\/p><p>L\u2019articolo 74 \u00e8 dei pi\u00f9 gravi per noi. Nondimeno, trattando, al n. 3, dei quantitativi e dei tipi delle merci da consegnare in pagamento all\u2019Unione Sovietica, dice: \u00abLa scelta sar\u00e0 effettuata e le consegne saranno distribuite nel tempo in modo da non creare interferenze con la ricostruzione economica dell\u2019Italia\u00bb. Se il Trattato non diventa perfetto e sar\u00e0 inesistente, conserveremo la gravezza \u2013 che potremo vedere anche inasprita \u2013 e perderemo il vantaggio.<\/p><p>L\u2019articolo 83 stabilisce che ogni controversia sugli articoli 75 e 78 (relativi alle restituzioni dovute dall\u2019Italia e ai beni delle Nazioni Unite in Italia) \u00abdovr\u00e0 essere sottoposta a una Commissione di Conciliazione, composta di un rappresentante del Governo della Nazione Unita interessata e di un rappresentante del Governo italiano, esercitanti le loro funzioni su una base di parit\u00e0\u00bb. Clausola anche questa che ci conviene venga applicata.<\/p><p>Ma \u00e8 pi\u00f9 importante il secondo punto, quello relativo alla nostra posizione generale internazionale.<\/p><p>Qui il successo della nostra azione diplomatica \u00e8 stato pi\u00f9 notevole. Basta confrontare due momenti: il momento iniziale e quello presente. Ho sentito una volta descrivere la posizione desolante della delegazione italiana in una delle prime riunioni internazionali, a Londra, poco dopo la cessazione delle ostilit\u00e0. Soli, in un angolo della <em>hall<\/em> di un grande albergo, non conoscendo nessuno, e da nessuno conosciuti o notati, i nostri assistevano smarriti al passaggio dei grandi astri della politica internazionale: qualche cameriere li indicava a nome, ed essi passavano pieni d\u2019importanza e di sussiego. L\u2019ingresso della delegazione jugoslava parve un corteo imperiale: giunta in ritardo per un incidente d\u2019aeroplano, incedeva preceduta e circondata da cerimonieri e da valletti, piena di alterigia, di disprezzo. Nessuno degnava i nostri di uno sguardo: la forma pi\u00f9 atroce di offesa \u00e8 l\u2019indifferenza! Tutto questo, allora. Ed ora? Ora \u00e8 il viaggio trionfale del Presidente De Gasperi in America, \u00e8 l\u2019accoglienza calorosa, sul piede di parit\u00e0, delle grandi nazioni europee al Ministro Sforza, recatosi giorni addietro a Parigi. Negando la ratifica noi ci apparteremmo da questi grandi consessi europei e mondiali, rientreremmo nell\u2019ombra dell\u2019urto e dell\u2019indifferenza.<\/p><p>Occorre ricordarsi che, senza la ratifica, noi non avremo una personalit\u00e0 giuridica internazionale autonoma. \u00c8 la condizione d\u2019inferiorit\u00e0 in cui ci tiene lo stato armistiziale. Non ci fa pi\u00f9, ora, grande impressione, perch\u00e9 ad esso ci siamo in parte abituati e perch\u00e9 in parte la sua gravit\u00e0 \u00e8 diminuita, in seguito alla nota lettera di MacMillan. Ma occorre tener presente che \u00e8 sempre uno stato d\u2019inferiorit\u00e0 politica, giuridica, morale.<\/p><p>Ci ha informato il Governo, ad esempio, che numerosi trattati di commercio sono stati stipulati con l\u2019estero: orbene, essi non possono essere perfezionati e non possono entrare in vigore, se non usciamo dallo stato armistiziale. \u00c8 questa la realt\u00e0, sono queste le nostre dolorose necessit\u00e0 ed occorre considerarle con animo forte.<\/p><p>CHIOSTERGI. Ma senza esagerare.<\/p><p>ADONNINO. Senza esagerare, naturalmente; ma senza dimenticare la loro pratica importanza.<\/p><p>Noi, inoltre, prendiamo degnamente parte alle trattative per il piano Marshall: sia quel che si vuole di questo piano, saranno quali che saranno le sue pratiche effettuazioni, \u00e8 certo per\u00f2 che esso rappresenta pur sempre un cospicuo tentativo di ricostruzione armonica, ed apre fondatamente l\u2019adito alle migliori speranze per gli interessi italiani. Le proposte italiane, d\u2019altra parte, in quelle trattative sono degnamente tenute in conto. Cosa sarebbe di questa nostra preziosa opera, che si va prudentemente svolgendo, se noi, rifiutandoci di ratificare il Trattato, ci ponessimo al bando da ogni armonica cooperazione internazionale?<\/p><p>E finalmente, coronamento di questa nostra opera abile, complessa, costante, intesa appassionatamente a ricostruire la nostra personalit\u00e0, e ad imporla, nel consorzio delie Nazioni civili, in un rango degno del nostro grande passato e del nostro immancabile avvenire, l\u2019ammissione nell\u2019Organizzazione delle Nazioni Unite. La ratifica \u00e8 condizione essenziale perch\u00e9 possiamo esservi accolti.<\/p><p>Onorevoli Colleghi, quattro sono le esigenze fondamentali a cui dobbiamo ispirare le nostre azioni. Prima: la riaffermazione alta, solenne della nostra protesta contro l\u2019iniquit\u00e0 del Trattato e la dimostrazione precisa che la nostra volont\u00e0 ad essa non si piega, ma lo subisce come una tragica inesorabile necessit\u00e0 di materiale coartazione. Seconda: l\u2019affermazione fondamentale e costante della necessit\u00e0 della revisione delle inique clausole del Trattato. In quanto rendiamo perfetto il Trattato, poniamo la base necessaria per la sua revisione. Non si modifica n\u00e9 si rivede ci\u00f2 che non esiste. Revisione che \u00e8 una fondamentale esigenza di giustizia; che ci \u00e8 autorevolmente promessa ed annunziata da varie parti; che gi\u00e0 mostra i primi inizi, sia pur timidi di sua attuazione. Terza: l\u2019assoluta indipendenza da eventuali blocchi contrastanti, in cui si possano raggruppare le varie potenze. La formula propostavi per la ratifica si ispira perfettamente a tale esigenza. Essa rispetta la Russia in quanto autorizza il Governo a ratificare, ma soltanto dopo che esso sar\u00e0 divenuto esecutivo, cio\u00e8 dopo la ratifica della Russia; essa rende il dovuto omaggio alle grandi Potenze occidentali in quanto ratifica dopo le loro ratifiche, ed agevola quella grande opera di armonia, di ricostruzione, di pace cui esse tendono. Quarta esigenza: dare tutto il nostro apporto, tutta la nostra appassionata cooperazione a tale grande, magnifica opera; che \u00e8 l\u2019unica speranza di salvazione per questo travagliato mondo.<\/p><p>Ho sentito dalla destra l\u2019eco di un nazionalismo che pu\u00f2 parere troppo iroso e intempestivo. Ho sentito dalla sinistra gli inni ad un internazionalismo che pu\u00f2 parere troppo positivistico. All\u2019uno e all\u2019altro noi opponiamo una grande fiaccola, quella della nostra idea cristiana. L\u2019idea cristiana \u00e8 un grande conforto per i singoli e per le collettivit\u00e0 nei momenti pi\u00f9 duri della vita; \u00e8 un\u2019idea che sublima il nazionalismo nell\u2019amor di Patria, e l\u2019internazionalismo nell\u2019amore di tutti i popoli. Facciamo, onorevoli colleghi, che tutti quanti, singoli e popoli, possiamo veramente ricevere da questa idea nuova forza e nuova fede per portare la nostra croce serenamente, coraggiosamente. (<em>Applausi<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Ambrosini. Non \u00e8 presente, s\u2019intende che vi abbia rinunciato.<\/p><p>\u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Crispo. Non \u00e8 presente, s\u2019intende che vi abbia rinunciato.<\/p><p>\u00c8 iscritto a parlare l\u2019onorevole Valiani. Ne ha facolt\u00e0.<\/p><p>VALIANI. Onorevoli colleghi, io parler\u00f2 con rude franchezza, intervenendo nella discussione che il Governo ha voluto che si facesse in questo momento. Ieri la discussione \u00e8 stata elevata nella sfera della filosofia, ed \u00e8 stata elevata nella sfera della filosofia non solo da parte dell\u2019onorevole Croce, come egli doveva fare, ma anche da parte dell\u2019onorevole Sforza. E se la filosofia dell\u2019onorevole Croce trova consenziente chi parla, si \u00e8 perch\u00e9 la sua filosofia politica storicista si addice ai tempi di durezza, ai tempi di ferro che noi traversiamo; perch\u00e9 l\u2019onorevole Croce ristabilisce veramente il legame storico fra le generazioni che ci precedettero, che fecero l\u2019Italia, e la nostra generazione che rischia di perderla, e le generazioni di coloro che verranno.<\/p><p>Se la filosofia dell\u2019onorevole Croce pu\u00f2 e deve trovarci consenzienti \u2013 quali che siano i giudizi da dare in sede di discussione politica-pratica \u2013 la filosofia sviluppata invece dall\u2019onorevole Sforza \u2013 la filosofia che potrei chiamare dell\u2019illuminismo democratico \u2013 \u00e8 eccessivamente ottimistica. Mi pare di doverlo dire, pur con tutta la stima e la devozione che ho per il Ministro degli esteri. Duri tempi noi attraversiamo e ne attraversa il mondo intero, il quale \u00e8 a rischio di precipitare in una nuova catastrofe, in nuovi conflitti.<\/p><p>L\u2019illuminismo democratico poteva anche essere una grande forza in un periodo non lontano, quando lo propugn\u00f2 l\u2019onorevole Sforza, come Ministro degli esteri, dopo l\u2019altra guerra, o quando in Francia, una ventina di anni addietro, Briand parlava a nome di un paese vincitore. L\u2019illuminismo democratico che li animava e la loro generosit\u00e0 erano una forza proprio perch\u00e9 si trattava di uomini di Stato, di uomini politici di paesi vincitori. Questo illuminismo ottimista non si addice per\u00f2 al Ministro degli esteri di un paese vinto, che deve ancora combattere per ritrovare una situazione che garantisca la sua sopravvivenza.<\/p><p>SFORZA, <em>Ministro degli affari esteri.<\/em> Fede e ottimismo!<\/p><p>VALIANI. Onorevole Sforza, la sua fede \u00e8 ammirevole e con la sua fede concordo; per\u00f2 la fede guarda a lunghissima scadenza, mentre l\u2019azione politica che noi siamo chiamati a compiere si riferisce ad un periodo limitato all\u2019oggi, e le conseguenze di un nostro atto le scontiamo oggi e nei prossimi dieci anni, che non sono anni in cui sia permesso l\u2019ottimismo. Ci potrebbero certamente essere dei correttivi all\u2019ottimismo, e se questi correttivi ci fossero in seno al Governo, allora anche l\u2019ottimismo dell\u2019onorevole Sforza potrebbe essere di nuovo una forza. Se l\u2019onorevole De Gasperi, Presidente del Consiglio, che, del resto, ha preceduto l\u2019onorevole Sforza, dopo la caduta del fascismo, al Ministero degli esteri, desse prova in questa circostanza del realismo che le condizioni esigono, noi potremmo anche dire che l\u2019illuminismo ottimista dell\u2019onorevole Sforza \u00e8 un fatto positivo, in quanto sorretto dal rude realismo del suo Presidente del Consiglio. Ma noi constatiamo nell\u2019onorevole De Gasperi, in questi ultimi tempi, uno strano miscuglio di rude realismo e di eccessivo ottimismo; e poi anche di strana confusione fra politica estera e politica interna.<\/p><p>L\u2019onorevole De Gasperi, come Ministro degli esteri, part\u00ec bene nel 1944 e nel 1945: ottenne qualche indubbio risultato positivo. Non fu senza l\u2019influenza della sua azione che a Londra, nel settembre del 1945, fu ammesso il principio etnico per la risoluzione della vertenza alla frontiera orientale; ma poi l\u2019onorevole De Gasperi \u2013 che ottenne qualche risultato con una politica di resistenza alla ingiustizia del Trattato e che arriv\u00f2 a dirci alla Consulta che egli disponeva tuttavia di una carta: il rifiuto della firma, e ce lo disse alla Commissione degli esteri \u2013 poi non gioc\u00f2 in tempo utile questa carta. A Parigi, ancora nell\u2019agosto 1946, l\u2019onorevole De Gasperi si batt\u00e9 non solo con molto coraggio, ma con molto realismo; e la sua proposta di rinvio della soluzione della questione triestina e della frontiera orientale era una proposta realistica, perch\u00e9 coincideva \u2013 egli stesso non ne era del tutto consapevole \u2013 con l\u2019interesse obbiettivo al rinvio che aveva la Russia. Questo mi permisi di segnalarglielo ancora a Parigi. Infatti, quella previsione si avver\u00f2. La Russia non ha ratificato il Trattato, anche se Molotov allora attacc\u00f2 violentemente l\u2019onorevole De Gasperi per fini polemici, sulla proposta del rinvio. Ma quel realismo non si mantenne, e al momento del suo viaggio negli Stati Uniti incominci\u00f2 a prendere piede nell\u2019animo dell\u2019onorevole De Gasperi da un lato un eccesso di ottimismo, forse in seguito ai brillanti ricevimenti e agli entusiastici consensi del popolo americano; ma gli americani si scaldano facilmente e particolarmente si scaldano gli italiani d\u2019America, generosi oltre ogni dire. E oltre all\u2019ottimismo prese piede anche la confusione fra politica interna e politica estera, confusione che fu all\u2019origine della accettazione della immediata firma del Trattato.<\/p><p>Io fui fra i pochissimi deputati a criticare allora \u2013 nel febbraio di quest\u2019anno \u2013 quella firma, perch\u00e9 prevedevo le conseguenze di politica estera e di politica interna che ne sarebbero derivate e che ne sono derivate.<\/p><p>Anche l\u2019altro giorno, parlando qui sui motivi di urgenza del dibattito, l\u2019onorevole De Gasperi da un lato si \u00e8 riferito a questioni molto astratte, alla funzione di equilibrio che noi assolveremmo ratificando il Trattato. Non so che senso questo possa avere, a meno che non sia una ritorsione polemica contro l\u2019onorevole Togliatti, il quale fece capire che si ratifica oggi il Trattato, perch\u00e9 si vuole aderire al blocco occidentale.<\/p><p>Funzione di equilibrio? Ma quale funzione di equilibrio pu\u00f2 esercitare un Paese vinto come l\u2019Italia?<\/p><p>Informazioni particolari, valutazione della nostra situazione fuori dei nostri confini, sono tutte cose che non persuadono.<\/p><p>Io spero che l\u2019onorevole De Gasperi, sia pure in seduta segreta, ci dir\u00e0 queste informazioni particolari e ci parler\u00e0 pi\u00f9 concretamente di questi strani rapporti che consigliano la firma del Trattato.<\/p><p>E vengo agli argomenti concreti che sono stati addotti in favore della ratifica.<\/p><p>La questione della nostra ammissione all\u2019O.N.U. voglio analizzarla, perch\u00e9 sono persuaso che proprio ci\u00f2 provi come la ratifica del Trattato non sia urgente e non si debba dare.<\/p><p>Quali sono i Paesi che hanno chiesto di essere ammessi all\u2019O.N.U. e la cui questione deve essere discussa al Consiglio di Sicurezza? Sono l\u2019Italia, l\u2019Austria, la Romania e l\u2019Ungheria. L\u2019Austria, onorevoli colleghi, non ha firmato nessun trattato di pace, perch\u00e9 per disgrazia sua si trova in una situazione peggiore ancora della nostra: nessun trattato \u00e8 stato redatto nei riguardi dell\u2019Austria. Il caso dell\u2019Austria sar\u00e0 egualmente discusso all\u2019O.N.U. E gli altri due? Romania e Ungheria? Non vi dice niente questo quadrinomio? Si vota nell\u2019O.N.U.; si contano i voti. Romania e Ungheria si suppone che voteranno, quando fossero ammesse, in un senso; l\u2019Italia e l\u2019Austria si suppone voteranno, quando fossero ammesse, in un altro senso.<\/p><p>C\u2019\u00e8 una lotta diplomatica, e speriamo che sia solo diplomatica, fra le Grandi Potenze, nell\u2019O.N.U. e fuori dell\u2019O.N.U.<\/p><p>L\u2019ammissione di nuovi Stati \u00e8 in funzione di questa lotta diplomatica. Ora, evidentemente, noi abbiamo il dovere, come nazione, di profittare di ogni possibilit\u00e0 per rientrare nel consesso internazionale. Anche della rivalit\u00e0 tra le grandi potenze e anche se tali rivalit\u00e0 deprechiamo. Non dobbiamo pagare un particolare pedaggio per avere il diritto di essere ammessi nell\u2019O.N.U., quando \u00e8 almeno altrettanto forte l\u2019interesse degli altri di includerci nell\u2019O.N.U. Se saremo inclusi o non saremo inclusi, non sar\u00e0 in funzione della ratifica che daremo o non daremo, ma in funzione della ratifica che la Russia dar\u00e0 o non dar\u00e0 ai Trattati con gli Stati danubiani; cio\u00e8, in parole povere, della decisione che l\u2019Unione sovietica prender\u00e0 di evacuare o non evacuare l\u2019Ungheria e la Romania, la quale decisione, a sua volta, \u00e8 in funzione della questione dell\u2019Austria, della speranza che l\u2019Unione sovietica pu\u00f2 avere o non avere di trovare un accordo con le altre grandi Potenze sulla questione dell\u2019Austria, sulla questione della Germania. In una situazione di questo genere, addurre la nostra domanda di ingresso all\u2019O.N.U. come un argomento di estrema urgenza per la ratifica del Trattato, mi pare significhi mancare di realismo politico, mi pare significhi fare gratis quello che forse potremmo condizionare, per esempio, a quello che ha detto l\u2019onorevole Cevolotto, all\u2019abolizione di quella parte del preambolo che stabilisce la nostra inferiorit\u00e0 nell\u2019O.N.U. stesso. Un Paese non deve rassegnarsi cos\u00ec alla leggera ad una situazione di inferiorit\u00e0. Dopo l\u2019altra guerra, la Germania combatt\u00e9 strenuamente, prima di firmare e dopo aver firmato, per una posizione di parit\u00e0, e non entr\u00f2 nella Societ\u00e0 delle Nazioni finch\u00e9 non l\u2019ottenne.<\/p><p>Altro argomento in favore dell\u2019immediata ratifica: la nostra adesione al piano Marshall. Io devo dire che su questo punto non posso condividere gli argomenti e le preoccupazioni dell\u2019estrema sinistra dell\u2019Assemblea. Il conte Sforza ha fatto benissimo a dare la nostra adesione al piano Marshall. Pu\u00f2 darsi che coloro che hanno ospitato i rappresentanti del Governo italiano a Parigi abbiano pensato che la nostra adesione fosse sinonimo della ratifica del Trattato. In tal caso l\u2019errore era loro e non nostro. Ma l\u2019abbiano creduto o non l\u2019abbiano creduto, ci\u00f2 \u00e8 una questione secondaria, perch\u00e9 il piano Marshall, che purtroppo non ha ancora una consistenza molto forte, perch\u00e9 \u00e8 evidentemente in funzione del voto che gli dar\u00e0 o non gli dar\u00e0 il Congresso degli Stati Uniti il quale si riunir\u00e0 nel gennaio del 1948, cio\u00e8 fra sei mesi, il piano Marshall, dunque in realt\u00e0 non \u00e8 cosa di cui Gran Bretagna e Francia, che sono poi le Potenze ovviamente interessate alla sollecita ratifica del nostro Trattato (anche noi saremmo interessati alla sollecita ratifica di questo Trattato se ci trovassimo al loro posto), il piano Marshall, dicevo, non \u00e8 cosa di cui queste due potenze con le quali vogliamo e dobbiamo tuttavia collaborare, possano disporre a loro piacimento ed ammettervi chi ratifica e non ammettervi chi non ratifica.<\/p><p>Il piano Marshall riflette tutta la situazione economica e politica degli Stati Uniti.<\/p><p>Onorevoli colleghi, io mi sono permesso, quando l\u2019onorevole De Gasperi venne qui, in febbraio, a prospettarci il prestito americano, di richiamare l\u2019attenzione sul fatto che i prestiti di natura puramente ideologica o puramente umanitaria stavano per finire e che l\u2019ascesa del generale Marshall al dipartimento di Stato avrebbe significato, dopo qualche mese, un cambiamento di rotta, cambiamento di rotta imprevedibile nei suoi sviluppi e nelle opposizioni che avrebbe suscitato, anche perch\u00e9 in America, molto pi\u00f9 che in qualsiasi altro Paese, il Ministro degli esteri ha le mani incatenate dall\u2019opinione pubblica, dal Congresso, dal Senato e dal Presidente.<\/p><p>Il cambiamento di rotta indubbiamente c\u2019\u00e8 ed io credo che, per quanto dipende dalle intenzioni del generale Marshall, questo cambiamento di rotta sia in meglio. Il generale Marshall \u00e8 uomo dotato indubbiamente di un poderoso pensiero. Basta leggere il suo rapporto sulla guerra, nel quale, tra parentesi, si fa cenno elogiativo dell\u2019azione dei partigiani italiani, che contribuirono, insieme al Corpo italiano di liberazione, alla vittoria degli Alleati in Italia. Si nota in quel rapporto un forte pensiero. Nel piano di Marshall si rivela l\u2019uomo di Stato, che vuole stringere rapporti economici tra l\u2019Europa e l\u2019America, tali da impedire crisi economiche come quelle dell\u2019altro dopoguerra. Questa politica \u00e8 indipendente dalla ratifica del Trattato da parte dell\u2019Italia.<\/p><p>Come ha spiegato Marshall stesso, vista l\u2019Europa come mercato di sbocco e vista la possibilit\u00e0 di una costruzione economica supernazionale, l\u2019Italia vi ha il suo posto, nella misura delle sue risorse economiche e della sua forza produttiva, in relazione alla sua popolazione di 46 milioni di abitanti. La ratifica del Trattato non ha niente a che fare con ci\u00f2.<\/p><p>Anche la Germania occidentale \u00e8 inclusa nel piano Marshall, su un piede di maggiore importanza che la stessa Italia, come \u00e8 spiegabile, trovandosi l\u00ec il carbone e l\u2019acciaio della Ruhr ed essendo quel popolo laborioso al pari del nostro, e tecnicamente il primo del mondo.<\/p><p>Se la Jugoslavia, la Bulgaria, la Polonia, l\u2019Ungheria, la Romania aderissero al piano Marshall, gli organizzatori della Conferenza, per volont\u00e0 dello stesso Marshall, sarebbero ben lieti di accoglierle e non domanderebbero se abbiano firmato e ratificato il Trattato. Non so neppure se la Bulgaria abbia ratificato. L\u2019adesione al piano Marshall \u00e8 al di sopra di tutto questo.<\/p><p>Nella misura in cui esiste sul serio, perch\u00e9, purtroppo, questo piano Marshall \u00e8 ancora <em>sub iudice,<\/em> nella misura in cui esiste, esso prova soltanto che non la ratifica d\u2019un Trattato, ma l\u2019effettiva forza economica e politica d\u2019un popolo \u00e8 quella che gli apre la via nella comunit\u00e0 dei popoli. In atteggiamento di ratifica o in atteggiamento di resistenza al Trattato si pu\u00f2 egualmente ritornare nella comunit\u00e0 dei popoli, se si ha forza e compattezza politica ed economica; si pu\u00f2 egualmente restarne fuori, se non la si ha.<\/p><p>\u00c8 stato fatto cenno alle conseguenze spiacevoli che, particolarmente sul terreno economico, avrebbe il rifiuto o il rinvio della ratifica. Si \u00e8 fatto cenno alla situazione degli italiani all\u2019estero. Essa certo \u00e8 andata migliorando, da quando, anche con la collaborazione, di cui gli dobbiamo dare atto, del conte Sforza, il Presidente Roosevelt nel 1942 cess\u00f2 di considerare gli italiani in America come nemici, dal punto di vista dei loro diritti. Per\u00f2, onorevoli colleghi, non dimentichiamo che la situazione dei nostri connazionali all\u2019estero non \u00e8 soltanto in funzione di quello che fa l\u2019Italia o che fanno gli uomini politici italiani; \u00e8 anche in funzione della loro propria forza.<\/p><p>L\u2019<em>Economist<\/em> notava l\u2019altro giorno, discutendo il piano Marshall e gli aiuti che l\u2019Italia potrebbe ricevere, il fatto che esistono negli Stati Uniti milioni di cittadini di origine italiana, i quali votano ed il cui voto conta anche per l\u2019elezione presidenziale del 1948. Se l\u2019<em>Economist<\/em>, rivista inglese d\u2019indubbia competenza e seriet\u00e0, vede questo nesso fra la posizione degli italiani all\u2019estero e la loro forza propria, non dobbiamo vederlo noi?<\/p><p>D\u2019altra parte non vogliamo neppure escludere che ci possano essere difficolt\u00e0 in caso di mancata ratifica; ma, per valutare queste difficolt\u00e0, bisognerebbe che l\u2019onorevole Sforza o l\u2019onorevole De Gasperi ci dicessero quali garanzie hanno gi\u00e0 avuto per il miglioramento della situazione economica dell\u2019Italia e degli italiani all\u2019estero in caso di ratifica. Ci sono le clausole economiche del Trattato. Saranno o non saranno applicate con severit\u00e0? Saranno o non saranno applicate con larghezza? Il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli esteri non ci hanno detto nulla su questo e ci chiedono di ratificare una cambiale in bianco. Se si parla delle difficolt\u00e0 che potrebbero derivare dalla mancata ratifica, bisogna parlare anche delle garanzie che la politica estera ed in generale la politica del Governo saprebbero conquistare nel caso di ratifica. Solo in tal caso possiamo giudicare con realismo la situazione. Gli stessi accordi finanziari con l\u2019Inghilterra sono stati interpretati in vario modo: quando se ne parl\u00f2 alla Camera dei Comuni, non se ne parl\u00f2 allo stesso modo come se ne \u00e8 parlato in Italia. Fu data un\u2019altra interpretazione, diversa da quella che qui \u00e8 stata data. Non so dove stesse l\u2019equivoco: spero ci sia un equivoco. Ma queste cose vanno spiegate, perch\u00e9 un documento di questa gravit\u00e0, che contiene clausole economiche cos\u00ec importanti, necessita di essere chiarito.<\/p><p>Si parla della possibilit\u00e0 della revisione dopo la ratifica del Trattato. Pur essendo, sul terreno generale della questione di principio, di parere diverso da quello dell\u2019onorevole Nenni, tuttavia come giornalista e come deputato, mi sono compiaciuto quando egli afferm\u00f2, come Ministro degli esteri, la sua idea della lotta per la revisione dopo la ratifica. A parte quelli che possono essere i dissensi tra l\u2019onorevole Nenni e l\u2019onorevole Orlando sulla questione di principio della ratifica, \u00e8 chiaro che porre la questione della revisione, sia pure dopo la ratifica del Trattato \u2013 dato che il Governo ormai \u00e8 per la ratifica \u2013 \u00e8 una questione fondamentale ed importante. Ma anche qui bisogna avere idea ben chiara di quel che si decide di fare e come si intende farlo.<\/p><p>La questione della revisione \u00e8 in funzione delle quattro grandi Potenze che debbono ratificare il Trattato: \u00e8 in funzione di tutte e quattro le grandi Potenze che debbono ratificare il nostro Trattato.<\/p><p>Proprio se ci si mette sul terreno della necessit\u00e0 della ratifica, non si pu\u00f2 considerare che esista possibilit\u00e0 di revisione se non collegialmente da parte di tutte e quattro le grandi Potenze. E su questo, finora, il Governo \u00e8 stato d\u2019accordo. Solo nel caso di mancata ratifica si pu\u00f2 pensare a paci separate e a revisioni separate.<\/p><p>Sappiamo che l\u2019onorevole Nenni aveva un piano. Lo espose allora: non potemmo discuterlo, purtroppo, immagino perch\u00e9 non era pi\u00f9 Ministro degli esteri. Vorrei che anche il conte Sforza delineasse il suo piano ed il modo di ottenere, o meglio di chiedere (l\u2019ottenere non dipende da noi) la procedura di revisione, prima di portarci al voto sulla questione della ratifica del Trattato.<\/p><p>L\u2019onorevole Bonomi \u2013 con l\u2019autorit\u00e0 che egli ha \u2013 ha esposto, l\u2019altro giorno, in un articolo del <em>Corriere della Sera<\/em>, le questioni che, a suo giudizio, devono essere tenute aperte per l\u2019Italia anche dopo la ratifica del Trattato. \u00c8 notorio che l\u2019onorevole Bonomi \u00e8 favorevole alla ratifica del Trattato. Egli dice che, dopo la ratifica del Trattato, tre questioni \u2013 tutte e tre revisioniste \u2013 dovranno essere poste sul tappeto: colonie italiane in Africa; clausole economiche; flotta.<\/p><p>Io penso che nella questione della flotta egli abbia voluto includere anche la questione dell\u2019esercito e della smilitarizzazione delle frontiere.<\/p><p>Le colonie italiane oggi sono occupate dagli inglesi. Dicendo questo, io credo che nessuno possa accusarmi di essere mosso da animosit\u00e0 verso la Gran Bretagna, a fianco della quale noi abbiamo combattuto come cobelligeranti dopo il 1943, ed a fianco della quale gli antifascisti del mondo intero hanno combattuto, quando essa si trovava in condizioni disperate. Indipendentemente dai nostri sentimenti, che sono di indubbia ammirazione verso la Gran Bretagna, verso il suo liberalismo e verso il suo socialismo democratico, e in generale verso la sua fierezza, verso la sua lotta per la libert\u00e0, a prescindere da questo, c\u2019\u00e8 il fatto che la Gran Bretagna possiede le nostre colonie. Noi dovremo rivolgerci alle grandi Potenze per chiedere loro che, al termine del primo anno dopo la validit\u00e0 del Trattato, quando sar\u00e0 ridiscussa la questione delle colonie in Africa, si abbia da parte loro un atteggiamento favorevole a noi. La Francia, gli Stati Uniti, la Russia dovrebbero, e comunque solo esse possono, persuadere la Gran Bretagna a restituirci, in una forma di mandato, o in una qualsiasi altra forma, qualcuna o tutte le nostre colonie.<\/p><p>Perci\u00f2, la questione della revisione, se la si vuole addurre come argomento per l\u2019urgenza della ratifica, prova se mai il contrario, prova se mai che la nostra ratifica ha uno stretto legame con la ratifica di tutte e quattro le grandi Potenze, anche con la ratifica dell\u2019Unione sovietica. L\u2019Unione sovietica ci \u00e8 stata ostile nella questione di Trieste, ma nella questione africana potrebbe avere degli interessi che coincidano con i nostri.<\/p><p>In ogni modo, non vi \u00e8 chi non veda come per incominciare con la prima di tali questioni (quella delle colonie), se la si pone sul terreno della revisione, si debba supporre come data la ratifica da parte di tutte quattro le grandi Potenze e in secondo luogo un atteggiamento benevolo verso di noi da parte di alcune delle grandi Potenze medesime.<\/p><p>Per il resto, io non mi sentirei di condividere le argomentazioni, non pi\u00f9 riguardanti la revisione, ma riguardanti la politica da seguire in generale, che adduce l\u2019onorevole Bonomi. Egli si riferisce alla pagina di storia italiana che corre dal 25 luglio 1943 all\u20198 settembre. Allora Bonomi, che aveva anche la rappresentanza spirituale delle forze democratiche repubblicane, sostenne con molta nobilt\u00e0 contro Badoglio la tesi che non gi\u00e0 prima si dovesse concludere l\u2019armistizio con gli Alleati e poi schierarci in guerra a loro fianco contro la Germania, ma inversamente: prima agire e poi firmare i patti.<\/p><p>Quella tesi prova solo che anche questa volta prima si deve fare una politica estera e poi, se mai, si ratifica, e non inversamente. L\u2019onorevole Bonomi dimostr\u00f2 da par suo, da storico quale egli \u00e8 (e lo intu\u00ec anche come uomo politico) che se noi facevamo precedere la firma dell\u2019armistizio alla politica e quindi all\u2019azione militare da svolgere, l\u2019armistizio sarebbe stato peggiore. La stessa cosa vale in verit\u00e0 per i Trattati: prima si fa una politica estera e poi si ratifica, se \u00e8 il caso.<\/p><p>L\u2019onorevole De Gasperi si mise su questa strada nel 1945-46, sulla questione della frontiera orientale. Poi il suo impegno svan\u00ec, forse perch\u00e9 si stabilirono delle connessioni tra politica estera e politica interna.<\/p><p>Credo dunque che gli argomenti dell\u2019onorevole Bonomi, Presidente della Commissione dei Trattati, addotti sulla stampa, circa i motivi che rendono urgente la ratifica, siano in realt\u00e0 argomenti che provino come, prima di dover addivenire alla ratifica \u2013 cosa di cui io non sono in generale persuaso \u2013 bisogna avere bene scelto una politica estera ed essere stati fermamente coerenti a questa politica estera, almeno per qualche anno.<\/p><p>Questo modo di vedere le cose si potr\u00e0 anche qualificare per mercanteggiamento, come \u00e8 opinione del <em>Times<\/em>, che \u00e8 un giornale che leggiamo con rispetto tutti, almeno quelli che seguono la stampa inglese, ma di cui sappiamo pure che da cinquant\u2019anni a questa parte non ha mai parteggiato per l\u2019Italia.<\/p><p>Il <em>Times<\/em> prova solo come questa questione possa essere considerata da diversi punti di vista. \u00c8 ovvio che il <em>Times<\/em> deve difendere la urgenza della ratifica di un Trattato che stabilisce tra l\u2019altro la nostra rinuncia alle colonie di Africa e che stabilisce una posizione di favore soprattutto per la Gran Bretagna.<\/p><p>Su molti punti vi \u00e8 una convergenza tra gli inglesi e noi, perch\u00e9 apparteniamo alla stessa civilt\u00e0, perch\u00e9 noi socialisti vogliamo realizzare lo stesso loro socialismo democratico, perch\u00e9 noi democratici vorremmo che l\u2019autogoverno democratico che esiste in Gran Bretagna prendesse radici anche in Italia, perch\u00e9 apparteniamo alla stessa economia occidentale. Ma in questa specifica questione della ratifica del Trattato di pace, i nostri interessi non coincidono affatto.<\/p><p>Infatti, tutte le volte che i Ministri e deputati inglesi parlano dell\u2019Italia alla Camera dei Comuni, ne parlano con crudo e brutale realismo. \u00c8 vero, noi sosterremo sempre la necessaria collaborazione con la Gran Bretagna, anche perch\u00e9 il nostro atteggiamento verso la Germania deve essere molto pi\u00f9 simile a quello della Gran Bretagna che non a quello della Francia. Per\u00f2 su questa specifica questione della ratifica del Trattato noi abbiamo interessi che divergono da quelli inglesi. E perci\u00f2 le sollecitazioni di Bevin non sono argomenti per convincerci dell\u2019urgenza della ratifica. Sarebbe argomento molto pi\u00f9 forte il fatto che si fossero gi\u00e0 effettuati i sondaggi necessari presso le potenze che possono invece avere interessi identici ai nostri, rispetto alla revisione delle clausole coloniali africane del Trattato, presso le potenze che in Africa possono preferirci agli inglesi.<\/p><p>E vengo alla questione che per me fondamentalmente prova come non si debba firmare, o almeno, non si debba affrettarci a firmare il Trattato: la questione dei nostri rapporti con la Jugoslavia.<\/p><p>Onorevoli colleghi, forse che la Jugoslavia ha gi\u00e0 ratificato, \u00e8 in procinto di ratificare? Il Ministro degli esteri ci ha parlato dell\u2019opinione dei nostri ambasciatori a Londra e a Parigi: cosa dice il nostro Ministro in Jugoslavia? Non lo sappiamo. Lo sa egli? Probabilmente non lo pu\u00f2 ancora sapere; ma il fatto che non lo possa sapere, significa che \u00e8 una questione ancora aperta. Cosa \u00e8 in grado di sapere l\u2019onorevole Sforza sulle intenzioni del Governo jugoslavo? Ha il Governo jugoslavo l\u2019intenzione di proporre al suo Parlamento la ratifica del Trattato entro il mese di agosto?<\/p><p>Onorevoli colleghi, per noi, lo Stato con il quale ci troviamo in contesa, contesa che vogliamo dirimere pacificamente \u2013 ma che esiste, e non si pu\u00f2 ignorare \u2013 \u00e8 la Jugoslavia.<\/p><p>Si sono sollevate grandi questioni: blocco occidentale, blocco orientale, Washington, Mosca; andiamo con gli uni o con gli altri? I nostri problemi immediati sono pi\u00f9 modesti, ma non meno importanti: il nostro problema \u00e8 di giungere ad una chiarificazione con la Jugoslavia. Questo problema \u00e8 ancora in sospeso; possiamo anche restare avversari; per\u00f2, senza la ratifica della Jugoslavia, non \u00e8 ammissibile che ratifichi l\u2019Italia. Come giuliano, io nego al Governo il diritto di ratificare il Trattato, se la Jugoslavia non lo ratifica!<\/p><p>L\u2019articolo 89 del Trattato stabilisce che il Paese che non ratifica \u2013 si parla dei paesi vincitori \u2013 non godr\u00e0 dei benefici del Trattato: la Jugoslavia gode gi\u00e0 dei benefici che il Trattato le assegna, perch\u00e9 una particolare situazione militare l\u2019ha gi\u00e0 messa in possesso di questi benefici. I territori italiani che devono essere ceduti alla Jugoslavia, la Jugoslavia li ha gi\u00e0 annessi e li considera come territori definitivamente suoi e coloro che vi risiedono gi\u00e0 sono cittadini jugoslavi: gli italiani di Fiume e di Pisino sono gi\u00e0 considerati e trattati come cittadini jugoslavi, a meno che non scappino, a meno che non se ne vadano clandestinamente, abbandonando i loro averi.<\/p><p>In generale, da tutti i punti di vista, militari ed economici, la Jugoslavia gode gi\u00e0 dei benefici che il Trattato le dovrebbe dare solo dopo la ratifica.<\/p><p>Il Governo si \u00e8 preoccupato di questa questione?<\/p><p>Ha domandato in proposito chiarimenti a Belgrado? Ha detto: \u00abIl fatto che godiate questi benefici implica la vostra ratifica?\u00bb. Finora, la Jugoslavia ha sempre dichiarato di non voler ratificare.<\/p><p>Tra gli argomenti finora addotti dal Governo della Jugoslavia, alcuni sono speciosi, altri rispecchiano l\u2019esuberanza nazionalistica dei popoli giovani ed altri ancora riflettono temi di cui usano i Governi rivoluzionari e totalitari, siano essi di sinistra o non di sinistra. Ma quali che siano questi argomenti, per noi il problema non \u00e8 solo di controbatterli in sede propagandistica, per noi il problema \u00e8 di sapere cosa loro realmente faranno e di sapere se noi possiamo modificare il loro atteggiamento, trattando con essi o viceversa, ove ci persuadessimo che in ogni modo non ratificheranno, trarne le conseguenze e porci in un atteggiamento di resistenza.<\/p><p>Io credo di non aver bisogno di dimostrare, come giuliano, cosa rappresenti per noi, per i miei questo Trattato, in particolare nelle clausole che ci feriscono nelle carni vive. Tuttavia io sono sincero fautore di una intesa con la Jugoslavia, come lo sono stato durante tutta la nostra lotta. Sincero fautore; ma anche qui, o gli accordi si fanno sulla base della chiarezza, o meglio non farli. \u00c8 dovere del Governo di considerare ci\u00f2 e di dirci quali sono le intenzioni della Jugoslavia. Il giudizio del Governo sulle intenzioni della Jugoslavia deve prima della fine di questo dibattito essere portato alla conoscenza dell\u2019Assemblea; magari in seduta segreta. Occorre inoltre che si sappia che cosa sta facendo il Governo per modificare le intenzioni jugoslave se queste sono a noi ostili o per resistere alla loro realizzazione.<\/p><p>Trieste: il Trattato stabilisce il Territorio libero di Trieste, ma ci\u00f2 presuppone l\u2019accordo delle quattro Potenze e l\u2019accordo non c\u2019\u00e8. Io non so, n\u00e9 vado a sceverare, se ci\u00f2 sia bene o male, ma constato il fatto. Le prospettive sono quelle di una permanente occupazione militare: probabilmente le truppe inglesi non se ne andranno. Anche questa \u00e8 una faccenda da considerare.<\/p><p>L\u2019onorevole Sforza ci ha detto che, se noi non ratificheremo il Trattato, saremo una foglia al vento. Ma, onorevole Sforza, un popolo di 46 milioni di abitanti non \u00e8 mai una foglia in balia del vento. Diciamo piuttosto che 250 mila triestini avulsi dallo Stato, abbandonati alla merc\u00e9 di potenze occupanti, quelli, s\u00ec, sono una foglia al vento.<\/p><p>Prima dunque di ratificare un Trattato, che ha paurose lacune e incognite, \u00e8 evidente che bisogna andare cauti. Bisogna sapere quali sono le intenzioni che hanno di fronte a Trieste gli inglesi, i russi, gli jugoslavi; e bisogna che l\u2019Assemblea sappia ci\u00f2 che il Governo far\u00e0 per tentar di modificare quelle intenzioni. Ecco ci\u00f2 che noi abbiamo il dovere di fare di fronte ai triestini. Io ho qui le lettere che mi sono state inviate numerose dal Partito repubblicano d\u2019azione di Trieste, dal Comitato di liberazione dell\u2019Istria, dal Comitato dalmati. Io non star\u00f2, onorevoli colleghi, a leggervele per intero, perch\u00e9 penso che i sentimenti che pulsano in queste righe siano quegli stessi che pulsano in tutti i nostri cuori.<\/p><p>E la questione dei nostri confini? Dall\u2019articolo 21 del Trattato, noi apprendiamo che la sovranit\u00e0 dell\u2019Italia sul costituendo territorio libero di Trieste avr\u00e0 termine con l\u2019entrata in vigore del Trattato stesso. Ora, questo significa che non \u00e8 nostro interesse di affrettare l\u2019entrata in vigore del Trattato medesimo, perch\u00e9 la nostra sovranit\u00e0 oggi, sia pure solo giuridica e teorica, verrebbe a cessare anche giuridicamente da quel momento. Questo \u00e8 chiaro.<\/p><p>Se noi, ad esempio, potessimo influire sulla possibilit\u00e0 che anche la Russia si decida ad addivenire alla ratifica \u2013 \u00e8 certo che noi non lo possiamo menomamente, trattandosi di una grandissima Potenza come l\u2019Unione sovietica \u2013 ma, dico, ove mai noi lo potessimo, noi dovremmo influire non gi\u00e0 nel senso di affrettare questo evento, ma dovremmo influire, al contrario, nel senso di farlo rimandare il pi\u00f9 possibile, perch\u00e9 dal momento in cui quella ratifica fosse depositata e il Trattato fosse per conseguenza diventato esecutivo, noi esplicitamente avremmo rinunciato alla nostra sovranit\u00e0 su Trieste.<\/p><p>Noi avremmo rinunciato, onorevoli colleghi, alla nostra sovranit\u00e0 su Trieste, senza sapere se Trieste diventer\u00e0 una Zanzibar, una Salonicco, o non so che cosa. Onorevole Ministro degli esteri, onorevole Presidente del Consiglio, queste sono questioni che non avete il diritto di sottovalutare, sulle quali non avete il diritto di accontentarvi di vaghe assicurazioni e di un generico ottimismo; queste sono questioni che vanno vagliate con estrema vigilanza. Se occorre, facciamo una seduta segreta, ma bisogna discuterne, se si vuole proprio ratificare il Trattato, cio\u00e8 se si decide di affrettare con la nostra ratifica il momento in cui il Trattato sar\u00e0 esecutivo e in cui rinunceremo ai nostri diritti su Trieste. Se si vuole questo, bisogna addurre dei fatti gravi per suffragarlo, delle prove circa la possibilit\u00e0 di erigere effettivamente lo Stato libero di Trieste e assicurare la collaborazione fra italiani e slavi, e la possibilit\u00e0 che italiani e slavi, una volta stabilita la loro collaborazione, non siano poi alla merc\u00e9 di influenze militari, essi da una parte e noi dall\u2019altra.<\/p><p>Mi pare che l\u2019onorevole De Gasperi abbia basato tutta la sua polemica a Parigi, nell\u2019agosto 1946, sui pericoli che possono derivare dallo Stato libero di Trieste. E l\u2019onorevole De Gasperi condusse coraggiosamente quella polemica, non scevra di rischi. Da quella polemica con Molotov si va ora all\u2019atteggiamento opposto: si ratifica, pur nel costante peggioramento delle condizioni di Trieste. Non ho certo bisogno di parlarvi di che cosa sia successo nel Governo militare alleato di Trieste in queste ultime settimane. Ma non \u00e8 possibile passare cos\u00ec da un atteggiamento estremo all\u2019altro. Bisogna difendere quello che si potrebbe ancora difendere di pratico, di concreto; bisogna scendere un po\u2019 sul terreno della realt\u00e0 empirica in questa questione: tracciare una via di mezzo e percorrerla; e ratificare \u2013 ammesso che si debba ratificare, il che io non do ancora per provato \u2013 solo quando una parte almeno di quella via si sia percorsa.<\/p><p>La ratifica russa perch\u00e9 tarda? Io credo che la ratifica russa tardi per questioni che si riferiscono alla Germania, all\u2019Austria e ai Paesi danubiani e balcanici. Ora, evidentemente, vi \u00e8 una grossa questione: entro 90 giorni dal giorno che i trattati saranno esecutivi, cio\u00e8 ratificati da tutte e quattro le Potenze, questo Trattato e quegli altri Trattati, entro novanta giorni questo Paese e quegli altri Paesi dovranno essere evacuati; e questo \u00e8 un decisivo argomento per ogni Paese, perch\u00e9 ogni Paese desidera l\u2019evacuazione del suo suolo da parte delle truppe straniere.<\/p><p>Onorevoli colleghi, proprio perch\u00e9 si tratta di un fatto, direi cos\u00ec, spontaneo, cio\u00e8 che ogni Paese che subisce l\u2019occupazione desideri la evacuazione, proprio per questo dobbiamo anche sapere che in merito le Potenze occupanti non vengono sempre incontro ai desideri degli occupati. E anche qui noi non sappiamo affatto se, nel caso che dessimo la nostra ratifica, e la Russia desse la sua, veramente novanta giorni dopo, data la mancata soluzione della questione di Trieste, dato il mancato accordo in Austria, il nostro suolo sarebbe evacuato. In realt\u00e0, il nostro Trattato potrebbe essere esecutivo, ma l\u2019Unione sovietica potrebbe dire che non evacua l\u2019Austria perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 il Trattato austriaco; che non evacua l\u2019Ungheria, perch\u00e9 deve comunicare con l\u2019Austria e allora neanche gli americani possono evacuare l\u2019Austria; e allora avranno ovviamente le vie di comunicazione verso l\u2019Austria per le loro truppe, che passano attraverso l\u2019Italia.<\/p><p>Quale garanzia abbiamo dell\u2019effettiva evacuazione? Io credo che prima di ratificare noi dovremmo assicurarci che, qualunque cosa avvenga in Austria, il nostro Paese, che avesse ratificato dopo la ratifica russa, sar\u00e0 evacuato, che l\u2019inadempienza dell\u2019Unione sovietica in Ungheria, motivata dalla mancanza del Trattato austriaco, non sar\u00e0 seguita dall\u2019inadempienza da parte degli americani in Italia.<\/p><p>Facciamo, se occorre, una seduta segreta, ma la questione va chiarita; \u00e8 inutile illudere il Paese dicendo che, quando il Trattato sar\u00e0 divenuto esecutivo, entro novanta giorni il nostro suolo sar\u00e0 stato evacuato. Noi abbiamo sempre avuto un atteggiamento di estrema amicizia verso le truppe anglo-americane; ma non trasformate questo atteggiamento in insofferenza, quale sorgerebbe fatalmente quando 90 giorni dopo si dicesse al Paese che, invece di diventare esecutivo, il Trattato non lo \u00e8, su questo punto.<\/p><p>Noi possiamo avere qualsiasi opinione sul procedere dell\u2019Unione sovietica in Ungheria e in Romania; ma qui dobbiamo preoccuparci solo della situazione dell\u2019Italia, e non possiamo ratificare finch\u00e9 non abbiamo la garanzia che 90 giorni dopo l\u2019esecutivit\u00e0 di questo Trattato lo truppe alleate lasceranno l\u2019Italia.<\/p><p>Si pu\u00f2 dire che esse proteggono noi per il caso di un\u2019eventuale aggressione da parte della Jugoslavia. Io voglio prendere in considerazione tutte le ipotesi, perch\u00e9 non devo nutrire e ammettere qui preferenze di parte. Ma anche in quel caso, che ha come presupposto che non ci si sia potuti intendere con la Jugoslavia, che ci sia il pericolo che la Jugoslavia voglia prendersi Trieste e quindi si renda necessaria la presenza di truppe angloamericane in Italia, ci dovrebbe essere un nuovo Trattato italo-anglo-americano, redatto da pari a pari, perch\u00e9&#8230; le cose hanno preso un andamento per cui \u00e8 legittimo supporre anche il peggio, e sia pure per combattere contro il verificarsi del peggio.<\/p><p>Onorevole De Gasperi, io capisco bene che sono questioni delicate, e proprio per questa ragione io e molti colleghi eravamo contrari all\u2019immediata discussione; ma se si discute, bisogna che il Governo parli con chiarezza, oppure, cosa pi\u00f9 ragionevole ancora, si rinvii la ratifica.<\/p><p>Si dice che, se ratifichiamo oggi, riacquisteremo la nostra indipendenza. Per la questione materiale \u2013 dell\u2019occupazione alleata \u2013 io ho gi\u00e0 provato che questo risultato \u00e8 dubbio. Bisogna vederci pi\u00f9 chiaro. La questione dell\u2019indipendenza coinvolge per\u00f2 anche altri problemi: c\u2019\u00e8 l\u2019indipendenza politica e l\u2019indipendenza economica.<\/p><p>Non vi \u00e8 dubbio, su questo, che noi che sediamo su questi pochi banchi siamo contro ogni pensiero di autarchia economica, di nazionalismo economico. Questi pensieri esulano dalla nostra mente. Come siamo stati dal primo istante per l\u2019adesione al piano Marshall, pur sapendo disgraziatamente l\u2019incerta consistenza di questo piano, cos\u00ec siamo sempre per la pi\u00f9 grande collaborazione economica con tutti i Paesi. Certamente questa collaborazione internazionale pu\u00f2 nascere, ed il primo Stato che pu\u00f2 crearla \u00e8 l\u2019America del Nord. Ma se si dice che avremo l\u2019indipendenza solo dopo la ratifica, al nostro cervello viene un po\u2019 il dubbio che prima ci si chieda la ratifica per avere l\u2019indipendenza e poi ci si chieda ancora questo o quest\u2019altro per avere l\u2019indipendenza, oppure prima ci si offre un prestito per-avere la ratifica e poi ci si chiede la ratifica preventiva e la formazione di un certo Governo per poter discutere in concreto del prestito.<\/p><p>Il generale Marshall \u00e8 un uomo di Stato che rappresenta in America la tendenza politica opposta alla diplomazia del dollaro, ma questo non significa che la diplomazia del dollaro non esista pi\u00f9. Il generale Marshall non \u00e8 solo a decidere, cos\u00ec come l\u2019onorevole De Gasperi non \u00e8 solo, ma tiene conto degli uomini alla sua destra e alla sua sinistra.<\/p><p>Cos\u00ec non si pu\u00f2 ignorare, non si pu\u00f2 far finta d\u2019ignorare che la questione dell\u2019indipendenza politica ed economica italiana pu\u00f2 sempre essere compromessa dalla nostra cedevolezza davanti alle pressioni altrui.<\/p><p>La realt\u00e0 \u00e8 che anche dopo la ratifica bisogner\u00e0 sostenere una lotta per riavere l\u2019indipendenza politica ed economica. Per poterla sostenere, bisogna percorrere una via che non \u00e8 certamente quella su cui si \u00e8 messo il Governo dal mese di gennaio in poi. Viceversa, anche senza la ratifica si pu\u00f2 ottenere l\u2019indipendenza politica ed economica, ove si riesca a trovare un terreno di franca intesa con il generale Marshall, che \u00e8 proprio quegli che non sollecita la ratifica con la stessa intensit\u00e0 della Francia e dell\u2019Inghilterra, anche se genericamente la desidera.<\/p><p>Noi siamo psicologicamente pi\u00f9 vicini agli inglesi e ai francesi che agli americani; ma questo fatto non toglie che sulla questione della ratifica inglesi e francesi hanno interessi diversi dai nostri, mentre gli Stati Uniti possono vedere la questione con maggiore larghezza.<\/p><p>C\u2019era e c\u2019\u00e8, a mio giudizio, un margine per far valere le posizioni nostre e anche per trovare la formula che permetta di conciliare la nostra appartenenza al mondo economico, che ha il suo centro negli Stati Uniti con la nostra indipendenza politica e con la nostra indipendenza di giudizio.<\/p><p>Ma la sicurezza di avere fatto il necessario noi non l\u2019abbiamo, onorevole De Gasperi e onorevole Sforza. Noi non abbiamo la sensazione che le pressioni che avete accettato e subito per la ratifica, siano veramente il mezzo migliore per stabilire rapporti effettivamente proficui tra noi e gli altri.<\/p><p>Non \u00e8 una questione di equilibrio. L\u2019equilibrio \u00e8 impossibile, perch\u00e9 per stare in equilibrio fra due potenze in conflitto ci vogliono altre forze che quelle che noi abbiamo. In caso di guerra noi saremmo fatalmente occupati o da una parte o dall\u2019altra.<\/p><p>Quello che chiediamo \u00e8 che, indipendentemente dall\u2019estrema ambizione di tenere, in caso di conflitto, una posizione di equilibrio, voi cerchiate di creare condizioni tali fra noi e gli altri, per cui le potenze non ci ricattino, in tempo di pace, in un senso o nell\u2019altro.<\/p><p>Ecco, a mio giudizio, il problema di politica estera del Governo.<\/p><p>Noi dobbiamo tener fede a questa prospettiva. Io ho ammesso un momento fa quello che ci viene dall\u2019insegnamento delle cose: in caso di conflitto noi saremmo occupati dall\u2019una o dall\u2019altra parte. Ma una cosa dobbiamo evitare: l\u2019essere arruolati da una parte o dall\u2019altra.<\/p><p>L\u2019Italia \u2013 caduto il fascismo \u2013 non deve arruolarsi sotto la bandiera altrui, n\u00e9 da una parte n\u00e9 dall\u2019altra, e per resistere alla pressione formidabile che si eserciterebbe su di noi anche solo in condizioni di acuto conflitto diplomatico, bisogna cominciare ad abituarci a resistere su questioni come quella del Trattato. Onorevoli colleghi, noi non abbiamo il diritto di ripetere volontariamente la tragedia spontaneamente prodottasi nel passato nostro recente, la tragedia per cui la guerra mondiale dovette trasformarsi tra di noi in guerra civile. Dobbiamo avere la forza di restare piuttosto soli.<\/p><p>E questo non \u00e8 in contradizione con la cooperazione economica e politica. Ripeto, sono per la cooperazione politica ed economica con gli Stati Uniti d\u2019America e con gli altri Paesi che sono compresi nel piano Marshall, cos\u00ec come sarei per la cooperazione con i paesi d\u2019Oriente, ove questa cooperazione diventasse fattibile e spero che, con alcuni almeno di questi Paesi, diventi fattibile e assai proficua; spero che gli accordi con i Paesi orientali diventino facili, almeno sul terreno economico. Ma, ripeto, l\u2019adesione agli accordi economici e politici con l\u2019Occidente non significa che dobbiamo lasciar credere a quei paesi (n\u00e9 agli altri) che essi possono influire su decisioni fondamentali nostre, non fosse che per sollecitarne l\u2019urgente definizione.<\/p><p>Proprio sulla questione del Trattato bisogna provare che, finch\u00e9 si tratter\u00e0 di cooperazione politica economica, diremo di s\u00ec di tutto cuore; ma quando si facessero pressioni, e voi sapete che ove c\u2019\u00e8 rischio di conflitto si fanno spesso pressioni, noi dobbiamo metterci in grado di resistere a qualsiasi pressione; dobbiamo rafforzare dunque la nostra volont\u00e0 di resistenza.<\/p><p>L\u2019onorevole Sforza ha delineato la filosofia di un\u2019Italia indipendente e che tuttavia coopera con tutti i Paesi del mondo in una situazione in cui si sciolgono le frontiere. Totalmente d\u2019accordo in questa visione, anche se non d\u2019accordo \u2013 purtroppo \u2013 nella prospettiva di una sua immediata o rapida attuazione; ma se le frontiere si sciolgono e si supera la propria indipendenza e sovranit\u00e0 nazionale, e si va verso la Federazione europea o mondiale, si vada tutti e non solo noi. Non possiamo dare solo noi l\u2019esempio.<\/p><p>Potremmo anche dare l\u2019esempio per primi, ma solo in una determinata situazione in cui avessimo la certezza che gli altri ci seguiranno; ma non quando tutti fanno l\u2019opposto.<\/p><p>Noi dobbiamo avere dunque un atteggiamento tale, da provare a tutti che le decisioni fondamentali della nostra politica estera saranno prese indipendentemente da ogni pressione; e siccome \u00e8 emerso il sospetto che pressioni vi siano state, proprio per questo non dobbiamo ratificare. Avrei voluto che l\u2019onorevole De Gasperi, quando si rec\u00f2 in America, avesse avuto un atteggiamento altrettanto fermo nei confronti di Byrnes e Truman come lo ebbe a Parigi, dove tenne coraggiosamente testa a Molotov. Byrnes, accogliendolo, nel brindisi, diede invece come un dato di fatto acquisito la nostra firma (allora si trattava di firma).<\/p><p>Purtroppo il Trattato \u00e8 costantemente peggiorato da quando se ne discusse la prima volta a Londra nel 1945. A Londra si ammise il principio etnico. \u00c8 vero che non bisognava farsi molte illusioni in proposito. Alcuni di noi \u2013 ricordo il compianto Adolfo Omodeo \u2013 misero in guardia l\u2019opinione italiana e il Governo stesso contro la sopravalutazione della stabilit\u00e0, del risultato acquisito. Ad ogni modo il risultato c\u2019era, anche se pi\u00f9 fragile di quanto si immaginasse da parte dello stesso Governo, anche se si sopravvalut\u00f2 il risultato e forse per averlo sopravvalutato non si chiese il plebiscito.<\/p><p>Dal principio etnico si passa alla annessione di tutta l\u2019Istria alla Jugoslavia. Anche questo senza che ci\u00f2 sia conforme all\u2019articolo 89 del Trattato. \u00c8 vero che gli anglo-americani sono ancora a Pola, ma \u00e8 anche vero che gli italiani non ci sono pi\u00f9, e che l\u2019amministrazione di Pola praticamente passa gi\u00e0 in mano jugoslava. Continua a peggiorare la situazione a Trieste, che il principio etnico darebbe indubbiamente all\u2019Italia. L\u2019onorevole De Gasperi riteneva nel 1945 che l\u2019internazionalizzazione valesse solo per il porto. Io non mi feci illusioni e lo scrissi sui giornali; ma poi naturalmente sostenni le speranze dell\u2019onorevole De Gasperi. Si passa dunque allo Stato libero di Trieste. E poi non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nemmeno il disgraziato Stato libero di Trieste, che era meglio di niente, perch\u00e9 pur staccando Trieste dall\u2019Italia, doveva avere una Costituzione che assicurava la sua italianit\u00e0. Lo Stato libero di Trieste non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. C\u2019\u00e8 una occupazione militare che pu\u00f2 oggi essere di questo colore e domani di quell\u2019altro. Nessuna garanzia per Trieste.<\/p><p>Anche la questione della smilitarizzazione delle frontiere diventa pi\u00f9 grave, man mano che la situazione internazionale si acuisce.<\/p><p>Per i rapporti economici miglioramento sostanziale non c\u2019\u00e8; e ove c\u2019\u00e8, non \u00e8 ancora garantito, non \u00e8 reso indipendente dalle pressioni; la nostra politica estera ed economica \u00e8 ancora tale, che se qualche potente dice di s\u00ec, dobbiamo dire di s\u00ec; se dice di no, dobbiamo dire di no. Ancora non si tratta dunque di garanzie economiche, ma di cosa pi\u00f9 modesta.<\/p><p>Garanzie in generale sono quelle che si hanno indipendentemente da un orientamento di politica estera. Un accordo economico veramente forte \u00e8 quello che \u00e8 indipendente da quello che sar\u00e0 domani l\u2019indirizzo politico estero nostro. Credo che gli errori del Governo sulla questione del Trattato provengano dal punto di partenza che non \u00e8 stato bene impostato da parte del Governo, e devo dire neppure da parte dei partiti di sinistra, che oggi non fanno pi\u00f9 parte del Governo, ma che ne fecero parte fino a poco fa.<\/p><p>Si ammise troppo facilmente la nostra possibilit\u00e0 di vivere, di prosperare, firmando un Trattato incluso in un mondo diviso in zone di influenza. Dovevamo invece metterci fin dal principio in un atteggiamento di resistenza, per non essere assegnati fatalmente ad una zona di influenza. Per me oggi \u00e8 indifferente l\u2019ideologia che si propaganda, il colore della zona a cui ci assegnano; ma fatto sta che una Potenza come l\u2019Italia, che non ha forze militari, ma tuttavia \u00e8 grande potenza, in una situazione in cui il mondo \u00e8 diviso in zone di influenza ha sempre la peggio. Dunque l\u2019Italia, come ha spiegato l\u2019onorevole Croce e come spiegher\u00e0 forse l\u2019onorevole Orlando, ha interesse di resistere alle zone di influenza.<\/p><p>E anche nella questione della Germania; non posso essere d\u2019accordo n\u00e9 con l\u2019onorevole Togliatti n\u00e9 con l\u2019onorevole Sforza. Non con Togliatti, perch\u00e9 egli sposa una tesi vendicativa francese che, a mio giudizio, \u00e8 sbagliata. L\u2019Italia ha interesse a che il carbone e l\u2019acciaio tedesco sia prodotto nella pi\u00f9 larga misura possibile e che il mercato tedesco rifiorisca e che la Germania ridiventi indipendente, perch\u00e9 l\u2019indipendenza della Germania assicura l\u2019indipendenza dell\u2019Italia.<\/p><p>Questo fatto di interdipendenza esiste, malgrado che con la Germania ci siamo trovati due volte l\u2019una contro l\u2019altra in questo secolo e anche se diciamo di esserci trovati dieci volte l\u2019una contro l\u2019altra dai tempi del Medioevo. Esiste un\u2019Europa solo se l\u2019Italia e la Germania e la Francia sono tutte in piedi, se vivono e fioriscono.<\/p><p>Accettare perci\u00f2 a cuore leggero l\u2019articolo 18 del Trattato, che impegna noi a priori di riconoscere il trattamento che sar\u00e0 imposto alla Germania, non \u00e8 giusto; io purtroppo non conosco alcun atteggiamento di resistenza del Governo a questo articolo 18. Perci\u00f2 dico che l\u2019atteggiamento dell\u2019onorevole Sforza non mi trova consenziente. Anche questa \u00e8 una questione da soppesare prima di ratificare, perch\u00e9 abbiamo bisogno dell\u2019amicizia del popolo francese, del popolo inglese, del popolo statunitense, del popolo russo, del popolo jugoslavo, ma avremo anche bisogno della amicizia del popolo tedesco. Se si vuole fare una politica popolare bisogna tener conto di tutti i popoli d\u2019Europa. L\u2019onorevole Sforza ha fatto un accenno alla necessit\u00e0 della ratifica del Trattato nello spirito di democrazia popolare che anima l\u2019Europa e l\u2019Italia. Speriamo che finisca con l\u2019animarli; per il momento non prevale questo spirito di democrazia popolare in Europa. Non prevale per la volont\u00e0 dei vincitori e forse anche per l\u2019immaturit\u00e0 dei vinti.<\/p><p>La questione della ratifica o meno dovrebbe essere presentata qui da un Governo che non fosse di parte. \u00c8 questa una questione di cui le generazioni future terranno conto. Trattati di questo genere, trattati di petizione, trattati duri imposti dai vincitori ai vinti, sono presentati ai rispettivi Parlamenti o da Governi di funzionari e di tecnici, oppure da Governi di larga coalizione e non da Governi di un solo colore. Questa \u00e8 l\u2019esperienza che voi ricaverete da molti dei casi storici che avete citato, di Paesi che dopo una sconfitta hanno firmato. Se cos\u00ec non fate, cadete nell\u2019errore delle destre in Francia dopo il 1870, dove \u2013 come denunci\u00f2 Gambetta \u2013 fu un Governo di colore a presentare il Trattato per la ratifica, ed era un Governo che si illudeva di avere la possibilit\u00e0 di essere conservatore e pacifista e invece produsse lo scoppio \u2013 non immediato ma fatale \u2013 dello sciovinismo nazionalista e della volont\u00e0 di rivincita.<\/p><p>Tendere la corda in un determinato senso provoca sempre la reazione in senso inverso. Non bisogna tendere la corda, quando si hanno problemi nazionali di questo genere in discussione. La ratifica suppone, se mai, un Governo di tecnici e di funzionari o un Governo di larga coalizione. In tal caso soltanto si riesce ad ottenere e creare un atteggiamento di concordia nazionale.<\/p><p>Onorevole Sforza, lei ha accennato al Governo Giolitti che fu rovesciato dalla campagna nazionalista. Per\u00f2 il Governo Giolitti non fu rovesciato solo per colpe altrui. C\u2019erano anche gli errori di politica interna ed estera di quel Governo, e senza quegli errori il fascismo non si sarebbe sviluppato. Noi non riavremo il fascismo. Non c\u2019\u00e8 oggi nessun pericolo di rivederlo ed al riguardo io non ho preoccupazioni; ma possiamo avere ancora situazioni reazionarie diverse dal fascismo, ma ugualmente dannose ed ugualmente contrarie alla libert\u00e0 e alla democrazia sociale e popolare. Onorevole Sforza, bisogna che il Governo, il quale prende posizione davanti a questo Trattato, per accettarlo o rifiutarlo, sia immune da ogni critica al riguardo.<\/p><p>Per anni noi cammineremo sull\u2019orlo di una strada pericolosa, per colpa delle grandi Potenze vincitrici, se volete della situazione economica e politica del mondo intero. Ne usciremo, speriamo, forse attraverso una intesa russo-americana, forse in un altro modo; non lo sappiamo.<\/p><p>Ad ogni modo, io concludo con la filosofia di Croce: \u00e8 indispensabile un atteggiamento di durezza da parte dell\u2019Italia lungo questo cammino pericoloso; occorre un atteggiamento di strenua difesa della nostra indipendenza, anche dalle pressioni pi\u00f9 benevole e pi\u00f9 paterne. Ci vuole anche la fede, ma soprattutto la fede nella capacit\u00e0 dei popoli e delle pubbliche opinioni di spezzare il sistema delle zone d\u2019influenza, di obbligare i Governi ad un atteggiamento internazionale diverso da quello attuale.<\/p><p>Quella di Croce \u00e8 anche la filosofia della democrazia socialista indipendente, che non ricade n\u00e9 nel massimalismo n\u00e9 nel riformismo. Per questo, nella situazione attuale, mi \u00e8 impossibile dare il mio voto alla ratifica del Trattato (<em>Applausi<\/em>)<em>.<\/em><\/p><p>PRESIDENTE. La seduta \u00e8 rinviata a domani, alle ore 10, per il seguito della discussione sull\u2019imposta patrimoniale. Alle ore 17, in seduta pomeridiana, sar\u00e0 proseguita la discussione sul Trattato di pace.<\/p><p>La seduta termina alle 24.10.<\/p><p>Ordine del giorno per le sedute di domani.<\/p><p>Alle ore 10:<\/p><p><em>Seguito della discussione sul disegno di legge<\/em><em>:<\/em><\/p><p>Convalida del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato in data 29 marzo 1947, n. 143, concernente l\u2019istituzione di un\u2019imposta straordinaria progressiva sul patrimonio. (14).<\/p><p>Alle ore 17:<\/p><p><em>Seguito della discussione sul disegno di legge<\/em><em>:<\/em><\/p><p>Approvazione del Trattato di pace tra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. (23).<\/p>\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Versione PDF ASSEMBLEA COSTITUENTE CCII. SEDUTA POMERIDIANA DI VENERD\u00cc 25 LUGLIO 1947 PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TERRACINI INDICE Disegno di legge (Seguito della discussione): Approvazione del Trattato di pace fra le Potenze Alleate ed Associate e l\u2019Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. (23). 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